La suocera mi ha definita una cattiva padrona di casa e ho smesso di occuparmi di loro.

Zenaide Petroni, la suocera, non perciò si trattava di una signora gentile: «Ginevra, bambina, chi taglia i cetrioli così per linsalata? Guardali, non sono cubetti, sembrano ciottoli! Come vuoi mettere così in bocca? Gli uomini, tra laltro, non hanno mascelle dacciaio: hanno bisogno di dolcezza, di cure» sbottò la donna, mentre Ginevra, di fretta, finiva il suo insalata russa.

Ginevra strinse il manico del coltello finché le nocche si sbiancavano. Mancava mezzora al pranzo degli ospiti e la suocera, arrivata due ore prima per dare una mano, gironzolava per la cucina, spostava i barattoli di spezie e commentava ogni mossa della nuora.

«Signora Zenaide, è linsalata russa. Si mescola tutto. E Dario ama sentire le verdure, non una poltiglia», rispose Ginevra, cercando di non alzare la voce.

«Ah, Ginevra, non mi raccontare di Dario! Io lho partorito, lho cresciuto, lo ho nutrito per trentanni. A lui piace tutto ordinato, preciso. È lui che ha paura di dirti la verità per non ferirti. È un ragazzo delicato, è la mia educazione a parlare così. Ieri ha indossato una camicia tutta sgualcita, lho vista quando è passato da me. Che vergogna, Ginevra. La moglie deve fare in modo che il marito cammini sulle punte».

Ginevra inspirò a fondo e posò il coltello.

«Lavoro fino alle sette di sera, Zenaide, e Dario torna alle sei. Ha anche le sue mani, e il ferro da stiro è ben in vista».

Zenaide strinse le braccia al petto, dove brillava un grosso pendente dambra.

«Le mani! Luomo ha altri compiti: è il provveditore! Il calore, la pulizia, la casa sono sacri doveri della donna. Se non ce la fai, forse è meglio licenziarsi o alzarsi prima. Da giovane mi alzavo alle cinque per preparare frittelle fresche al marito prima del turno. E tu? Ti limiti a cibi pronti, vero?»

«Cucino ogni giorno», sbottò Ginevra. «E ora, scusate, devo tirare fuori la carne dal forno».

Il pranzo si svolse in unatmosfera tesa. Dario, il marito, mangiava a denti stretti, cercando di ignorare laria elettrica. Preferiva la tattica dellavvoltoio: se si nascondeva la testa nella sabbia (o nella zuppa), il conflitto si risolveva da solo.

Zenaide, assaggiando il brasato marinato da Ginevra per unintera giornata, fece una smorfia.

«Mmh è commestibile, ma la carne è un po dura. Lhai seccata, Ginevra. E poco sale. Dario, vuoi il sale?»

«Va bene, mamma, è buono», brontolò Dario con la bocca piena.

«Buono per lui non ha mangiato nulla più dolce delle carote, ecco perché è così. E i pavimenti?», spostò lo sguardo sul laminato. «Gli angoli sono grigi. Il tuo robot pulitore gira, ronza, ma non serve a nulla. Serve il panno, le mani, le ginocchia! Solo così si ottiene una vera pulizia. Tu, Ginevra, sei fredda verso la casa. Senza anima è solo freddezza, è una casa di stato. Sei una cattiva padrona di casa, perdona la franchezza. Ma chi ti dirà la verità se non tua madre?»

Ginevra posò il coltello. Dentro di lei qualcosa si spezzò. Cinque anni di matrimonio, cinque anni a lottare per essere perfetta. Contabile capo, con lipoteca in pari con il marito, di sera diventava una seconda cuoca, una lavandaia, una panettiera, sperando di ricevere almeno un complimento. E la risposta era sempre: «cattiva padrona di casa».

Guardò Dario. Lui continuava a masticare senza alzare lo sguardo, difendendo la moglie. Era abituato: la madre critica, la moglie si sforza ancora di più, lui si limita a consumare il risultato.

«Allora, sono una cattiva padrona di casa?», chiese a bassa voce Ginevra.

«Non offenderti, tesoro», agitò la mano Zenaide, servendosi un altro boccone di carne secca. «È un dato di fatto. Esistono donne casalinghe, accoglienti, e poi le moderne, le careeriste. Hai della polvere sul davanzale, lultima volta lho notata. Che occhiere!»

«Va bene», annuì Ginevra, un sorriso strano e calmo apparve sul suo volto. «Ho capito, Zenaide. Grazie per la sincerità».

La sera, quando la suocera se ne andò con una teglia di torta «la prenderò così non vi avvelenate quando andrà a marcire», Dario si lasciò cadere sul divano davanti alla TV.

«Uff, che giornata», sbadigliò. «Ginevra, porta un tè, per favore? Cera ancora una fetta di torta».

Ginevra era alla finestra, a guardare la città notturna.

«No, Dario».

«Che no? La torta è finita? La mamma lha mangiata tutta?»

«Il tè non lo porto».

Dario si sollevò, sorpreso.

«Ti sei arrabbiata con tua madre? Dai, è vecchia, brontola per abitudine. Non farci caso.»

«Non mi sono arrabbiata. Ho capito. La tua mamma mi ha detto che sono una cattiva padrona di casa. Che faccio tutto senza anima, che secco la carne, che non vedo la polvere. Ho riflettuto e ho deciso: perché dovrei continuare a torturarmi e torturare te con la mia incompetenza? Se non so gestire la casa, smetto di provarci. Così non mi vergognerò più.»

Dario rise, credendo fosse uno scherzo.

«Basta lamentele, andiamo a fare un abbraccio.»

Ma Ginevra non si mosse. Prese un libro e si chiuse in camera, chiudendo bene la porta.

Il lunedì mattina iniziò per Dario con la rottura della routine. Di solito si svegliava con lodore del caffè appena fatto e la sfrigolata della pancetta. La camicia era stirata, le calze in pila ordinata. Oggi cera silenzio. La cucina vuota, il fornello freddo come il cuore di una ex.

«Ginevra?», chiamò Dario entrando nella camera da letto. La moglie era davanti allo specchio, truccandosi. «E la colazione?»

«Nel frigo ci sono uova e salame. Il pane nellangolino», rispose tranquilla, tracciando le ciglia.

«Ma tu sei sempre tu a preparare. Io sono in ritardo!»

«Anche io sono in ritardo. E visto che sono una cattiva padrona di casa, potrei rovinare il cibo. Meglio che lo fai tu. Luomo è il provveditore, troverà la colazione da solo.»

Dario, imprecandosi, andò in cucina. Il caffè saltò, il fornello si riempì di fumo. Luovo si bruciò sul fondo, la parte superiore rimase liquida. Mangiò il panino con il salame a denti stretti, indossò la camicia di ieri, un po sgualcita, e uscì al lavoro affamato e arrabbiato.

La sera si ripeté. Dario rientrò sperando in una cena. Ginevra era sul divano con una mascherina di stoffa, sfogliando una rivista.

«Che cena cè?», chiese dallingresso, inciampando nelle sue scarpe disordinate.

«Ho ordinato un poke al salmone, lho già mangiato», rispose Ginevra, la voce smorzata dalla mascherina. «Non ti ho ordinato nulla per non farti male. Nel freezer ci sono dei gnocchi surgelati, prodotti industriali.»

«Gnocchi? Ho lavorato tutto il giorno! Voglio un vero pasto casalingo! Vorrei della zuppa di barbabietole!»

«La zuppa è difficile. Io, con il mio mancato talento, la rovinerei. I gnocchi sono più facili: acqua, sale, dieci minuti e basta.»

Dario voleva scatenare una lite, ma lo sguardo gelido di Ginevra lo fermò. La determinazione nei suoi occhi lo fece cedere. Preparò i gnocchi, poi dovette lavare la pentola perché Ginevra gli aveva detto: «Lavo male, lascio aloni, pulisci meglio tu.»

Passò una settimana. Lappartamento cominciò lentamente a perdere lucentezza. La polvere, che Ginevra spolverava ogni due giorni, ora girava felice tra i raggi di sole. Il lavandino si riempiva di piatti; Dario lavava solo quelli indispensabili, mentre Ginevra usava un solo piatto e lo ripuliva subito, riponendolo in un armadietto personale.

Nel cesto della biancheria si formava un Everest di calzini, magliette e jeans maschili. Ginevra portava i propri vestiti in lavanderia sul tragitto per il lavoro o li lavava a mano solo se erano suoi.

Dario andava in giro con la maglietta sgualcita, irritato e leggermente dimagrito, alimentandosi di panini e noodles pronti.

Sabato mattina suonò il campanello. Era Zenaide, con la solita ispezione settimanale, ma senza preavviso.

«Aprite, figli! Ho portato delle frittelle, perché so che fate i diavoli a stomaco vuoto», esclamò entrando nellatrio.

Il suo sguardo cadde sul mucchio di scarpe allingresso. Entrò in salotto e vide lo strato di polvere sul televisore, dove qualcuno (probabilmente Dario) aveva scritto con il dito «Lavati». Sui tavolini cerano tazze vuote con bustine di tè secche e una scatola di pizza vuota.

«Dio mio! Cosè successo qui? Siete malati? È una stalla!»

Ginevra uscì dalla camera in accappatoio di seta, sveglia, con un libro in mano.

«Buongiorno, Zenaide. Perché la stalla? È solo un appartamento, non una tenuta di campagna.»

«Che tenuta? È un appartamento di gente comune, senza domestica professionale!»

«Domestica? Di che parli?»

Zenaide accarezzò il comò, fissando il velo grigio sul legno. «È antisostenibilità! Dario, figlio mio, come vivi così?»

Dario uscì dalla cucina, masticando un biscotto secco. Il suo aspetto era pietoso: maglietta sgualcita, una macchia sul pantalone.

«Mamma, così viviamo»

«Ginevra! Prendi subito il panno! È una vergogna! Inizio una pulizia generale e tu mi aiuti. Come ti permetti di tenere il marito nella sporcizia?»

Ginevra si sedette tranquilla sulla sedia, incrociò le gambe e aprì il libro.

«No, Zenaide. Non prenderò il panno. Lho già accettata, ma non è il mio compito. Ho deciso di concentrarmi su ciò che so fare bene: il lavoro e il riposo. Se il risultato del mio lavoro è considerato zero o negativo, è logico smettere di sprecare energie.»

«Stai scherzando? Ti ho voluta bene! Ti ho insegnato!»

«Listruzione è finita. Mi sono ritirata per insufficienza.»

«Dario! Dillo a lei!»

Dario guardò la moglie, poi la madre, poi la montagna di piatti sporchi.

«Mamma, è vero, ti sei intromessa. Ginevra ha cucinato, pulito, ma tu trovi sempre non è così. Per questo si è offesa.»

«Non mi sono offesa, Dario», intervenne Ginevra. «Ho ottimizzato i processi. Se il mio lavoro è valutato nulla o negativo, è ragionevole smettere di investirci risorse.»

Zenaide, rossa di rabbia, lanciò un panno e si scatenò. Per tre ore lappartamento riecheggiò del rumore di spazzole, aspirapolvere, graffi su parquet. Zenaide commentava ogni macchia: «Che sporco! Che ragnatele!»

Nel frattempo Ginevra sorseggiava un caffè solo per sé, osservando senza intervenire. Dario cercava di aiutare la madre, ma riceveva solo rimproveri: «Non ti immischiare!», «Vai a mangiare, ho portato le polpette». Alla fine la casa brillava. Zenaide, sudata, rossa, crollò sul divano, sentendo il sangue salire.

«Acqua», sussurrò.

Ginevra le porse un bicchiere dacqua e una compressa.

«Grazie, Zenaide. Sei davvero una maestra di pulizia. Io non ce lavrei fatta da sola. Vede, è bello che un professionista prenda il comando.»

Zenaide lo guardò con odio, ma non ebbe più la forza di litigare.

«Non lo accetterò», mormorò. «Dario, devi lasciarla. Non ti ama, è pigra, egoista.»

Dario rimase alla finestra, guardando fuori. Era sazio (le polpette di sua madre), la casa era pulita, ma sentiva nausea. Vedeva lumiliazione della scena e capiva che la madre se ne sarebbe andata, lasciandolo con Ginevra. Se Ginevra avesse continuato la sciopero, la settimana successiva sarebbe stata ancora un inferno. E la madre, con letà, non sarebbe più potuta venire a pulire.

«Mamma», disse piano. «Torna a casa, ti chiamo un taxi.»

«Mi espelli?», gli occhi di Zenaide si riempirono di lacrime.

«No, ti meriti di riposare.»

Quando la porta si chiuse dietro di lei, lappartamento cadde in un silenzio cristallino, pulito e appena respirabile.

Dario si avvicinò alla cucina, dove Ginevra preparava uninsalata.

«Ginevra», iniziò esitante.

«M?»

«Forse è il momento di smettere di accusare. Ho capito la lezione. Ho capito che non devo aspettare che qualcun altro pulisca per me. È stato un brutto insegnamento, ma ora so che ho bisogno di te. Senza di te mi sento perso.»

«Che lezione hai imparato, Dario?», chiese Ginevra, con il coltello in mano. «Che si può vivere una settimana in una stalla e poi la madre arriva a spazzare tutto mentre guardi la TV? Qual è la morale?»

«Ho capito che senza di te mi manca qualcosa. Pensavo che la pulizia e il cibo arrivassero da soli, ma non è così. Ho ignorato il tuo lavoro, il tuo tempo. Ora vedo che devo apprezzare ciò che fai.»

«Non accade da solo. Sono ore della mia vita che rubo al sonno, agli hobby, al riposo. E quando sento dire che sono senza mani, non voglio più fare nulla.»

«Parlerò con tua madre», affermò Dario con decisione. «Le dirò di non commentare più la tua cucina o la tua pulizia. Altrimenti non la inviteremo più. E farò la mia parte: aspirerò, porterò fuori la spazzatura, laverò i piattiCosì, mano nella mano, ricostruimmo la nostra casa, imparando che il vero amore si coltiva nella condivisione dei piccoli gesti quotidiani.

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