La topolina timida è più felice di te: come la vera felicità nasce nella semplicità della vita di coppia e non tra le apparenze, le feste e i confronti interminabili tra amiche milanesi

Ma dai, Giulia, davvero… Martina fissava il mio vecchio vestito di lino con quellespressione di chi osserva un reperto museale di dubbio valore. Giri ancora con quellaccrocchio? Anche davanti a tuo marito?

Mi sono aggiustata lorlo, quasi per riflesso. Quel vestito è comodo, morbido, familiare dopo chissà quante lavatrici.

Mi piace
Ti piace… Ti piace sempre tutto , ha incalzato Chiara, senza staccare gli occhi dal suo smartphone. Stare a casa, cucinare minestre, fare centrini alluncinetto. Ma ti rendi conto che la giovinezza scappa? Bisogna vivere, Giulia, non solo sopravvivere.

Martina ha annuito con energia, i suoi nuovi orecchini doro cerchi grandi e luccicanti oscillavano invitanti ad ogni movimento.

Io e Andrea ieri siamo stati al nuovo ristorante in Brera. Una meraviglia! Tu non avrai fatto la solita pasta, vero?

Ho cucinato sì. Patate con funghi porcini, come ama Marco. È tornato sfinito dal lavoro, ha fatto il bis e si è addormentato sulla mia spalla davanti alla televisione. Non lho raccontato. Perché? Le mie amiche non capirebbero.

…Ricordo quando, una vita fa, ci siamo sposate tutte e tre a pochi mesi di distanza. La mia cerimonia al comune, piccola e intima; poi il matrimonio di Martina, festa pomposa con musica dal vivo e fuochi dartificio; infine quello di Chiara, con bomboniere personalizzate per ogni invitato. Già allora sentivo gli sguardi di traverso ogni volta che dicevo che avrei trascorso la luna di miele nella casa di campagna dei genitori di Marco. Martina borbottava nel suo calice di prosecco, Chiara roteava gli occhi tanto apertamente che era impossibile non notarlo.

Da allora, le frecciatine sono diventate la colonna sonora delle nostre uscite. Ho imparato a lasciarle scivolare, anche se ogni volta qualcosa dentro di me si stringeva.

Martina era il tipo di donna che quando entra tutti la notano. Risate squillanti, gesti teatrali, racconti infiniti su chi ha detto cosa e chi ha guardato chi. Casa sua, con Andrea, era un via vai continuo: amici, colleghi, conoscenti di conoscenti entravano, uscivano, lasciando dietro bicchieri sporchi e macchie di vino sul tappeto chiaro.

Sabato siamo almeno in quindici , mi annunciava per telefono. Vieni! Andrea farà la grigliata.

Rispondevo gentilmente che no, Marco dopo la settimana di lavoro desiderava solo un po di quiete e niente invasione di estranei in cucina.

Allora resta nella tua tana , tagliava Martina, con un tono che sapeva un po di pietà.

Allinizio, Andrea assecondava la moglie. Sistemava la tavola, scherzava con tutti, puliva paziente dopo le feste. Quando lo incontravo in quelle occasioni, vedevo i suoi occhi stanchi, il sorriso stirato, i movimenti meccanici. Versava il vino, rideva quando doveva, ma la sua attenzione era altrove, lontana.

Andre, ma che faccia! , lo pizzicava Martina sulla guancia davanti agli ospiti. Sorridi, che pensano che ti lasciamo a digiuno!

Sorrideva. La gente rideva. Io pensavo a quanto può durare una maschera, prima che si incolli al volto. O prima che venga voglia di strapparla via, anche con la pelle.

…Dopo dieci anni, la maschera si è rotta. Andrea ha lasciato Martina per una collega una donna silenziosa della contabilità, che a quanto si dice gli portava torte fatte in casa e non alzava mai la voce. Martina lha scoperto per ultima, quando ormai in ufficio lo sapevano già tutti.

Mi ha lasciata , singhiozzava al telefono, mentre in sottofondo sentivo rumori di roba che cascava e si rompeva. Ingrato! Gli ho dato gli anni migliori! E lui se ne va!

Ascoltavo. Cosa dire? Che Andrea per dieci anni si addormentava nel rumore degli altri e si svegliava tra conversazioni che non erano mai le sue? Che una casa non può essere eternamente una festa?

Dopo il divorzio è venuto fuori che la casa era sotto mutuo, i debiti cumulati come se avessero comprato un piccolo aereo. Martina si è ritrovata sola, con risate sempre più rade.

Nel frattempo, Chiara costruiva la sua imperiale vita da copertina. Sui social, solo foto: ristoranti, boutique, weekend sulla Riviera. Immagini perfette, trucco impeccabile, didascalie sulla gratitudine e la felicità. Denis si intravedeva sempre dietro una presenza sfocata che reggeva tutto quel brillante palcoscenico.

Guarda , mi porgeva lo smartphone sotto il naso. Il marito di Francesca le ha regalato una collana Bulgari. E il mio? Arriverà con unaltra scemenza.
Magari gli piace scegliere da solo

Mi ha guardata come se fossi pazza:

No no. Gli mando la lista, scelga da lì.

Ho taciuto. Marco ieri mi ha regalato un libro che volevo tanto, lha cercato in una piccola libreria dietro Porta Venezia, lha incartato da solo. Non lho raccontato a Chiara: avrebbe riso della povertà di quel gesto.

Per cinque anni Denis ha seguito le aspettative: straordinari, lavori extra, sempre dietro agli obiettivi che Chiara alzava sempre di più. Poi ha incontrato una commessa in libreria divorziata, con un bimbo, senza smalto né borsa firmata. Lei lo guardava come se bastasse così, senza condizioni.

Il divorzio è stato rapido e brutto. Chiara voleva tutto, ha ottenuto la metà per legge, non per volontà. Il conto familiare svuotato: abbonamenti alla spa, sedute dallestetista, viaggi di shopping. Niente risparmi.

E adesso che faccio? , piangeva in un bar, le lacrime sciolte sul trucco. Come vivrò?

Sorseggiavo il mio caffè e pensavo che in tutti quegli anni Chiara non aveva mai chiesto come stavo. Come andava Marco. Se eravamo felici, sani. Tutto ruotava attorno a lei.

E così, entrambe le mie amiche si sono ritrovate: senza uomini, senza soldi, senza abitudini care. Martina ha preso un altro lavoro per tappare i buchi. Chiara si è trasferita in una casa più piccola e ha smesso di postare foto.

Io ho continuato come sempre. Preparavo la cena di Marco, chiedevo come fosse la sua giornata, ascoltavo storie di trattative e clienti difficili. Mai preteso regali, mai scenate, mai paragoni con altri mariti. Solo presenza. Solida come il muro di casa, calda come la luce della cucina la sera.

Marco lo ha capito. Una sera è rientrato con una cartella di documenti e lha poggiata davanti a me.

Cosè?
Metà dellazienda. Ora è tua.

Ho guardato quelle carte a lungo, esitante.

Perché?
Perché te lo sei meritato. Perché voglio che tu sia sicura. Perché senza di te, nulla sarebbe stato possibile.

Un anno dopo ha comprato una casa nuova: luminosa, spaziosa, con finestre ampie. Lha intestata a me. Piangevo contro la sua spalla, lui mi accarezzava i capelli e ripeteva che ero il suo tesoro. Il suo porto sicuro.

Le ex amiche sono tornate a prendere il tè. Allinizio rare, poi sempre di più. Si sedevano sul divano nuovo, sfioravano i cuscini di seta, osservavano i quadri alle pareti. Nei loro occhi leggevo stupore, confusione, quella gelosia silenziosa difficile da mascherare.

Da dove viene tutto questo? chiedeva Martina, scrutando il salotto.
Marco me lha regalato.
Così, senza motivo?
Sì, senza motivo.

Si sono guardate tra loro. Ho versato loro altro caffè e non ho aggiunto nulla.
Una volta Martina non ha resistito. Ha posato la tazzina con troppa forza, e il caffè ha traboccato sul piattino, poi ha sbottato:

Spiegami. Perché? Perché noi abbiamo perso tutto, e tu, la topolina grigia, sei ancora felice?

Il silenzio si è fatto spesso. Chiara guardava fuori facendo finta di niente, ma le mani giocherellavano nervose con un anello bigiotteria, non più diamanti.

Avrei potuto rispondere. Raccontare della pazienza. Dellattenzione ai piccoli dettagli. Spiegare che un matrimonio felice non è una festa da esibire, ma un lavoro di ogni giorno. Che amare è ascoltare, notare, proteggere. Dare, non pretendere.

A che serve, però? Per ventanni queste donne mi hanno considerata invisibile, un pezzo di arredamento. Per ventanni i loro consigli erano vivi a colori e smetti di essere noiosa. Per ventanni non hanno ascoltato altro che se stesse.

Forse sono stata solo fortunata , ho detto, e ho sorriso.

Dopo quella visita, hanno iniziato a venire sempre meno. Poi sono sparite del tutto. Linvidia supera lamicizia, il passato, la logica. È più facile voltarsi che ammettere di aver sbagliato per anni.

Non ne ho sofferto. A sorpresa, il vuoto lasciato da quei rapporti si è riempito di limpida tranquillità. Come togliersi le scarpe strette e finalmente respirare.

…Dieci anni ancora. Ora ho cinquantquattro anni, e sto bene. Figli grandi, un nipotino, Marco che ancora mi porta libri chiusi in carta artigianale. Da una vecchia conoscente ho saputo che Martina non si è risposata, lavora in due posti, si lamenta sempre di salute. Chiara ha cambiato tre compagni, e ogni storia ha lo stesso finale: reclami, rancori, pretese.

Non gioisco delle loro disgrazie. Ascolto, e penso che spesso sono proprio le topoline grigie a trovare la vera felicità. Silenziosa, invisibile da fuori, ma preziosa dentro.

Spengo il cellulare e vado a preparare la cena. Marco ha promesso di tornare presto e mi ha chiesto patate con funghi, come sempre.

Rate article
Add a comment

;-) :| :x :twisted: :smile: :shock: :sad: :roll: :razz: :oops: :o :mrgreen: :lol: :idea: :grin: :evil: :cry: :cool: :arrow: :???: :?: :!:

sixteen − 7 =

La topolina timida è più felice di te: come la vera felicità nasce nella semplicità della vita di coppia e non tra le apparenze, le feste e i confronti interminabili tra amiche milanesi