Lamante di mio marito
Mi ricordo ancora come fosse ieri quel giorno a Milano, sebbene ormai sia passato tanto tempo. Mi ritrovai seduta nella mia vecchia Fiat, a fissare per un tempo interminabile lo schermo del navigatore. Lindirizzo era giusto, non potevo sbagliarmi. Mancava solo il coraggio per fare ciò per cui ero venuta fin lì. Presi un respiro profondo e, con uno slancio di determinazione, uscii dalla macchina. Feci pochi passi lungo il marciapiede e mi fermai davanti allingresso di una piccola caffetteria. “Paradiso del Caffè” si leggeva sulla targa appesa sopra la porta. “Paradiso, già… che ironia,” mi balenò in mente mentre la guardavo. Dovevo entrare lì dentro, ma per un istante tutta la forza di volontà sembrò abbandonarmi. Forse avrei dovuto tornare indietro, risalire in auto e mettere quanta più distanza possibile tra me e quella situazione. Ma no. Non avevo fatto tutta quella strada per niente.
Mi feci coraggio, afferrai la maniglia e tirai la porta verso di me. Sapevo che da un momento allaltro mi sarei trovata di fronte a LEI lamante di mio marito, la donna responsabile della rovina del mio focolare domestico. Cosa sapevo realmente di questa ragazza? In verità, poco o nulla. So soltanto che mio marito la chiamava “Micetta”, almeno così la salvava nei messaggi e che lavorava come cameriera proprio in quella caffetteria. Mi sistemai a un tavolino vicino alla finestra e restai in attesa che una delle cameriere venisse a prendere lordine. Finalmente la vidi arrivare. Era proprio lei! Riconobbi la ragazza che avevo visto nella foto. Stava venendo dritta verso di me. Quei pochi attimi mi sembrarono eternità. Nella mente mi scorsero pensieri così rapidi e numerosi che avrebbero potuto riempire un romanzo.
Buongiorno! salutò la cameriera. Io buttai locchio sul suo cartellino. “Chiara,” lessi. Così si chiamava. Che fantasia aveva mio marito, chiamarla Micetta se già si chiamava Chiara. Lei, ignara di tutto, continuò:
Vuole vedere il menù? Quando è pronta per ordinare, mi chiami pure.
Le sorrisi, il mio sorriso più brillante, mentre la osservavo attentamente, come se cercassi di coglierle ogni minimo difetto. Come mai ero finita a trovarmi faccia a faccia con lamante di mio marito? Era una storia lunga. Ma meglio partire dallinizio.
Già da dieci anni ero sposata con Marco. O meglio, pensavo di essere felice, o almeno mi ero sempre convinta che il nostro fosse un matrimonio solido. Insieme avevamo una figlia di otto anni, Bianca. Marco stravedeva per lei, la sua principessa, e non perdeva occasione per viziarla. “Hai già comprato la ventesima bambola?” gli chiedevo con sguardo di disapprovazione, e lui non faceva che allargare le braccia. Bianca adorava il papà, certe volte pensavo che lo amasse persino più di me ma non me ne facevo un cruccio. Con la mia laurea in psicologia e il mio lavoro come psicoterapeuta sapevo che il legame tra padre e figlia era fondamentale per il suo futuro.
Ho sempre cercato di parlare apertamente con Marco dei piccoli problemi che nascevano, e forse per questo da noi non capitavano mai litigi o discussioni serie. Eravamo una famiglia normale, media: avevamo un appartamento acquistato con un mutuo, una macchina e una casetta in montagna, non lontano da Lecco.
E invece, come un fulmine a ciel sereno: lamante.
Lho scoperto del tutto per caso. Qualche giorno prima, Marco era sotto la doccia quando il suo telefono ha iniziato a vibrare. “Sarà papà, aveva promesso di chiamare stasera! Puoi rispondere tu? Non posso uscire ora,” mi ha gridato dal bagno. Non avevo mai risposto al telefono al posto suo, ma se me lo chiedeva lui, cosa cera di male? Mi sono avvicinata al comodino dove teneva il cellulare, pronta a rispondere, ma ho notato che chi chiamava era qualcun altro. Una chiamata WhatsApp, e cera pure la foto del contatto: “Micetta”. Ho guardato quellimmagine e ci ho messo un attimo a capire cosa stavo realmente vedendo. Una giovane ragazza abbracciata a mio marito. Il mio cuore si è fermato, non sapevo come reagire. Rispondere? Parlarle? Mentre decidevo, la chiamata si è interrotta.
Mi sono voltata per lasciar perdere il telefono, ma proprio in quellistante è arrivato un messaggio. Non ho resistito alla tentazione di leggerlo. “Marco, la prossima settimana lavoro lunedì e martedì. Passa a trovarmi al Paradiso del Caffè a fine turno, voglio offrirti il mio espresso speciale. Ti amo, mi manchi…,” seguito da una fila di cuoricini e faccine. Ho lasciato il telefono come fosse una vipera. Era tutto chiaro nessuna ambiguità possibile. “Micetta” tra le sue braccia, la chiamata, il messaggio. Per quanto mi facesse male, era ovvio: mio marito aveva unaltra. Ma da quanto andava avanti? Era solo unavventura o cera qualcosa di più serio? In fondo, cambiava poco: era comunque uno shock. Mi serviva tempo per riflettere.
Quando Marco uscì dal bagno, mi chiese se avevo parlato con suo padre. “Non ho fatto in tempo a rispondere,” mentii. Poi inventai un mal di testa e gli dissi che sarei andata in farmacia.
Ovviamente in farmacia non ci sono mai andata. Mi sono seduta su una panchina in un piccolo giardinetto nei pressi di casa, a pensare al futuro. Ho passato in rassegna tutta la nostra storia insieme, senza trovare un punto preciso dove il legame si fosse incrinato. Ma dovevo guardare la realtà in faccia. Non ero il tipo da far finta di nulla e continuare a vivere sotto lo stesso tetto come se non ci fosse un problema grande come una montagna.
Ma nemmeno ero una donna da drammi e scenate. No, io credevo si potesse parlare, affrontare tutto con calma e prendere decisioni ponderate. La prima tentazione fu affrontare Marco subito e chiedergli chiarimenti su “Micetta”. Ma avrei dovuto spiegare come avevo letto il messaggio sul suo telefono. Non mi sembrava la soluzione migliore.
Poi mi tornò in mente che di lì a una settimana avremmo dovuto festeggiare il nostro decimo anniversario di nozze. Bastava! Come potevamo festeggiare dopo una simile scoperta? Bianca ci teneva tanto, aveva persino preparato un disegno per noi. Mi venne da piangere, pensai di raccogliere le sue cose e cacciarlo di casa. Ma Bianca? La sua adorata figlia sarebbe crollata. Come avremmo fatto col mutuo? Cosa avrei detto ai miei genitori? E poi… io amavo ancora Marco. A quel pensiero, la testa mi si riempì di dolore.
Mi tornò in mente allimprovviso che sapevo dove lavorava “Micetta” e persino qual era il suo turno. Avevo ben presente anche il suo volto. Così… forse sarei dovuta andare lì, a vederla di persona. Magari parlarle.
Passai i giorni successivi come in un brutto sogno: insonne, senza appetito, fingendo una tranquillità che non avevo. Bianca si accorse subito che qualcosa non andava, e Marco pure. “Ho solo tanto lavoro,” rispondevo a entrambi, “un caso complicato, dovrò sottopormi a una supervisione.” Bianca mi abbracciava e basta, Marco mi guardava con sospetto.
Così, dopo giorni di tormento, decisi che dovevo andare in quella caffetteria. Era lunico modo per trovare un po di pace.
***
Prendo un cappuccino e un dolce, ordinai quando Chiara tornò. Cosa mi consiglia?
Abbiamo un ottimo tiramisù, propose lei.
Va bene, vada per il tiramisù.
Quando “lamante di mio marito” portò lordine, quasi non lo toccai. Il caffè era mediocre, e il tiramisù… niente di speciale. Erano le undici del mattino, il locale era quasi vuoto avevo scelto quel momento proprio per avere la possibilità di parlarle. Dopo una decina di minuti, Chiara tornò e chiese cortese:
Non ha quasi toccato il dolce, non le è piaciuto? Vuole che gliene porti un altro?
No, no, non è per il dolce. Non ho fame. Ho la mente altrove.
Mi scusi, non voglio disturbarla.
Ma no, Chiara, non mi disturba affatto. Mi chiedo solo cosa dovrei fare ora. Finire il tiramisù o chiedere la separazione? Lei cosa sceglierebbe? Le lanciai uno sguardo penetrante.
La ragazza si irrigidì, sicuramente le sembro una pazza.
Non mi è mai capitata una scelta del genere
Ma se le capitasse? Se scoprisse che suo marito lha tradita?
Chiara rimase in silenzio, visibilmente a disagio. Allora cambiai argomento.
Da quanto lavora qui?
Da quasi un anno, rispose cauta.
Studia?
Sì, mi rispose, sempre diffidente.
Cosa studia, se posso chiedere?
Mi sono iscritta allAccademia delle Belle Arti, balbettò un poco.
Che interessante. Immagino abbia molta fantasia.
Non capisco.
Voglio dire riuscirebbe a calarsi nei panni di una moglie tradita? Oppure… di unamante?
Chiara non rispose, ma si vedeva che era a disagio. A quel punto capii che il dialogo non aveva più senso. Che ci facevo lì? Avevo visto Chiara, e quindi? Mi sarei dovuta avventare su di lei? Gettarle addosso il cappuccino? Mi sentii stanca, e dissi solamente:
Mi porti il conto, per favore.
Quando Chiara tornò, io non cero già più. Sul tavolo avevo lasciato quaranta euro* e una generosa mancia. Lei guardò fuori dalla finestra e sospirò, chissà perché, con mestizia.
***
In quella caffetteria presi una decisione. Avrei comunque festeggiato il decimo anniversario con Marco, per Bianca. Non avrei tolto a mia figlia la gioia di quel momento, lei si era tanto impegnata per quel giorno. Avrei recitato la mia parte, e poi ne avrei parlato con lui.
E così, il giorno dellanniversario, eravamo al nostro tavolo preferito, io, Marco e Bianca. Dieci anni di vita insieme. Che anniversario era, di stagno? Di legno? “Più che altro, di vetro,” pensai amaramente. “Il mio matrimonio è pronto a rompersi, ma io continuo a fingere.” La cena volgeva al termine, quando Marco, strizzando locchio a Bianca, esclamò: “Che festa è senza torta?”.
Voglio la fetta più grande! gridò la bambina entusiasta.
Marco fece cenno a qualcuno, e la torta iniziò la sua processione verso il nostro tavolo. Guardai distrattamente solo per fare contenta Bianca finché non mi resi conto di chi la stava portando. Chiara, in persona. Sbalordita, fissai Marco e poi Chiara. Era lei, senza dubbio.
Chiara posò la torta e rimase accanto al tavolo. Marco le rivolse un sorriso, poi si voltò verso di me.
Buon anniversario, amore! Questa torta è per te.
Un animatore richiamò Bianca per un gioco e lei corse via. Io restai in silenzio, senza parole. Marco mi venne in aiuto.
So che conosci già Chiara, disse.
Chiara accennò un inchino cortese.
Il nostro amore saprà superare qualsiasi prova. Grazie di essere la donna che sei, cercò di abbracciarmi, ma mi scostai.
Come dovrei interpretare tutto ciò? gli chiesi infine.
Era uno scherzo. Sì, stupido e fuori luogo, ma uno scherzo Marco aprì le braccia.
Uno scherzo? ripetei incredula.
Sì. Ho contattato unagenzia specializzata in feste a sorpresa. Scrivono un copione apposta e reclutano attori. Per noi la mia infedeltà. Ma tu hai dimostrato una tempra e saggezza incredibili. Sono proprio fortunato ad avere te! e tentò di stringermi, ma io mi scansai ancora.
Quindi non hai unamante?
No, certo che no, rispose lui felice.
E Chiara è unattrice?
Sto terminando gli studi, intervenne Chiara. Lavoro qui, e collaboro con lagenzia. Lei si è comportata benissimo, signora. Alcune mogli mi hanno lanciato il caffè addosso, altre mi hanno insultata davanti a tutti. Lei, invece, ha mantenuto la calma e lasciato anche una mancia.
Non so che dire, balbettai guardando Marco e poi Chiara. Marco, ti sembra divertente uno scherzo simile? Adeguato? Degno? mi tremava la voce. Perché mi hai fatto questo?
Chiara accennò ad andarsene, ma con un cenno la fermai. Marco non mi aveva mai vista perdere le staffe così. Sempre calma, sempre equilibrata, ora lasciavo parlare la rabbia.
Ti rendi conto di come ho vissuto questi giorni?! Come ti è venuta unidea simile proprio prima del nostro anniversario?
Vedi, Anna, cominciò Marco, sei sempre così pacata, equilibrata manca un po di pepe. Ho pensato di dare una scossa al nostro rapporto. Sì, è stato sciocco. Perdonami.
Trattenni a stento lindignazione. Chiara ne approfittò per svignarsela.
Ti manca il pepe? Ecco, prendilo! presi il piatto con la torta e glielo rovesciai in faccia. Ecco a te il pepe, e pure la glassa. Tutto insieme!
Marco provò a togliersi la crema dal viso, ma con scarso successo. Finalmente ci riuscì.
Sei impazzita?
No, caro, risposi con voce soave. Ho solo voluto ravvivare il nostro rapporto! e uscì dal locale a testa alta.
Ma che ti prende?! gridava lui dietro me. Non ti ho tradita, alla fine!
Mi fermai, lo guardai e dissi sentitamente:
Sarebbe stato meglio se lo avessi fatto!
Poi mi avvicinai a Bianca, la presi per mano e uscii con lei nel fresco della sera. Sulla strada mi colse una risata improvvisa.
Mamma, che coshai? Cosa ti fa ridere?
Niente, amore. Mi è venuta in mente una barzelletta.
Me la racconti?
Certo, ma prima dobbiamo parlare seriamente. Capisci, per un po vivremo separate dal papà…
Separate? Per sempre? Bianca spalancò gli occhi.
Non lo so, cara, dissi con sincerità. Il tempo ce lo dirà. Resterai con me? Bianca annuì.
E ce ne andammo, avanti, lungo via della sera, mano nella mano.
*Nota: la somma è stata adattata a una cifra in euro coerente al contesto e allepoca italiana ovviamente i dettagli possono variare nel ricordo.





