Caro diario,
31settembre, cimitero di Milano. La processione funebre avanza lenta dietro il feretro. Vittorio abbassa lo sguardo. Cammina a passo incerto, fissando il terreno sotto i piedi, ancora incapace di comprendere appieno quel che la vita gli ha riservato. La mente è vuota, i sentimenti assenti, come se anche lui fosse già morto. E lì, dentro la bara, il suo corpo inerte.
Diciotto anni fa.
In prima elementare, Vittorio e Eugenio si scontrarono nella ricreazione del cortile scolastico, trasformandosi in una vera rissa. Polvere e schiamazzi riempivano laria, i due rotolavano sul prato senza curarsi di aver macchiato la divisa. Una folla di compagni li incitava a gran voce.
Forza, Eugenio! urlava un gruppo. Dai, Vittorio! gridava laltro.
Il punto di svolta arrivò quando Eugenio afferrò lorecchio dellavversario con un morso. Laltro, urlando, si strinse lorecchio e la lotta si interruppe. I due rimanevano seduti a terra a fissarsi, mentre il sangue colava dalla guancia di Vittorio. Suonò la campanella.
Naturalmente, i due si riconciliarono. Da quel giorno nacque unamicizia indissolubile. Vittorio era il modello di studente: sempre il primo a rispondere al professore. Eugenio, al contrario, era un medio, irrequieto, spesso rimproverato dagli insegnanti. Per dieci anni condividevano la stessa panca, scoprendo unincredibile sintonia di interessi.
Entrambi si innamorarono simultaneamente di Fiorenza, una bambina snella dai capelli biondi e dagli occhi azzurri come laghi. Fiorenza frequentava una scuola di danza; i due ragazzi correvano a incontrarla, sperando tutti che lei scegliesse il proprio nome. Lei, però, non si precipitava a decidere, lasciando che il tempo scivolasse. Il liceo si concluse, e ognuno prese la propria strada.
Vittorio sognava luniversità, ma la realtà lo colpì: i posti erano pochi, le competizioni alte, la famiglia poco benestante non poteva permettersi una facoltà a pagamento. Così si iscrisse a un istituto tecnico.
Eugenio, figlio di una famiglia agiata, non temeva le spese per gli studi, ma non provava alcun interesse per la scienza. Con sorpresa di tutti, iniziò un apprendistato in unofficina meccanica. La sua scelta si rivelò lungimirante e fruttuosa.
Fiorenza, invece, non si dedicò subito agli studi: partì con la sua compagnia di danza allestero per guadagnare qualche soldo, unoccasione che si presenta una sola volta nella vita.
Nonostante la dispersione, mantennero i contatti: telefonate, messaggi, aggiornamenti. Vittorio ed Eugenio si vedevano più spesso, uscivano la sera in caffè e locali. Eugenio era sempre il primo a lanciare una nuova follia, la vita brulicava di avventure.
Dopo il diploma, Vittorio trovò lavoro in una fabbrica e si iscrisse a un corso serale, proseguendo gli studi. Eugenio, dopo aver accumulato esperienza in officina, aprì con laiuto dei genitori il proprio garage di riparazioni auto. Con due dipendenti, entro tre anni possedeva una bella auto sportiva e si affermò come imprenditore di successo.
Il contratto di Fiorenza allestero scaddeva, e tornò in Italia. Decisero di ritrovarsi per festeggiare larrivo a casa sua. Il cuore di Vittorio batteva allimpazzata.
Eugenio, guarda, disse nervosamente aggiustandosi la camicia, è tutto a posto?
Tranquillo, amico, rispose freddamente, facendo finta di nulla, Respira, bevi un sorso di coraggio!
La voce di Fiorenza ruppe il brusio:
Buongiorno, ragazzi! esclamò, sorridendo. Che elegante siete!
Eugenio si chinò galante, spostò la sua sedia e salutò la mano di Fiorenza.
Vittorio balbettò un timido Ciao e inghiottì la lingua per tutta la serata.
Ricordarono gli anni scolastici. Eugenio danzò tutta la notte con Fiorenza, mentre Vittorio rimaneva a guardare, soffrendo. Quali sono le mie chance? pensava, Eugenio è un concorrente serio. Io vivo con i genitori, i soldi non mancano, ma lui ha lofficina e lauto di lusso.
Come da piccola tradizione, la portarono a casa la ragazza. Dopo quattro serate simili, Vittorio si sentì pronto. Si fermò davanti alla porta di Fiorenza, rimuginando le parole giuste. Bussò, e con sua grande sorpresa, ottenne lassenso.
Davvero accetti, Fiorenza? chiese, incredulo, È uno scherzo?
Sì, sì, sì! gridò lei, baciandolo.
Più tardi, raccontò lavvenimento a Eugenio.
Che cosa ha visto in me? si chiedeva, Non ho nulla da offrirle. Non riesco a credere alla mia fortuna. È una bellezza e ora è mia Ho deciso di rischiare, di farle la proposta e lasciare che sia il destino a decidere. Eugenio, sarai testimone al matrimonio!
Eugenio acconsentì, poi aggiunse: Sai, anchio ho provato a corteggiarla.
Vittorio, scettico, lo guardò.
Ma mi ha dato un rifiuto categorico rispose Eugenio con un sorriso triste, fissando gli occhi di Vittorio.
Come è possibile? si chiedeva Vittorio, Sei così brillante, prospettivo e indipendente.
Basta! scrollò le spalle Eugenio, Fiorenza ha scelto bene. Non ha bisogno di un donnaiolo come me. Tu, invece, sei un operaio onesto, con una vita stabile. Risero, si abbracciarono fraterno e continuarono a chiacchierare di cose futili.
Il matrimonio fu una festa rumorosa. Vittorio e la moglie si trasferirono in un appartamento nuovo, acquistato con i soldi guadagnati da Fiorenza allestero. Vittorio si sentiva a disagio nella nuova situazione, ma Fiorenza lo rassicurò:
Non preoccuparti! Domani ti farò colazione a letto, tutto andrà bene.
Fiorenza si rivelò una moglie saggia e pratica. Aprì una scuola di danza, lavorando nella passione e guadagnando. La vita familiare scorreva tranquilla.
Eugenio non rimase in disparte: divenne amico di famiglia, così legato da far ingelosire a volte Vittorio. Fiorenza lo coinvolgeva nei progetti domestici; Eugenio non rifiutava mai di aiutarla, portandola al mercato, a casa dal lavoro se pioveva, o accompagnandola in ospedale quando una prova di danza la costringeva a fermarsi. In realtà, quando Fiorenza ha avuto un infortunio, Eugenio ha interrotto la sua pausa per assisterla, portandola in ospedale e facendole da accompagnatore a tutte le terapie.
Quando Eugenio sembrava fare tutto, i vicini, un po invidiosi, cominciarono a dire a Vittorio che era una pecora perché la moglie gli affidava tutto.
Fiorenza, è davvero così? chiese Vittorio, cercando di sembrare serio. Perché ti attacca così tanto?
Vittorio, smettila, rise Fiorenza, È solo che noi senza Eugenio… cosa faremmo?
Vittorio sospirò, abbracciò la moglie e non provò più rancore verso lamico. La routine continuava, come una giostra senza fine.
Un pomeriggio dautunno, il telefono squillò nella loro casa.
Buongiorno, Vittorio, sono il signor Piero, il padre di Eugenio. una voce maschile familiare.
Salve, signor Piero! rispose Vittorio, felice di sentirlo. È passato tanto tempo, come va?
Eugenio è morto! annunció il padre, con voce cupa. Si è schiantato ieri, è un disastro
Come? balbettò Vittorio, rimasto muto dal dolore.
Il soffio del lutto gli strozzò la gola. Il migliore e unico amico era sparito. Lacrime di sangue bagnavano le sue tempie, la vista era offuscata. Fu Fiorenza a raccontargli tutti i dettagli e a dargli la data del funerale.
La perdita colpì Vittorio con una ferita incolmabile. Non riusciva a credere che lamico fosse sparito così, così allimprovviso. Fiorenza era al suo ottavo mese di gravidanza; per non mettere a rischio la salute della madre e del bambino, Vittorio rimase a casa, andò solo al funerale. Dopo la sepoltura, rimase accanto alla tomba, le gambe non lo sostenevano. Guardò il sorriso inciso sul sarcofago di Eugenio e strinse i pugni.
Amico mio! iniziò, abbassando la testa per celare le lacrime ti ringrazio per aver incrociato il mio cammino, per tutti quegli anni di amicizia. Non ti dimenticherò mai.
Rievocando le marachelle della scuola, il suo cuore protestava. Non era pronto ad accettare la perdita, non voleva lasciarlo.
Eugenio, sai, Fiorenza sta per partorire disse, disperato, Signore, se davvero sei ancora qui, lascia che la tua anima ritorni nella nostra famiglia con la nascita del bambino. Ti prego! Mi manca così tanto!
Un anno passò. Il figlio di Fiorenza aveva dieci mesi. Lo chiamarono Eugenio, in onore dellamico perduto. Con sorpresa, Vittorio scoprì che il bambino aveva i capelli scuri, lo sguardo furbo, e una piccola macchia di nascita sul braccio nello stesso punto di quella di Eugenio. Il ricordo dellamico sembrava rivivere in quel piccolo. Vittorio trovava conforto, ma non era del tutto convinto che fosse davvero lo stesso.
Eugenio, facci sapere se sei davvero tu! implorò, stringendo il bambino e guardando dalla finestra sei sempre stato il più ingegnoso di tutti. Mi manchi tantissimo!
Allimprovviso un grido lo colse, mentre il piccolo si strappò lorecchio, come se volesse mordere.
È lui? chiese al neonato, È davvero te?
Il bambino fece una smorfia e rise.
Rifletto su tutto questo e mi rendo conto che lamicizia è un dono che non muore mai, ma si trasforma. Anche se le persone che amiamo non sono più con noi, il loro spirito vive nei ricordi, nei gesti e nelle piccole somiglianze che troviamo intorno a noi. Ho imparato che non serve cercare un segno divino, ma custodire il valore dei legami, perché è lì che la vita trova il suo vero senso.






