La verità che strinse il cuore
Rammento ancora quel cortile assolato nella vecchia cittadina di provincia, non lontano da Parma, dove anni fa mia madre, Giovanna, stendeva il bucato fresco di bucato sui fili di ferro. Era una giornata come tante, finché un pianto sommesso la fece voltare verso la siepe di alloro che separava il nostro giardino da quello dei vicini. Lì, rannicchiata contro il cancello, cera la piccola Benedetta, la figlia della vicina. Aveva otto anni ma il suo corpo minuto ne dimostrava sì e no sei.
Benedetta, ti hanno fatto piangere di nuovo? Vieni, entra da me, disse mia madre, sollevando una vecchia asse del cancello. Benedetta correva spesso da noi, così era facile accoglierla.
La mamma mi ha buttata fuori. Ha detto di andarmene, rispose la bambina tra le lacrime. Dentro stanno ridendo insieme a zio Cesare.
Entra che cè da mangiare. Sofia e Marco sono già a tavola, ti servo anche a te.
Mia madre aveva già detto infinite volte di aver salvato Benedetta dalle mani pesanti della madre, Rosalia, che spesso la trascinava via con la solita rabbia. Per fortuna eravamo solo divisi dalla siepe. Giovanna portava la bambina da noi e non la lasciava tornare finché Rosalia non si calmava.
Da bambina, Benedetta guardava con invidia la vita di Sofia e Marco, i figli di Giovanna, che vivevano amati, mai sgridati, in una casa piena di calore semplice e lanimo buono del marito di mia madre, Giuseppe. Quellatmosfera Benedetta la percepiva e le veniva un nodo in gola. Era quasi doloroso per lei pensare a quanto avrebbe voluto anche lei essere accolta così.
A casa sua era tutto divieto e lavoro. La madre la sgridava e la obbligava a portare lacqua dal pozzo, pulire la stalla, zappare nellorto, lavare il pavimento. Rosalia aveva cresciuto Benedetta da sola, senza marito, e non laveva mai accettata davvero. Quando cera la nonna Lucia, mamma di Rosalia, le cose andavano meglio. Nonna Lucia amava Benedetta e cercava di difenderla, ma era già malata. Quando morì, Benedetta aveva appena compiuto sei anni, e cominciarono giorni duri.
Rosalia, amareggiata per vivere sola, passava i giorni cercando un compagno. Lavorava come donna delle pulizie alla ditta di autotrasporti del paese, popolata da uomini. Un giorno arrivò un nuovo autista, Cesare, reduce da un matrimonio fallito e con un figlio per cui pagava gli alimenti. Rosalia gli offrì subito una stanza, e lui, felice di aver trovato un tetto, si stabilì da lei. Rosalia lo coccolava e si dedicava solo a lui.
Cesare capì subito che vivere con Rosalia era comodo, e la presenza della piccola non lo disturbava.
La lasci pure girare, col tempo farà la serva, pensava.
Rosalia riversava tutta lattenzione su Cesare, mentre la figlia subiva rimproveri, lavori pesanti e a volte schiaffi, se non addirittura qualche botta.
Vedi di ascoltarmi o ti porto in orfanotrofio, le diceva sempre.
Benedetta non aveva la forza di pulire per bene la stalla, per questo veniva sgridata. Spesso si nascondeva sotto il cespuglio di ribes vicino alla siepe e piangeva piano. Se Giovanna la vedeva, la portava subito da sé. Benedetta cresceva timida e chiusa.
In paese tutti conoscevano Rosalia e la criticavano per il modo in cui trattava la figlia. Giovanna non taceva, ma Rosalia inventava pettegolezzi.
Non date retta a quella Giovanna, ha messo gli occhi su Cesare, per questo dice che maltrattiamo Benedetta.
Rosalia e Cesare spesso festeggiavano con vino e divertimenti. In quei giorni Benedetta scappava da casa per passare la notte dai vicini. Giovanna capiva il suo dolore, meglio di chiunque altro.
Passavano gli anni. Benedetta studiava e cresceva. Finita la terza media, desiderava andare in città, a Parma, a frequentare la scuola per infermieri. Ma la madre fu categorica:
Devi andare a lavorare, sei grande ormai. Basta stare a casa a fare niente, Benedetta scoppiò in lacrime e scappò, perché in casa non poteva piangere.
Quando si calmò, corse dalla vicina a confidarsi. Sofia e Marco studiavano già in città. Questa volta, Giovanna si rivolse direttamente a Rosalia.
Rosalia, non sei madre, sei una strega. Le altre fanno tutto per i figli, tu invece fai di tutto per liberartene. Hai una responsabilità, almeno un po di coscienza dovresti averla. Dove vuoi che lavori Benedetta, deve studiare, ha preso quasi tutti dieci a scuola. È tua figlia! Vedrai, un giorno sarai tu a cercarla nei momenti difficili.
E tu chi sei per metterti in mezzo? sbottò Rosalia, pensa ai tuoi figli e lascia perdere Benedetta. Da te viene solo a lamentarsi.
Pensa che Cesare ha mandato suo figlio a studiare in città, anche se non vive con lui, e tu invece tormenti tua figlia. Svegliati, sei madre o no?
Rosalia urlò, ma poi crollò sul divano sfinita.
Sì, sono severa, la tratto male Ma è per il suo bene, che non cresca come me, che non mi metta nei guai. Va bene, lasciamola andare a Parma, che studi pure.
Benedetta passò subito il test per listituto. Felicità senza limiti. Solo che si sentiva diversa, vestita semplicemente, spiccava tra le altre ragazze. Nessuno la giudicava, anche altre erano di provincia e non indossavano vestiti costosi. Tornava a casa di rado.
Non le piaceva andare dalla madre e dal patrigno. Durante le vacanze estive veniva obbligata, ma appena arrivata, correva a trovare Giovanna, che la accoglieva sempre a tavola, la ascoltava e la coccolava.
Intanto Rosalia aveva i suoi guai, Cesare si era invaghito di una giovane donna. Nervosa e agitata, si sfogava su Benedetta appena arrivata in ferie:
Che sei tornata a fare? Qui non cè da stare, vai a lavorare che hai le vacanze.
Un giorno Cesare rientrò dal lavoro e iniziò a raccogliere le sue cose.
Dove credi di andare? Non ti lascio! gridava Rosalia. Lui la guardò male.
Ritanna aspetta un figlio da me, e io mio figlio non lo abbandono. Tu tua figlia non la vuoi, io invece voglio il mio bambino. Se Ritanna porterà in casa un altro uomo e lo farà soffrire, non permetterò mai Tu di materno non hai nulla, sembra labbia trovata sotto il portone. Il mio, invece, deve crescere con madre e padre, nellamore. Raccolse le valigie e se ne andò.
Quelle parole distrussero Rosalia. Non era in grado di urlare o piangere. Cesare aveva detto la verità, quella che chiude bocca, occhi e anima. Non aveva la forza neanche di sospirare.
Benedetta aveva sentito tutto, ma non confortò la madre. Dentro di sé si riformava il ricordo dei pomeriggi passati a pulire e venire cacciata per colpa di un rumore mentre il patrigno riposava. Lui non laveva mai difesa, anzi, godeva di sentirsi il padrone.
Al quarto anno, Benedetta trovò lavoro in ospedale come tirocinante: si mantenne da sola. A casa non andava più, la madre si era inasprita per il vino, ed era ormai irriconoscibile. Benedetta, da ragazzina insicura e maltrattata, era diventata una donna bella e brava, amata dai pazienti per il suo carattere gentile. Le dicevano che era ben educata e lodavano la madre per leducazione. Lei però taceva e sorrideva.
Quale educazione? pensava, tutto lo devo a Giovanna, è lei che mi ha protetta, capita, dato affetto e insegnato il mestiere che amo.
Rosalia riceveva spesso in casa gente malfamata, amici da alcool. Anche se Benedetta tornava raramente, si scioccava ogni volta nel vedere la madre ridotta così. Rosalia era stata licenziata, viveva in stato di abbandono. Benedetta non trovava modo di convincerla a cambiare, sperava solo di scacciare tutti e ridare vita a quella casa. Avrebbe voluto mettere a posto tutto e dimenticare il passato, ma la madre non lo permetteva: affondava sempre più basso.
Trattenne le lacrime dallumiliazione
Finito listituto, Benedetta tornò dalla madre. Rosalia era sola, la guardò con astio.
Cosa sei venuta a fare? Hai intenzione di fermarti a lungo? Non ho nulla da mangiare, nemmeno il frigo è acceso. Dammi dei soldi, ho mal di testa.
Benedetta sentì la gola chiudersi, ma non pianse. Poi aggiunse:
Non starò molto, tranquilla Ho preso il diploma con il massimo dei voti e ora vado a Parma a lavorare allospedale provinciale. Non potrò venire spesso, ma ti aiuterò con qualcosa. Addio, mamma.
Rosalia probabilmente non capì, aveva solo voglia di bere e insistette per avere denaro.
Dammi dei soldi, fammi curare la testa, non ti dispiace che tua madre stia male? Che figlia sei?
Benedetta prese qualche euro dal portamonete, li lasciò sul tavolo, chiuse piano la porta dietro di sé e rimase un minuto fuori, sperando che la madre uscisse, la abbracciasse. Ma non accadde. Così, lentamente, andò da Giovanna.
Giovanna fu felice. La fece sedere a tavola.
Vieni, Benedetta, mangia con noi. Proprio adesso stavamo per pranzare, Giuseppe era già seduto.
Ah, quasi dimenticavo, disse, portando un pacco dallaltra stanza, questo è per te, un regalo per il diploma, e dentro cè anche un po di soldi, ti saranno utili allinizio.
Benedetta ringraziò e scoppiò a piangere.
Zia Giovanna, perché mia madre si comporta così? Perché sembra che io non valga nulla per lei?
Non piangere, Benedetta, la abbracciò Giovanna, non piangere, ormai non si può più cambiare niente. Rosalia è fatta così. Semplicemente sei nata nel momento sbagliato. Ma sei brava, sei bella e troverai amore e felicità.
Benedetta partì per Parma e cominciò a lavorare come infermiera in chirurgia. Lì incontrò il suo destino: il giovane medico Leonardo sinnamorò di lei a prima vista. Ben presto si sposarono; al matrimonio, al posto della madre, accanto a Benedetta sedeva Giovanna, commossa per lei.
Rosalia continuava a ricevere i soldi dalla figlia e si vantava davanti agli amici:
Ho cresciuto una figlia che ormai mi manda soldi, mi ringrazia. Ho fatto da madre. Solo che al matrimonio non mi ha invitata, e non viene a trovarmi, i nipoti non li vedo e perfino il genero non lho mai conosciuto.
Qualche tempo dopo, Giovanna trovò Rosalia morta sul pavimento di casa. Nessuno sapeva da quanto stesse lì. La vicina si era accorta di un silenzio insolito nel cortile. Benedetta e il marito organizzarono il funerale e vendettero la casa. Tornavano ogni tanto a salutare Giovanna e Giuseppe.






