Lanello sulla mano di unaltra
Il telefono squillò proprio mentre Lodovica stava premendo il pulsante del parchimetro. Prese il cellulare dalla borsa, vide il nome Gabriele illuminarsi sullo schermo e, chissà perché, non rispose subito. Rimase lì, un attimo fermo, osservando le cifre lampeggianti del parchimetro, poi si decise e rispose.
Lodo, ciao. Senti, stasera tardo. La riunione si è allungata, poi ci sono i soliti incontri, lo sai come va. Rimango a dormire qui, torno domani sera.
Sei a Torino?
Sì, certo, sono a Torino. Lo sai anche tu come funziona.
E lo sapeva, sì. Dopo trentanni di matrimonio aveva imparato molte cose. Come lui tendeva le vocali quando era stanco. Come lasciava una pausa prima di dire lo sai anche tu, quando voleva chiudere la conversazione. Il tono leggermente infastidito del suo sì, certo ogni volta che lei chiedeva conferma.
Ma stavolta qualcosa non quadrava.
Lodovica rimise il telefono in borsa, si voltò e vide la sua macchina. La riconobbe subito: era quella berlina scura che conosceva a memoria, con una piccola ammaccatura sul paraurti posteriore che Gabriele continuava a rimandare di sistemare da almeno due anni. Lauto era parcheggiata nellangolo più lontano del parcheggio del centro commerciale. Proprio lì. Nella loro città. Niente Torino.
Lodovica non corse, non richiamò. Rimase solo ancora un minuto a fissare quella macchina scura, poi si incamminò piano verso la sua auto, mise in moto e tornò a casa.
A casa mise su il bollitore, tagliò una fetta di pane, ci spalmò il burro. Si sedette, mangiò quasi controvoglia. Fuori cadeva quella pioggia sottile e insistente di ottobre, la sentiva battere sul davanzale di lamiera: quel suono aveva qualcosa di giusto, di perfino rassicurante. Come se si accordasse perfettamente con ciò che provava.
O non provava. Forse era quello il punto.
Si aspettava il panico, le lacrime, la rabbia. Ma invece, dentro di sé, era tutto silenzioso e gelido. Come in una stanza che nessuno ha riscaldato da tempo.
Il giorno dopo chiamò la sorella.
Matilde non rispose. Strano, perché Matilde era sempre pronta a rispondere. Sempre, anche nelle situazioni meno opportune, prendeva il telefono di corsa e lo appoggiava allorecchio col suo pronto veloce, un po trafelato. Lodovica provò ancora, poi ancora. Dopo il terzo tentativo, arrivò un messaggio: Lodo, sono un attimo presa, ti richiamo più tardi.
Più tardi si allungò per tre giorni.
Loro due non avevano mai tirato così a lungo col silenzio. Anche quando litigavano, cosa che succedeva di rado, nemmeno ventiquattrore di pausa. Matilde era di dieci anni più giovane, e questi dieci anni si sentivano sempre: era impulsiva, un po svampita, capace di ridere di sé e di chiamare alle sette del mattino per raccontare storie che proprio non potevano aspettare.
Lodovica ci aveva fatto labitudine. A quella presenza, al fatto che Matilde piombasse a casa senza avviso con una crostata o con una notizia, al suo modo di parlare più veloce del necessario: con lei la casa sembrava sempre più viva, più calda.
E ora tre giorni di silenzio.
Lodovica non aspettò oltre. Le tornò in mente che un mese prima aveva portato delle cose al reparto maternità del Policlinico Umberto I. Lamica Silvia aveva appena avuto il secondo nipotino; tramite Lodovica, le aveva chiesto il favore di consegnare un pacco di vestiti da neonato per la nuora. Lei era passata di corsa, aveva lasciato il sacchetto in portineria, senza fermarsi. Ricordava il percorso: cera un piccolo giardino accanto allospedale, con gli arbusti ormai gialli, e aveva pensato che fosse molto bello.
Non avrebbe saputo spiegare perché proprio lospedale. Ma qualcosa le si era incastrato dentro, silenzioso e ostinato, come certe intuizioni che precedono le parole.
Ci andò un mercoledì, poco prima di pranzo.
Parcheggiò nello stesso viale, non lontano dallingresso, scese e rimase per qualche minuto sotto gli alberi ormai quasi spogli, con solo poche foglie gialle che resistevano. Faceva freddo, si abbottonò stretta il cappotto.
Gabriele uscì da una porta laterale. Aveva in mano dei fiori, un piccolo mazzo avvolto nella plastica, bianchi e rosa. Camminava svelto, un po ingobbito, come sempre negli ultimi anni. Lodovica rimase sotto gli alberi a guardarlo, certa che da un momento allaltro lui si sarebbe voltato, lavrebbe vista, e qualcosa sarebbe successo. Ma lui non si voltò. Rientrò dalla porta laterale.
Rimase lì altri venti minuti, non sapeva bene a far cosa. Poi vide Matilde.
Matilde uscì dallingresso principale, accanto a una giovane infermiera che spingeva una carrozzina. Matilde le camminava di fianco, la mano sempre posata su quella carrozzina. Sul viso aveva unespressione che Lodovica trovò difficile da definire. Non proprio felicità. Qualcosa di più complicato: stanchezza e dolcezza insieme. Lo sguardo di chi guarda qualcosa di profondamente proprio.
Lodovica fece un passo avanti.
Matilde alzò lo sguardo e si fermò. Si guardarono attraverso il vialetto, pochi metri le separavano, il vento di ottobre scompigliava i capelli di Matilde. Linfermiera ebbe la delicatezza di portare la carrozzina un po da parte, come se stesse aspettando qualcuno.
Lodo, disse Matilde. La voce era ferma, però Lodovica notò la tensione nella mano che reggeva il bordo della carrozzina.
Ciao, Mati.
Rimasero in silenzio ancora per qualche secondo. Poi Matilde disse:
Dai, entriamo. Fa freddo.
Nella saletta per i visitatori cera odore di disinfettante e i caloriferi scaldavano troppo. Lodovica tolse il cappotto, lo mise sulla spalliera, si sedette. Matilde rimase in piedi. Linfermiera era scomparsa con la carrozzina.
Lo sapevi che sarei venuta? chiese Lodovica.
No. Però me lo aspettavo, prima o poi
Matilde si interruppe. Si passò una mano sulla tempia, poi di colpo, quasi aggressiva, disse:
Lodo, non è come credi. È maternità surrogata. Per te. Volevamo farti una sorpresa, hai capito? Tu hai sempre desiderato un figlio, poi, quando i medici
Quando i medici, ripeté Lodovica. Non era una domanda. Solo ripeteva.
Sì. Quando ti hanno detto che non avresti potuto. Così io e Gabriele abbiamo pensato di farti un regalo. Lo portavo per voi, per
Mati. Lodovica alzò una mano e Matilde tacque. Vedo lanello della mamma.
Matilde abbassò lo sguardo sulla mano. Al dito anulare della sinistra portava un anellino sottile, doro rosso, col piccolo granato scuro e una finissima incisione lungo il bordo. Lanello della mamma. Avevano deciso, dopo la morte di lei, che lavrebbero portato a turno, un anno ciascuna. Lultima volta era toccato a Lodovica, tre anni prima; poi lo aveva restituito a Matilde, che avrebbe dovuto ridarglielo lanno successivo.
Matilde non lo aveva restituito. Aveva detto di averlo perso. Lodovica ci era rimasta male, ma non fece scenate.
E ora lanello era lì. Allanulare sinistro. Dove si porta la fede.
Mati, disse Lodovica a voce bassa. Portami quei documenti che Gabriele ha lasciato sul mobile in corridoio. Ho visto la cartellina.
Matilde non rispose. Rimase a guardare lanello come se lo vedesse per la prima volta.
Lodovica si alzò, uscì in corridoio, prese la cartellina dal tavolino di vetro. Tornò nella stanza. Aprì. Erano documenti di una clinica privata, certificati e risultati di analisi. Tutti intestati a Lodovica Ferri. Li scorse velocemente. Secondo quei fogli Lodovica Ferri aveva una insufficienza primaria, la gravidanza era impossibile, il documento era stato emesso sei mesi prima dalla clinica Sanità Più.
Lodovica non era mai stata alla Sanità Più. Da due anni, a dire il vero, non faceva nemmeno visite di controllo, sempre rimandava per mancanza di tempo. E Gabriele lo sapeva benissimo.
Rimise la cartellina sul tavolo, rimase a fissarla a lungo.
Sono falsi, disse infine.
Matilde non rispose.
Mati, guardami.
La sorella sollevò lo sguardo. Gli occhi erano asciutti, ma spezzati dentro.
Da quanto va avanti?
Matilde esitò. Poi rispose:
Sette anni.
Lodovica annuì. Sette anni. Matilde aveva allora trentotto anni, lei quarantotto. Allora già ventitré di matrimonio alle spalle. Ventitré anni, e lui aveva trovato il tempo per iniziare qualcosa con sua sorella.
Non disse altro. Prese il cappotto, la borsa. Alla porta si fermò.
Lanello della mamma. Lo riporti entro questa settimana. Altrimenti vado dai carabinieri a denunciare il furto.
E uscì.
Tornando a casa non pianse. Mise la radio, udì voci indistinte, guardava la strada. Al semaforo si fermò vicino a unaltra auto da cui usciva musica ad alto volume. Lodovica pensò che doveva comprare le patate, ne erano rimaste poche.
E poi pensò: sette anni, ecco cosa vuol dire.
Gabriele tornò quella sera. Entrò con laria di chi si prepara a un brutto dialogo: Matilde aveva dunque già chiamato. Lasciò la valigia in ingresso, si tolse il giubbotto, entrò in cucina. Lodovica era seduta al tavolo con una tazza di tè, guardava fuori dalla finestra.
Lodo, iniziò.
Siediti, disse lei.
Si sedette di fronte. In silenzio. Poi:
So che sembra
Gabriele. Dimmi soltanto la verità. Niente maternità surrogata, nessuna malattia che non ho. Dimmi solo cosè successo.
Tacque a lungo. Gli occhi sul tavolo, poi su di lei, poi di nuovo giù. Stropicciava la tovaglia: unabitudine quando era nervoso.
Sì, da sette anni, ammise infine. Non era previsto, semplicemente
Niente semplicemente.
Si bloccò. Poi aggiunse:
Il bambino è nostro. Intendo, sarò il padre. Vogliamo stare insieme.
Lodovica prese la tazza, sorseggiò. Il tè era ormai freddo. Mise giù la tazza.
È tuo, Gabriele? chiese. Davvero tuo?
Qualcosa nella domanda, nel tono, gli fece esitare. Un attimo, due. Minuscola pausa, ma Lodovica la percepì.
Certo, rispose. Troppo in fretta.
Lei annuì.
Più tardi, quando Gabriele si trasferì a dormire in soggiorno e Lodovica restò sola a fissare il soffitto, pensò a quella pausa. Aveva conosciuto Matilde per quarantacinque anni. Due anni prima Matilde era stata persa dietro un tale Romano, un ingegnere in una ditta edile, che poi si era trasferito in unaltra città e aveva smesso di chiamarla. Matilde laveva presa malissimo, Lodovica ricordava le lunghe telefonate e le lacrime della sorella.
Poi sembrava esserne uscita. Ai tempi Lodovica si era perfino rallegrata: ce laveva fatta.
Ci pensava, e le si componeva in testa qualcosa che ancora non aveva parole. Al mattino, le parole arrivarono.
Chiamò lamica Giuliana, che lavorava proprio dove Romano abitava. Chiese del ragazzo, quasi tra le righe, facendolo passare per una faccenda sulla casa di anni prima. Giuliana diede il numero.
Lodovica non chiamò Romano. Il giorno dopo, però, quando Matilde si presentò per restituire lanello e sedettero di nuovo in cucina, questa volta a casa di Lodovica, lei domandò secco:
Il bambino è di Romano?
Matilde posò la tazza così forte da far versare il tè.
Come
Rispondimi. È di Romano?
La sorella si voltò verso la finestra. Tacque a lungo. Fuori la gente passava sul marciapiede, qualcuno portava a spasso un grosso cane bianco che sembrava tirare verso i cespugli.
Non sapevo che sarebbe andato via, disse infine. Voce bassa, senza più voglia di lottare. Sapevo già della gravidanza. Ma lui è partito, non rispondeva più.
E Gabriele?
Gabriele mi ama. E vuol crescere il bambino come suo. Ha detto che non importa.
Lodovica la guardò a lungo. Il profilo bellissimo di Matilde, i ricci sempre vivaci, lanello della mamma che ora era lì sul tavolo, su quel tavolo dove si era appena versato il tè.
Tante cose avrebbe voluto dire. Che Gabriele non è un eroe, a prendersi un figlio non suo pur di scappare dalla moglie; che chiamare amore sette anni di menzogna non le usciva dalla bocca; che una spiegazione elegante non rende sette anni di tradimento meno pesanti.
Invece non disse nulla. Si alzò, sparecchiò, prese lanello e lo mise nella tasca del grembiule.
Vai via, Mati, disse soltanto.
Matilde obbedì. Si trattenne un istante, quasi a sperare che Lodovica cambiasse idea. Poi si mise il cappotto, dichiarò Lodo, ti voglio bene, e uscì.
Lodovica sentì il portone richiudersi. Tirò fuori lanello dalla tasca, lo posò sul palmo. Era il ricordo della mamma. In realtà era della nonna prima di lei, passò poi alla mamma, che lo indossò per tutta la vita. Un piccolo granato scurissimo che, in controluce, diventava quasi rubino.
Se lo infilò al dito. Sul medio, non sullanulare. E decise di chiamare il padre.
Pietro Ludovisi rispose subito.
Lodo, cosè successo? Hai una voce
Papà, devo parlarti. Posso venire?
Ma certo che puoi, che domande. Vieni ora.
Il papà abitava ancora in città, nella vecchia casa di via Parco dove erano cresciute lei e Matilde. Lodovica arrivò dopo mezzora. Pietro le aprì senza parlare, poi andò subito a mettere su il tè.
Sedettero in cucina, tutto come un tempo: stesse tende, stesse mensole di spezie, solo il tavolo era stato cambiato da cinque anni. Parlò a lungo, calma e quasi senza piangere. Il padre ascoltava senza interrompere. Solo quando accennò ai certificati falsi, sospirò in modo così profondo che Lodovica si fermò un istante.
Continua, le disse.
Così lei raccontò tutto. La macchina nel parcheggio, la clinica, lanello, il silenzio di Gabriele. Di Romano e del figlio che, probabilmente, non era del marito. Dei sette anni.
Quando finì, Pietro Ludovisi rifletté a lungo. Bevve il tè, guardò fuori. Poi disse:
Sai che Gabriele lavora da me in azienda da un anno e mezzo?
Lodovica lo sapeva. Gabriele era direttore amministrativo nella ditta di costruzioni del padre. Allepoca le era parso positivo: una famiglia insieme, serenità.
Lo mando via, annunciò Pietro. Semplice, come se parlasse di una sedia inutile.
Papà
Non discutere, Lodovica. Lo faccio seguendo le regole, senza scenate. Ho già consultato un avvocato, cè modo. Voglio anche vedere che non abbia fatto danni, a essere sicuro.
Lei lo scrutò. Settantacinque anni, capelli ormai bianchi, mani grandi da operaio. Aveva costruito tutto da solo, negli anni più difficili. Non aveva mai sprecato parole. Si arrabbiava di rado, ma quando succedeva bastava una sua calma rabbia per mettere paura come nessun altro.
Non voglio essere la causa di
Non è per te, la interruppe il padre. È per lui. Le sue scelte.
Poi, dopo una pausa, aggiunse:
Quanto a Matilde, non so cosa dirti. È mia figlia, le voglio bene. Ma quello che ha fatto non lo capisco. Ci vorrà tempo.
Non voglio che tu rompa i rapporti per me.
Ormai non dipende da te, ribatté gentile. Quello riguarda me e lei. Tu prenditi cura di te.
Prendersi cura di sé fu una novità strana. Lodovica aveva sempre pensato agli altri: al marito, alla casa, alle amiche, a Matilde. Faceva la contabile in una piccola azienda, il lavoro era sicuro, la vita prevedibile, tutto al posto giusto. Non si lamentava mai, non per perfezione ma perché era così che era andata la vita.
Ora era tutto da ricostruire.
Il divorzio fu celebrato dopo quattro mesi. Gabriele non fece troppi problemi; tentò solo una discussione sui beni, ma Pietro Ludovisi nel frattempo aveva assunto il migliore avvocato della città, e la questione fu rapidamente archiviata. La casa rimase a Lodovica, come giusto: il padre aveva del resto contribuito al primo mutuo, e cerano le prove.
Gabriele se ne andò a novembre. Fece le valigie in due sere, in silenzio. Lodovica quelle sere andò da Silvia: non voleva vedere la sua casa svuotarsi di qualche oggetto, di unombra di trentanni. Tornò dopo, percorse tutte le stanze. Era strano vedere la libreria dal lato di Gabriele vuota, come una ferita.
Al suo posto sistemò un vaso col ficus, che prima stava in un angolo. Stava meglio così, pareva.
A dicembre, con la prima neve e la città quieta, Lodovica finalmente si decise a una visita medica completa. In un ambulatorio serio, col nome onesto sulla porta, non Sanità Più dei certificati truccati. Si sottopose a una batteria di analisi. Aspettò il risultato due settimane.
La dottoressa, una giovane donna dallo sguardo acuto e segnato dalla stanchezza, le consegnò i fogli e disse:
Sta benissimo, Signora Ferri. Per la sua età i valori sono più che buoni. Nessuna insufficienza, non cè mai stata. È in salute.
Lodovica la fissò senza parole.
Capisce? domandò la dottoressa.
Capisco. Grazie.
Uscì dalla clinica. Fuori nevicava di traverso, si fermò qualche minuto in cima ai gradini. La gente passava davanti, alcuni in fretta, altri con calma, una donna spingeva una carrozzina faticosa nella neve, un uomo anziano portava una bassotta al guinzaglio.
Lodovica rifletteva: tutto qui. Era sempre stata sana. Nessuno le aveva mai detto che non poteva avere figli. Era una bugia giustificazione, calcolo, ingenuità? che Gabriele aveva usato per spiegarle qualcosa che lui stesso non voleva vedere.
E adesso? Sollievo? Rabbia? Rimpianto dei trentanni accanto a chi sapeva mentire così? Forse tutte queste cose combinate, fastidiose e vere insieme.
Mentre tornava alla macchina le venne in mente la panetteria.
Un sogno antico, talmente rimosso da averlo dimenticato. A ventanni aveva immaginato un suo posto, piccolo e luminoso, tutto pane e cannella e la gente che entrava ed usciva col sorriso. Poi era arrivato Gabriele, poi il lavoro, poi la routine, e il sogno silenziosamente era affondato.
Ora il fondo non cera più, e il sogno tornava a galla.
A gennaio si mise dimpegno: articoli, video, domande. Trovò, tramite amici, una certa Silvana che gestiva una piccola pasticceria poco distante e la incontrò. Silvana era una donna minuta e grintosa, che la accolse con caffè e crostata di ciliegie, spiegò tutto senza fronzoli: affitti, attrezzature, licenze, i primi mesi duri, poi la soddisfazione.
Tutti hanno paura, allinizio, disse Silvana. È normale. Solo i leggeri non temono, quelli che non sanno cosa li aspetta.
Lodovica si sentiva viva come da tanto non le capitava.
Quando raccontò al padre della panetteria, Pietro ascoltò serio, poi chiese:
Hai bisogno di soldi?
Papà, no. Ho qualche risparmio.
Non parlo di prestiti, te li dò se vuoi, senza niente in cambio.
Papà
Daccordo, sospirò. Ma se ti serve, chiedi.
Trovò il locale in aprile. Piccolo, piano terra di un palazzo, ex farmacia, affaccio su una via tranquilla con vecchie tigli. Il proprietario, un signore in pensione un po pedante, la trattò bene, e arrivarono a un affitto ragionevole, tutto firmato.
Due mesi il lavoro di sistemazione. Ogni giorno Lodovica andava, controllava, vedeva il posto cambiare. Forni, frigoriferi, tavoli, pareti color crema, scaffali di legno chiaro. Silvia aiutò con le tende, si litigarono persino sui colori: era divertente, faceva bene.
Il nome si scelse da solo. Il pane di Lodo. Semplice per davvero.
Inaugurarono a giugno. Lodovica dormì poco la notte prima, rivedeva la sequenza delle cose da fare la mattina. Alle cinque già al forno, tutto acceso, prima infornata. Quando il pane cominciò a profumare dentro il piccolo locale, si sedette su uno sgabello e, finalmente, si concesse un sospiro.
La giornata fu una girandola allegra. Inquilini, Silvia e le sue amiche, lanziano col bassotto. Vendettero quasi tutto: a metà pomeriggio restavano solo due pagnotte e una torta di mele.
Tornò tardi, coi piedi gonfi, la schiena indolenzita, le mani odorose di lievito e farina. Ma era serena. Serena come non più da anni: una felicità silenziosa e piena, solo per sé.
Con Matilde non si sentirono. Ogni tanto Lodovica ci pensava, specie allalba quando era ancora tra sonno e veglia. Ci pensava e sentiva qualcosa di misto: né rabbia pura né tristezza pura, ma un peso con un fondo di amarezza. Quarantacinque anni insieme: non poteva cancellarli, era una cicatrice nel legno.
Ma il parlare, quello no. Non era una punizione; solo non sapeva come ricominciare, non era sicura servisse. Certe cose non si aggiustano; il vaso rotto si vede, anche se lo incolli.
Il padre Matilde continuò a vederla, Lodovica lo sapeva. Un giorno lui le telefonò:
Sono stato da loro. Il bambino sta bene, è sano.
Bene, rispose Lodovica.
Lei piange.
So, papà.
Non ne parlarono più. Pietro Ludovisi non impose riconciliazioni. Passava ogni tanto al forno, si sedeva al tavolino con la vetrina, prendeva caffè e croissant, leggeva il giornale. Lei si avvicinava, discutevano di altro, del tempo, del lavoro, della ditta. Era una bella presenza.
Di Gabriele, invece, non pensava quasi mai. Solo, a volte riemergevano dal passato cene, vacanze, aneddoti buffi: ma svanivano subito. Non si afferravano, non si respingevano.
Sul conto in sospeso del padre non chiese mai. Pietro, un giorno, concluse: Abbiamo scoperto alcune cose. Niente di grave, solo spiacevole. Ho risolto tutto in silenzio. Lei acconsentì. Silenziosamente.
Cera unaltra cosa che, a tratti, Lodovica pensava. Il fatto che non aveva avuto figli. E avrebbe potuto, a detta dei medici. Quei trentanni a fianco di un uomo che non aveva avuto veramente voglia di scoprire il perché, preferendo attribuire a lei la responsabilità e vivere come se niente fosse.
Faceva male. Sul serio, senza metafore, nel petto e nelle notti.
Ma Lodovica aveva imparato da tempo a vivere col dolore, senza negarlo e senza lasciarsene invadere. Era dolore, sì. Era perdita, sì. Erano trentanni svaniti in un modo, potevano essere diversi.
Eppure, cera anche luglio con il profumo di pane alle cinque. Cera il viso del vecchio col bassotto che ogni volta chiedeva lo stesso: pane di segale e una focaccina con i pomodorini. Cera Silvia, i ritrovi del venerdì, le chiacchiere al banco come da ragazze. Cera il papà, col suo caffè e la cronaca locale.
Cera qualcosa di vivo. Una cosa tutta sua.
A fine settembre, tre mesi di forno e ormai Lodovica si sentiva a casa, una sera uscì per prendere aria. Era stata dura: il fornitore si era presentato tardi, il forno piccolo aveva dato forfait, poi, allimprovviso, coda di clienti per i cornetti da rifare in fretta. Uscì con il grembiule addosso, capelli raccolti, e si fermò a guardare il cielo scurirsi dietro i tetti.
Lo vide attraversare la strada, lui.
Lo riconobbe dopo un istante: Gabriele, improvvisamente invecchiato, sempre più curvo, con un giubbotto nuovo. Spingeva una carrozzina piccola da cui si sentivano arrivare vagiti insistenti. Gabriele spingeva la carrozzina e con laltra mano si stropicciava la tempia. Aveva un volto che Lodovica non gli aveva mai visto: stanco, trasparente, svuotato.
Alzò la testa.
Si incrociarono gli sguardi.
Un secondo, forse due. Il bambino piangeva nella carrozzina, i primi venti dautunno sollevavano le foglie sui marciapiedi, qualche auto suonava poco distante.
Lodovica non distolse lo sguardo. Lo guardò e sorrise, non a lui né nella sua direzione, solo con gli angoli della bocca, come fa chi sente qualcosa di finalmente chiaro dentro.
Poi si voltò ed entrò di nuovo in panetteria.
Dentro profumo di pane, cannella e unombra di caffè. Dietro il banco cera Martina, la giovane commessa assunta ad agosto, che stava impacchettando i resti della giornata. Alzò gli occhi quando la vide rientrare.
Tutto a posto? chiese Martina.
Tutto bene, rispose Lodovica. Quanti avanzi sono rimasti?
Quasi niente. I bignè sono finiti, anche le pagnotte. Sono rimasti solo due strudel alle mele.
Lasciamone uno per Pietro Ludovisi. Domani ha detto che passa.
Lodovica andò in cucina, si tolse il grembiule e lo appese. Guardò i tavoli puliti, il forno che si spegneva, le spezie in fila sugli scaffali. Lanello familiare sul medio, illuminato dal neon, brillò di un rosso cupo.
Spense la luce e andò a chiudere la cassa con Martina.
Fuori pioveva leggero. Lodovica uscì per ultima, chiuse la porta, verificò la serratura. Sotto linsegna, rimase qualche istante a guardare la pioggia che lucida lasfalto, le luci delle case di fronte.
Cinquantacinque anni. Una panetteria che profuma di cannella, un padre che prende il caffè alla vetrina, la vecchia amica del venerdì, lanello della mamma al dito.
E qualcosaltro, qualcosa che ricominciava a crescere piano, dentro. Qualcosa che non aveva nome, ma che sembrava solida sotto i piedi come la terra vera. Non era la felicità come assenza di dolore. Era la vita vera, la sua vita, nella quale finalmente si era introdotta, come entrare da una strada bagnata nel calore di una casa.
Lamaro restava: trentanni che erano stati altro da ciò che aveva creduto, quella pesantezza non sarebbe mai sparita del tutto. Il dispiacere per Matilde era in un cassetto chiuso, ma lei sapeva dovera. E il dolore per le occasioni perse, per quei figli mai avuti, restava pure.
Ma insieme a tutto questo, stava nascendo altro.
Si alzò il bavero, entrò nella pioggia e andò verso la sua auto, tranquilla. Le foglie sotto le scarpe erano morbide, la pioggia tagliava le spalle, e Lodovica pensò che domani poteva finalmente provare quella nuova ricetta: pane al miele e cumino, rimandata da una vita.
Domani lavrebbe provata.






