L’amica del cimitero Una sera mio marito uscì per andare al supermercato e non tornò più. Vivevamo…

LAmica del Cimitero

Una sera, mio marito è uscito per andare a fare la spesa e non è più tornato. Da cinque anni ormai vivevamo con lui, i bambini e la sua madre in periferia di Milano. La convivenza non era stata mai facile; mia suocera non mi aveva mai amata davvero, anzi, provava una specie di ostilità silenziosa verso di me. Dopo la scomparsa di mio marito si è aggravata: ha cominciato a raccontare ai vicini che i miei presunti amanti avessero ammazzato suo figlio e lo avessero gettato nel Naviglio.

La mattina dopo la sparizione sono andata subito alla polizia in Commissariato, ma mi hanno detto che avrebbero accettato la denuncia solo dopo tre giorni dallaccaduto. Ho aspettato, scritto la denuncia e poi è passato il tempo, come in un sogno: tre anni interi.

Ogni giorno speravo di sentire la chiave girare nella serratura e vedere mio marito entrare. Da quando lui non cè più la situazione a casa è diventata insostenibile; i rapporti con mia suocera sono peggiorati fino allinverosimile. Si attaccava a tutto: se posavo il cucchiaio nel posto sbagliato, se la tazza era fuori posto. Ogni minima cosa diventava motivo di litigio.

Non ce lho più fatta. Ho cominciato a informarmi per separare la casa, trovare una soluzione di scambio immobiliare. Ma lei, decisa, ogni volta mi bloccava: «Con te non ti farò mai entrare in un appartamento bello! Non ci pensare nemmeno sei unassassina!»

Trovavamo una soluzione al terzo piano? Troppo alto, le facevano male le gambe. Primo piano? Troppo rumore di giovani sotto le finestre. Secondo? Il quartiere non era quello giusto. Infine si libera un appartamento giusto davanti al nostro: secondo piano, tutto come si deve, supermercato vicino. E lei? «Non posso vivere qui, vedrei dalla finestra la casa dove mio figlio è sparito.»

Ormai ero disperata. Non sopportavo più né le urla né la sofferenza dei miei figli. Così ho preso i bambini e alla fine ci siamo trasferiti in un vecchio palazzo al limite orientale di Milano, proprio accanto al cimitero monumentale.

Io e mia suocera ci siamo lasciate con rancore, come se quegli anni insieme fossero stati solo una lunga faida. I bambini erano diventati per lei quasi invisibili, non si preoccupava che ogni giorno dovessero sentire marce funebri e vedere croci e tombe anziché una normale area giochi.

Ha voluto punirmi, eppure io non avevo nulla a che fare con la scomparsa di mio marito. Dovevo comunque, in qualche modo, ricostruire una normalità. La prima cosa che ho fatto è stata comprare un tessuto spesso per cucire delle tende: non sopportavo di vedere i carri funebri sotto casa. Dal quel momento abbiamo vissuto quasi senza sole, come se fossimo in un seminterrato.

Era passato un mese da quando ci eravamo trasferiti. Una mattina, mentre preparavo la colazione ai bambini, sentii un gran fracasso in cortile e andai a vedere. Sulle scale cera la mia vicina, una signora anziana che si era storta la caviglia e non riusciva più ad alzarsi. Lho aiutata ad arrivare sul suo divano e sono tornata a raccogliere la spesa che aveva perso. Quando sono tornata da lei la trovai in lacrime.

Le proposi di chiamare un medico ma lei scosse la testa: «Non piango per il dolore, tesoro questo posto è maledetto! Qui succedono solo guai. Scommetto che a chiunque viva accanto al cimitero, ogni giorno succede qualcosa di brutto.»

Provai a rassicurarla, dicendo che esagerava, che alla fine anche allodore delle marce funebri ci si abitua, che ormai era un mese che abitavo lì e non era successo nulla di drammatico. Dopo una pausa, la vicina mi rispose: «Non ti anticipo nulla, capirai presto da sola.»

E infatti da quel giorno le disgrazie sembrano venir giù come la grandine. Mio figlio si infortunò con un manubrio e dovette portare il gesso. Poi mia figlia iniziò a lamentarsi di forti mal di pancia: diagnosi, gastrite.

Ma il peggio doveva ancora arrivare.

Una notte fui svegliata da un suono strano, come se qualcuno graffiasse il vetro. Guardai lora: erano le due in punto. Qualcosa mi attirava alla finestra. Scostai la tenda e mi paralizzai dallo shock! Cera una donna, più o meno mia coetanea, in piedi proprio davanti a me, il volto pallido e gonfio, quasi bluastro nella luce lunare, segnato da uno strano sorriso. Rimasi lì, pietrificata, senza riuscire a gridare né muovermi. Lei si voltò lentamente e si incamminò verso il cimitero. Riuscii a dormire di nuovo solo alle prime luci dellalba.

Per tutto il giorno seguente, il pensiero di quella donna misteriosa non mi abbandonava. Non mi azzardai a parlarne con nessuno, temevo di sembrare folle. Mi convinsi che fosse uno scherzo di mia suocera o magari qualche macchinazione di unagenzia funebre per costringermi a vendere lappartamento a due soldi e farci una sede.

Ma sfortuna dopo sfortuna, la situazione peggiorava sempre più. Due giorni dopo, al lavoro mi dissero che ero nella lista dei licenziamenti: «Hai figli piccoli? Non è affar nostro.» Mi costrinsero a firmare le dimissioni. Ricevuti gli ultimi stipendi, tornai a casa e solo allora mi accorsi che mi avevano rubato il portafoglio sullautobus.

Piangevo di sconforto. Rimanevano solo le fedi nunziali mie e di mio marito; le presi in mano, le guardai unultima volta e andai al Compro Oro. Ma l’offerta era pessima. Uscendo, vidi un uomo con un cartello che diceva: Acquisto oro. Gli mostrai gli anelli, mi offrì ben millecinquecento euro in più del negozio. Accettai, misi i soldi in tasca, e andai verso la fermata del tram.

Un ragazzo mi sfiorò di corsa e cadde un pacco dalle sue mani. Lo raccolsi e lo chiamai, ma era già sparito dietro langolo. Nel pacchetto cera una mazzetta di cinquecento euro.

Subito, una donna rom apparve dietro di me: «Abbiamo trovato dei soldi insieme!» Li afferrò con uno scatto e disse che alla polizia li avrebbero trattenuti per sé, meglio dividerseli lì stesso. Prese metà e mi affidò il resto, poi sparì tra la folla.

Non feci in tempo a capire cosa fosse successo che, girato langolo, il ragazzo ricomparve con un energumeno pelato che teneva una mazza da baseball.

«Mi hanno detto che hai trovato il mio pacchetto!» Aggressivo e minaccioso.

Fui costretta a restituire tutto. «Ne manca una parte!»

Raccontai dei soldi portati via dalla rom, ma loro non vollero sentire ragioni, dicendomi che ero in combutta, portandomi via tutto quello che avevo guadagnato con le fedi.

Non ricordo neanche come sono tornata a casa quel giorno. Piangevo pensando alle parole della vicina: «Questo palazzo porta solo disgrazie.» Non ero mai stata così infelice.

Quella notte, ancora una volta, qualcuno grattava sul vetro. Era la stessa donna, pallida e inquietante. Se non fosse stato per i bambini, avrei urlato dalla paura. Rimasi solo a guardarla, con la mano sulla bocca per non gridare. Lei rimase lì, poi si avviò verso il cimitero. Caddi a terra dalla disperazione e rimasi seduta contro il muro fino allalba.

Il giorno dopo, bussò la vicina. Portandomi la bolletta del condominio, mi offrì di pagare per me e allora non ce lho più fatta: ho pianto davanti a lei, raccontandole tutto il mio dolore, i litigi con la suocera, la malattia dei bambini, la perdita del lavoro, il furto. Lei mi ascoltava senza dire una parola, poi improvvisamente mi abbracciò.

Quando mi sentii un po meglio, le raccontai delle visite notturne della donna al mio vetro.

«Vieni,» disse allora la vicina, «lavati il viso, ti mostro una cosa.»

Dieci minuti dopo camminavamo tra le tombe del cimitero. Mi portò davanti a una lapide e lì vidi la foto della donna che mi tormentava di notte.

«È lei?» chiese la vicina. Annuii senza riuscire a proferire parola.

Mi prese per mano e mi allontanò di lì.

Quando arrivammo a casa sua, mi confessò che anche lei aveva visto il fantasma di quella donna. Dopo quellapparizione, le erano successe solo disgrazie: il figlio era morto, il marito se nera andato, lei si era ammalata gravemente.

Nei giorni seguenti la donna non tornò più. Eppure, dentro me, si faceva sempre più forte il desiderio di andare ancora sulla sua tomba, che aumentava di giorno in giorno.

Alla fine, sono andata. Era una limpida mattina di sole; la paura era quasi scomparsa. La sua tomba era trascurata, ricoperta derba alta, probabilmente mai visitata da parenti. Ho tolto erbacce e foglie senza guardare la foto. Poi mi sono fermata davvero davanti allimmagine: di giorno il suo volto non sembrava più spaventoso, anzi, aveva tratti belli e delicati, con le sopracciglia arcuate come ali di gabbiano, il naso sottile e un abito elegante. All’improvviso ho voluto chiederle: «Che cosa ho sbagliato? Perché mi tormenti? Vuoi farmi sentire colpevole? Pensi che io sia felice?»

E lì, versando tutte le lacrime che avevo, ho raccontato tutto a quella donna sulla tomba, come a unamica cara. Più parlavo, più mi sentivo sollevata.

Quando me ne sono andata, ho salutato la signora come se fosse unamica; entrambe, a modo nostro, vittime della sfortuna lei della morte, io della disperazione.

Quella notte la donna mi è apparsa in sogno, ma non più come un fantasma: era bellissima, quella stessa donna della foto. Si è seduta accanto a me e ha detto: «Non hai colpe. Fai come ti dico e andrà tutto bene. Tuo marito sta pagando i suoi debiti di gioco. Ha perso una grossa somma giocando a carte. Per questo lhanno sequestrato e portato lontano. È ancora vivo ma non potrai più trovarlo. Vendi questa casa allagenzia funebre e compra qualcosa più lontano. Ti aiuterò io. Un giorno incontrerai un uomo buono che amerà te e i tuoi figli come se fossero suoi. Addio.»

Sparì come fumo. Al mattino il sogno mi era ancora nitido nella memoria, tanto che riuscivo a ricordare perfino il profumo di terra e foglie bagnate.

Dopo tre giorni vennero dallagenzia funebre e mi fecero unofferta per la casa, proprio come aveva detto la donna del sogno. In una settimana sono riuscita a trovare un bellappartamento in un quartiere residenziale sempre a Milano, quasi senza perderci economicamente.

Ora i miei figli ed io viviamo sereni in una zona bella e tranquilla, e poco dopo ho conosciuto un uomo meraviglioso che ci vuole davvero bene, proprio come aveva predetto la mia amica del cimitero. E da allora, non la dimentico mai.

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