La topolina grigia è più felice di te

Il topo grigio è più felice di te

Ma dai, Giovanna, ti prego esclamava Martina, osservando il suo vecchio vestito di lino con la stessa espressione che si ha davanti a una reliquia un po logora trovata in soffitta. Ma davvero te ne vai in giro con quel cencio? E davanti a tuo marito?

Giovanna si aggiustò distrattamente lorlo. Il vestito era comodo, morbido, consumato da decine di lavaggi.

A me piace
Eh, certo che ti piace… Ti piace tutto, intervenne Francesca, senza alzare gli occhi dal suo smartphone. Stare in casa, cucinare minestre, lavorare alluncinetto. Ti rendi conto che la giovinezza non dura? Bisogna godersi la vita, non sopravvivere.

Martina annuiva energicamente, facendo tintinnare i suoi orecchini nuovi grandi cerchi doro che danzavano invitanti a ogni movimento:

Noi ieri siamo stati da quel ristorante nuovo sui Navigli, io e Davide. Una meraviglia! E tu, immagino, a friggere patate?

Giovanna sì, aveva fritto patate. Con i funghi, come piaceva a Michele. Era tornato dal lavoro, esausto, aveva divorato due piatti e si era addormentato sulla sua spalla davanti alla TV. Giovanna non lo raccontò. Perché? Le amiche non avrebbero capito.

…Una volta, tanti anni fa, tre amiche si erano sposate a pochi mesi di distanza. Giovanna ricordava bene quellanno: il suo matrimonio semplice in Comune, poi le nozze sontuose di Martina con musica dal vivo e fuochi dartificio, e subito dopo la festa di Francesca, dove ogni invitato ricevette una bomboniera fatta a mano col suo nome. Già allora Giovanna notava le occhiate che si scambiavano quando parlava di passare la luna di miele nella casetta in campagna dai genitori di Michele. Martina aveva sbuffato nel calice di Prosecco, Francesca aveva alzato gli occhi al cielo in modo così teatrale che era impossibile non accorgersene.

Da quel momento, le frecciatine diventavano la colonna sonora delle loro riunioni. Giovanna aveva imparato a non darci peso, anche se ogni volta sentiva un fastidio sordo sotto le costole.

Martina era una di quelle donne che entrano in una stanza e subito tutti la notano. Risate sonore, gesti teatrali, continui racconti di chi ha detto cosa e chi ha guardato chi. La sua casa con Davide era sempre piena di gente: amiche, colleghi, amici di amici un flusso senza fine di bicchieri sporchi e macchie di vino rosso sul tappeto chiaro.

Sabato saremo in quindici annunciava Martina al telefono Vieni! Davide griglia la carne.

Giovanna rifiutava con garbo. Michele, dopo una settimana di lavoro, aveva bisogno di silenzio, non di una folla di sconosciuti in cucina.

E allora stai nella tua tana sbottava Martina, e nella voce si intravedeva qualcosa simile alla compassione.

Allinizio Davide stava al gioco. Aiutava a preparare la tavola, scherzava coi ospiti, puliva pazientemente dopo le cene. Giovanna lo vedeva durante quelle rare serate in cui accettava di andare: occhi stanchi, sorriso tirato, gesti automatici. Versava il vino, rideva dove serviva, ma lo sguardo si smarriva sempre più spesso altrove.

Davide, che muso lungo che hai? Martina lo pizzicava sulla guancia davanti a tutti Sorridi, altrimenti pensano che ti tengo a digiuno!

Davide sorrideva. Gli ospiti ridevano. E Giovanna pensava a quanto a lungo si possa portare una maschera prima che si fonda col volto. O prima che si desideri strapparsela via come una seconda pelle.

…Dopo dieci anni, la maschera si spezzò. Davide se ne andò con una collega una donna silenziosa dellamministrazione, che, si diceva, gli portava sempre le torte fatte in casa e non alzava mai la voce. Martina lo venne a sapere per ultima, quando già tutto lufficio ne parlava da settimane.

Mi ha lasciata! urlava Martina al telefono, e Giovanna sentiva oggetti cadere e rompersi sullo sfondo Ingrato! Gli ho dato gli anni migliori! E lui? Se ne va!

Giovanna restò in silenzio. Che dire? Che per dieci anni Davide aveva dormito e si era svegliato sotto le risate di altri? Che la casa non è fatta per essere una festa perpetua?

Dopo il divorzio, venne fuori che la casa era ancora a metà mutuo e i debiti avevano raggiunto la cifra di una piccola utilitaria. Martina si trovò da sola a sistemare quellintricata matassa, e la sua risata squillante si fece più rara.

Nel frattempo, Francesca costruiva il suo regno di vita perfetta. La sua pagina Instagram illuminata da foto di ristoranti, boutiques, vacanze al mare. Scatti impeccabili con trucco perfetto e didascalie su felicità e gratitudine alluniverso. Nel fondo, Denis una figura sfocata che reggeva tutto quel lucido scenario.

Guarda Francesca piazzava il telefono sotto il naso di Giovanna A Lucia il marito ha regalato una collana di Bulgari. E il mio? Porterà a casa chissà quale cianfrusaglia.
Forse gli piace scegliere da solo suggeriva Giovanna.

Francesca la fissava strana:

Ma figurati. Gli ho inviato la lista: che scelga da lì.

Giovanna taceva. Michele, ieri, le aveva portato un libro che lei desiderava leggere. Laveva trovato in una piccola libreria vicino alla metro, avvolto in carta robusta. Giovanna non lo raccontò a Francesca: avrebbe solo riso di quella miseria.

Per cinque anni Denis tenne fede alle aspettative. Lavorava ore extra, accettava doppi incarichi, si affaticava per raggiungere quellasticella che Francesca alzava sempre di più. Poi incontrò una commessa della libreria: divorziata, con un bambino, senza manicure e senza borse firmate. Lo guardava come se fosse già abbastanza. Giusto così. Senza condizioni.

Il divorzio fu rapido e doloroso. Francesca voleva tutto, ma ottenne la metà come previsto dalla legge, non dal suo volere. Il bilancio familiare era a secco: abbonamenti alla spa, trattamenti estetici, shopping frenetico. Non rimasero risparmi.

Come farò ora? Francesca borbottava tra le lacrime in un bar Su cosa vivrò?

Giovanna sorseggiava il suo caffè, pensando che in tanti anni Francesca non aveva mai chiesto come stesse lei. Come vivesse Michele, se fossero in salute. Le domande ruotavano sempre attorno allunico centro: Francesca stessa.

Alla fine, le amiche si ritrovarono entrambe in una situazione simile: senza marito, senza soldi, senza la vita che conoscevano. Martina prese un secondo lavoro per non affogare nei debiti. Francesca si trasferì in una casa più piccola e smise di postare foto.

Giovanna continuò la sua vita come sempre. Cucina la cena per Michele, chiedeva delle sue giornate, ascoltava i suoi racconti di trattative complicate e fornitori insopportabili. Non esigeva regali, non faceva scene, non confrontava suo marito con altri. Semplicemente cera. Solida come una parete domestica. Calda come la luce in una finestra di cucina.

Michele lo apprezzava. Un giorno arrivò a casa con una cartella di documenti e la mise davanti a Giovanna.

Cosè?
Metà dellazienda. Ora è tua.

Giovanna guardava quelle carte a lungo, senza osare sfiorarle.

Perché?
Perché te lo meriti. Perché voglio che tu sia al sicuro. Perché senza di te niente esisterebbe.

Un anno dopo comprò una casa nuova luminosa, spaziosa, con grandi finestre. La registrò a nome suo. Giovanna scoppiò a piangere sul suo petto, mentre Michele le accarezzava i capelli e ripeteva che era il suo tesoro. Il suo porto tranquillo.

Le ex amiche iniziarono a passare per un tè. Allinizio di rado, poi sempre più spesso. Sedevano sul divano nuovo, toccavano i cuscini di seta, osservavano i quadri sulle pareti. Giovanna percepiva nei loro volti stupore, smarrimento, uninvidia malcelata.

Da dove viene tutto questo? domandava Martina, spostando lo sguardo nel salotto.
Michele ha regalato.
Così, senza motivo?
Senza motivo.

Le amiche si guardarono tra loro. Giovanna servì loro altro caffè e rimase in silenzio.
Una volta, durante una visita, Martina non resistette. Posò la tazza con tale forza che il caffè schizzò sul piattino e sbottò:

Spiegami. Perché? Perché noi abbiamo perso tutto e tu, topo grigio, sei ancora felice?

Il silenzio aleggiò sul tavolo. Francesca fissava il cortile, fingendo indifferenza, ma le dita nervosamente rigiravano un anello una semplice bigiotteria invece del diamante di prima.

Giovanna avrebbe potuto rispondere. Raccontare della pazienza. Del valore dellattenzione ai dettagli. Che la felicità nel matrimonio non è una festa continua, ma lavoro quotidiano. Che amare significa ascoltare, notare, proteggere. Non chiedere, ma donare.

Ma a cosa sarebbe servito? Per ventanni quelle donne lavevano guardata come fosse una sedia di sfondo. Ventanni di inviti al vivi più forte e non essere così noiosa. Ventanni di sordi consigli.

Sarà semplicemente fortuna disse Giovanna, sorridendo.

Dopo quella conversazione le visite si diradarono. Poi si fermarono del tutto. Linvidia era più forte dellamicizia, più forte dei ricordi, più forte della logica. Era più facile voltarsi che ammettere di aver sbagliato per tutto quel tempo.

Giovanna non soffriva. Stranamente, il vuoto lasciato da quelle relazioni si riempì di una chiarezza serena. Come togliere scarpe strette e respirare finalmente.

…Altri dieci anni passarono. Giovanna aveva cinquantacinque anni e la vita era buona. Figli adulti, un nipote, Michele che ancora le portava libri avvolti nella carta kraft. Un giorno, una conoscente le raccontò che Martina non si era più risposata, lavorava in due posti e si lamentava sempre della salute. Francesca aveva cambiato tre uomini, ma ogni storia finiva uguale: lamentele, richieste, dissapori.

Giovanna ascoltava queste notizie senza cattiveria. Solo ascoltava e pensava che a volte sono proprio i piccoli topi grigi a trovare la felicità. Quella silenziosa, invisibile fuori, ma preziosissima dentro.

Spense il telefono e andò a preparare la cena. Michele aveva promesso di arrivare presto: per cena aveva chiesto patate fritte coi funghi.

Rate article
Add a comment

;-) :| :x :twisted: :smile: :shock: :sad: :roll: :razz: :oops: :o :mrgreen: :lol: :idea: :grin: :evil: :cry: :cool: :arrow: :???: :?: :!:

twelve + fifteen =

La topolina grigia è più felice di te