L’amarezza nel profondo dell’anima “Da tempo il collegio ti reclama! Fuori di casa nostra!” – urlai…

LAMAREZZA NEL FONDO DELLANIMA

«A te ormai ti manca solo lorfanotrofio, capito? Fuori dai piedi, fuori dalla nostra famiglia!» urlavo con la voce che mi tremava dalla rabbia.
Il bersaglio della mia furia? Mio cugino Enrico.

Oddio, quanto lo adoravo da bambina! Capelli color grano, occhi azzurri come il cielo di Capri, una simpatia travolgente. Tutto lui: Enrico.
Spessissimo i parenti si riunivano intorno alla tavola imbandita. Di tutti i miei cugini, Enrico era quello che preferivo. Parlava con una lingua biforcuta, capace di intorcinare le parole come la lana sotto i ferri della nonna. E aveva anche un talento pazzesco per il disegno: in una sera ti buttava giù cinque o sei schizzi a matita senza nemmeno sudare.
Li guardavo incantata, incapace di staccarmi dalla loro bellezza. Di nascosto, raccoglievo quei disegni e li nascondevo nel cassetto della scrivania. Erano i miei piccoli tesori, frutto del genio di Enrico.
Enrico aveva due anni più di me.

Quando mio cugino aveva 14 anni, la mamma gli morì allimprovviso. Non si è più svegliata
E allora è cominciato il valzer: dove sistemare il povero Enrico? Prima tappa: il padre biologico. Ma per trovarlo ci sono volute le ricerche dellInterpol; il padre e la madre di Enrico erano separati da una vita. E lui, con la sua nuova famiglia, non aveva nessuna intenzione di turbare lordine costituito del suo quieto menage.
Gli altri parenti? Tutti a stringersi nelle spalle, come a dire: abbiamo già i nostri problemi Insomma, la famiglia cera solo fino al tramonto, poi spariva come la rugiada sotto il sole.

Alla fine, i miei genitori che già avevano due figli propri si presero Enrico in casa e ne fecero laffidamento. Dopotutto, la mamma defunta di Enrico era la sorella minore di mio padre.

Allinizio ero perfino felice che Enrico si trasferisse da noi. Ma dal primo giorno, notai qualcosa di strano nel comportamento del mio ex-favorito. Mamma, cercando di sollevare un po lanimo dellorfanello, gli chiese:
Enrico, vuoi qualcosa? Non farti problemi, dillo pure.
E lui, senza batter ciglio:
Il trenino elettrico!
Ci tengo a sottolineare che, ai tempi, quel giocattolo costava quanto metà stipendio. Rimasi esterrefatta: ma come? Tua madre è appena morta, e tu pensi al trenino?! Boh, dovè finito il lutto?

Naturalmente, mamma e papà corsero subito a comprargli il mitico trenino. E poi fu tutto un susseguirsi di richieste: «Voglio il mangianastri, i jeans firmati, la giacca della Fiorucci» Ci trovavamo negli anni Ottanta, mica era roba che si trovava sotto casa, anzi, costavano lira di Dio! E i miei, per accontentare il povero sventurato, tagliavano anche su di noi io e mio fratello e zitti, senza fare storie.

A sedici anni, a Enrico vennero le cotte. E che cotte! Si trasformò in un vero Casanova di paese. Addirittura, cominciò a provarci con me la cugina! Ma io, sportiva e scattante comero, sapevo schivarlo dalle sue luride avance con la rapidità di una gazzella. Ogni tanto finivamo a spintoni e insulti. Un paio di volte mi sono messa a piangere come una fontana.

Ai miei genitori non raccontai mai nulla: sono cose così delicate che ai grandi mica si dice

Visto che con me non attaccava, Enrico si buttò sulle mie amiche. Loro? Facevano a gara per attirare la sua attenzione, neanche fosse il protagonista di «Sapore di Mare».

E poi, Enrico rubava. Ma con una faccia tosta che meriterebbe il premio Nobel. Avevo il mio salvadanaio, dove mettevo da parte i soldi risparmiati sulla merenda scolastica per fare un regalo ai miei. Un giorno, apro vuoto! Enrico, ovviamente, negava tutto: «Non sono stato io!», e manco un rossore sul viso. Non si scompose neanche per sbaglio, mentre io mi sentivo il cuore andare in frantumi! Ma come si fa?! Viviamo sotto lo stesso tetto e tu rubi? Enrico sfasciava le regole della nostra famiglia, come un vandalo.

Io me la prendevo da morire e mi gonfiavo dalla rabbia come una micina col pelo ritto, ma Enrico non capiva il problema. Per lui era normale che tutti gli dovessero qualcosa. E io… ho cominciato a odiarlo davvero. Lì ho urlato a squarciagola:
Vatteenne via dalla nostra famiglia!

Lho coperto di parolacce che pure le orecchie dei santi si sarebbero tappate.

Mamma a stento riuscì a calmarmi. Da quel momento, per me, Enrico era sparito dalla faccia della terra, ignorato in ogni modo possibile.
Solo dopo, scoprimmo che gli altri parenti avevano ben chiaro che razza di tipo fosse Enrico. Loro abitavano tutti nello stesso quartiere e ne vedevano di ogni genere, mentre noi stavamo dallaltra parte della città.

Addirittura alcuni vecchi professori lo avevano detto ai miei: «Guardi, state commettendo un errore, Enrico rovinerà anche i vostri figli!»

Nella nuova scuola Enrico conobbe una ragazza, Giulia. Si innamorò perdutamente di lui e lo sposò subito dopo la maturità. Ebbero una figlia. Giulia sopportava ogni sua stranezza, le sue bugie infinite, i tradimenti a non finire. Come si dice? Da zitella si patisce, ma sposata si piange il doppio.

Per tutta la vita Enrico ha approfittato dellamore sconfinato di Giulia, che sembrava davvero avere il cuore incollato a quel farabutto.

Venne il servizio militare. Enrico fu mandato a Catania. Lì, che ti combina? Si fa pure unaltra famiglia «di ripiego» durante le licenze! Dopo il congedo, resta in Sicilia. Tanto aveva un figlio born and bread del luogo.
Giulia, senza pensarci troppo, si carica la valigia e parte per Catania, e con mille stratagemmi riesce a riportare Enrico a casa.

I miei genitori, intanto, di avere un «grazie» da Enrico, mai sentito parlare. Ovviamente lo avevano accolto solo per dovere, non certo per riconoscenza.

Oggi Enrico anzi, Enrico Giovanni ha sessantanni. È un parrocchiano modello della Chiesa di San Gennaro. Lui e Giulia hanno cinque nipotini.

Sembrerebbe tutto a posto, vero? Eppure quellamarezza nei confronti di Enrico mi è rimasta dentro E non la toglierei nemmeno col miele di Sorrento.

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