La verità che mi strinse il cuore
Stavo stendendo la biancheria fresca di bucato nel cortile di casa quando udii dei singhiozzi. Mi avvicinai al cancello e scorsi chi cera dietro: seduta sullerba, vicino alla recinzione, cera Martina, la bambina della porta accanto, otto anni compiuti. Malgrado frequentasse già la seconda elementare, era piccolina e magra, sembrava ne avesse sei.
Martina, ti hanno fatta piangere di nuovo? Vieni da me dissi, aprendo il piccolo cancelletto che spesso lei stessa sollevava per venire a casa nostra.
La mamma mi ha mandato via, mi ha detto vattene! e mi ha chiusa fuori. Lei e lo zio Nico si stanno divertendo, rispose asciugandosi le lacrime.
Su, entra, che Sofia e Alessio stanno mangiando. Ti preparo qualcosa anchio.
Non era raro che dovessi proteggere Martina dalla madre, che spesso le dava delle sberle o la maltrattava quando si trovava a casa sua. Fortunatamente eravamo vicini di casa. Fino a quando la madre, Claudia, non si calmava, tenevo Martina con noi.
Martina guardava sempre con una certa malinconia i miei figli, Sofia e Alessio, e provava un pizzico di invidia: io e mia moglie, Francesca, li trattavamo sempre con rispetto e affetto, non li rimproveravamo mai duramente. In casa nostra regnavano serenità e armonia, e i rapporti tra me e Francesca erano sempre cordiali, sinceri; ci prendevamo cura dei nostri bambini. Martina questo lo percepiva e, pur essendo felice di stare un po con noi, sentiva quella stretta al cuore ogni volta che tornava alla sua casa.
Là, tutto era proibito. La madre la costringeva a portare acqua, a pulire il garage, a togliere le erbacce dallorto, a lavare i pavimenti. Claudia aveva avuto la bambina da sola, senza marito, e fin dallinizio non aveva avuto mai parole buone per lei. Quando la nonna materna di Martina era ancora viva, le cose andavano meglio. Vivevano tutti insieme e la nonna difendeva la nipote che amava profondamente, controllando che Claudia non le facesse troppo male. Ma quando la nonna morì, proprio quando Martina compì sei anni, le cose cambiarono in peggio.
Claudia, amareggiata dal fatto di vivere da sola, continuava a cercare qualcuno che la accompagnasse nella vita. Lavorava come donna delle pulizie allautoparco del paese, dove cerano più uomini che donne. Un giorno arrivò Nicolò, un nuovo autista, e tra i due nacque presto una relazione.
Nicolò era separato, aveva un figlio a cui versava gli alimenti. Claudia lo invitò quasi subito a vivere con lei: per lui era una fortuna, aveva ottenuto un tetto sopra la testa, visto che lex moglie lo aveva mandato fuori casa. Claudia gli si legava sempre di più, lo coccolava, lo accontentava in tutto.
Nicolò capì in fretta che la vita in quella casa sarebbe stata comoda per lui, e la presenza della piccola Martina non gli dava fastidio:
Che resti pure tra i piedi pensava , prima o poi crescerà e sarà utile.
Così Claudia dedicava tutte le sue attenzioni a Nicolò e riversava frustrazione e rabbia contro la figlia, obbligandola a lavoretti continui e talvolta punendola severamente.
Se non mi ascolti, ti porto allorfanotrofio! minacciava spesso.
Martina non aveva la forza di tenere pulito il garage, e anche per questo riceveva punizioni. Spesso si rifugiava sotto il vecchio ribes vicino alla nostra recinzione e piangeva senza fare rumore. Se la vedevo, la facevo subito entrare da noi. Crebbe timida, insicura, poco propensa a fare amicizie.
Al paese, molti conoscevano Claudia e criticavano il suo modo di trattare la figlia. Io stesso, tra amici e vicini, non restavo zitto, ma Claudia si inventò una storia:
Non ascoltate il mio vicino, Francesca ha messo gli occhi su Nicolò e sinventa che maltrattiamo Martina!
Claudia e Nicolò spesso festeggiavano, bevevano troppo; ogni volta, Martina scappava da casa loro e veniva a dormire da noi. Francesca capiva alla perfezione la fragilità di Martina, la proteggeva come fosse una seconda madre.
Passando gli anni, Martina studiava con impegno, e concluse la terza media con ottimi voti. Desiderava iscriversi a una scuola per infermieri a Firenze. La madre fu irremovibile:
Devi andare a lavorare, ormai sei grande! Qui non ti manteniamo più! Martina fuggì giù per le scale, perché a casa sua non era permesso piangere.
Quando si fu un po calmata, venne da noi e si confidò con Francesca, i miei figli già frequentavano luniversità. Stavolta Francesca non resistette e si presentò da Claudia.
Claudia, non sei una madre, sei una rovina. Tutti fanno di tutto per i figli, e tu invece li metti alla porta. Non ami tua figlia, ma hai un dovere da madre e un po di coscienza. Martina ha finito la scuola quasi col massimo, vorrebbe studiare. È pur sempre tua figlia! Ricordati, un giorno la cercherai tu.
E tu chi sei per dirlo? sbottò Claudia. Pensassi ai tuoi invece di farti gli affari miei! Martina si è abituata a venire da voi a lamentarsi!
Claudia, fermati. Nicolò ha mandato il figlio a studiare in città, anche se non vive con lui, e tu tormenti tua figlia. Svegliati, sei una madre o no?
Claudia urlò, insultò Francesca, poi crollò sfinita sul divano.
Sì, sono severa con Martina, la rimprovero tanto. Ma lo faccio per il suo bene, per non farla diventare come me. Va bene, lasciamo che vada in città a studiare, che si arrangi, cedette infine.
Martina entrò allistituto sanitario senza problemi. Era felicissima, anche se un po si vergognava del suo abbigliamento modesto e si sentiva diversa dagli altri. Però nessuno la giudicava, e cerano altre ragazze di paese come lei. Tornava raramente a casa.
Non voleva tornare dalla madre e dal patrigno. Ma per le vacanze doveva andarci, e per prima cosa passava da noi. Francesca la accoglieva sempre con un sorriso, la faceva sedere e le offriva subito qualcosa da mangiare. Sia lei che io le domandavamo sempre come andava e lascoltavamo con attenzione.
Intanto Claudia viveva nuovi problemi: Nicolò si era invaghito di una ragazza più giovane e ormai la tradiva apertamente. Claudia era nervosa, litigava spesso, proprio in quel periodo Martina era tornata a casa per le vacanze. La madre non si dimostrò contenta:
Perché sei tornata? Qui non si ha tempo per te, e non ti voglio tra i piedi Vai a lavorare che è estate!
Un giorno Nicolò tornò dal lavoro e iniziò a raccogliere le sue cose.
Dove credi di andare? Non ti lascio uscire! urlò Claudia, lui la guardò con scherno.
Rita sta aspettando un figlio da me, e io non labbandono. Tu la tua non la ami, io invece il mio lo voglio accanto. Rita potrebbe portare in casa uno sconosciuto, e non permetterò che maltratti mio figlio. Non come te, che a Martina non hai mai dato affetto, sembra che non sia tua. Il mio invece avrà madre e padre, vivrà nellamore! Così dicendo, raccolse le valigie e se ne andò.
Quella verità colpì Claudia al cuore. Non riuscì nemmeno a piangere, a urlare. Nicolò aveva detto la pura verità, quella che le chiuse la bocca, gli occhi e le strinse tutto dentro. Non riusciva più neanche a respirare.
Martina aveva sentito tutto, ma non tentò di consolare la madre. La mente correva alle notti in cui, se faceva rumore mentre il patrigno riposava, prendeva botte e veniva cacciata fuori. Il patrigno non era mai intervenuto per difenderla, assisteva passivo sentendosi il padrone di casa.
Negli ultimi anni di scuola, Martina iniziò a lavorare in ospedale e a mantenersi da sola. Non tornava quasi mai a casa: la madre beveva, si era imbruttita, e i soldi non bastavano mai. Martina, da bambina timida, era diventata una donna sicura di sé, affidabile e rispettosa verso tutti, soprattutto coi pazienti. Colleghi e responsabili la ammiravano e facevano i complimenti alla madre per averla educata così bene. Ma Martina sorrideva senza parlare.
Ma quale educazione pensava tra sé , tutto merito di Francesca. A lei devo tutto: affetto, protezione, comprensione e quella passione per il lavoro che è diventata la mia vita.
Claudia portava sempre a casa nuovi amici di bevute, e anche se Martina ci tornava poco, ogni volta rimaneva sconvolta da come la trovava. Claudia era stata licenziata da tempo. Vedendo la madre ridotta così, Martina non cercava più di parlarle, capiva che ogni parola era inutile. Avrebbe voluto cacciare via tutti, fare una ristrutturazione, ricominciare un rapporto, ma Claudia non ne voleva sapere e sprofondava sempre di più.
riuscì a trattenere le lacrime per la rabbia
Dopo aver finito la scuola per infermieri, Martina tornò a casa. Claudia era sola e la fissò con sguardo ostile.
Che sei venuta a fare? Resti a lungo? In casa non cè niente da mangiare e il frigo è spento. Dammi dei soldi, mal di testa
Martina avvertì il nodo in gola, ma si controllò e non pianse. Poi rispose:
Non resterò, stai tranquilla Ho preso il diploma con il massimo, lavoro in città nella clinica provinciale. Tornerò poche volte, ma ti manderò qualche soldo ogni tanto. Addio mamma.
Dubito che Claudia abbia davvero capito le parole della figlia: pensava solo al prossimo bicchiere. Perciò continuò a chiedere soldi.
Dammi, che devo sistemare la testa! Ma non hai vergogna? Che figlia sei
Martina estrasse qualche banconota dal portafoglio cinquanta euro e li lasciò sul tavolo, poi chiuse piano la porta dietro di sé. Rimase lì fuori un attimo, sperando che sua madre uscisse, la abbracciasse almeno per una volta. Ma niente. Così, con passo lento, venne da noi.
Francesca era felice di vederla. La fece accomodare a tavola.
Dai Martina, resta con noi: proprio ora stavamo per pranzare mio marito era già seduto.
Ecco, quasi dimenticavo Francesca portò fuori un pacchetto È per te, in regalo per la tua laurea. Dentro cè anche qualche euro per le prime necessità.
Martina ringraziò e scoppiò a piangere.
Zia Francesca, ma perché? Perché mia madre mi tratta come una straniera?
Non piangere, tesoro, la abbracciò Francesca, ormai è andata così Claudia è fatta così. Sei nata in un momento sbagliato, forse. Ma tu sei brillante e bella, troverai chi ti ama davvero e sarai felice.
Martina si trasferì in città, lavorava come infermiera nel reparto chirurgico dellospedale. Lì incontrò la sua anima gemella: Andrea, un giovane chirurgo, si innamorò subito. Ben presto si sposarono. Al matrimonio, accanto a Martina cera Francesca, che emanava felicità.
Claudia riceveva regolarmente i soldi della figlia e si vantava con gli amici:
Ho cresciuto una figlia così, ora mi manda i soldi, mi è riconoscente. Ho fatto studiare la mia bambina. Solo che al matrimonio non mi ha invitata, non viene mai a trovarmi, non ho mai conosciuto i nipoti, neanche il genero ho visto.
Dopo qualche tempo, Francesca trovò Claudia morta in casa, distesa sul pavimento. Nessuno sa da quanto era lì. La vicina si preoccupò perché nel cortile non si sentiva nulla da giorni. Martina e suo marito organizzarono il funerale, e poi vendettero la vecchia casa. Ogni tanto facevano visita a Francesca e al maritoMartina tornò nel suo vecchio quartiere solo una volta ancora, molto tempo dopo. Si fermò davanti a ciò che restava del giardino, dove una volta piangeva nascosta sotto il ribes. Chiuse gli occhi e, per un istante, rivide la bambina malinconica che cercava una carezza tra le ombre. Poi sentì una mano calda posarsi sulla spalla: era Francesca, ora più anziana ma sempre piena di affetto.
Hai fatto tanta strada, Martina. Sei stata forte, anche quando nessuno ti ha aiutata disse Francesca, sorridendo fiera.
Martina la abbracciò, e finalmente sentì il peso di quella solitudine scivolare via. Pensò a quanta vita aveva costruito su quella tristezza, e capì che a volte la famiglia che scegli può lenire le ferite di quella che ti è stata data. Guardò Francesca, i suoi figli, Andrea e i bambini che correvano tra le erbe alte: lì cera la felicità che da piccola aveva solo sognato.
Fecero insieme una foto, loro tutti sorridenti. Martina la mise nel portafoglio accanto al diploma portandola con sé dappertutto, come un talismano di amore ritrovato. E ogni volta che qualcuno le chiedeva della sua famiglia, Martina rispondeva senza esitazione:
Ho avuto una madre con cui non ho mai parlato davvero. Ma ho trovato una famiglia che mi ha insegnato il valore dellabbraccio, della comprensione, e che il cuore, alla fine, lo salva chi lo stringe per primo e non chi lo spezza.
Da quel giorno, nel suo reparto, Martina imparò a riconoscere chi aveva bisogno di una parola gentile, di quelle che sapessero accarezzare lanima. E quando i suoi bambini le chiedevano perché non avevano una nonna come gli altri, lei raccontava loro di una signora bionda, gentile, vestita di sorrisi, che le aveva insegnato come si cura una ferita. E che in fondo, la verità che le aveva stretto il cuore era diventata la forza con cui, ogni giorno, lo apriva agli altri.






