La topolina grigia è più felice di te

15 maggio

Silvia, dai, te lo dico sul serio, Martina fissava il mio vecchio vestito di cotone come se fosse un reperto archeologico senza valore esposto in qualche museo modesto. Ma davvero te lo metti, anche con tuo marito presente?

Mi sono sistemata istintivamente la gonna. Quel vestito era diventato morbidissimo, comodo, dopo centinaia di lavaggi.

A me piace…
A te piace tutto, ha ribattuto Francesca senza mai smettere di scrollare il telefono. Stare a casa, cucinare minestre, fare luncinetto. Ma lo sai che la giovinezza non dura per sempre? Devi vivere davvero, non solo sopravvivere.

Martina annuiva con energia, facendo tintinnare i suoi nuovi orecchini grandi cerchi doro che ondeggiavano invitanti ad ogni suo movimento.

Ieri noi io e Andrea siamo stati in quel ristorante nuovo ai Navigli. Una meraviglia! Tu avrai cucinato di nuovo patate?

E sì, le avevo cucinate. Con i funghi, come piaceva a Michele. Era tornato dal lavoro distrutto, ne ha mangiate due porzioni e poi si è addormentato sulla mia spalla davanti alla televisione. Non ho raccontato nulla alle amiche. Che senso avrebbe avuto? Non avrebbero capito.

…Tanto tempo fa ci siamo sposate tutte e tre a distanza di pochi mesi. Ricordo bene quellanno: il mio matrimonio semplice in municipio, poi il matrimonio sfarzoso di Martina con musica dal vivo e fuochi dartificio, e infine la festa di Francesca, dove ogni invitato ha ricevuto una bomboniera fatta a mano con il suo nome. Già allora notavo gli sguardi che si scambiavano quando dicevo che avrei passato la luna di miele alla casa dei genitori di Michele. Martina aveva soffiato nel bicchiere di prosecco, Francesca aveva alzato gli occhi al cielo con una teatralità impossibile da non notare.

Da allora, le frecciatine sono diventate lo sfondo abituale dei nostri incontri. Ho imparato a non farci caso, anche se ogni volta qualcosa pungeva dentro.

Martina era una di quelle donne che, quando entrano in una stanza, tutti si girano. Risate forti, gesti larghi, storie infinite su chi ha detto cosa a chi, e chi ha guardato chi in quel modo. La loro casa, con Andrea, sembrava una stazione centrale: amici, colleghi, cugini di secondo grado gente che passava, si fermava, lasciava dietro bicchieri sporchi e macchie di vino rosso sul tappeto chiaro.

Sabato siamo almeno in quindici, mi annunciava al telefono Martina. Vieni! Andrea griglia la carne.

Ho gentilmente declinato. Michele, dopo una settimana di lavoro, preferiva il silenzio alla folla di ospiti in cucina.

E allora resta rinchiusa nella tua tana, ha tagliato Martina, con una nota di pietà nella voce.

Andrea inizialmente lappoggiava. Preparava il tavolo, scherzava con gli ospiti, puliva con pazienza dopo le cene. Lho visto qualche volta, quando riuscivo ad andare: occhi spenti, sorriso tirato, movimenti meccanici. Versava il vino, rideva a tempo, ma il suo sguardo sembrava voler essere altrove.

Andrea, che faccia da funerale! Martina gli pizzicava la guancia davanti a tutti. Sorridi, o pensano che non ti do da mangiare!

Andrea sorrideva. Gli ospiti ridevano. E io pensavo: quanto può durare una maschera prima che si incolli alla pelle? O prima che uno decida di strapparla via, anche a costo di fare male?

…Dopo dieci anni, la maschera si è rotta. Andrea se nè andato con una collega: una donna tranquilla dellamministrazione, che a quanto si dice gli portava la torta fatta in casa e non alzava mai la voce. Martina l’ha scoperto per ultima, anche se in ufficio ne parlavano da settimane.

Mi ha lasciata, piangeva Martina al telefono, e sentivo rumori di piatti che cadevano. Ingrato! Gli ho dato gli anni migliori, e lui se ne va!

Stavo zitta. Che potevo dire? Che Andrea ha dormito per dieci anni tra risate di sconosciuti e si svegliava tra chiacchiere rumorose? Che la casa non è fatta per essere una festa perenne?

Dopo il divorzio, è emerso che la casa era in mutuo e si era accumulata una montagna di debiti. Martina è rimasta sola a fronteggiare quei problemi, e la sua risata squillante si sentiva sempre meno.

Nel frattempo, Francesca costruiva la sua vita perfetta. La sua pagina Instagram era un collage di ristoranti, boutique, spiagge. Foto impeccabili con trucco perfetto, didascalie su gratitudine e felicità. Denis faceva da sfondo: una presenza sfocata che garantiva tutto quello scintillio.

Guarda, Francesca mi piazzava il telefono davanti agli occhi. A Lucia il marito ha regalato una collana di Bulgari. Il mio invece porta sempre stupidaggini.
Magari gli piace scegliere lui…

Mi ha guardato come se fossi strana:

No. Io gli mando la lista, che scelga da lì.

Sono rimasta in silenzio. Ieri Michele mi ha portato il romanzo che avevo tanto desiderato. Lha trovato in una libreria piccolissima dietro la stazione, lha incartato lui stesso. Non l’ho mai raccontato a Francesca avrebbe riso di quel miserabile pensiero.

Per cinque anni Denis è stato allaltezza. Straordinari, secondo lavoro, sempre pronto a salire il gradino che Francesca gli alzava ogni giorno. Poi ha incontrato una commessa in libreria: divorziata, un figlio, niente manicure e niente borse di marca. Lei lo guardava come se fosse già degno. Così, senza condizioni.

Il divorzio è stato rapido e amaro. Francesca voleva tutto, ha avuto la metà quella sancita dalla legge. Il bilancio familiare era prosciugato da anni di centri benessere, estetista, shopping compulsivo. Non era rimasto niente.

Come farò d’ora in poi? Francesca piangeva al bar, sciogliendo il trucco tra le lacrime. Con che soldi?

Bevevo il mio caffè e riflettevo che mai, in tutti questi anni, Francesca aveva chiesto come stavo io. Come andava con Michele. Domande sempre e solo intorno a lei stessa.

Entrambe le amiche si trovavano in situazioni simili: senza mariti, senza soldi, senza lo stile di vita di prima. Martina ha trovato un secondo lavoro per coprire i debiti. Francesca si è trasferita in un piccolo appartamento e ha smesso di postare foto.

Io invece ho continuato come sempre. Preparavo la cena per Michele, chiedevo della sua giornata, ascoltavo i suoi racconti sulle trattative e i fornitori. Non chiedevano regali, mai scene, mai paragoni con altri uomini. Semplicemente ero lì. Solida come il muro di casa. Calda come la luce in cucina.

Michele lo apprezzava. Un giorno è arrivato con una cartella di documenti e lha poggiata in tavola, davanti a me.

Cosè?
La metà dellazienda. Ora è tua.

Lho fissato a lungo, senza osare toccare i fogli.

Perché?
Perché te lo sei meritata. Voglio che tu sia protetta. Senza di te, qui non ci sarebbe nulla.

Un anno dopo, ha comprato una casa luminosa, spaziosa, con grandi finestre. Lha intestata a me. Ho pianto sul suo petto, Michele mi accarezzava e ripeteva che ero il suo tesoro. Il suo porto sicuro.

Le vecchie amiche hanno ricominciato a venire a trovarmi. Prima ogni tanto, poi sempre più spesso. Si sedevano sul divano nuovo, toccavano i cuscini di seta, ammiravano i quadri alle pareti. Nel loro sguardo vedevo: confusione, disagio, una punta di invidia.

Da dove arriva tutto questo? Martina scrutava la zona giorno.
Michele me lha regalato.
Così, senza motivo?
Senza motivo.

Si sono guardate. Io ho versato altro caffè e sono rimasta zitta.
Durante una visita, Martina non ha resistito. Ha poggiato la tazzina con uno scatto, rovesciando il caffè nel piattino, e ha sbottato:

Spiegami. Perché? Perché noi abbiamo perso tutto, e tu, Silvia, la topolina grigia, sei ancora felice?

La stanza si è riempita di silenzio. Francesca fissava fuori dalla finestra, facendo finta di niente, ma girava nervosamente lanello di bigiotteria tra le dita che prima portavano diamanti.

Avrei potuto rispondere. Raccontare della pazienza. Dellattenzione ai dettagli. Che il matrimonio felice non è una festa appariscente, ma lavoro quotidiano. Che amare significa ascoltare, notare, custodire. Non pretendere, ma offrire.

Ma non ne valeva la pena. Per ventanni quelle donne mi hanno scambiata per arredamento, suggerendo di vivere più intensamente e di non essere tanto noiosa. Ventanni senza ascoltare nulla se non la propria voce.

Sarà solo una questione di fortuna ho detto. E ho sorriso.

Dopo quella giornata le visite sono diventate rare. Poi sono sparite. Linvidia era più forte dellamicizia, della storia condivisa, persino del buon senso. Preferivano voltarsi piuttosto che ammettere di aver sbagliato per anni.

Non ne ho sofferto. Sorprendentemente, il vuoto lasciato da quelle relazioni si è riempito di una calma limpida. Come togliersi scarpe strette ed iniziare a respirare davvero.

…Sono passati altri dieci anni. Ora ho cinquantanni, e la vita è buona. Figli adulti, un nipotino, Michele che ancora mi porta libri avvolti nella carta del mercato. Ho saputo per caso da una vecchia conoscenza che Martina non si è più risposata, lavora in due posti e si lamenta della salute. Francesca ha avuto tre uomini, ma le storie finiscono sempre allo stesso modo: lamentele, rimproveri, richieste.

Ho ascoltato quelle notizie senza gioia. Semplicemente ascoltavo e pensavo che, a volte, proprio le topoline silenziose trovano la felicità. Quella che non si vede da fuori, ma vale più di tutto.

Ho spento il telefono e sono andato a preparare la cena. Michele ha promesso di tornare presto e mi ha chiesto le patate con i funghi…

E oggi, con il cuore tranquillo, ho capito: la felicità vera ha il suono delle piccole cose e la forza dei giorni semplici. Nessuno la può vedere da fuori. Ma chi la vive, ogni giorno, lo sa bene.

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