Il groppo in gola mi è venuto ancora prima di posare la tazza sul tavolo.
Hai messo troppo sale, ha detto la signora Giuliana Battaglia, senza alzare lo sguardo dal piatto. Lha detto come se stesse constatando lovvio. Come chi commenta il cielo nuvoloso fuori.
Io ero ancora ai fornelli e fissavo la sua schiena, raccolta e composta, i capelli candidi raccolti in uno chignon perfetto e fermati da una molletta nera, le spalle dritte sotto la maglia di lana color crema.
A me sembra giusto, ho risposto senza alterarmi.
Ti sembra ha ribattuto la suocera, soffermandosi con un certo piacere su quellultimo verbo. Carlo, assaggia un po.
Mio marito era seduto di fronte a sua madre. Aveva già il cucchiaio in bocca e masticava. Quando entrambi gli abbiamo rivolto lo sguardo, ha fatto appena un cenno di spalle.
Va bene, mamma.
Va bene, ha ripetuto la signora Battaglia, come se le piacesse quellespressione. Va bene per chi. Per la mensa dei carabinieri magari sì.
Ho preso lo strofinaccio e mi sono asciugata le mani. Lentamente, un dito alla volta. È diventato il mio piccolo rituale in queste ultime settimane, qualcosa da fare per non lasciar trasparire il tremolio.
Tre settimane. Tre lunghe settimane. Giuliana Battaglia doveva fermarsi da noi solo cinque giorni. Poi sono diventati sette. Poi lei si è sentita poco bene, e Carlo mi ha guardata con quello sguardo a metà tra il sollievo e il disagio, lo stesso che hanno i bambini quando viene rinviata uninterrogazione.
E così, adesso, siamo alla terza settimana.
Esco un attimo, ho detto, appendendo lo strofinaccio al gancio.
Nessuno mi ha fermata.
Mi sono rifugiata in camera, chiudendo la porta senza sbatterla, semplicemente fino al clic. Osservavo il letto con i suoi due cuscini, i comodini gemelli, le abat-jour identiche. Tutto al suo posto. Troppo al suo posto. In questi giorni tutto mi sembrava una scenografia, non più la mia casa.
Mi sono seduta sul bordo del letto e ho guardato fuori. Marzo a Bologna è grigio, con le ultime tracce di neve agli angoli delle strade. Una volta trovavo questo periodo poetico, questa lentezza della natura prima della vera primavera. Ora invece pensavo solo alle mail di lavoro da smaltire nel pomeriggio, o a cosa avrebbe voluto ancora mia suocera il giorno dopo, dal negozio Casa Mia che secondo lei aveva le migliori tovagliette.
Dalla cucina mi arrivava ancora la sua voce, intenta a parlare con Carlo. Lui rispondeva, poi accennava a una risata, smorzata ma serena.
Mi sono premuta le tempie con le dita.
Quando ho incontrato Carlo sei anni fa, sua madre mi era sembrata una donna come tante. Un po severa, un po allantica, ma chi non lo sarebbe con la nuova compagna del figlio. Al nostro matrimonio mi aveva regalato il servizio di piatti buono, con le solite raccomandazioni. Allora avevo sorriso. Sapevo sorridere. In effetti sapevo fare tante cose. Sapevo aspettare, prendere il meglio delle persone, non rispondere ai toni bruschi. Mia madre lo chiamava saper stare al mondo. Io penso che sia diverso dallessere semplicemente adulta.
Ora, a trentadue anni, mi chiedevo se maturità e pazienza coincidessero davvero.
Dalla cucina Carlo rideva ancora, stavolta più forte.
Mi sono alzata e andata davanti allo specchio. Ho guardato i miei capelli scuri, gli occhi chiari, un po stanchi. Non perché avessi dormito male, ma per una stanchezza che nemmeno il sonno sa cancellare.
Ho preso il telefono e ho scritto a mia amica Lucia: Domani?
Dopo tre minuti mi ha risposto: Certo. A che ora?
Pausa pranzo. Vengo io da te in ufficio.
Mi ha mandato una icona sorridente. Ho rimesso giù il telefono e sono tornata in cucina. Cera da sistemare, come sempre. Compiti che non pensavo nemmeno essere compiti, finché in casa non era arrivata Giuliana Battaglia, capace di trasformare ogni gesto in un dovere.
Lei già sedeva in poltrona in salotto. La mia poltrona, sotto la finestra da cui si vede il viale. Prima passavo le serate lì con i libri. Adesso leggo in camera, perché la poltrona è sempre occupata.
Caterina, ha chiamato mentre passavo. Hai comprato quel tè di cui ti dicevo?
Lho ordinato online. Arriva dopodomani.
Online… ha scosso la testa, come se avessi detto la cosa più futili del mondo. Una volta si andava in un negozio vero, si toccava, si annusava.
Non lo tengono nei negozi vicino a casa.
Allora potevi cercare meglio.
Carlo era incollato sullo schermo del telefono, seduto sul divano. Mi sono fermata un istante a guardarlo. Poi ho rivolto lo sguardo a lei.
Va bene, signora Giuliana. Prossima volta cerco meglio.
Ho iniziato a sistemare.
E mentre sciacquavo i piatti, ripensavo a come allinizio tra me e Carlo le cose fossero così diverse. Lui mi chiamava in ufficio solo per sentire la voce. Tornava spesso con i pasticcini, da quella piccola pasticceria su via DAzeglio che adoravo. Una notte era addirittura partito con me per i colli solo perché avevo detto di voler vedere le stelle, che dalla città non si scorgono; non aveva fatto domande, solo preso le chiavi e via.
Ora abita due stanze più in là, e mentre sua madre spiega a me come si cerca il tè, lui guarda lo schermo in silenzio.
Lacqua del rubinetto era ancora calda. Lho abbassata e ho continuato a pulire.
Psicologia familiare, pensavo. Non è solo questioni di affetto. È tutto quello che succede quando le cose non sono comode. Carlo non è cattivo, lo so bene. Sa essere affettuoso, premuroso, spiritoso. Ma con la madre accanto ritorna a essere il bambino della foto che ho trovato una volta in un album di lei: Carletto in marinaretta, con quellaria un po persa, un po in attesa.
Ho sistemato il piatto nello scolapiatti.
Fuori già si faceva sera. Marzo qui a Bologna porta via la luce presto. Mi dicevo che dovevo cambiarmi le lampade, mettendole più calde. Era uno di quei pensieri che rimandavo sempre. Quando abbiamo comprato lappartamento tre anni fa, lho subito reso mio: tende scelte da me, mobili spostati, quei piatti col bordo blu che cercavo da mesi.
Questa era casa mia. Il mio spazio. Il mio ordine.
Dalla sala la voce di Giuliana Battaglia.
Carletto, sistema il plaid. Qui tira corrente.
Mi sono asciugata ancora le mani. Nel petto, là dove in queste settimane sentivo il nodo, qualcosa si strinse ancora un po. Non dolore. Piuttosto limpressione che qualcuno ti stringa, ma piano.
Il giorno dopo, allora di pranzo, sono uscita con Lucia.
Lei lavora in uno studio contabile qui vicino, e abbiamo un accordo da quattro anni: una volta ogni due settimane ci si ritaglia una pausa pranzo insieme. Da quando ho iniziato anche io a fare la contabile ho capito che senza queste valvole la testa si ingolfa.
Prendemmo il caffè nella nostra caffetteria preferita, quella dellangolo, senza musica fastidiosa, solo le voci basse degli altri e il profumo di torta appena sfornata.
Raccontami, mi fa Lucia, abbracciando la tazza con tutte e due le mani.
Sono già tre settimane.
Lei non si è stupita. Sa di Giuliana Battaglia. Non tutto, ovviamente, ma quanto basta.
E Carlo? chiede.
Uguale, rispondo. Guardo fuori. Fa finta di non vedere. O vede, ma non vuole ammettere. E ormai non capisco più quale delle due cose sia peggio.
Gli hai parlato?
Ho provato. Dice che è anziana, che si sente sola, che devo portare pazienza.
Eglielha detto lei che è sola?
Si lamenta di qualche acciacco. Ma poi quando deve andare per i suoi, guarda, sembra risanata. Mercoledì scorso è andata in centro, nel negozio di tessuti. Tre ore in giro. Poi è tornata stanca da morire, che doveva sdraiarsi.
Lucia alza le sopracciglia.
Tre ore per tessili.
Sì. Ha comprato due federe che poi ha mescolato con le mie, sullo scaffale della biancheria. Apro larmadio e non capisco più di chi siano.
E cosa hai fatto?
Guardo la mia amica.
Come faccio? Dimmelo tu. Così, semplicemente: Per favore, non tocchi le mie cose.
E invece?
Se lo dico, scoppia il finimondo. Lei dirà che voleva aiutarmi, che in famiglia si fa così, che una volta era diverso. Carlo resta zitto, e poi mi dice che sono troppo rigida. Che non lo fa apposta.
Quindi?
Rimetto le federe nel sacchetto. Le lascio nella sua stanza.
Lucia non dice nulla per un po.
Sei stanca, dice infine.
Molto, rispondo. Solo dirlo mi fa sentire meglio.
E quanto resta ancora?
Boh. Carlo dice che dobbiamo aspettare, che tanto prima o poi vuole tornare a casa.
Non è una risposta.
Lo so.
Lucia sorseggia il caffè e mi guarda seria. Non è pena, è comprensione.
Devi parlargli sul serio, non come fate di solito. Da marito e moglie, non da figli. Che capisca.
Non so se ci arriva, quando cè lei vicino. È diverso.
Allora trova il momento in cui non cè. Mandala fuori, almeno per un paio dore.
Sorrido.
Mandala fuori. Detto così, sembra semplice.
Basterebbe il negozio di tessuti. Poi prendi tuo marito e parlate.
Abbiamo taciuto, guardando una donna con il cagnolino, che tirava il guinzaglio di qua mentre lei voleva andare di là. Mi sono riconosciuta in quellequilibrio.
Quello che mi spaventa di più, confido piano, non è lei. È non capire più chi sia diventato lui.
Lucia resta in silenzio. A volte la risposta giusta è non rispondere.
Pranzo finito, paghiamo e usciamo. Laria era fredda, ma con quella promessa di primavera che sento arrivare ogni marzo. Cammino fino alla metro pensando a un report da correggere, al latte da comprare, a mia madre che non sento da settimane, e che Lucia ha ragione. Bisogna parlarne. Sul serio.
Solo che ancora non so da dove partire.
A casa sento un profumo di Acqua di Parma che non è il mio. Mi fermo nellingresso, inspiro. Dolce, intenso. Profumo di armadi antichi. Giuliana Battaglia usa ancora Serata Fiorentina, una fragranza da altri tempi.
Sei tornata, mi viene incontro. Ho pelato io le patate. Puoi friggerle.
Mi stacco il cappotto e lo appendo. Lo sistemo come va fatto.
Grazie, signora Giuliana.
Carlo ha chiamato, torna tardi dallufficio.
Lo so, mi ha scritto lui.
In cucina la patate sono lasciate grandi, spesse, tutte diverse. Io le taglio sempre sottili, uguali. Decido di tagliarle di nuovo, in silenzio.
Che stai facendo, non è una domanda, è come dire ti vedo.
Le taglio più sottili.
Ma le ho già tagliate.
Vengono meglio così.
Io le ho sempre fatte grosse, mai successo niente.
Continuo, testarda.
Caterina, ora il tono si fa gelido. Quel tono che ormai riconosco allistante. Ho detto che ho già fatto io.
Grazie, lo so. Le finisco come piace a me.
Pausa.
A modo tuo… ripete con disapprovazione. Poi esce.
Preparo la padella. Lolio fuma, la patata sfrigola.
Penso ai “confini”, parola tanto di moda. Ma non è moda, penso. È il diritto di tagliare le patate come vuoi, nella tua cucina.
Carlo rientra quasi alle nove. Sfinito, lo capisco dal modo in cui lascia la giacca. Mi bacia distrattamente, poi va in salotto.
Tutto bene, mamma?
Meglio di stamattina. Non mi fa più male la testa.
Perfetto. Cate, cè pronto qualcosa?
Le patate in padella. Le scaldo.
Ceniamo. Si parla solo del lavoro di Carlo. Giuliana Battaglia gli chiede dettagli, lui risponde. Io mangio, annuisco quando serve. Tutto scorre, pesante.
Finisco di cenare, e mi chiudo in camera con il portatile. Cerco di lavorare, ma le voci di là mi disturbano. Non le parole: la presenza. Quella chiacchierata infinita tra madre e figlio. Io spettatrice.
Verso le undici Carlo viene in camera. Si sdraia, mi cerca la mano.
Tutto bene?
Fatto, terminato il report.
Mamma dice che hai la luna.
Spengo il computer, mi giro.
Non sono lunatica. Sono stanca.
Il lavoro?
Lo guardo, il suo volto è sereno, davvero non si rende conto.
Non solo.
Cos’altro?
Carlo, dico piano. Ti sei reso conto che sono passate tre settimane?
Ma mamma sta poco bene…
Tre settimane fa. Ora fa shopping per ore.
Lui tace. Guarda in su.
Vuole compagnia… In casa si sente sola.
Capisco. Lo capisco. Ma questa è casa nostra.
Anche sua, in fondo.
No, dico calma, ma chiara. È casa nostra. Tua e mia.
Silenzio. Poi:
Vuoi che la mandi via?
Voglio che le parli. Che fissi una data.
Cate…
Hai capito cosa ti chiedo?
Ho capito. Però è mia madre
Non ti chiedo di rinnegarla. Solo di parlarle. Semplice.
Una pausa, di quelle in cui capisco tutto quello che non dice.
Parlerò, si decide.
Quando?
Appena trovo il momento giusto.
Guardo il soffitto. Da quando siamo qui, volevo già cambiarlo: più caldo, più chiaro.
Buonanotte.
Buonanotte.
Come sempre, si addormenta subito. Io invece resto sveglia. Appena trovo il momento è il suo modo di non affrontare, di mettere da parte. Di procrastinare: la visita dai miei, aggiustare il rubinetto, parlare dei figli (rimandiamo da anni…). Appena trovo il momento non è dialogo, è rimandare il conflitto a tempo indeterminato.
Mi addormento tardi.
La mattina dopo, sabato, Giuliana Battaglia prepara la colazione. È un gesto raro, che accolgo come si accolgono i segnali: una carezza, non una soluzione. Cè la zuppa davena con uvetta, toast col burro. Tutto fatto a modo suo.
Come la facevo a Carletto piccolo, si giustifica.
Grazie.
Lui ama luvetta, lo sapevi?
Lo so. Gliela preparo da tre anni.
Tu che mangi invece?
Di solito toast con formaggio.
Non ho trovato un formaggio decente qua. Che roba vendono?
Quello che piace a noi.
Lei serra le labbra. Ma non dice altro.
Carlo arriva con la tuta e la maglietta vecchia. Appena vede la tavola si illumina.
Oh, zuppa! Mamma, che buono.
Per te, caro.
Cate, assaggiala, è speciale.
Assaggio, dico, e lassaggio davvero.
È dolce oltre il limite, ma non replico.
Si parla del meteo, e di come Giuliana vorrebbe andare allOrto Botanico domenica. Carlo accetta subito. Io chiedo se non si stancherà. La suocera mi guarda sdegnata: Muoversi fa bene.
Quel sabato, mi dedico alle pulizie. È il mio modo di recuperare equilibrio: mettere ordine dove sento caos. Sposto libri, sistemi oggetti persi. La statuina in legno comprata alla fiera due anni fa era più verso il margine, la rimetto vicino al vaso.
Poi passo lingresso. I suoi cappotti occupano ogni spazio, il mio quasi scompare. Prendo la sua pelliccia e la sposto.
Che stai facendo? sempre senza tono di domanda.
Pulisco.
Perché hai toccato il mio cappotto?
Era in mezzo.
Tutto ti dà fastidio, vero?
Non ribatto. Prendo lo spazzolino delle scarpe e continuo.
Dico solo, aggiunge, stavolta meno severa, quasi accorgendosi di aver toccato un muro. Potevi almeno chiedere.
Chiederò la prossima volta.
La sera Carlo propone la pizza. Giuliana storce il naso: La pizza non è un vero pasto, non si può cucinare qualcosa di serio? e per serio intende il pranzo vero, italiano.
Lo guardo. Lui, a me.
Dai mamma, solo questa volta. Cate è stanca.
Di cosa? Sta tutto il giorno in casa.
Lavoro da casa, le rispondo. Non è la stessa cosa che stare.
Anche io ho sempre lavorato. E cucinato per tutti.
Signora Giuliana, dico calma. Ne sono felice. Ma stasera prendiamo la pizza.
Lei tace. Carlo trova una pizzeria dal telefono, partono le solite lamentele di sottofondo poi si ritira nella sua stanza, che era il mio studiolo.
Arriva la pizza dopo quasi unora. Mangiamo in cucina io e Carlo, lei si arrangia con un panino. Invito ad assaggiare, rifiuta con il suo tono tagliente.
Se volete mangiare male
Pulisco, mi lavo le mani, e me ne vado in camera.
Il giorno seguente, domenica, la passeggiata allOrto Botanico. Non volevo, ma la cortesia italiana è dura a smantellarsi.
LOrto a marzo è spoglio, quasi tutto nudo. Negli alberi nudi cè però una bellezza: niente fronzoli, solo rami contro il cielo.
Giuliana cammina appoggiandosi al braccio del figlio, racconta delle piante nel suo giardino, Carlo annuisce. Io qualche passo più indietro, li guardo di spalle.
A un certo punto mi dice:
Caterina, sorridi un po. Stai a un funerale?
Scusi?
Sorridi, dico. Sempre così cupa.
Apro la bocca, ma la richiudo. Sono come sono, signora Giuliana.
Lei alza le spalle. Carlo fissa un pino.
Giriamo ancora per i sentieri, poi ci infiliamo nel bar della serra. E caldo e odoroso di caffè. Prendiamo tre tazze. Ne tengo una tra le mani, come Lucia, e fisso gli alberi spogli.
Senti Caterina, vuoi un consiglio? Ma insomma, non pensate ai figli? Non vi decidete mai?
Mi giro piano.
È una questione privata.
Ma dai. Sono la madre. Mi interessa.
È una cosa nostra, mia e di Carlo.
Certo Però, con trentadue anni, siete al momento ideale.
Signora Giuliana, e la mia voce è stranamente ferma. Ne parlo con mio marito. Non qui.
Ci guarda entrambi. Carlo studia il fondo della tazzina.
Va bene, fate come volete.
Finiamo il caffè, torniamo. In macchina, silenzio.
I giorni successivi sono pieni di lavoro, mi rifugio nei numeri, nei bilanci, perché sono gesti chiari con risposte giuste. Resto al portatile tutto il giorno.
Lei si fa più silenziosa. Forse ha percepito qualcosa.
Mercoledì apro larmadio: le mie cose spostate, asciugamani piegati in un ordine nuovo. Respiro, li richiudo.
Vado in salotto. Giuliana seduta col suo giornale.
Signora Giuliana, dico.
Lei alza lo sguardo.
Per favore, non tocchi più le mie cose.
Cera disordine, volevo aiutare.
Era il mio ordine.
Ognuno il suo ordine
Esatto, signora. Il mio, a casa mia.
Me ne vado. Mi tremano un po’ le mani, ma va bene così: ho detto ciò che dovevo. Senza urlare. Un piccolo passo, ma è mio.
Venerdì Carlo torna prima.
Porta una torta. Quella, esatta, della pasticceria di via DAzeglio. Vedo la scatola e mi sciolgo un po.
So che ti piace al limone, dice, come in colpa.
Grazie.
Mamma, vuoi una fetta?
No, non posso, risponde dalla cucina. La pressione…
Restiamo io e lui, finalmente insieme.
Come va? mi chiede.
Bene, grazie per la torta.
Hai ragione, lo ammetto. Mi hai detto che ti senti sola…
Lo guardo.
E tu che pensi?
Che è vero. Ma non lo so come dirglielo.
Dillo e basta.
Lei si offende.
Anche se si offende. Basta essere gentili. Spieghiamo che le vogliamo bene, ma che servono dei confini.
Mangia lentamente.
Se glielo spiegassi tu a lei?
No, tocca a te. Se lo faccio io, sono la nuora ingrata. Se lo fai tu, è il figlio che cresce.
Mi ascolta per la prima volta sincero.
Hai ragione.
Qualcosa di piccolo si muove, non risolto. Solo inizia a spostarsi.
La sera, la suocera va a dormire presto. Domani parlerò con lei, mormora Carlo piano, forse più per sé.
Io aspetto, senza fiato.
Ma domani non arriva mai.
Il sabato, Giuliana annuncia: pranzo di famiglia. Vero. Con tortellini e arrosto. Va di buon mattino al mercato, torna con ogni ben di Dio, occupa la cucina.
Mi sveglio con odore di cipolla soffritta e carne.
Entro che sono le dieci. Lei con laria di chi sa tutto e non vuole interferenze.
Buongiorno.
Buongiorno. Passami la pentola grande.
Gliela do.
Puoi magari lasciarmi sola in cucina?
Resto di ghiaccio.
In che senso?
Cè poco spazio. So fare io.
Questa è la mia cucina, signora Giuliana.
Cosa cambia? Preparo io, tu intanto riposa.
La guardo un momento. Poi:
Prendo il caffè e vado in camera.
Così faccio. Bevo, ascolto la sua rumoreggiare. Sento un ghiaccio rapido in me.
Questa era la mia cucina. Ci ho messo mesi a organizzarla, a trovare posto per ogni mestolo. E adesso non cè posto nemmeno per me qui dentro.
Verso mezzogiorno incrocio Carlo in corridoio. Ha il telo sulle spalle.
Hai sentito?
Cosa?
Tua madre mi ha detto di non impicciarmi in cucina.
Cate…
Oggi le parli? Non domani, non appena. Oggi.
Sul suo volto vedo il solito conflitto. Lotta interna tra bambino e adulto.
Sì, promette.
Mi chiudo in camera. Provo a leggere il romanzo lasciato troppe settimane con il segnalibro fermo.
Alle tre si pranza. I tortellini sono davvero buoni. L’arrosto perfetto. La tavola bella, tovaglioli piegati a triangolo.
Ecco, si cucina così, dice, versando il brodo.
Bravo, mamma, dice Carlo.
E tu Caterina?
Complimenti, è tutto ottimo.
Eh sì, dalle otto ai fornelli. Ma per la famiglia si fa.
Poteva chiedere una mano.
Tu sei sempre presa. Sempre in quel portatile.
Lavoro.
Capisco. Ma potresti aiutare.
Oggi mi ha chiesto di non impicciarmi, dico calma.
Lei mi lancia uno sguardo, poi va avanti a parlare del più e del meno. E io penso al famoso triangolo delle relazioni, quello dove il terzo è sempre un po in eccesso.
Pranzo finito, Carlo va in balcone. Sistemo i piatti. Giuliana li porta in cucina.
Sei arrabbiata con me, mi dice dun tratto.
Mi volto.
Perché lo pensa?
Ti chiudi in silenzio, si vede.
Non sono arrabbiata. Penso.
A cosa?
A come mettere le priorità nella vita.
Fa una risatina.
Sempre a pensare voi giovani. Una volta non si pensava tanto.
Ci crede davvero?
Sì.
Chiudo il rubinetto, mi volto.
Signora Giuliana, dico. Lei ha molta esperienza, sa fare tante cose che io non so. Cucina bene, manda avanti una casa come nessuno.
Mi fissa, sospettosa.
Ma siamo diverse. E come decido a casa mia spetta a me. Io non cerco conflitto, davvero. Vorrei solo buoni rapporti.
Va bene, risponde, ma suona come dovere.
Servono limiti. Suoi, miei, di Carlo. Non sono offese. È rispetto.
Silenzio.
Vero, dice infine.
Esco trovando Carlo in balcone. Ci affacciamo. In cortile i bambini giocano, rumorosi, spensierati.
Ti tormenta ancora? mi chiede.
No. Ho parlato da sola con lei.
Che ha detto?
Che capisce. Vediamo.
Mi tiene la mano. La lascio lì.
Tre giorni dopo, Giuliana Battaglia chiede quando sarebbe meglio discutere del ritorno a casa sua.
Sono in corridoio, libro in mano, la sento parlare a Carlo dalla porta socchiusa.
Penso sia ora di tornarmene a casa mia.
Mamma, ma non ti diamo fastidio!?
Lo vedo che Caterina non parla. E una donna quando tace Di solito vuol dire una cosa sola.
Silenzio di Carlo.
Te ne sei accorto?
Sì
Bene. Non sono cieca. Ho vissuto tanto, so la differenza tra essere ospite e padrona di casa.
Vai via solo se vuoi.
Sì. È ora.
Mi stacco dalla porta. Torno in camera. Chiudo la porta. Resto un attimo, sentendo la stanza più grande. Nessuna vittoria, solo una lenta distensione di quella morsa interna. Non era gioia. Era come fare un gran sospiro quando trattieni il respiro da troppo.
Venerdì impacchettiamo tutto insieme. Lei metodica, io efficiente. Non accetta aiuto, poi sì, di malavoglia.
Sei brava tu a piegare. Lo ha imparato Carlo da te?
Sì. Viaggia spesso.
Non sapeva farlo, una volta.
Sorrido, sincera per la prima volta.
Prepariamo la valigia. Giuliana passa in ogni stanza, come a salutarle. Si affaccia in salotto. Poi cucina. Si ferma alla finestra.
Avete una casa luminosa. Si vede che ci avete messo cuore.
È costata fatica. Ma la sentiamo nostra.
È il primo vero complimento.
Tu sei forte, dice.
Ci provo.
Carlo la accompagna in stazione. Io li saluto alla porta. Lei mi abbraccia di sfuggita. Poi saluta.
Venite a trovarmi a Ferrara per il ponte di maggio?
Vedremo. Se tutto va bene.
Verrete, decide lei, premendo sullascensore.
Rientro. Chiudo la porta, passo in salone. La poltrona sotto la finestra, finalmente vuota. Mi ci accomodo, sentendo il solito avvallamento familiare. Il mio posto. Quello giusto.
Fuori piove. Marzo non ha deciso se vuole essere inverno o primavera. Mi va bene.
Prendo il libro lasciato sul davanzale. Leggo. In silenzio.
Dopo un paio dore torna Carlo. Sento il rumore delle scarpe, lo vedo comparire sulla soglia.
Tutto bene?
Sì, leggo.
Si è fatta sentire. La chiama quando arriva.
Bene.
Cate
Sì?
So che hai patito. Scusa.
Lo guardo. Lui è lì, impacciato.
Non serve analizzare. Basta così.
Annuisce, si siede e resta in silenzio. Anche lui ha bisogno di quiete.
Restiamo così. Io leggo, lui fissa la pioggia.
Dobbiamo cambiare la lampadina allingresso, dice serio.
Lho comprata. È nella borsa sullo scaffale.
La cambio adesso.
Va, armeggia, poi ritorna. Più luce. Notevole, anche da qui.
Fatto.
Grazie.
Di nuovo silenzio. Giro pagina.
Domani chiamerò mia madre. E ordinerò quelle maledette lampade calde per camera da letto. Apro larmadio dello studiolo, che posso finalmente ribattezzare così. Rimetterò la scrivania al suo posto.
Sono piccole cose. Con risposte semplici.
Dopo qualche giorno, trovo una latta di tè verde cinese che Giuliana aveva portato da Ferrara. Lha lasciata apposta, forse. Apro, sento lodore di timo e qualcosa di secco, amarognolo.
Metto su lacqua. Preparo il tè. Mi siedo in poltrona col libro.
È buono. Sorprendentemente.
Tengo la tazza con due mani, come Lucia. Guardo fuori. Ormai la pioggia è passata, lasfalto è lucido, e in alcune pozzanghere si riflette il cielo sempre più chiaro. Marzo forse si è deciso.
Penso che domenica chiamerò Giuliana per chiederle come va. Non per dovere. Perché è giusto così. Perché tra noi ora cè qualcosa che non si deve spezzare, ma preservare. Con distanza. E rispetto. E confini.
La vera saggezza femminile, rifletto, non è la tolleranza senza limiti. È saper vedere dove finisco io e comincia laltro. Saper parlare quando serve, star zitta quando bisogna. Non confondere dolcezza e mancanza di carattere.
Il telefono vibra. Lucia: Come stai? È andata via?
Rispondo: Sì. Ora va meglio.
Lucia manda una emoji col caffè.
Sorrido, poso il telefono, finisco il tè.
Il lunedì riprendo il lavoro. Non è felicità, non è quiete, ma qualcosa di simile a quando lasci una borsa pesante dopo molto. Il braccio ricorda il peso, ma respira.
Controllo il bilancio, scopro un piccolo errore, lo correggo, e sento Carlo che mi chiama in pausa.
Che vuoi per cena?
Non so, che hai voglia?
Andiamo fuori? Era una vita che non uscivamo.
In effetti sì. Non uscivamo perché cera sempre lospite. Perché non lasciava giusto lasciare la suocera sola. Perché bisognava cucinare anche per lei.
Vorrei la pasta ai funghi in quel locale su via Indipendenza.
Ok. Alle sette?
Alle sette.
Nel locale, piccolo e caldo, prendo la pasta ai funghi. Carlo ordina la tagliata. Un bicchiere di Pinot Grigio. Parliamo. Di tutto, tranne che di sua madre, di confini, di fatica.
Mi racconta di un collega che ha scritto una mail sbagliata al cliente. Rido davvero, non per educazione.
Sai che mi piace quando ridi così?
Cosa?
Da tempo non ridevi più.
Lo guardo.
Me nero accorto.
Alzo il bicchiere. Bevo.
In effetti, era tanto.
Restiamo in silenzio, ma stavolta sereno.
Ricordi che parlasti delle lampade in camera?
Si.
Prendiamole insieme sabato.
Annuisco.
La sera, entrando a casa, ci accoglie il silenzio. Ci sistemiamo, io mi accomodo alla finestra, guardo la città. Tutto al suo posto: la statuina, i miei libri, i piatti blu. La mia poltrona.
Guardo fuori. Lontano, altre finestre, altre case, altre donne che stanno in piedi e si chiedono come salvare il matrimonio e rimanere sé stesse. Come trovare equilibrio. Parlare quando serve. Farsi sentire.
Non so se ci sono riuscita, forse a metà. Giuliana Battaglia tornerà, magari a maggio. Carlo sarà ancora silenzioso alle difficoltà. Qualcosa andrà storto.
Ma oggi la lampadina in ingresso è nuova. La poltrona è mia.
Per ora, basta questo.
Non ho fretta di andare a dormire. Restare. Respirare. Poi vado in cucina, bevo acqua, spengo la luce in cucina.
Domani chiamerò la mamma.
Ma questa è unaltra storia.
Mi infilo nel corridoio buio, vado in camera. Mi sdraio. Il soffitto grigio. Devo cambiarlo. Un colore chiaro, caldo.
Fuori la città suona. Forte ma non eccessiva. Come ogni città che conosci.
Chiudo gli occhi.
Come si salva un matrimonio, si chiedono a volte le donne. Come non perdere sé stesse. Come mettere confini senza distruggere ciò che è caro. Non ci sono risposte semplici. Forse questa è la vera saggezza: vivere con le domande. Andare avanti. Non aspettare che tutto passi. Ma nemmeno forzare soluzioni immediate.
Non vittima, non vincitrice. Solo una donna che sa dove si trova il suo posto.
Nella sua casa.
Alla sua finestra.
Nella sua vita.




