La vita rimandata
Mamma, posso prendere un cioccolatino dalla scatola? Solo uno, ti prego! Giulia si aggirava furba intorno al mobiletto dove Maria, mia moglie, aveva nascosto con tanta fatica i dolci comprati con grande difficoltà.
No! Sono per la tavola delle feste. Se li mangi ora, per Capodanno non ne resta più nemmeno uno.
Giulia fece il broncio. Ma che differenza fa, pensava, se mangio una caramella ora o dopo? Non sta mica chiedendo tutta la scatola, solo una! Perché la mamma è sempre così? Tutto quello che è buono, è per dopo, tutto quello che è bello, va conservato per le occasioni. Ma quanto le sarebbe piaciuto assaggiare una caramella, indossare il vestitino nuovo che il papà aveva portato da Milano, e andare a trovare la sua amica Elisa. Eppure, alla mamma di Elisa non importa se porta a scuola i vestiti nuovi. Giulia aveva sentito dire che la zia di Elisa li cuciva lei stessa per la bambina. Ma che importa? Elisa era sempre la più elegante della classe. Giulia invece portava sempre lo stesso vestito a pois, ormai logoro e che non ne poteva più di vedere addosso.
Allora Giulia non sapeva ancora quanta fatica costavano quei dolcini o quei vestiti ai suoi genitori. Maria lavorava in biblioteca, e io, suo padre, ero un ingegnere. Sin da piccola Giulia aveva sentito la parola trovare. Significava che qualcosa di desiderato, che non si trovava nei negozi, sarebbe magicamente apparsa a casa nostra. Così erano arrivate le sue belle scarpine nuove, e i nuovi stivaletti di mia moglie. Certo, dopo quellacquisto, per quasi un mese si era mangiata solo pasta e patate, ma Maria era così contenta che per giorni non aveva nemmeno indossato i suoi stivaletti, si limitava ad ammirarli. Proprio quegli stivaletti rimasero impressi nella memoria di Giulia: da grande ricordava ogni graffio, ogni piccolo danno sulla suola.
Col passare degli anni, molte cose cambiarono. Nei negozi cominciava ad esserci tutto quello che si poteva desiderare, e non era più un problema comprare un vestito nuovo, o regalare un dolcetto a un bambino. Il problema erano diventati i soldi. Giulia era in terza media quando, dopo essere tornato dal lavoro, annunciai con gioia:
Mi hanno preso!
Lei ancora non sapeva esattamente cosa significasse, ma la nostra felicità prometteva qualcosa di buono. In effetti, così fu. Limpresa con cui ora lavoravo si occupava di elettronica e per la prima volta le mie capacità furono davvero apprezzate. Qualcosa in me si trasformò: trovai davvero il mio posto, scoprii talenti che nemmeno immaginavo di avere. Mi rivelai un ottimo organizzatore, e la mia carriera prese il volo.
Tutto diventò più semplice. Maria non doveva più passare le serate a cercare qualche euro nel bilancio di famiglia per comprare qualcosa a Giulia. Arrivarono i primi jeans, le scarpe da ginnastica di moda e altre cose. Giulia decise di continuare gli studi e iscriversi alluniversità, abbandonando il pensiero di trovarsi un lavoro subito dopo la maturità. Noi la sostenemmo in tutto. Studiò per due anni senza andare in discoteca né vedere le sue amiche, ma alla fine superò gli esami brillantemente e diventò una studentessa universitaria. Ora avrebbe potuto finalmente rilassarsi, ma Giulia la pensava diversamente. Prima il lavoro, poi il resto. E anche in questo riuscì: una laurea con il massimo dei voti, un buon impiego che ottenni grazie alle conoscenze che nel frattempo avevo sviluppato. Sembrava che tutto fosse compiuto e che finalmente potesse pensare a se stessa, magari a una famiglia. E invece Giulia aveva unaltra idea: la carriera! Così da non doversi mai più preoccupare di cosa indossare o di dove vivere. Anche in questo ebbe successo. E io e Maria non potevamo essere più fieri di nostra figlia: brava, brillante, indipendente, proprietaria del suo appartamento e di una macchina, capace di viaggiare allestero per le ferie. Solo che… sempre sola.
Ma questo non la turbava. Non era mai stata una ragazza pia, e di corteggiatori non le erano mancati. Solo che non aveva mai avuto fretta di aprire una relazione seria. Perché? Era ancora giovane e aveva così tanto da fare. I figli? Forse, ma più avanti.
La sua prima storia importante arrivò solo verso i trentacinque anni. Era con Vittorio, un collega, con il quale aveva diviso lufficio per anni senza particolare confidenza. Giulia non avrebbe mai pensato di piacergli. Vittorio era attraente, brillante e intelligente: tutto ciò che Giulia apprezzava in un uomo. Quando, durante una festa aziendale, Giulia, un po brilla, gli poggiò la testa sulla spalla durante un ballo, Vittorio non perse più tempo:
Sposami. Siamo entrambi realizzati, letà avanza. È tempo di mettere su famiglia. Mi piaci da sempre, Giulia. Ti amo.
Giulia rise piano:
Vittorio, che sciocchezze! Siamo ancora giovani. Avremo tempo per tutto.
Ma la mattina dopo, guardando nei suoi occhi, la sentì dire, senza neanche pensarci troppo:
Accetto.
Una bella festa di nozze, Maria che piangeva di gioia all’idea di un nipotino, e tre anni dopo, Giulia capì che tutti i suoi successi impallidivano di fronte a quello che tanto aveva rimandato e che ora finalmente aveva.
Non cè più… il mio futuro non cè più, mamma… Giulia non riusciva nemmeno a piangere, stringendo tra le mani i risultati delle analisi. Perché sono stata così stupida?
Figlia mia, aspetta. È solo una clinica, la medicina ormai fa miracoli. Vedrai che tutto può cambiare ancora.
Quando? Giulia lanciò a terra i fogli, che svolazzarono sul pavimento del salotto.
A casa dei suoi, tutto era rimasto quasi come un tempo. I genitori rifiutavano di accettare soldi per mobili o lavori, anche se suo padre non lavorava già più e stava male, e Maria non lasciava quasi mai la casa, temendo di lasciare il marito solo. Giulia qualcosa faceva lo stesso, senza ascoltare i loro no, ma tutto si traduceva solo in una spesa in più al supermercato, e la vecchia mobilia trovava nuova vita dopo una buona restaurazione. Vintage, appunto. Un vero lavoro di rinnovo era stato fatto dieci anni prima, Giulia si disse riguardando le pareti che forse era ora di cambiare la carta da parati e far levigare il parquet. Strano, a che sciocchezze si pensa quando la vita sui cui hai lavorato tanto si sta sgretolando…
Mamma, non lo capisci? Non è che il tempo mi manca, è che ne ho sempre meno…
Rimasero lì sedute a lungo, finché il crepuscolo entrò nella stanza e il telefono squillava inutilmente nellaltra stanza. Giulia piangeva, si calmava, ma taceva: non voleva più discutere di un dolore che parole non potevano risolvere. Alla fine si alzò, fissando la sagoma della madre nella penombra:
Grazie, mamma…
Di cosa, Giulia mia?
Di avermi ascoltata. Non lo posso dire a nessun altro. E poi, a chi mai servirei adesso?
Ma che dici?! Maria le accarezzò le labbra con la mano Mi servi tu! Servi papà! Servi a Vittorio!
A Vittorio… ormai no.
E perché?
Perché questo è un mio problema, non suo. Anche lui non ha più tempo. Ma forse dei figli potrà averli ancora.
Giulia si alzò, abbracciò rapidamente sua madre e, senza ascoltare altre parole, si avviò verso casa.
Non ti preoccupare, mamma, non mi succederà nulla. Giulia le mandò un bacio prima di chiudere la porta, mentre Maria, ormai esausta, si lasciò cadere sulla sedia in corridoio. Ma perché, Signore? Perché proprio a mia figlia una prova del genere?
Giulia non aveva voglia di tornare a casa, e si diresse verso i Navigli. In quella stagione non era il posto più attraente, e la gente scarseggiava: solo qualche padrone di cane e una coppia di anziani, stretti nei trench per ripararsi dal vento autunnale, camminava svelta scambiandosi poche frasi.
Seguendoli con lo sguardo, Giulia scoppiò improvvisamente a piangere. Aveva sempre sognato di arrivare così fino alla vecchiaia, in coppia, a capirsi senza parlare, a condividere tutto… Ma ormai non sarebbe stato possibile. Ora capiva ciò che aveva sempre cercato di ignorare: aveva amato Vittorio, ma aveva spostato tutto a un dopo che forse non sarebbe più arrivato. Ma amare qualcuno vuol dire pensare a lui, non a sé stessi…
Mentre osservava il fiume freddo e scuro, ricordò le passeggiate che faceva lì con i genitori da bambina. Come rimandava il momento di assaporare lunico gelato che si poteva permettere, piccolo contentino che le era concesso indipendentemente dal tempo. Eppure, non si era mai ammalata mangiando gelato dinverno. Con i figli suoi non sarebbe stato possibile…
Scosse il capo. Basta! Piangersi addosso a nulla serve, decise. Doveva andare avanti, trovare una ragione per vivere. Tutti i suoi obiettivi sembravano sciocchi di fronte a ciò che aveva perso. Doveva solo scoprire cosaltro valesse la pena… Ma cosa? A questa domanda non sapeva rispondersi. Però una cosa la sapeva: cera qualcosa da risolvere subito. Perché se il suo tempo dipendeva da lei, quello di Vittorio… magari no.
Uscendo dal torpore, si avvicinò alla macchina ma si fermò di colpo. Intorno allauto si erano raggruppati alcuni ragazzi. Guardò attorno. Deserto. Se fosse successo qualcosa, non avrebbe potuto difendersi. Eppure, nel suo cuore, lattesa lasciava spazio solo a un misto di rabbia e indifferenza. Ormai poteva succedere qualunque cosa.
Si infilò le mani gelide in tasca e si fece avanti.
Che succede qui?
I ragazzi, probabilmente sedicenni, si girarono tutti contemporaneamente.
È la sua macchina?
Sì.
Sotto il cofano… Deve aprirlo, dobbiamo tirare fuori qualcosa! iniziarono a parlare tutti contemporaneamente. Giulia capì che non erano lì per farle del male.
Calmatevi! Non capisco nulla. Parli uno solo per favore. Cosa cè sotto il cofano?
Il più basso del gruppo si fece avanti. Il capo, Giulia pensò senza volerlo.
Cè un gattino. Labbiamo visto infilarsi sotto la macchina, poi è salito da qualche parte, magari sulla ruota, magari oltre. Dobbiamo liberarlo, o rischia di farsi male.
Sei sicuro?
Sì. Dinverno cercano caldo vicino ai motori.
Giulia sbloccò le portiere e aprì il cofano.
Mamma mia! esclamò involontariamente, mentre i ragazzi tiravano fuori un gattino nero che si dibatteva furiosamente.
Morde, questo diavolo! scoppiò a ridere il ragazzo, e porgendole il gattino: Tenga!
A me? Giulia prese il gattino, ora tranquillo Ma che ci faccio?
Si abituerà, basta che lo nutra bene.
Risero e stavano per andarsene, quando Giulia, ricordandosi di qualcosa, li richiamò:
Aspettate! Frugò in tasca e porse loro una banconota. Non si può lasciare un animale senza una mancia, dice sempre mia madre.
Grazie! i ragazzi presero i soldi, salutarono e se ne andarono.
Giulia salì in macchina fissando la sua nuova, inattesa, responsabilità.
E tu che ci fai con me, ora?
Il gattino, ormai sistemato sulle sue ginocchia e intento a impastare con le zampette sporche il suo cappotto chiaro, rispose solo con un ronronante più forte.
Eh… proprio ora, vecchia e con il gatto… Proprio come doveva andare… Giulia accese il motore. Andiamo a casa!
Rinviando la discussione con Vittorio al mattino, Giulia dedicò tutto il resto della serata al nuovo ospite.
Ma dove ti sei rifornito di pulci? Un disastro! Sei proprio una bestiola strana! Come mi sono lasciata trascinare in questa follia? lavava il gattino nella vasca, mentre Vittorio le porgeva lasciugamano.
Strano…
Cosa?
Di solito i gatti odiano lacqua, ma questo sembra tranquillo.
Fa pure le fusa, non lo senti? Sotto le mie mani sembra un motore!
Giulia avvolse il gattino bagnato nellasciugamano.
Fatto! Ora si mangia!
Appena sistemato vicino a lei sul divano, il gattino crollò addormentato. Vittorio, allora, chiese:
Giulia, allora? Notizie?
Giulia sospirò. Era meglio parlarne subito, forse.
Dobbiamo lasciarci, Vittorio.
Questa sì che è una novità! E perché?
Perché io non potrò avere figli. È solo colpa mia. Tu puoi ancora diventare padre, hai tempo per trovare qualcunaltra.
Vittorio la guardò come se la vedesse per la prima volta.
Quindi lo decidi e basta? Davvero credi che io sia un robot, pronto a trovare unaltra se necessario? Giulia, chi sei tu davvero? Non ti è venuto in mente che ti amo, che i figli non sono tutto in un matrimonio? A me basta che ci sia tu, non una donna ideale! Ma tanto tu ormai hai deciso…
Vittorio si alzò, prese il gattino assonnato e se ne andò.
Dormo nello studio stasera. Buonanotte.
Giulia annuì in silenzio. Appena rimasta sola, scoppiò in un singhiozzo. Giusto, pensava, anche se il dubbio restava. Ora lo dice così, ma fra qualche anno?
Passò la notte a rimuginare, ripercorrendo tutta la sua vita insieme a Vittorio, e alla fine concluse che la sua decisione era giusta. Una buona azione oggi poteva facilmente diventare un peso domani. E Vittorio non glielo avrebbe mai rinfacciato, perché era un bravuomo.
Si addormentò allalba, rannicchiata sulla poltrona. Non sentì quando Vittorio si alzò, nutrì il gatto e uscì per andare al lavoro. Si svegliò solo a mezzogiorno, avvolta in una coperta. Sul tavolino cera un biglietto: Torno stasera. Dobbiamo parlare. Non pensare nemmeno per sogno di lasciarmi. Io ti amo e non ti lascio!
Il gattino era ai suoi piedi, con gli occhi verdi fissi su di lei.
Che c’è? si alzò stirandosi. Ho voglia di caffé. Tu ne vuoi?
Per la prima volta dopo giorni sorrise, guardando il suo amico peloso che correva in cucina.
Ti sei ambientato in fretta…
Mentre metteva la moka sul fuoco, si accorse che si sentiva meglio. Forse grazie al biglietto di Vittorio, o forse perché era il tempo a fare pian piano il suo dovere, non sapeva dirlo. Il male cera ancora, ma meno pesante. Non riusciva a spiegarselo, ma sentiva qualcosa di nuovo nellaria: doveva continuare a vivere.
Telefonò in ufficio, si prese un giorno di malattia, si prenotò per taglio e manicure e uscì di casa.
La città era immersa nella pioggia. Le auto sembravano navigare, e lacquazzone non accennava a smettere. Arrivata alla macchina, era fradicia. Si mise comunque alla guida, pensando che rifugiarsi a casa a piangere non avrebbe cambiato nulla.
A causa del maltempo, in salone il turno era slittato. Seduta ad aspettare, prese il primo giornale a portata di mano: pubblicità, articoli su maternità, infanzia… Giulia guardò la copertina e sorrise amaramente. Proprio quello tra tanti rotocalchi… Come era finito lì? Sfogliando, arrivò a una foto che la lasciò di stucco. Un bambino, con due grandi occhi verdi, la guardava dalla pagina. Ebbe la sensazione di conoscerlo già da sempre. Cera qualcosa in quello sguardo che non le dava pace. Lesse la didascalia.
La parrucchiera cercò Giulia chiamandola, ma lei non cera più. Né il giornale rimasto sul tavolino, ma nessuno lo notò.
Vittorio rimase sorpreso di vedere Giulia comparire nel suo ufficio.
Guarda! Gli mise davanti il giornale, indicando la foto.
E questo chi è, Giulia?
Non lo so, Vittorio. Cè solo il nome e letà. Ma guardalo bene!
Con insospettata energia, lo prese per mano e lo condusse davanti alla vetrata che divideva i due studi. Gli mise in mano il giornale.
Non ti ricorda nessuno?
Vittorio fissò il viso del bambino, poi alzò gli occhi e si mise a confronto con il suo riflesso: era lo stesso sguardo, solo trentanni più grande.
Incredibile, vero? Giulia tratteneva il fiato. Ora sapeva che tutto dipendeva da quel che avrebbe risposto lui.
Non ci credo… Vittorio lesse la nota sotto la foto, poi alzò ancora un sopracciglio. Ma sei sicura?
No, niente affatto. Non so nulla, il giornale è perfino vecchio. Magari una famiglia già lha trovato. Non so nulla, tranne ciò che vedo… E voglio smettere di rimandare tutto!
Fu così che adottarono Alessandro, qualche mese dopo. E due anni più tardi, Giulia trovò la foto di una bambina sullo stesso tipo di rivista: Mariangela, appena un anno e mezzo, che non aveva mai conosciuto altra mamma. Giulia divenne la sua mamma, tutto per lei. E dopo altri cinque anni, Giulia, attribuendo i suoi strani sintomi a una precoce menopausa, rimase spiazzata dalle parole del medico:
Andiamo, dottore, non può essere vero!
Giulia diede alla luce Ilaria, nei tempi previsti, stupendo la sua ormai grande famiglia.
Maria fece in tempo a vedere la nipotina. Morì un anno dopo. La malattia la consumava, ma dedicò tutto il suo tempo ai nipotini.
Siete la mia gioia… In voi cè tutta la mia vita…
Riordinando casa dei miei dopo la scomparsa di Maria, aiutai il papà a preparare il trasloco da me. Nellultimo ripiano dellarmadio trovai una scatola. Aprendola, rimasi senza parole: dentro, vecchi stivaletti. Li strinsi a me e mi lasciai andare in un pianto che spaventò i bambini.
Mamma! Eh, mamma, che succede? Sandro mi corse incontro senza capire.
Ed io, col fiato spezzato, non riuscivo a spiegare che stavo ritrovando un pezzo del passato.
Mamma, perché piangi? Mariangela si mise accovacciata davanti a me cercando di vedere i miei occhi, poi, non riuscendoci, mi abbracciò. Anche Ilaria si mise a piangere dietro a lei, e solo Vittorio, arrivando dalla cucina, fermò lesplosione di lacrime.
Su, silenzio! Giulia, che cè?
Le bambine si zittirono subito e si girarono verso il padre. A quel punto, potevano essere sicure che sarebbe andato tutto bene.
Oh, Vittorio… Erano i suoi… Li ha conservati, ti rendi conto? Per tutto questo tempo.
Misi gli stivaletti da parte e curiosai ancora nellarmadio. Cera ancora il mio corredo. Avevo rifiutato di portarlo con me quando mi sposai, dicendo che era poco adatto alla casa nuova. Ora, estraendo dagli scaffali quelle lenzuola, quelle asciugamani, riconoscevo il tempo e il modo in cui Maria aveva custodito tutto. Piccoli sacchetti di lavanda profumavano ancora la biancheria. Cera persino il completo comperato per sé che Maria non aveva mai usato. I merletti erano ingialliti, il ricamo aveva perso vivacità…
Vittorio… mi girai a guardarlo. Comè possibile? Lei non cè più, ma le sue cose sì… Perché rimandiamo tutto? Perché non viviamo le cose qui e ora, aspettando sempre un momento migliore che magari non arriva mai? Non è giusto…
Vittorio mi abbracciò, senza dire nulla. Era daccordo.
Ilaria, giocando vicino a me, mi abbracciò una gamba, con i suoi occhi verdi come quelli di papà e del fratello.
Mamma!
Mi immobilizzai, stentando a credere a ciò che sentivo, ma Vittorio mi fece un sorriso e io mi inginocchiai.
Ripeti!
Mamma! Ilaria mi si arrampicò in braccio. Mamma…
Sandro e Mariangela si misero a battere le mani.
Alla fine lha detto mamma! Sandro fece locchiolino al papà. Ora tocca andare allo zoo!
Quando? chiese Mariangela, saltando. Nel weekend?
E perché aspettare il weekend? diedi un bacio a mia figlia. Non bisogna mai rimandare a domani quello che si può fare oggi. Andiamo!
Guardai per un attimo il disordine di vestiti sul pavimento. Quello sì lo potevo rimandare. Man mano imparo.
Guidando, ascoltavo il chiasso dei bambini e pensavo che ancora non sapevo come renderli completamente felici. Forse, nessuno lo sa. Ma avrei cercato di insegnare almeno questa lezione semplice: non rimandare la vita. Perché il poi è terribilmente capriccioso. E quando ti sembra che il momento giusto sia dietro langolo, può capitare che non arrivi mai.
E il gelato?
Adesso? chiese Sandro stupito. Mamma, non abbiamo ancora pranzato!
Arriverà anche il pranzo. Allora?
Sì! gridarono i bambini, e Vittorio sorrise.
Coccoli un po troppo questi figli, cara?
E come si fa a resistere, caro mio? Quando, se non adesso?




