L’abito prestato Allora, in quel periodo nel nostro paese, proprio a tre case dal consultorio, abit…

Il vestito dellaltro

Ai tempi, nella nostra piccola via di paese, proprio tre case oltre la farmacia, viveva una donna di nome Speranza. Il cognome era Martini, così semplice che lo si dimenticava subito, e lei stessa era persona discreta, silenziosa, quasi evanescente come lombra di un pioppo nel mezzogiorno estivo. Speranza lavorava nella biblioteca comunale, per pochi euro che, spesso, nemmeno arrivavano; se passava qualche mese senza stipendio, si accontentava di quello che offrivano: barattoli di olive, pacchi di pasta vecchia, magari una bottiglia di vino scadente.

Non aveva marito, Speranza. Era partito verso il Nord anni prima, in cerca di fortuna, quando la figlia era ancora in fasce. Nessuno seppe mai se avesse trovato una nuova famiglia o semplicemente fosse svanito nella nebbia delle fabbriche e dei porti.

Speranza cresciuta sola la sua Lia, tirando avanti come poteva. Di notte si sedeva davanti alla macchina da cucire, lavorando senza tregua, così che la bambina avesse sempre calzini senza buchi e fiocchi tra i capelli come le altre.

Lia cresceva… e signore, che ragazza! Bella da togliere il respiro, occhi color del cielo sopra la Liguria, trecce doro, figura snella. Ma lorgoglio quello sì, era una fiammata. Si vergognava della loro povertà, le pesava. Ladolescenza vuole fiori e luce, sogni di feste e amici: invece lei si presentava al mondo con stivali rammendati per il terzo anno consecutivo.

Quando arrivò la primavera dellultimo anno delle superiori, i cuori di tante ragazze palpitarono forti, ed anche quello di Lia. Una sera, Speranza venne da me mi chiamavano signora Rosina, ero linfermiera del paese, il punto di riferimento per chi aveva il cuore troppo pesante. Si sedette sul lettino, fragile sotto una maglia troppo consumata.

Rosina disse piano, mentre le mani si intrecciavano tremanti ho un vero problema. Lia non vuole andare alla festa di diploma. Piange e si dispera.

Perché? chiesi, avvolgendo la fascia per misurarle la pressione.

Dice che si vergogna. La figlia del sindaco, Elena Zani, si farà vedere con un vestito di città, di quelli che vedi solo in vetrina. E io… il sospiro le uscì dal fondo dellanima. Io non ho nemmeno i soldi per un tessuto semplice. Abbiamo finito tutto durante linverno.

E ora? Che pensi di fare? domandai.

Ho trovato una soluzione dun tratto gli occhi le si illuminarono, speranza vera. Ricordi le tende di mamma, nel baule? È raso corposo, bel colore. Smonto il pizzo antico dal colletto, ci ricamo delle perline. Non sarà un abito, sarà un capolavoro!

Scossi la testa. Conoscevo Lia. Lei voleva vedere unetichetta costosa, una stoffa di moda, non una creazione casalinga. Ma tacqui: la speranza di una madre è cieca ma sacra.

Per tutto maggio, vedevo la luce nella finestra dei Martini fino a notte fonda. La vecchia Singer batteva ritmi indiavolati, Speranza non dormiva che tre ore ed era stanca ma col cuore leggero.

La tragedia scoppiò tre settimane prima della festa. Passai a portare una pomata Speranza aveva la schiena bruciata dagli anni chinata sul cucito. Entro, e vedo sul tavolo non un vestito, ma un sogno: il raso scintillava color cipria nobile, come il cielo di Roma al tramonto dopo un temporale. Ogni perlina cucita con amore trasparente.

Che ne pensi? mi domandò, con un sorriso timido, quasi infantile. Le mani le tremavano, tutte fasciate da cerotti.

Una regina risposi. Speranza, hai mani doro. Lia lo ha visto?

Non ancora, è a scuola. Voglio farle una sorpresa.

Allimprovviso, la porta sbatté. Lia entrò, il viso rosso e gli occhi pieni di rabbia. Buttò la borsa in un angolo.

Di nuovo Elena si vantava! Scarpe di vernice, décolleté nuove! E io? Devo andare con le scarpe bucate?

Speranza le si avvicinò con dolcezza, prendendo il vestito dal tavolo.

Guardalo, tesoro… È finito.

Lia rimase di sasso, gli occhi si spalancarono, scrutarono il vestito. Credevo che sorridesse. Ma improvvisamente cambiò tono:

Cosè questo? voce di ghiaccio. Sono le tende della nonna! Le riconosco! Hanno il profumo di naftalina, vecchie da una vita! Ci prendi in giro?

Lia, è raso vero, guarda come cade… Speranza balbettava, quasi senza voce, tendendo una mano.

Tende! urlò Lia, facendo tremare anche i bicchieri sui mobili. Vuoi che salgo sul palco avvolta in una tenda? Così tutta la scuola riderà? Non lo metterò! Mai! Meglio andare nuda, meglio sparire che indossare questa miseria!

Strappò il vestito dalle mani della madre, lo gettò a terra e vi poggiò il piede sopra, schiacciando le perline e il lavoro materno.

Ti odio! Odio la nostra povertà! Odio anche te! Tutte hanno madri che risolvono, si danno da fare, ma tu… sei uno straccio, non una madre!

Calò un silenzio terribile, pesante come pietra. Speranza impallidì, diventò color muro. Non gridò, non pianse. Si chinò lentamente, raccolse il vestito, scosse una polvere inesistente e lo strinse al petto.

Rosina disse a voce bassa, senza guardare la figlia vai, ora. Dobbiamo parlare fra noi.

Me ne andai, il cuore stretto. Avrei voluto darle un ceffone a Lia. Quanta stupidità, quanta ingratitudine.

La mattina dopo, Speranza era sparita.

Lia arrivò di corsa da me a mezzogiorno, senza volto, svuotata di superbia, con negli occhi solo paura primitiva.

Zia Rosina… la mamma non cè.

Come non cè? Sarà al lavoro?

Neanche in biblioteca, è chiusa. E non ha dormito a casa. E… Lia si interruppe, le labbra tremarono. Anche licona non cè.

Quale icona? mi accasciai sbalordita.

Quella di San Nicola, dargento. La nonna diceva che ci aveva protetto dalla guerra. La mamma ripeteva sempre: Questo è il nostro pane, Lia, solo nei giorni più neri.

Mi si gelò il sangue. Capivo cosa aveva fatto Speranza. In quei anni, le icone antiche si vendevano a caro prezzo, ma era rischioso: si rischiava di essere truffati o peggio. Lei era ingenua, come una bambina. Era corsa in città, pronta a vendere licona per comprare un vestito alla moda alla figlia.

Trova pure il vento nella campagna… sussurrai. Oh, Lia, cosa hai combinato…

Per tre giorni vivemmo nellinferno. Lia si trasferì da me, aveva paura di restare sola. Non mangiava, beveva solo acqua. Guardava la strada seduta sul gradino, aspettando. Ogni rumore di motore la faceva balzare verso il cancello, ma era sempre qualcuno di passaggio.

È colpa mia ripeteva di notte, rannicchiata come una bambina.

Lho ferita con le parole. Zia Rosina, se torna… mi inginocchierò, farò qualsiasi cosa. Basta che torni.

Al quarto giorno, quando il cielo si stava scurendo, il telefono della farmacia squillò forte, impaziente.

Presi la cornetta:

Pronto, farmacia di paese!

Rosina? voce maschile, stanca, formale. Sono dellospedale provinciale. Reparto rianimazione.

Mi mancò il fiato, dovetti sedermi.

Che è successo?

È arrivata da noi una donna tre giorni fa, senza documenti. Lhanno trovata in stazione, malata di cuore. È stata in coma, si è ripresa poco: ha detto il nome del paese e il suo: Martini Speranza. Corrisponde?

È viva?! urlai.

Per ora sì. Ma è grave. Venite, vi prego.

Il viaggio verso la provincia meriterebbe un racconto a sé. Il bus era partito, corremmo dal sindaco a chiedere un passaggio, ci diedero il vecchio Panda guidato da Pietro.

Lia rimase in silenzio. Stringeva la maniglia del portello, gli occhi fissi davanti, le labbra si muovevano come in preghiera. Forse la sua prima vera preghiera.

Allospedale si respirava dolore: odore di disinfettante, medicine, silenzio assoluto, di quelli che si sentono solo dove la vita e la morte si sfiorano.

Il medico arrivò, giovane e stanco.

Per la Martini? Vi faccio entrare solo per un minuto. E niente lacrime, che non deve agitarsi.

Entrammo. Le macchine bip bip, i tubi, e la nostra Speranza lì…

Oh, signore, neanche nel marmo si scolpisce così. Volto grigio, ombre sotto gli occhi, così piccola sotto la coperta ospedaliera che pareva una bambina.

Lia appena la vide si lasciò cadere in ginocchio, la faccia affondata nel lenzuolo, le spalle si scuotevano ma nessun suono. Aveva paura di piangere, il medico aveva raccomandato.

Speranza aprì gli occhi, il suo sguardo incerto, confuso. Poi la mano viola di punture si mosse e si posò sulla testa di Lia.

Lia… sussurrò, come vento leggero. Ti ho ritrovata…

Mamma Lia singhiozzava, baciava quella mano fredda. Mamma, perdonami

I soldi… Speranza accarezzava il lenzuolo. Ho venduto… Trovali, in borsa… Compra il vestito… Quello col filo d’oro… Come volevi…

Lia sollevò il viso pieno di lacrime.

Non voglio nessun vestito, mamma! Capisci? Nulla, più niente! Perché lhai fatto, mamma? Perché?

Per vederti bella… Speranza accennò un sorriso. Perché fossi come le altre…

Rimasi lì, la gola serrata, guardandole. Ecco cosè l’amore materno. Non ragiona, non pesa. Dona tutto, fino allultima goccia di sangue, di cuore. Anche se il figlio ferisce, anche se non comprende.

Il medico ci cacciò dopo cinque minuti.

Basta, non ha forze. Crisi superata, ma servirà tanto tempo. Riposo.

Iniziò unattesa che durò quasi un mese. Lia faceva avanti e indietro ogni giorno: scuola la mattina, ospedale il pomeriggio, portava brodi cucinati da lei, grattugiava mele.

Cambiò la ragazza, non la riconoscevo. Sparita ogni superbia. Casa pulita, orto sistemato. Veniva a dirmi come stava la madre, e negli occhi aveva ormai la luce delletà adulta.

Rosina mi disse una sera sai, dopo aver gridato quella volta… ho provato di nascosto il vestito. È morbido, profuma di mani di mamma. Sono stata stupida. Pensavo che solo con un abito ricco avrei avuto rispetto. Ora so: se la mamma non cè, nessun vestito vale la pena.

Speranza si riprese piano, con fatica ma si riprese. I medici parlavano di miracolo. Io so che fu lamore di Lia a riportarla indietro dal buio. Uscì dallospedale proprio il giorno prima della festa di diploma. Debole, camminava a fatica, ma voleva tornare a casa.

Arrivò la sera della festa.

Tutta la borgata era intorno alla scuola. Musica, ragazze vestite in ogni modo. Elena Zani nel suo abito vaporoso sembrava una torta nuziale, tirava dritta il naso per aria.

In quellattimo, la folla si aprì. Silenzio.

Entrarono Lia e Speranza. Speranza pallida, trascinava il piede, si appoggiava alla figlia, ma sorrideva.

E Lia… non ho mai visto tanta bellezza.

Indossava proprio quel vestito. Quello delle tende.

Alla luce calda del tramonto, il color cipria accendeva una forza magica. Il raso seguiva la figura, copriva il necessario, metteva in rilievo la grazia. Sulle spalle, un pizzo iridescente.

Ma il vestito non era la cosa più importante. Era come Lia camminava. Camminava da regina. La testa alta, ma negli occhi la serenità, la maturità vera. Sosteneva la madre come si porta un vaso di cristallo; sembrava dire al mondo: Questa è mia madre. Ne sono orgogliosa.

Un ragazzo, il solito burlone Antonio, tentò di scherzare:

Oh, arriva la tenda del salotto!

Lia si fermò. Si voltò lenta, lo guardò negli occhi, serena, decisa, quasi misericordiosa.

Sì disse forte, così che tutti sentissero lha cucito la mamma per me. Per me, questo vestito vale più delloro. E tu, Antonio, non capisci niente di bellezza.

Lui diventò rosso, zitto. E anche la signorina Zani nel suo abito comprato perse ogni brillantezza. Perché, si sa, non sono i vestiti a fare la persona.

Quella sera Lia ballò poco. Restò vicina a sua madre, la copriva con lo scialle, le portava acqua, le teneva la mano. In quel gesto cera una tenerezza che mi commosse. Speranza la guardava col viso trasfigurato dalla gioia. Sapeva che tutto era valso. Licona, quel miracolo custodito, aveva salvato più anime che portafogli.

Sono passati tanti anni. Lia è andata a vivere in città, diventando una stimata cardiologa. Ha portato Speranza con sé e la protegge come un tesoro prezioso. Vivono unite, felici.

Poi, si dice che Lia abbia ritrovato licona, dopo anni di ricerca per antiquari. Ha speso molto, ma lha ricomprata. Ora troneggia nella loro casa, sempre con la lampada accesa davanti.

A volte osservo i giovani di oggi e penso a quanto spesso feriamo chi ci ama per compiacere gli altri, facciamo i capricci, battiamo i piedi. Eppure la vita è breve, come una notte destate. La mamma è una sola. Finché è viva, siamo protetti dalla tempesta. Ma quando scompare, restiamo esposti a tutti i venti.

Custodite le vostre madri. Chiamatele oggi, se sono ancora con voi. Se sono già volate via, ricordatele con amore. Loro, laggiù in cielo, ascolteranno certamente…

Se questa storia vi ha toccati, tornate a trovarmi e lasciate un segno. Racconteremo ancora, piangeremo e rideremo insieme delle piccole cose vere. Per me, ogni vostro saluto è come una tazza calda di tè in una notte dinverno. Vi aspetto sempre…

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