La torta della nonna preparata insieme da tutta la famiglia

La nonna veniva preparata alla partenza dallintera famiglia, come fosse una valigia in più. Senza troppi giri di parole, le dicevano francamente quanto ormai le facesse venire il latte alle ginocchia. E che finalmente era arrivata la primavera, così poteva tornare al paese, in campagna, e lasciare la città fino allautunno inoltrato. I nipoti le rivolgevano il gelo persino in agosto, la nuora la sopportava peggio di unafa insopportabile. Il figlio? Sempre in giro per lavoro; quando rientrava, non si distingueva in affetto dagli altri.
Era un peso. Lo capiva benissimo, e sopportava tutto con una forza tenace, aspettando la primavera come si aspetta il Natale, ma senza regali. Sicura che almeno la terra non lavrebbe delusa.
Quellanno la primavera a Firenze era arrivata prima del solito. La nonna, Assunta, si metteva spesso a sedere vicino al portone e si godeva il cielo azzurro, riscaldandosi ai raggi gentili. Aveva laspetto di un passero spennacchiato: magra, vestita in vestiti stanchi, scarpe sfondate, coperta da una mantella ormai grigia. Ai piedi, le vecchie pantofole, con sopra delle ciabatte di plastica che avevano visto più chilometri di certi politici.
Nonostante la solitudine familiare, i vicini la trattavano come si fa con un tesoro del quartiere: la salutavano sempre, chiedevano come stesse, laiutavano a salire i mille gradini fino al suo quinto piano senza ascensore. I ragazzini le portavano spesso la spesa quando la incrociavano al ritorno da scuola, sentendosi piccoli cavalieri per una vera regina.
Assunta, nonostante letà, faceva tutto in casa. Cucina, bucato, pulizie. Erano affari suoi; la nuora, Marina, si dedicava solo a lamentarsi e a togliersi le scarpe in ingresso.
Se stai in casa tutta la giornata, almeno fai qualcosa! diceva sbattendo la porta e lasciando la scia dei suoi stivali.
I nipoti non la degnavano di una parola, e quando si radunavano con amici, Assunta non usciva nemmeno dalla stanza: una volta uno di loro aveva detto che il suo aspetto era una vergogna davanti agli altri.
Assunta non litigava. Preferiva il silenzio. E la sera, quando tutti dormivano, si rifugiava nel suo piccolo universo e lasciava scorrere le lacrime, silenziose, perché non era mai stato un destino dolce.
Per il viaggio la sistemarono su un taxi niente corse in autobus, troppo impegnativa. La sua roba era poca: una borsa vecchia e un sacchetto di vestiti che ormai avevano visto tutte le stagioni.
Appoggiandosi al bastone, Assunta camminava piano sul marciapiede della stazione. Si sedette su una panchina, attese il treno. Quando questo arrivò, salì a bordo, e guardò fuori dal finestrino con occhi gentili. Quando il treno si mosse, prese dalla borsa una foto stropicciata: figlio, nipoti, e nuora ridevano nella stampa. Negli ultimi anni, quei sorrisi li vedeva solo lì. Assunta baciò la foto e la rimise piano in borsa.
Scese alla stazione vicino a Siena, percorse la strada verso il paese. Qualcuno la accompagnò fino al cancello di casa, dove la terra umida la accolse come sempre. Aprì la porta cigolante, camminò sul sentiero fangoso, entrò nella vecchia casa storta. Qui tutto era familiare. Perfino il muro crepato, la ringhiera mangiata dalla ruggine, il portico storto. Qui era necessaria. Veniva aspettata anche dal legno, dai mattoni, dalla polvere.
Quel paese tutto. Qui era nata. Qui erano nati i suoi figli, qui era morto il marito Pietro. Qui aveva vissuto quasi tutta la vita. Aveva seppellito persino il figlio maggiore. Il destino, si sa, non fa mai sconti.
Assunta aprì le finestre, accese la stufa. Si sedette sulla panca accanto alla finestra. Su quella panca, decenni fa, i figli ridevano e saltavano. A quel tavolo mangiavano, a quei letti dormivano, i loro piedi correvano sul pavimento. Le risuonarono nelle orecchie le voci allegre, quelle grida da bambini. Allora lei era la mamma: indispensabile, vicina, amata.
E il sole allora come oggi entrava filtra dalla finestra, e cerano sempre primavere: felici, premurose, vissute tra quattro mura. Assunta sorrise a quella primavera toscana…
***
La mattina seguente, Assunta non si svegliò più. Rimase per sempre su quella terra, nel suo paese. Sul tavolo cerano molte foto antiche. E una recente, ancora sgualcita: quella stesso ritratto dove, solo il giorno prima, le sorrideva la sua famiglia.
Finché siamo in vita, possiamo ancora tutto.
Chiedere scusa, dire grazie, confessare i sentimenti. Finché siamo qui, non abbiamo il diritto di rimandare. Quando qualcuno se ne va, non tornerà più e il peso in cuore rimarrà, pesante come pietra.
Bisogna vivere con fede, verità e bontà sincera. Amare e aspettare, apprezzare i sentimenti degli altri, ricordare chi ti ha dato la vita e ti ha fatto crescere.

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