La vicina del piano di sopra

La vicina del piano di sopra

Elisabetta, dove hai messo la mia pentola? Quella grande, quella per fare il minestrone?

Signora Giovanna, era proprio in mezzo al passaggio. Lho spostata lì, sul ripiano basso.

Sul ripiano basso! Ma io lì non mi piego, ho la schiena a pezzi! Ma ci pensi mai, quando cambi posto alle cose che non sono tue?

E io stavo lavando i piatti, con lo sguardo fuori dalla finestra. Era un ottobre umido e grigio, la pioggia fine che scendeva giù e sembrava entrarmi dentro. Non era nemmeno rabbia. Era quella sensazione che sai già: è solo linizio.

***

La signora Giovanna è arrivata una sera di venerdì. Enzo lha aspettata fuori dallascensore, prendendo le sue due borse pesantissime e una sporta a quadri così grande che la chiamano il sogno di ogni trasloco”. Sorrisi sul serio, perché avevo ben chiara la situazione: questa donna ha settantotto anni, le hanno iniziato i lavori a sorpresa, quelli del piano di sotto le hanno allagato casa, l’amministratore del condominio si è mosso solo dopo sei mesi, e adesso è tutto sventrato fino al cemento. Non aveva proprio un posto dove andare. Non è uninvasione, mi ripetevo, è solo una cosa temporanea.

Oh, quella parola: temporanea. Ho finito per ricordarla con un certo brivido.

Io ho cinquantasei anni. Non sono vecchia e neanche più giovane, sono proprio a metà: ormai so cosa valgo, ma sono ancora abbastanza elastica da non spezzarmi al primo colpo. Lavoro da casa: prendo commissioni per il ricamo artistico, le faccio per collezionisti privati e piccole gallerie. Non è un hobby, sono soldi veri. E mica pochi. Faccio anche un corso online per chi vuole imparare il punto contado e il ricamo in oro. Il mio spazio di lavoro è tutto: il mio angolo in camera da letto, la luce del nord, i fili, i telai, le stoffe, i modelli. Non è solo dove sto seduta. È la mia bottega. È quello che mi dà da mangiare.

La casa con Enzo è un bel bilocale, spazioso e ben organizzato. Ci siamo trasferiti otto anni fa, quando i figli sono cresciuti e volati via, e i primi due anni ho fatto solo pulizia: zero panico, zero rimpianti. Regalato, venduto o buttato tutto ciò che non serviva davvero. Ci è rimasto solo lindispensabile, e quello che è bello. Pareti chiare, mobili pochi, nessun tappeto alle pareti, nessuna credenza stipata di cristalli, niente fiori secchi nei vasi. Solo tre piante vive: un ficus, una sansevieria e un piccolo rosmarino in cucina. Ogni ripiano sa cosa contiene. Ogni cassetto si chiude senza fatica, perché ci sta solo quello che devesserci.

Allinizio Enzo brontolava. Diceva che gli sembrava di vivere in un hotel. Poi ci ha preso gusto; adesso si arrabbia lui se qualcosa è fuori posto. Abbiamo trovato il nostro ritmo, il nostro modo di respirare questa casa insieme.

E poi, in quellaria ordinata, è arrivata la signora Giovanna.

***

I primi due giorni sono stati quasi piacevoli. Lei cercava di sistemare la camera degli ospiti che abbiamo preparato alla buona: un divano letto, e metà armadio a disposizione. Le ho portato una lampada extra, messo un bicchiere dacqua e un libro sul comodino. Mi sembrava carino, gentile.

Ma già al terzo giorno ho trovato un centrino alluncinetto sul davanzale allingresso. Rotondo, color panna, tutto traforato. Sotto il telefono della signora Giovanna, come se fosse sempre stato lì.

Lho tolto, arrotolato con cura e rimesso nella sua camera.

Il mattino dopo, eccolo di nuovo lì sul davanzale.

Ho capito che non era una sfida. Ed era quello il difficile. La signora Giovanna non voleva litigare: semplicemente viveva come sapeva vivere. Per lei, il centrino sotto il telefono, quello è ordine, è casa, è giusto. È cresciuta in un mondo dove più cose hai, più sei sistemato. Dove un davanzale vuoto è sinonimo di povertà o trascuratezza. Dove avere cinque barattoli di legumi diversi è avere mano di casa, non accumulare inutilmente.

Anche io sono cresciuta in quel mondo, ma me ne sono andata coscientemente.

***

A fine della prima settimana la cucina era irriconoscibile. Sono comparsi tre pentoloni smaltati, enormi, che non entravano in nessun mobile e stavano lì in bella vista sul piano. Vicino cera una specie di albero giallo di plastica porta-coperchi, tutto arricciato. Il frigo sembrava un mercato: barattoli di sottaceti fatti in casa (portati dalla figlia), contenitore di pancetta marinata allaglio, un sacchetto di fagioli messi a bagno, una vaschetta avvolta in strati di pellicola di cui non ho mai voluto sapere il contenuto. I miei yogurt ammassati sotto la porta insieme al rafano e una bottiglietta di acqua aromatizzata fatta in casa.

Ho rimesso gli yogurt a posto. Lei li ha spostati di nuovo.

La sera, in cucina, laria sapeva di verza stufata, cipolla fritta e altro ancora: un odore consistente, pesante, da trattoria vecchio stampo. Buono, eh, ma non era il mio odore, la mia sera. Non il mio respiro.

Enzo tornava dal lavoro, si guardava intorno e diceva: Oh, ha cucinato la mamma! Che profumo!

Io tacevo.

***

Alla fine della seconda settimana in salotto è spuntato un tapettino piccolo, sintetico, con le roselline stampate lungo il bordo, di quelli che compri nei negozi vicino alla metro per quattro euro. La signora Giovanna mi ha spiegato che la mattina le si gelano i piedi, e che ha sempre avuto un tappetino davanti al letto. Cosa dovevo dirle? Che non mi piaceva? Mi sarebbe sembrato terribile, una piccineria.

Ho lasciato correre.

Poi, nellappendiabiti accanto al nostro ingresso, è comparsa la sua vestaglia di pile, non nellarmadio a lei riservato dove le avevo lasciato spazio ma proprio sulla nostra gruccia accanto al cappotto di Enzo. A quadri, beige e celeste. Prendeva il gancio e faceva piegare la giacca di Enzo.

Ho spostato la vestaglia vicino al bagno.

La signora Giovanna lha rimessa subito dovera. Lì è scomodo, troppo distante, ha detto.

Ho annuito.

La sera, Enzo mi chiede: Come stai? Sei strana, tutta silenziosa.

Tutto bene, dico. Sapendo bene che non è vero. Ma entrambi facciamo finta di niente.

***

Ora ti parlo della camera da letto, perché lì non era più questione di gusti, di tappetini: era lavoro, cioè soldi.

Al nord sta la mia scrivania fatta su misura, chiara, con ripiani per i disegni e cassetti per le matassine. Sopra, la lampada a luce diurna, quella apposta per non falsare i colori. Accanto, una scaffalatura: la lana e la seta disposte secondo la gradazione dal freddo al caldo, tutte in ordine. Non è arredamento: è la mia organizzazione di lavoro.

Sui miei telai stava un progetto importante: un arazzo sacro, comanda da un collezionista privato di Firenze, una copia in miniatura di una bandiera processionale antica, fatta con seta giapponese e filo doro. Scadenza: fine novembre. Acconto già pagato, quarantamila euro il totale.

Ci lavoravo da tre mesi.

Nessuno poteva toccare il telaio. Avevo spiegato a tutti che basta un attimo a rovinare la tensione del tessuto, poi devi rifare da capo. Enzo lo sapeva. Gatti non ne abbiamo. Figli, lontani. Era tutto sotto controllo.

Prima che arrivasse la signora Giovanna.

***

Era giovedì, pranzo ormai. Sono uscita a comprare un tipo preciso di filo: color terracotta con riflessi dorati. Online non lo trovi, devi vederlo dal vivo. Via, unoretta scarsa, anche tappa in farmacia.

Rientro. Entro in stanza. E la vedo.

La signora Giovanna in piedi davanti alla scaffalatura, che metteva le mie matassine in scatole, spostava, sistemava a modo suo. Sul tavolo vicino al telaio un rocchetto di seta giapponese, svolto, il filo mezzo annodato e incrociato. Era una sfumatura oro-rosata che non avevo doppioni a casa. E la cosa peggiore: langolo della stoffa sul telaio era un po schiacciato, come se qualcuno ci si fosse appoggiato o avesse urtato.

Sono rimasta lì sulla porta, senza una parola.

Lei si volta, tutta tranquilla: Elisabetta, cera un disordine qui ho sistemato per colori! Guarda che bello!

Signora Giovanna, ho detto piano, per favore, può uscire?

Eh? Ma stavo aiutando

Capisco. Per cortesia, lasci stare.

È uscita. Stizzita, le labbra tirate.

Ho chiuso la porta. Mi sono seduta per terra davanti al telaio e ho iniziato a controllare il danno. Il filo non aveva preso il bordo (meno male!). La stoffa si era solo schiacciata un po, lho rimessa in tensione con delicatezza. La matassina di seta giapponese ho salvato solo due terzi: il resto, tagliato, era tutta annodata. Il filo era sottile come seta di ragnatela, basta poco e si spezza.

Non era una catastrofe. Ma da lì ho capito: basta. Non si poteva più continuare così.

***

La sera, Enzo chiede perché la mamma è così silenziosa a cena.

Racconto tutto.

Lui ascolta, mastica un po a secco, poi dice: Ma non lo fa apposta. Vuole aiutare.

Lo so che non lo fa apposta.

Eli, devi solo portare pazienza. È dura anche per lei. Non è a casa sua.

Enzo, quello è il mio spazio di lavoro. È il mio stipendio.

Capisco. Però mamma resta ancora poco.

Questo ancora poco lo sentivo da due settimane. Mi sono fatta coraggio e ho chiesto a bruciapelo:

Quanto ancora?

Dicono che per dicembre sono a posto.

Dicembre. Quindi ancora un mese e mezzo. Lho guardato. Lui aveva quella faccia che conosco bene: ci vuole bene a tutte e due, e non vuole prendere posizione. Lui è convinto davvero che basta sorridere e chiedere di pazientare, e tutto si sistema da solo.

Ho deciso che se cera da sistemare qualcosa, toccava a me.

***

Quella notte, niente sonno. Ho girato mille idee in testa. Parlare apertamente con la suocera? Si sarebbe offesa, finiva a lacrime e a raccontare a Enzo che la volevo fuori. Una scenata? Peggio che peggio. Mettere Enzo davanti a una scelta? Inghiotto e si rovina tutto. Sopportare e basta? No. Quella strada lavevo chiusa insieme al filo di seta tagliato.

Restava la quarta via. Con cautela, calma, ma lunica possibile.

Dovevo risolvere due problemi insieme: occupare Giovanna fuori casa il più possibile, e accelerare i lavori in modo che avesse voglia di tornare nel suo appartamento al più presto.

Non era vendetta. Era sopravvivenza. Diplomazia. Zero malizia: non volevo farle del male. Solo riavere il mio spazio.

***

La prima mossa: renderle interessante l’uscita da casa.

Lo sapevo: Giovanna è un tipo energico, sempre stata. Al quartiere, abituata a biblioteca, chiesa, la campagna dalla figlia destate. Qui, invece, si annoiava a morte. E la noia nelle persone anziane si trasforma in iperattività tra quattro mura quindi in casa nostra.

Ho chiamato la mia amica Laura, che lavora al centro sociale del municipio. Ho chiesto cosa cè per gli anziani.

Di tutto! mi fa lei, camminata veloce il lunedì e il giovedì, coro gratis due volte a settimana, laboratorio di feltro, lezioni sulla salute. Basta presentarsi con un documento.

Come si fa a iscrivere?

Niente, basta andare.

Non lho detto esplicitamente a Giovanna: Andate lì che vi fanno compagnia. No, sarebbe stato troppo trasparente. Ho fatto altro.

A cena, come per caso: Signora Giovanna, ma lei cantava, vero? Enzo mi ha detto che aveva una bella voce.

Si illumina. Sì, era nel coro amatoriale da ragazza.

Ho sentito che nel quartiere cè un coro anche per adulti. Lho sentito dire da una conoscente: il maestro è in gamba, le signore tutte simpatiche. È gratis. Pensavo, magari le piacerebbe, visto che qui non ha la sua solita compagnia.

Lei minimizza: Mah, andare così da sola in un posto nuovo

Non insisto. Faccio la semina e me ne sto buona.

Tre giorni dopo, solo per accenno, dico che il coro si esibisce anche ai festeggiamenti comunali e che fanno le foto per il bollettino del municipio. Alla parola bollettino la vedo scattare.

La settimana dopo mi chiede informazioni per arrivare al centro sociale.

Glielo scrivo chiaro, con la mappa e tutto.

Mercoledì esce alle dieci e rientra alle tre, tutta in forma, gli occhi vivi:

Sono tutte donne in gamba! Il maestro Marco, giovane ma severo fa fare anche le canzoni popolari. Ho cantato, mi ha detto che ho un bel mezzosoprano.

Davvero? E davvero ero contenta anchio.

Da quel giorno, il mercoledì e il venerdì, svaniva da casa per mezza giornata. Poi il martedì arriva anche la camminata veloce con la Nina, conosciuta al coro, una di quelle donne che ti mettono in pace col mondo.

La casa era più silenziosa. Non desolata, solo normale.

***

La seconda parte del piano era più complicata.

Ho chiamato la figlia di Giovanna, Antonella. Mai troppo espansive tra noi; cera solo correttezza da parenti. Le ho detto chiaro:

Anto, siamo felici di avere qui la mamma, ma capisci che per lei sarebbe meglio tornare quanto prima a casa propria? Le sue cose, la sua routine il troppo disagio non aiuta.

Antonella mi dice che i muratori stanno tirando tutto per le lunghe. Continuano a rimandare.

Ma sei tu che li segui o hai delegato?

No, cè il cugino di mio marito, ha detto che si occupa lui.

Quindi nessuno veramente controlla.

Le dico:

Ti aiuto io. Conosco persone serie delledilizia, possono dirti quanto manca davvero e smuovere le acque.

Antonella accetta a volo. Capisco che è stufa anche lei.

Le presento il nostro vicino di sotto, Piero, un vecchio capomastro che fa consulenze ai conoscenti. Gli spiego ogni cosa davanti a un caffè.

Quattro pareti e gli impianti? Roba da tre settimane, se ci lavorano ogni giorno.

Va, vede coi suoi occhi, parla al capo-muratori. Solito copione: fanno avanti e indietro da vari lavori, si presentano in casa della signora solo di rado, gli acconti già presi, poca voglia di finire.

Piero fa due parole alla vecchia maniera. Tre settimane, e che si presentino tutti i giorni, sennò niente soldi. Antonella controlla il contratto, minaccia una penale. I muratori, di colpo, accelerano.

Non ho detto niente a Enzo. Non perché dovevo nascondere, ma perché sapevo che gli sarebbe pesato sentire la mamma come problema. Era una questione mia, ci ho pensato io.

***

Durante queste tre settimane cè stato di tutto: giorni buoni, in cui Giovanna tornava serena dal coro, raccontava dei pasticcini presi con la Nina, del maestro che le faceva i complimenti. In quei momenti era leggera, simpatica. E seduti a tavola tutti e tre, era quasi piacevole sentire i suoi racconti.

Altri giorni erano pesanti.

Una mattina trovo il mio adorato ficus Benjamin spostato in un angolo, giù dal davanzale. Al suo posto, la gerania rosa della signora. Motivo: Il ficus fa ombra, la gerania vuole sole.

Il ficus, in fondo allangolo, già piegato su se stesso.

Lho rimesso al suo posto e la gerania in camera di Giovanna. Ci siamo guardate dritte negli occhi.

Lei: Potevi anche chiedere.

Io: Anchio.

È stata lunica volta in cui cè stata una scintilla vera tra noi. Nessun dramma. Solo, finalmente, ci vedevamo a fondo.

Poi ci siamo defilate ciascuna per conto suo. A cena, si parlava daltro.

Enzo osservava tutto e taceva. A volte pensavo che il suo silenzio mi facesse venire ancora più nervoso che uninvasione di gerani. Lui non voleva notare la crepa, come tanti uomini: se non la guardi, magari sparisce.

Non sparisce. Mai.

***

Una sera in cui Giovanna è andata a letto presto, stavo ricamando con calma alla scrivania. Enzo viene, mi sta dietro, poi si siede sul bordo del letto.

Ce lhai con me, dice. Non chiede, constata.

Un po sì, ammetto. Non con te. Con questa situazione.

So che non è facile per te.

Certo che lo sai. Continuo a ricamare. Ma sapere e partecipare sono due cose diverse.

Resta zitto.

Cosa vuoi che faccia?

Niente, Enzo. Sto già facendo tutto io.

Non ha chiesto cosa. Forse non voleva saperlo. Forse aveva paura di dover prendere posizione. Lui si mette a leggere e si addormenta. Io continuo con ago e filo, ascoltando il ticchettio dellorologio e, dalla stanza accanto, il respiro piano di una donna che non era qui per cattiveria, solo per abitudine.

In quei momenti mi dicevo: nei casini di famiglia, la cosa che fa più male non è lodio. Quello almeno è onesto. Qui siamo tutti brava gente, ci vogliamo bene, eppure è insopportabile. Perché non sai di chi è la colpa.

***

I lavori sono finiti prima del previsto, persino rispetto a quanto detto da Piero.

Antonella ha chiamato me direttamente, non Enzo, di sabato mattina: I muratori hanno levato tutto, è pronto, basta arieggiare e dare una pulita.

Le ho risposto grazie. Poi due chiacchiere in più, e ho sentito che qualcosa era cambiato pure tra noi. Mi ha trattata come una persona che sa cavarsela, non più solo la cognata.

Ora dovevo dirlo a Giovanna, senza farla sentire cacciata.

Ho pensato tutto sabato a come farlo.

A cena, quando raccontava del concerto che il coro farà per Natale, le ho sorriso e detto: Signora Giovanna, la devo sorprendere. Ma stavolta in bene.

Silenzio. Si gira.

Un po di settimane fa, senza dire niente, ho chiamato un capomastro fidato a farle controllare i lavori. Li ha fatti correre. Antonella mi ha appena detto che la casa è pronta. Può tornare quando vuole.

Lei mi fissa. Poi guarda Enzo. Poi di nuovo me.

Ma hai organizzato tutto tu?

Mah, non proprio da sola, il vicino mi ha dato una mano. Non volevo che si sentisse più ospite del dovuto. Si sa, a casa propria si sta meglio.

Enzo mi guardava come mai aveva fatto prima.

Giovanna resta in silenzio. Poi si avvicina, mi prende la mano tra le sue. Sono mani asciutte, calde, pesanti di vita vissuta.

Elisabetta, dice, sei una brava donna.

Non so cosa rispondere. Gliela stringo anche io.

***

Il trasloco si è fatto di domenica. Enzo ha portato la madre, lha aiutata coi bagagli, controllato che fosse tutto a posto. Io sono rimasta a casa con la scusa della cena. In realtà volevo solo riprendermela, quella casa.

Nei primi minuti dopo che sono usciti, ho girato in tutte le stanze. Ho toccato i muri. Guardavo il mio angolo sotto la finestra, il telaio.

Poi ho tolto il tappetino a roselline dalla camera degli ospiti. Stava lì, abbandonato. Ho tolto anche lultimo centrino, quello forse lasciato per dimenticanza. Ho aperto la finestra. Ho aspettato che laria dottobre entrasse.

Poi sono andata in cucina, e ho trovato nel frigo secondo ripiano una vaschetta avvolta con cura. Dentro, la nostra zuppa preferita: la ribollita, alla maniera di Enzo, con quel tocco acidulo che solo la madre gli sapeva dare. Ne avevamo per due giorni.

Ho chiuso il frigo e sono rimasta lì appoggiata, in silenzio.

Alla fine, siamo strani, noi umani. Puoi passare tre settimane a pestarti i piedi e poi lasciarti una zuppa fatta col cuore.

***

La sera Enzo torna. Mangiamo. Non parliamo tanto, ma tutto sereno. Lui lava, io asciugo, solita routine.

A letto, guarda il soffitto: Quindi tutto questo tempo stavi facendo qualcosa per il lavoro in casa di mamma.

Eh sì.

Perché non me lhai detto?

Ci ho pensato su un secondo.

Mi avevi chiesto di portare pazienza. Invece di farlo, ho agito. Pensavo che non avresti voluto saperne troppo.

Potevi anche fidarti, Eli.

Enzo mi fido. Ma sapevo che se ti mettevo in mezzo, ti sentivi in colpa con la mamma. Era un peso che non volevi.

Stavolta sta zitto a lungo.

Sei stata furba, dice poi. Un po mi ferisce.

Lo so, rispondo. Scusami.

Siamo sdraiati, e penso: non è una storia da manuale perfetto. Nessuno ha detto tutto quello che pensava. Nessuno ha fatto la grande conversazione di cui scrivono gli psicologi. È andata così: soluzione laterale, senza grida, con uno sforzo quasi invisibile.

Meglio così? Non so ancora.

***

La signora Giovanna mi ha chiamata dopo una settimana. Felice. In casa tutto chiaro, le pareti color crema, come voleva. Ha ritrovato le sue tazze, sistemate a modo suo. È andata dalla vicina, la signora Valentina, anche lei malata a lungo, e si sono rincuorate a vicenda.

Al coro ci torno, eh! dice. Il maestro Marco ci porta al concorso comunale a febbraio. La Nina vuole farci cantare come ai festival.

Fantastico, le rispondo.

Elisabetta e poi, più lenta: Lo so che magari ti ho dato fastidio. Quando sono stata da voi.

Non ho detto Ma no, va tutto bene. Sarebbe stata una bugia, e lavrebbe sentito.

Siamo diversi, Giovanna. È normale. Limportante è che adesso lei stia bene.

Fa una pausa.

Sì, è vero. Questo conta.

***

Ogni tanto penso a quelle sette settimane. Non spesso, ma succede.

Ai tappetini con le roselline. Alle pentole fuori dai pensili. Alla gerania sul davanzale. Alla ribollita nel frigo. Alle mani secche e calde della signora Giovanna sulla mia. A Enzo che dice un po mi ferisce con più sincerità di ore di parole.

Non è che ho vinto una guerra. La guerra non cera. Era un problema da risolvere. Una casa che ho difeso senza urlare, senza metter nessuno alla gogna.

Non è eroismo. È solo quello che a volte bisogna fare: tenere la forma della tua vita, anche quando qualcuno senza cattive intenzioni, solo per abitudine la deforma.

I confini personali non sono muri né risse. Sono sapere cosa vuoi, e andarci piano piano, senza troppe parole.

E la famiglia? Un animale misterioso. Sopravvive nelle condizioni più strane. Respira anche dagli spifferi. E a volte ti lascia una zuppa in frigo come saluto.

***

A novembre ho consegnato larazzo al cliente. Soddisfattissimo. Mi ha versato lultima tranche. Mi sono regalata una nuova matassina di seta giapponese, dorata come una foglia dautunno, lho sistemata nel cassetto alla scrivania. Al suo posto.

Sul davanzale sono tornati solo tre vasi: ficus, sansevieria, rosmarino. Nessun centrino.

In casa è silenzio. Profumo di caffè, un po di cera dalla candela che accendo la sera. Enzo legge in poltrona. Fuori è quasi già inverno.

Tutto al suo posto.

***

Un mese dopo siamo andati a trovare la signora Giovanna. Ho portato una scatola di pasticcini di quellantica pasticceria di cui parlava sempre con la Nina del coro. Appena ci apre, ci mostra fiera i lavori. Le camere sono luminose e beige, come voleva lei. Su ogni davanzale, i centrini a uncinetto. E il tappetino era proprio quello, con le roselline.

Ho guardato tutto e non ho provato niente. Né fastidio, né superiorità. Solo: quello era casa sua.

A tavola, lei e Enzo parlano del concorso di febbraio.

Venite ci dice quando canteremo La Speranza di Endrigo. Voglio che ci siate.

Enzo dice: Certo che veniamo, mamma.

E io: Ma certo.Quando ce ne siamo andati, la signora Giovanna ci ha salutati sulla porta, ci ha dato i sacchetti coi biscotti fatti da lei per il viaggio, e mi ha abbracciata. Forte, schietta, come se una parola in più avesse rovinato tutto. Mi sono sorpresa a pensare che, in fondo, quellabbraccio era la sua vera forma di gratitudine qualcosa che non si racconta, ma si sente.

Per strada, mentre camminavamo verso casa attraversando laria fredda di dicembre, Enzo mi ha preso la mano.

Ci andiamo davvero, a quel concerto? mi ha chiesto.

Certo che ci andiamo, gli ho risposto.

Poi, dopo un momento: Magari portiamo la ribollita, per la cena dopo. A modo mio però. Senza centrini.

Enzo ha sorriso, e io con lui. Sotto la luce dei lampioni, la sera sembrava una stanza ordinata appena risistemata. Silenziosa, accogliente. Nessuna invasione, nessun esilio. Solo, finalmente, il respiro sincero di una casa che si è fatta di nuovo nostra.

Non serve altro. Solo la promessa che, qualunque cosa accada, sapremo ritrovarci: ognuno al proprio posto, con lo spazio per amare anche chi ci scombina un po la vita.

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