Langelo che pesava cento chili e odorava di caffè scadente
Nella sala giochi del reparto di oncologia regnava un silenzio particolare, rotto solo dal fruscio dei fogli e dal cigolio dei pennarelli. Era un silenzio fragile come una tazzina di porcellana veneziana, troppo serio, troppo adulto per chi non aveva ancora visto dieci primavere. Il compito era facile: disegnare un Angelo Custode. I bambini ci davano dentro con una concentrazione da preparativi per la maturità.
Per Irene, giovane volontaria, quella giornata era un banco di prova. Lei era abituata alla bellezza giusta: ai freschi delle chiese di Firenze, agli angeli che fluttuano leggeri come briciole di panettone, tutti capelli doro e occhi azzurri come il cielo sulle Dolomiti. Passava fra i tavolini ammirando: il disegno di Matteo con langelo armato di spada enorme, quello di Sofia con ali soffici quanto la ricotta della nonna. Tutto molto canonico, commovente e anche un po prevedibile.
Poi arrivò da Mariella.
La piccola aveva sette anni. La testa liscia come unoliva appena colta dopo lultimo ciclo di chemioterapia e la pelle sottile come carta di riso. Disegnava in modo meticoloso, la punta della lingua fuori come a bilanciare la mano.
Irene sbirciò dietro la sua spalla e quasi scappò un oh! di sorpresa.
Sul foglio, invece di un celestiale messaggero, campeggiava una figura bizzarra: un uomo rotondo e massiccio che occupava quasi tutta la pagina. Niente ali. In compenso aveva una pancia spropositata avvolta in qualcosa di bianco, una testa pelata a patata e occhialoni enormi, sgangherati, aggrappati al naso come un bottone.
Mariella domandò Irene cauta, accovacciandosi. Chi sarebbe? Dobbiamo disegnare un angelo
È un angelo, confermò la piccola sottovoce, continuando a colorare la pancia di bianco.
Ma è un po particolare. Irene cercava le parole buone. Perché non ha le ali? E è così grande?
Le ali ci sono, rispose Mariella. Le nasconde sotto il camice. Qui si sporca facilmente.
Irene sorrise con indulgenza. Limmaginazione dei bambini, che meraviglia.
In reparto spesso si sentiva un respiro pesante, anzi sibilante, che si avvicinava dal corridoio come il rumore del tram a Torino in frenata. Sciaf, sciaf. Passi pesanti che sembravano scuotere il linoleum.
La porta della sala giochi si aprì a fatica ed ecco spuntare lui.
Paolo Pizzirani, primario di rianimazione. Un uomo imponente, con la statura e la circonferenza di un armadio napoletano, triplo mento e camice aperto per manifesta impossibilità di bottoni. La faccia, lucida di sudore, color nocciola stanca. Gli occhiali, con la montatura spessa come il gessetto da lavagna, scivolavano sul naso; lui li risistemava con un dito tozzo. Profumava si fa per dire di tabacco, caffè solubile marca SuperMercato e un retrogusto di stanchezza. Era al terzo turno di fila: la sua casa una branda in infermeria.
Agli occhi di Irene era solo un uomo stanco, trasandato, che avrebbe avuto diritto alla pensione o, almeno, a una doccia.
Allora, artisti? tuonò con una voce che sembrava venire dalla zona addominale. Siete vivi?
Viva, dottore! rispondevano le voci dei bambini, ognuna con la sua sfumatura di coraggio.
Andava avanti appoggiandosi pesantemente agli schienali delle sedie, fermandosi accanto a un ragazzino pallido con la flebo. Gli pose una mano enorme e calda in fronte.
Tieni duro, campione, borbottò. Ho visto gli esami. Facciamo il miracolo.
Poi si avvicinò a Mariella. Irene notò subito come le si illuminassero gli occhi, mentre la bimba alzava le braccine verso quel goffo omone dal profumo di caffè e sigaretta.
Stai disegnando? chiese, e dietro quelle lenti spesse Irene intravide qualcosa di diverso: non occhi spenti dal turno infinito, ma un azzurro infinito, acceso dalla fatica.
Disegno te, sussurrò Mariella.
Lui sbuffò, rimettendosi gli occhiali.
Io? Il foglio si spezzerebbe.
In quel momento nel corridoio scattò unallarme: il suono acuto della strumentazione in agonia.
Paolo Pizzirani cambiò allistante. Via il fiatone, via lo strascico dei piedi. Si voltò agile come un ballerino e corse verso luscita.
Fermi tutti! urlò già nel corridoio. Caterina, defibrillatore! Presto!
Irene rimase lì, con le mani sul petto. Dietro il muro era un brusio di ordini rapidi, strumenti che tintinnavano, e la voce di Paolo ora niente affatto bonaria, ma dacciaio.
Respira! Dai, forza! Resta con noi! Respira!
Quella voce era terribile.
Dentro ci stava insieme la supplica e lordine. Irene chiuse gli occhi. Aveva paura.
Quaranta minuti passarono. Quaranta minuti infiniti e molli come la mozzarella nelle arancine. Nella sala, i bambini non disegnavano più. Aspettavano fissando la porta.
Alla fine la porta si spalancò. Paolo Pizzirani entrò, aggrappato allo stipite. Sudato, il camice bagnato, una macchia di sangue sulla manica. Si tolse gli occhiali, si sfregò gli occhi, spalmando la stanchezza sulla faccia. Poi si lasciò cadere su una sediolina, che protestò tutta spiaggiata sotto il suo peso.
Ce labbiamo fatta, ansimò nel silenzio. Ora dorme.
Irene lo guardò. E allimprovviso, come se qualcuno le avesse tolto le fette di salame dagli occhi, capì.
Guardò il disegno di Mariella. Quella figura sgraziata, goffa, grossa. Poi guardò il vero Paolo Pizzirani.
Non vedeva più i chili né il sudore. Vedeva la massa. Una quantità damore enorme e solida, necessaria come unancora per trattenere su questa terra le fragili anime leggere dei bambini, proprio quando vorrebbero prendere il volo. Un angelo piumato sarebbe stato inutile: troppo leggero, sarebbe volato via con loro.
Ci voleva uno così: massiccio, concreto e con lodore della terra e del caffè, pronto ad agguantare la vita che sfugge e borbottare: Da qui non scappi.
La sua testa pelata brillava sotto la luce come unaureola ma non una doro, piuttosto da operaio: lucida di fatica.
Mariella scese dalla sedia. Andò dal medico, che sedeva con il capo chino, e abbracciò la sua gamba più in alto non arrivava.
Glielho detto, sussurrò a Irene con occhi da grande. Lui le ali le tiene nascoste. Così non ci becchiamo gli spifferi.
Paolo Pizzirani le posò la grossa mano sulla testa liscia.
La mano tremava.
Resistete, tesori, sussurrò. Ancora un po.
Irene si voltò verso la finestra, sopraffatta. Non riusciva più a guardare.
Le lacrime, che tanto aveva cercato di trattenere, finalmente scivolarono fuori. Una vergogna mista a gratitudine. Aveva inseguito la bellezza tra luce e sofisticatezze, e la Bellezza vera era lì: seduta su una sediolina rotta, a strofinarsi la fronte con la manica pesante, stramba e la più sacra di tutte.





