La vendetta di Giulietta
Caro lettore, puoi sempre seguire il mio canale Giornata Limpida anche su MAX Messenger, ecco il link:
La pioggia autunnale cadeva sottile e malinconica, senza mai decidersi del tutto. Giulietta guardava dal finestrino del minibus, preso di gocce, mentre attraversava la campagna emiliana verso casa. Da anni, per lei, casa significava la caotica Bologna: il suo piccolo monolocale in un grattacielo, i viali sempre pieni di motorini, la folla che si accalca sotto ai portici. Il paese dove era nata era ormai avvolto in un alone di ricordi. I genitori erano rimasti lì, fra case basse e orti, ma da tempo aveva dimenticato il ritmo lento, diventando una vera cittadina.
A ventisette anni Giulietta si sentiva persino un po fiera di sé: la laurea in medicina, il posto in un famoso centro estetico del centro, e mille corsi e convegni. Era abituata ai treni, alle notti brevi, agli aperitivi veloci, sempre con un occhio sullorologio.
Non sarebbe tornata se qualcosa non avesse iniziato a scricchiolare tra i suoi genitori: chiamava la madre e il padre non cera, chiamava il padre e la madre sembrava essere scomparsa.
Mamma, tutto bene? chiedeva.
E la risposta, ogni volta, era un vago Tutto a posto, tesoro. Siamo vivi, stai tranquilla…
Da Bologna aveva volato fino a Parma, poi il minibus per il paese; due ore appena, niente a cui non fosse avvezza.
Il minibus si fermò davanti alla vecchia stazione. Tutto era uguale a come ricordava: il cartello del negozio cambiato, i tigli davanti cresciuti, lasfalto con le stesse pozzanghere. Qui non pioveva: tra le nuvole sbucava un sole pallido e timido. Aveva avvisato la madre che sarebbe arrivata, ma senza certezza sullora.
Un tassista sbadigliando si avvicinò a lei. Dove dobbiamo andare? domandò, trascinando, quasi fluttuando sopra le buche, la valigia color prugna.
Via dei Fiori, 11, rispose Giulietta, mentre un cane bianco e spento la guardava da dietro una siepe di rose.
La casa di famiglia spalancava le imposte azzurre come occhi sognanti su di lei. Nel giardino, la vecchia pianta di alloro e i tre cipressi che il padre aveva piantato quando lei aveva finito le elementari. Tutto sembrava identico, ma ogni cosa ora oscillava tra il vero e limmaginario.
Giulietta! La madre, Rosalia, si staccò dalla finestra con un salto liquido, come un sogno che si ribalta. Figlia mia, finalmente! Sei arrivata! Rideva e piangeva, scambiando lacrime e sorrisi nello stesso battito.
Mamma, dai, sono qui, non serve piangere.
Ma è la felicità, tesoro, dopo tre anni…
Buttò la valigia lì, tolse il giubbotto, gli stivali, si lasciò cadere sul divano, le gambe lunghe come in una favola tramata nel dormiveglia.
Rosalia si sedette accanto a lei, la strinse a sé. Restarono così, in un abbraccio sospeso in un tempo blando e irreale.
Poi, inevitabile, la domanda che la madre temeva da sempre: Ma papà? Non cè?
Prima ti preparo qualcosa di buono, rispose la madre, come distratta, poi parliamo.
Sulla tavola cera una tovaglia nuova a fiori, un servizio che non aveva mai visto. Tutto era familiare, ma stonato, come in un sogno: la cucina minimalista del suo appartamento si confondeva con i profumi di casa.
Le polpette di Rosalia, morbide come nuvole, la insalata con i pomodori dellorto, i tortelli, i biscotti col miele e tanti piatti che galleggiavano tra antipasti e dolci come piccole zattere.
Mamma, papà è in trasferta? Sei così evasiva…
Rosalia sospirò. Sì, ora è fuori per lavoro… Volevamo dirtelo da tempo, ma al telefono a me viene difficile. E tu sempre presa, il lavoro, i congressi… Mi dispiace non dirti le cose prima, ma non volevamo farti soffrire: ci siamo lasciati.
Come lasciati? Giulietta spostò via con mano leggera la tazza di tè ormai fredda, si alzò, come se volesse attraversare un filo invisibile, e aprì larmadio. Del padre, neanche una camicia.
E ora dovè?
Siediti… Ti racconto. Capita che anche dopo tanti anni, due si lascino. Così è capitato anche a noi, a me e Renato.
Ma andava tutto bene! balbettò Giulietta, il broncio che le veniva ancora da bambina.
Figlia unica, era abituata ad ottenere ciò che voleva. Ancora ricorda la bicicletta desiderata solo urlando Voglio! dal lettino.
E le biciclette il padre le cambiava spesso, e a tredici anni lo stereo costoso, promesso dopo il frigorifero nuovo. Renato, pur di accontentarla, aveva fatto vari lavori. Alluniversità Giulietta non aveva mai fatto la fame, e niente le era mai mancato. Ma se qualcosa era sicura di sapere, era gestire i soldi con intelligenza.
Non era mai stata viziata, ma coccolata sì. Era una brava studentessa, e i genitori ne erano fieri.
Vi siete lasciati e io non lo sapevo…
È accaduto poco fa, rispose la madre, gli occhi stranamente lucidi. Ma per te non deve cambiare nulla, siete sempre la cosa più cara che abbiamo.
Papà è andato nella casa della nonna?
Dove vuoi che andasse? La casa è di famiglia.
Devo parlargli! Giulietta saltò dalla sedia, attraversando il corridoio come un riflesso bagnato.
Aspetta, sarà di ritorno domani.
Ma sarà per via di unaltra donna? Il tono era acido, come il limone sciolto nel latte.
La madre sospirò. Sì, ora non vive più solo. È ancora giovane.
Con chi? Chi è lei?
Non la conosci, viene da un paese vicino.
E ora abita nella casa della nonna?
Certo, dove sennò?
Giulietta prese la testa tra le mani. E tu lo dici così, come se ti avessero rubato una gallina, non tuo marito!
Giulietta, non ti agitare, era destino. Meglio chiudere senza litigi, a questetà non ha senso rovinarsi il sangue.
Mamma, sei proprio senza spina dorsale! sbottò Giulietta, la voce tutta una schiuma. E scommetto che lei è molto più giovane!
Dieci anni, non venti…
Non importa. Chi tradisce è un traditore.
Ha sempre pensato a te, anche ora. Perdonami se non ti abbiamo detto prima. Volevo sempre trovare il momento giusto…
Giulietta fece una smorfia severa. Se tu sei dolce, io sono giusta: i traditori non meritano clemenza. Non lo voglio più vedere.
Rosalia la guardò triste, non disse altro. Pensò che Giulietta, con un po di riposo, magari avrebbe ammorbidito il cuore.
Giulietta davvero poi uscì. Indossò una tuta, il giubbotto col cappuccio, e si immerse nellaria che odorava di zagara e terra umida. Al fiume non andava da anni. Pensava ai compagni di scuola, ai pomeriggi di giochi tra i canali del paese, ai vecchi amici ormai annegati nei social.
Mamma, passo dal fiume.
Sta per piovere!
Vado e torno.
La casa della nonna, vecchia ma solida, si mostrò allimprovviso dietro una curva; tutto nebbioso, archi e pareti gonfie come pane ben lievitato. Salì i gradini. In cucina, una donna sui quarantanni mescolava qualcosa nel pentolone, come una strega buona sbucata dai fumi.
Quindi tu sei la nuova padrona della casa? domandò, fredda e impassibile.
Sei Giulietta, vero? chiese la donna, spaesata. Renato mi ha fatto vedere la tua foto, entra pure…
Non sono qui per te, questa è la casa dei miei nonni. Io vengo QUI, tu sei di passaggio.
La donna si spense, come una candela storta. Non essere così dura, Renato ci teneva tanto al vostro incontro… Vuoi del tè?
Non so nemmeno come ti chiami…
Lucia, disse la donna, la voce fatta di carta.
Allora Lucia, raccogli le tue cose, è meglio che vai via. Questa casa non ti appartiene.
Me lha chiesto lui, senza di lui non me ne vado. Non ti ho fatto niente di male.
Hai distrutto la mia famiglia! esplose Giulietta.
Da una porta uscì un ragazzino di dodici anni, curiosissimo, occhi azzurri come il cielo visto da sottacqua.
Dai, vai di là! lo sgridò Lucia.
Volevo solo fare un giro.
Vai pure.
Il ragazzino passò, strusciando contro le pareti come per assorbirne memoria.
Non resterai qui! minacciò Giulietta, poi uscì.
Si sentiva attraversata da rabbia e tristezza: la casa dei nonni ora era abitata da fantasmi sconosciuti. Avrebbe voluto urlare in faccia al padre tutto il suo disgusto, ricordandogli quanto si fosse sbagliata a considerarlo il papà migliore del mondo. Voleva a ogni costo cacciare Lucia, ma sapeva di non averne il potere. Questo la faceva impazzire ancora di più.
Negli ultimi anni a Bologna era diventata più dura, spietata, il riflesso dei giorni sempre di corsa. Si era abituata, da sola, a svegliarsi presto, difendere il proprio spazio, ascoltare i clienti, mediare coi colleghi. E ormai la piccola patria era solo uno sfondo, una tela trasparente sopra la quale aveva dipinto la nuova sé stessa.
Solo ora, rientrando in quella casa, sentì la nostalgia: avrebbe voluto ancora abbracciare i genitori, sedersi a tavola, cercare vecchie fotografie. Il divorzio era stato come svegliarsi cadendo. E, nonostante tutto, Giulietta si sentiva improvvisamente disarmata. Lunica arma era la vendetta: per questo doveva conoscere chi aveva preso il posto nella vita del suo papà.
Ma dove sei stata? si spaventò Rosalia, vedendola rincasare stravolta. Non sarai mica stata tanto al fiume?
Ho visto Lucia. E anche il figlio. Ora papà deve crescere anche il figlio di unaltra.
Il volto della madre sembrò di marmo, una mano al collo come se volesse strappare i nodi dal respiro.
Perché? Non te lho chiesto io, sussurrò la madre, senza voce.
Mamma! gridò Giulietta, con gli occhi che bruciavano dira e damore. Ma ti sembra giusto? Venticinque anni insieme! Non vuoi vendicarti? Non senti niente? È ingiusto!
Basta, non parlarne più, mormorò Rosalia, con un filo di pianto nella voce. Mi sono rassegnata. E poi… tuo padre lo abbiamo tenuto insieme solo grazie a te. Quando sei andata via, siamo rimasti solo due.
Lo dici per giustificarlo, rispose Giulietta.
No, amore, lo dico perché è la verità. Io rincorrevo Renato, ci sono quasi cascata dentro, volevo essere la migliore. E tu sei nata dallamore. Ma quando te ne sei andata, eravamo solo due abitudini.
Mamma, perché non ne abbiamo mai parlato? Sono adulta, ormai.
Ma come facevo? Tu non venivi mai, e poi volevo difenderti dal dolore. Renato mi ha detto subito di questa donna arrivata da un altro posto, col figlio. Lui è sempre stato onesto. Non potevo trattenerlo. Mi è dispiaciuto, mi ha bruciato, ma non potevo.
Magari dovevate parlarne con qualcuno, andare insieme da uno psicologo.
Tesoro, lo psicologo cè solo a Bologna. Qui ognuno si confida con chi trova tra le galline e la panetteria. Mi ha dato fastidio, certo, ma ora non mi fa più male.
Alla fine ci hai rinunciato… sussurrò Giulietta. In gioventù correvi dietro a papà come una furia, ora lasci che tutto scorra.
Perché voglio essere amata per quella che sono, non solo come compagna. Mi sono stancata di essere amica. Ho diritto anche io alla vita, o tu mi credi già vecchia? disse Rosalia, nascondendo il viso fra le mani e piangendo ad alta voce, pioggia sulle piaghe.
Mamma, dai, non piangere. Sei bellissima! Non ti lascerò invecchiare. Ricordati chi sono io! la abbracciò, le asciugò il volto e le strinse le spalle.
Basta, basta adesso. Non dovevi andare da Lucia, non centra. Renato ha scelto lei quando già noi non andavamo più daccordo. Era sola col figlio, scappata da un marito che li picchiava. Me lo hanno detto in paese.
Ma per me resti tu la parte lesa, mamma. Lei non mi interessa.
Amore, ormai è andata. Non possiamo vivere in guerra con i vicini tutta la vita. Impara a perdonare…
Non ce la faccio, forse non ce la farò mai. Non voglio vedere papà.
E me? Non mi vuoi vedere nemmeno tu?
Ma dai, mamma, che discorsi!
Posso anchio innamorarmi, sai? Magari lho già fatto, balbettò Rosalia. Ti ricordi di Martina Tassi, quella della tua classe?
Come non ricordava Martina! Ridevano sempre insieme da bambine, poi la città aveva inghiottito Giulietta, separandole.
Certo che la ricordo! Birbona, a scuola con la coda di cavallo…
La mamma di Martina se nè andata tre anni fa, ma lei ha un suo bimbo. Suo padre, il signor Pietro, viene ancora ad aiutarmi in casa… Ti dà fastidio?
No, mamma. Ma tu capiscimi: per me siete sempre stati la mia famiglia, pensavo di tornare da voi, di portarvi i miei figli. Ora tutto è cambiato e sono confusa. In città mi pare di sapere tutto, ma qui la vita brucia il doppio.
Non dubitare, andrà tutto bene! Peccato che Martina sia fuori paese, sarebbe bello rivedervi, sorrise Rosalia.
Martina sì, ma papà non voglio vederlo, non insistere… Giulietta si alzò, andò a prepararsi il letto, stiracchiando le lenzuola come onde su un lago.
Renato restò in trasferta altri giorni. Chiamava Giulietta, chiamava Rosalia, ma la figlia non rispondeva. Sapeva che era orgoglio, poi ricordando Lucia la rabbia la copriva come una coperta pesante.
Quando Renato tornò, arrivò davanti casa con la vecchia Panda scassata. Giulietta lo vide subito: più vecchio, i capelli radi, pieghe nuove sulla bocca, lo sguardo acceso di stanchezza insonne.
Neanche mi parli? Mi lasci qui senza un abbraccio? chiese il padre.
Per cosa? Hai di nuovo una famiglia, un altro figlio…
È figlio di Lucia, lui non centra. Ma tu sarai sempre la mia piccola Giulietta. Perdonami se non ti ho detto tutto prima.
Addio, papà. E sparì in camera, mentre Renato e Rosalia si parlavano a voce bassa. Quello fu il loro ultimo giorno insieme.
Il giorno dopo Giulietta scivolò verso il fiume, il cielo di poggi completamente grigio. Approfittò della calma per pensare, osservando ragazzi in bicicletta sfrecciare, uno di loro era chiaramente il figlio di Lucia.
Dimprovviso un urlo. Poi altri due, impastati di paura. Giulietta guardò e vide uno dei ragazzi cadere su una catasta di vecchi assi, la bici a terra come un animale ferito. Corse verso di lui: era proprio il figlio di Lucia. Negli occhi, il colore della paura, della sorpresa, della notte che si apre.
Aveva la gamba destra ferita da un chiodo, la sinistra probabilmente storta. Giulietta tolse la giacca, gliela mise sotto la testa e fece una fasciatura di fortuna.
Tranquillo, ora risolviamo. Chiamò subito Renato, spiegando che serviva una mano.
Dopo cinque minuti la Panda si materializzò. Lucia, in vestaglia e capelli sparati, corse fuori: Riccardo, amore mio! Cosa hai fatto?
Presto, in macchina! ordinò rapida Giulietta.
Che gli hai fatto? urlò Lucia.
Renato caricò il ragazzo, Giulietta senza pensarci salì con loro.
Al Pronto Soccorso, un silenzio irreale, lorologio appeso faceva avanti e indietro come un pendolo bagnato. Giulietta chiamò una dottoressa assonnata, che corse a occuparsi del ragazzo.
Allora, calma, la ferita è sotto controllo. E guardate bene anche la sinistra. Disse con voce decisa.
Lucia rimase seduta, immobile, lo sguardo perso fuori dalla finestra polverosa. Renato accennò un grazie con gli occhi. Giulietta uscì nellaria smossa, decisa a non andare al fiume.
***
Il giorno seguente, verso mezzogiorno, Giulietta e Rosalia erano già allautostazione, sotto un cielo opaco, così opaco da sembrare un altro velo di sogno.
Arrivò una vecchia Cinquecento, parcheggiandosi sgraziatamente. Scese un uomo con un bimbo e una giovane donna.
Il volto di Rosalia si illuminò: Guarda, è Martina!
Martina, ingrassata di poco, riconobbe lamica. Peccato che tu riparti subito! sorrise.
Ti ricordi di me, Giulietta? domandò il padre di Martina. Il primo giorno di scuola, mano nella mano…
Sì, certo che ricordo, rispose, sciogliendo un sorriso mai del tutto dimenticato.
Si scambiarono numeri, pari a piume per unaltra vita. Larrivo rumoroso della Panda interruppe la scena: Renato, Lucia e Riccardo scesero insieme, incerti, come conigli usciti dagli arbusti dellinfanzia.
Giulietta, guarda! Sto in piedi, quasi da solo! esclamò il ragazzo.
Non avevo dubbi, hai fatto il bravo e non hai pianto. E chiamami pure solo Giulietta. Lo disse ridendo, come non rideva da anni.
Lucia si fece avanti. Scusami, ieri ho perso la testa. Mio figlio è la cosa più importante per me, come tu sei per Renato.
Giulietta guardò tutti: la madre, Martina, Lucia, il padre, il ragazzo. Si accorse che, in fondo, in quel paese sognante, erano tutti intrecciati come le reti di pesca lasciate ad asciugare in cortile. Era tutto un girotondo, tra parenti reali o inventati.
Il minibus, affaticato, sbucò a riprendersi la sua passeggera. Rosalia pianse a occhi bassi, silenziosa e fragile, stringendo le mani come se volesse tenere tutto insieme unultima volta.
Ora basta, Oly. Giulietta tornerà! È vero, tesoro? domandò Renato con occhi del suo stesso colore, lucidi sotto la pioggia.
E fu come se una mano invisibile la spingesse avanti: fece mezzo passo, e in quel sogno già limaccioso si lasciò abbracciare dal padre, che la sollevò e coprì di baci come quando era piccola. Le braccia di Giulietta si serrarono intorno al collo, senza misura.
Prometti che tornerai, bisbigliò lui.
Certamente, rispose Giulietta, abbracciando la madre, Martina, persino Lucia. Salì sul minibus e guardò i volti, uno ad uno, come pagine di un diario che non vuole sapere.
Persino dietro il vetro sentiva gridare: Torna, torna!
Tornerò, per forza. Sarebbe ingiusto non tornare, sussurrava.
Il bus si mosse piano, il motore come un cuore antico: sulla piazzetta, tra le pozzanghere, restavano quelli che la sognavano ancora. Proprio in quel momento il sole uscì dalle nuvole e per un istante irreale, caldo come il latte bollente, illuminò la strada, la casa, e il pulmino che riportava Giulietta verso una nuova veglia.





