L’arrivo della zia

Luscita della zia

Così non puoi andare, disse Vittorio, nemmeno voltandosi. Era davanti allo specchio allingresso, sistemando la cravatta, blu scuro, di seta, comprata il mese scorso per una cifra che Lucia aveva scoperto per caso, cercando la ricevuta del frigorifero. Parlo sul serio.

Vittorio, è il decimo anniversario della tua azienda. Sono tua moglie.

Appunto. Alla fine si girò verso di lei, e in quello sguardo cera qualcosa che le fece trattenere il fiato. Non era tenerezza. Era consapevolezza. Aveva già visto quello sguardo, anni fa. Solo che non aveva mai pensato di chiamarlo così. Sei mia moglie. E per questo ti chiedo di rimanere a casa.

Perché?

Vittorio sospirò. Lentamente, con quel suo modo particolare che significava: Fai domande banali e mi tocca perdere tempo con te.

Lucia. Ci saranno soci, gente importante. Magari anche dei giornalisti.

E quindi?

Tu Si interruppe, cercando le parole. Poi trovò quella giusta. Sei una zia, capisci? Una donna come tante. Con quel tuo vestito blu coi bottoni. Le altre che verranno si presenteranno in un altro modo.

Lucia era ferma sulla soglia della cucina, tenendo ancora in mano lasciugamano con cui si era appena asciugata le mani. Era vecchio, il motivo quasi sparito. Guardava il marito e provava a capire quando fosse diventato normale, tutto questo. Quando parole del genere avevano smesso di meritare una spiegazione.

Allora ci andrà Elena con te?

Non fece una piega. Quello era il peggio: nessuna rabbia, nessuna esitazione. Solo uno sguardo dritto e vuoto.

Elena è la mia assistente. Si occupa dellorganizzazione.

Vittorio.

Lucia, non ricominciamo.

Era solo una domanda.

No, non era solo una domanda. Prese la giacca, la scosse con quella solita eleganza studiata. Sei sempre lì a fare allusioni. Sono stanco.

Lucia appoggiò lasciugamano sul bracciolo della poltrona, lentamente. Sentiva le mani che le tremavano appena e non voleva assolutamente che lui lo notasse.

Va bene, disse piano. Va bene, Vittorio.

Brava. Tornò a specchiarsi, soddisfatto di sé. I ragazzi?

Caterina è dalla sua amica. Giulio è alluniversità, dovrebbe tornare per le otto.

Digli di non fare casino quando torno. Farò tardi.

La porta si chiuse. Lucia rimase lì allingresso, immersa nel profumo del suo dopobarba, quello che una volta adorava e che ora le sembrava costoso e distante.

Si spostò in cucina, mise su il bollitore. Guardava il vapore che usciva dal beccuccio e pensava a quei ventitré anni fa, quando aveva sposato qualcuno che la guardava in modo molto diverso. Allora gli piaceva il suo modo di ridere; diceva che rideva come una campanella. Lei si vergognava ogni volta.

Lacqua bolliva. Lucia versò il tè nella tazza, mise la bustina e rimase a seguire i riccioli scuri che si scioglievano nellacqua.

Zia. Così laveva chiamata.

Aveva cinquantadue anni. Non cento. Non ottanta. Cinquantadue e non era poi così male. Non era una modella, certo, ma nemmeno quella cosa che lui aveva descritto con una parola. Aveva ancora dei bei capelli, castano scuro, quasi senza fili bianchi, perché si curava. Aveva delle mani che sapevano fare tutto: cuocere una torta, fare lorlo alle tende, tranquillizzare un figlio alle tre di notte, sistemare le scartoffie della contabilità, quando Vittorio aveva appena avviato la Monolite e si era già perso nei conti, chiedendole aiuto.

Chi gli dava una mano allora? Chi stava sveglia sulle sue fatture?

Zia. A pensarci!

Non pianse. Le lacrime erano lì, dietro lo sterno, ma non uscivano. Forse perché non era la prima volta che succedeva. La prima volta era stato tre anni prima, quando lui aveva detto: Potresti vestirti meglio. Ci rimase male. Poi si era abituata. Poi aveva smesso di ribattere. E adesso si ritrovava da sola in cucina, con il marito alla festa con Elena, che aveva ventotto anni e, a quanto pareva, non aveva né torte nel forno, né asciugamani sbiaditi, né ventitré anni di vita condivisa.

Fuori stava facendo buio, una sera tiepida di maggio, sentiva il profumo dellacacia dal cortile. Lucia finì il tè, lavò la tazza e si avvicinò allarmadio.

In fondo, dietro ai cappotti invernali, cera un vestito. Rosso amarena, di velluto, comprato tre anni prima in saldo allOVS, mai messo se non per provarlo a casa. Vittorio laveva visto, storto: Dove vuoi andare così? Troppo vivace per la tua età. Troppo appariscente. Lucia aveva piegato il vestito, messo in una busta, nascosto dietro tutto. Voleva regalarlo a qualcuno. Non laveva fatto.

Ora lo tirò fuori. Lo scosse. Il velluto era morbido, caldo, vivo al tatto. Se lo mise davanti, si guardò allo specchio.

No. Non una zia.

Dallingresso sentì il suono delle chiavi. Giulio. Lo sentì togliersi le scarpe, buttare la giacca sulla poltrona invece che appenderla, camminare verso la cucina.

Mamma, cè qualcosa da mangiare?

In frigo ci sono le polpette. Scaldale.

Cosa ci fai con quel vestito?

Lucia si voltò. Giulio era sulla porta: alto, con gli zigomi di suo padre e i suoi occhi stanchi. Il primo anno di università era stato duro, lo si vedeva dal modo in cui camminava negli ultimi mesi, leggermente curvo, come se portasse tutto sulle spalle.

Lo provo, disse lei.

È bello. Entrò, frugò rumorosamente tra pentole e piatti. Dove pensi di metterlo?

Lucia restò un attimo zitta.

Non lo so ancora. Forse da nessuna parte.

Giulio tornò con il piatto, si mise a tavola, la guardò. Aveva quello sguardo maturo, fuori dalletà.

Papà è andato alla cena di gala?

Sì.

Da solo?

Non rispose subito. Appese il vestito sulla sedia.

Giulio.

Mamma, lo so. Lo disse piano, senza rabbia, come un dato di fatto. Anche Cate lo sa. Lo sappiamo da tempo.

Questa volta le lacrime vennero davvero. Non un pianto, solo un nodo alla gola che la obbligò a stare ferma qualche secondo, guardando fuori dalla finestra, dove la notte era già scesa.

Come lo sapete? chiese infine.

In primavera li ho visti insieme. Al bar di via Roma. Lui non mi ha visto. Mangia, senza guardare. Allinizio pensavo fosse lavoro. Ma no. Era ovvio.

E non me lhai detto.

E tu cosa avresti fatto?

Bella domanda. Cosa avrebbe fatto? Avrebbe fatto finta di niente. Come aveva fatto negli ultimi tre anni, interpretando ogni cosa strana come un malinteso, una sua fantasia. La psicologia delle donne oltre i cinquanta è una storia a parte, tutta paura di scoprire la verità, meglio non vedere.

Non lo so, ammise.

Nemmeno io. Alzò gli occhi su di lei. Mamma, stai bene con quel vestito. Davvero.

Lucia guardò suo figlio. Quel ragazzo a cui aveva letto le favole, insegnato a legarsi le scarpe, accompagnato a scuola con i panini nello zaino. Diciannove anni. Già un adulto. Già vedeva più di quanto lei avrebbe voluto.

Grazie, sussurrò.

Dopo cena, Lucia chiamò Caterina. Arrivò verso le dieci, irrompendo in casa col suo zaino rosa e il profumo di qualche amica sulle magliette.

Mamma, che hai? Cate si bloccò, studiando il volto della madre con quella precisione tipica delle quindicenni. Papà ti ha detto qualcosa?

Siediti, disse Lucia. Dobbiamo parlare.

Si misero tutte e tre in cucina, a bere il tè. Lucia raccontò. Non tutto, ma abbastanza. Cosa aveva detto Vittorio. Del vestito. Di Elena. E i volti dei figli le dissero che aveva pensato bene.

Cate ascoltava mordicchiandosi il labbro, come faceva da piccola quando soffriva o tratteneva le lacrime.

Papà ha chiamato te zia? domandò appena Lucia smise di parlare.

Sì.

Questo scosse la testa cercando la parola giusta. Non è giusto.

No, annuì Lucia.

Mamma, ma tu ci andrai, da qualche parte mai?

Lucia guardò il vestito ancora appeso sulla sedia.

Non so ancora.

Quella notte dormì male. Stesa dalla sua parte del letto matrimoniale, pensava e ripensava. Ventitré anni. Tutta la giovinezza data a quella casa, a quei figli, a quelluomo. Aveva lasciato il lavoro dopo la nascita di Giulio, prima lavorava in una sartoria in centro, era una delle più brave, la signora Anna le diceva sempre che aveva un vero talento. Poi Vittorio aveva detto, lascia stare il lavoro, ci penso io. E Lucia gli aveva creduto. Perché no? Allepoca era vero, lui garantiva tutto, e pensava: questa sì che è una bella vita.

Una bella vita. Si voltò e guardò il soffitto.

Cosa sapeva fare adesso? Cucire, cucinare, mandare avanti la casa. Stare a casa e non farsi notare. Quellultima cosa lessere invisibile era la specialità ormai.

No, basta così. Non avrebbe più pensato così. Sapeva cucire, e non era poco. Aveva mani, testa, ventanni di esperienza, anche se interrotta e ufficiosa, perché aveva continuato a cucire per sé, per i figli, per la vicina Tamara, che diceva sempre che i vestiti di Lucia erano meglio di quelli del negozio.

I pensieri giravano in tondo. Si addormentava e si svegliava, in un loop. Alle due e mezza sbatté la porta dingresso. Vittorio era rientrato. Lo sentì andare in bagno, scorrere lacqua. Poi si sdraiò accanto a lei, muto, e dopo poco già russava.

Lucia restò a occhi aperti a lungo.

Al mattino lui uscì di casa quasi senza colazione.

Questa settimana sarò impegnato, non aspettarmi per cena.

La porta. Il silenzio.

Lucia si versò un caffè e si mise davanti alla finestra. Pioveva. Lacacia in cortile era nera, le foglie luccicavano. Bevve il caffè senza fretta, quasi con freddezza. Forse, quando il dolore arriva al massimo, diventa qualcosaltro. Qualcosa di rigido e limpido.

La festa era di venerdì. Oggi era martedì.

Tre giorni.

Prese il cellulare e scrisse un messaggio a Tiziana. Tiziana Colombo era stata la loro contabile per anni, poi aveva cambiato azienda, ma lei e Lucia erano rimaste amiche, ogni tanto prendevano un caffè insieme. Donna sveglia, pragmatica, cinquantanni, sguardo lucido.

Tizi, ci vediamo oggi?

Risposta veloce: Ma certo! Alle tre al bar Della Pace?

Va bene.

Si trovarono nel piccolo bar a due isolati da casa. Tiziana era arrivata in giacca grigia, taglio corto, occhi attenti. Ascoltò tutto, senza interrompere. Sollevò un sopracciglio solo sul zia.

Quindi lha detto davvero, mormorò Tiziana.

Davvero.

E di Elena sospetti da tanto?

Sospetto sì, Giulio mi ha confermato ieri.

Tiziana prese la tazza, lattorcigliò tra le mani.

Lucia, ti dico una cosa, non ti offendere.

Dimmi.

Lo sapevo. Mi fissò. Già quando lavoravo in Monolite. Due anni fa. Li ho visti insieme alcune volte. Ho pensato se dirtelo o no. Alla fine no, non era affar mio. Ora me ne pento. Scusami.

Lucia rimase un attimo in silenzio.

Va bene, disse piano. Tanto non importa più.

Che vuoi fare?

Lucia la guardò dritta.

Andrò a quella festa.

Tiziana la osservò un momento, poi annuì.

Con i ragazzi?

Con i ragazzi.

Sai che sarà scomodo?

Lo so.

Lo sai che lui si arrabbierà?

Lo so.

Silenzio.

Daccordo. Cosa ti serve?

Stavolta Lucia sorrise. Era la prima volta in tre giorni.

Qualcuna che mi sistemi i capelli. Da sola non riuscirò mai.

Giovedì sera, Caterina era seduta accanto a sua madre davanti alla toeletta, le pettinava i capelli con cura. Non aveva mani nervose ma delicate, come succede nei momenti importanti. I capelli di Lucia erano folti, a spalle, li aveva tinti un po il giorno prima, solo per togliere la disomogeneità del colore dopo linverno.

Hai paura, mamma? chiese Caterina.

Un po.

Papà si arrabbierà.

Probabile.

Gli dirai qualcosa?

No, Lucia si osservava allo specchio. Non dirò niente. Entrerò e basta.

Cate appuntò lultima forcina, si scostò per ammirare il risultato.

Sei bellissima, disse. Lo sei sempre stata, solo che te ne sei dimenticata.

Lucia si voltò e abbracciò la figlia. Forte, per davvero. Cate ci rimase sorpresa, poi ricambiò.

Il vestito era steso sul letto. Velluto amarena, morbido. Lucia lo indossò con calma. Si chiuse la zip dietro, aiutata da Cate. Si guardò allo specchio.

Quella donna che la fissava non era sconosciuta. Era solo dimenticata. Quella che aveva smesso di cedere.

Il trucco se lo fece da sola. Poco. Giusto quanto bastava. Mascara, rossetto, un nudo color terracotta che aveva amato anni fa. Gli orecchini donice nera, eredità di sua madre.

Mamma, chiamò Giulio dallingresso, il taxi è già sotto.

Arrivo!

Prese la borsetta, piccola, nera, vecchia ma buona. Andò nellingresso.

Giulio la guardò.

Accidenti.

Davvero, disse Caterina, che la seguiva.

Lucia prese il cappotto. Le mani tremavano ancora. Notò il dettaglio e fece i movimenti più calmi. Con calma. Solo calma.

Andiamo, disse.

LHotel Stella dItalia era uno degli hotel più belli di Milano. Non il top, ma di ottimo livello. Vittorio laveva scelto per una questione dimmagine: sala grande, soffitti alti, catering proprio. Lucia cera stata solo una volta, otto anni fa, a un matrimonio. Si ricordava il pavimento di marmo e la grande lampada nella hall.

Il taxi si fermò allingresso. Lucia scese per prima. Fece un respiro a pieni polmoni. Era ancora una sera tiepida di maggio, profumo di tiglio nellaria.

Mamma, sussurrò Giulio, siamo con te.

Lo so. Strinse la mano di Caterina. Entriamo.

Nel foyer cerano già ospiti ritardatari che correvano su per le scale con spille col nome sul petto. Lucia camminava sicura. Arrivò un giovane dellhotel in divisa.

Buonasera. Per la festa Monolite?

Sì, sono la moglie di Vittorio Ricci. E questi sono i nostri figli.

Laddetto esitò un secondo, poi annuì.

Prego, secondo piano, sala Ambra.

La sala era piena. Vestiti eleganti, profumo di colonie e cibo, qualcuno che rideva al bar, musica di sottofondo. Lucia si fermò sulla soglia e sentì che qualche sguardo le scivolava addosso. Era unestranea lì dentro. Lo sapeva. Quelle persone conoscevano Vittorio, magari sapevano anche di Elena. Nessuno conosceva la moglie.

Lo vedi papà? chiese Caterina.

Non ancora. Lucia scrutò la sala. Lo troveremo.

Vittorio era appoggiato in fondo, vicino a un tavolo di stuzzichini, con due uomini in completo scuro. Uno lo riconobbe: Giorgio Marchetti, vecchio socio, uomo grosso con i capelli bianchi e lo sguardo severo. Vittorio lo rispettava. O lo temeva, chissà. Lucia non aveva mai capito la differenza.

E accanto a Vittorio cera Elena.

Lucia la vide per la prima volta, anche se la immaginava da tanto. Giovane, alta, vestito blu attillato, capelli in ordine perfetto. Bella. Lucia lo notò senza amarezza, come si nota il tempo. Una ragazza bella. Ventotto anni. La sua mano poggiava sul braccio di Vittorio con una naturalezza che diceva tutto.

Ecco papà, disse Caterina, voce incredibilmente ferma. È lì con quella signora in blu.

Lucia avanzò.

Camminò nella sala con calma. Qualcuno si girò. Si fecero da parte. Lei non guardava i lati, ma solo dritta, quel tavolo in fondo, quelluomo di fronte.

Vittorio la notò a tre metri di distanza. Il suo viso cambiò subito. Le labbra semiaperte. Poi serrate. Gli occhi freddi.

Lucia, disse piano. Cosa ci fai qui.

Sono venuta allanniversario della tua azienda, gli rispose con la stessa calma. Dieci anni. È una data importante.

Giorgio Marchetti la osservò, poi guardò Vittorio, poi di nuovo lei.

Signora Lucia, disse, con un calore e una meraviglia reale. Da quanto tempo! Stupenda, davvero.

Buonasera, Giorgio. Gli sorrise. Anche lei sta benissimo.

Elena fece un passo di lato. La mano sul braccio di Vittorio scivolò via, quasi inosservata.

Caterina, che le stava poco dietro, avanzò appena. Quindici anni. Occhi scuri, schiena dritta. Fissava Elena con una schiettezza che sanno avere solo i ragazzi, quella che mette a disagio chiunque.

Papà, disse Caterina, senza alzare la voce ma chiarissima perché i più vicini sentissero. Perché abbracciavi quella signora prima? Non è la mamma.

Attorno a loro si fece silenzio, come se qualcuno avesse abbassato la musica. I due uomini con Marchetti si scambiarono unocchiata. Una signora col filo di perle girò la testa.

Vittorio impallidì, si vedeva pure col viso abbronzato.

Caterina era per lavoro, adesso ti spiego

Non sono più una bambina, rispose lei, sempre ferma. Io e Giulio lo sappiamo da tempo.

Giulio restava lì accanto alla sorella, in silenzio, mani basse. Era tutto nello sguardo rivolto al padre.

Giorgio Marchetti tossì, posò il bicchiere sul tavolo.

Vittorio, disse, in una sola parola cerano un rimprovero, un break, una minaccia silenziosa. Mi sembra che qui si debba parlare in famiglia. Ne riparliamo dopo.

Fece un cenno a Lucia alla vecchia maniera, signorile, e proseguì verso altri ospiti. I due lo seguirono.

Elena si avvicinò appena:

Vado a controllare il catering.

E sparì tra la folla.

Rimasero solo loro, con i figli. Vittorio la guardava con unespressione che Lucia prima aveva letto come stanchezza, ma ora capiva essere smarrimento. Non rabbia, nemmeno fastidio, era solo confusione. Non sapeva come reagire.

Lucia, disse a voce bassissima, ti rendi conto di cosa hai fatto?

Sono venuta allanniversario della tua azienda, ripeté. Dieci anni. È importante.

Prese un bicchiere da un vassoio. Prosecco. Le bollicine salivano dritte sul vetro.

Potevi restare a casa, disse con voce spenta. Come ti avevo chiesto.

Potevo, ammise Lucia. Ma non sono rimasta.

Lo guardò, e in quellistante tutto le fu chiaro. Non rabbia, non vendetta. Solo chiarezza. Guardava quelluomo in abito costoso, con i gemelli doro e la cravatta nuova, quelluomo a cui aveva cucinato, lavato, cresciuto figli, creduto e pensava solo: quanto tempo sprecato.

Brinderò alla tua azienda, disse. E me ne andrò. I ragazzi sono stanchi.

Si voltò verso loro.

Andiamo, fece piano.

Sincamminarono verso luscita, e Lucia sentiva gli sguardi addosso. Sguardi estranei, curiosi, compassionevoli, critici. Tutti diversi. Le scivolavano addosso come se niente.

Alluscita Giulio le prese il braccio.

Hai fatto bene, disse.

Ho solo partecipato, rispose lei.

Proprio per questo, confermò lui. È così che si fa.

A casa tolse il vestito, lo appese bene. Si lavò il viso. Si sdraiò. E per la prima volta da settimane dormì come un sasso, senza quellansia appiccicosa che era ormai la norma. Dormì a lungo, fino alle nove.

Poi tutto cambiò lentamente, ma inesorabilmente, come uno scioglimento di neve in primavera. Non subito, non il giorno dopo, ma nelle due settimane dopo la festa. Lucia seppe tutto a spezzoni, tramite Tiziana, che sapeva dai soliti canali, e tramite Cate, che aveva letto per caso un messaggio sul cellulare di suo padre lasciato in carica in cucina.

Giorgio Marchetti si ritirò dagli accordi sul nuovo progetto edilizio. Non lo fece di botto, da esperto, ma tramite e-mail e con dei giri di parole: dopo la festa chiamò dicendo che doveva riflettere ancora. Per lui la famiglia aveva un valore reale, e quello che aveva assistito nella sala Ambra gli aveva tolto rispetto per Vittorio Ricci. Non per lamante: le storie extraconiugali non stupiscono nessuno, ma portare lamante a una cena ufficiale al posto della moglie era spregio alla casa, allordine delle cose. Marchetti non perdonava questo.

Dopodiché arrivò leffetto domino. Il business e la reputazione si costruiscono in anni, ma bastano pochi giorni per perdere tutto. Si moltiplicarono le domande del cda di Monolite. Emersero contratti aggirati, scorciatoie manageriali. Non era solo una questione di vestiti o di Elena a quel punto: da uno strappo vengono via tanti fili.

Elena lasciò la Monolite tre settimane dopo il banchetto. Nessuna scenata, solo una lettera di dimissioni. Vittorio si aggirò per giorni come se gli avessero tolto il tappeto da sotto i piedi.

Poi venne a casa, si sedette al tavolo. Lucia servì la minestra e sparì in unaltra stanza. Rimase lì a lungo. Lei sentiva i suoi sospiri.

La sera la chiamò:

Lucia. Dobbiamo parlare.

Sì, rispose lei. Ma prima dimmi: vuoi parlare o vuoi che ti ascolti punto e basta?

Allinizio non capì la differenza. Poi sembrò averla capita. Abbassò gli occhi.

Scusami, disse lui.

Lucia era seduta di fronte, le mani ferme in grembo. Lo guardava e pensava: troppo tardi. Non per rabbia. Semplicemente, perché il perdono richiede qualcosa di vivo, e tra loro non lo era più. Era seccato anni prima, tra i mesi e la parola zia.

Ok, disse lei. Ti sento.

Non era perdono. E lui lo capì.

Fu lei a parlare di divorzio, un mese dopo, con calma e un avvocato bravo che Tiziana le aveva consigliato. Divisero la casa. I figli rimasero con Lucia. Vittorio non fece storie, su questo fu lunica cosa su cui non si oppose.

Durante il divorzio, Lucia aprì una sartoria. Piccola, due stanze, nel quartiere vicino. A lungo ci aveva pensato. Un forno sarebbe stato più facile, forse, ma le sue mani ricordavano stoffe e aghi meglio di ogni cosa. La signora Anna, la sua vecchia capa, ormai in pensione, rispose al telefono immediatamente: Lucia, avresti dovuto farlo dieci anni fa.

Era bello. E un po amaro. Dieci anni fa non avrebbe mai preso una decisione simile. Ora sì.

I primi mesi furono durissimi. I soldi scarseggiavano, le clienti erano poche; lavorava dallalba alla sera, tornava a casa distrutta e con il gesso sotto le unghie. Cate a volte la passava a trovare dopo scuola, studiava in un angolo del negozio, mangiava un panino, ogni tanto chiedeva qualcosa sulle stoffe. Una curiosità inaspettata per colori, armonie; le piaceva osservarla. Lucia se ne rendeva conto e se lo annotava in testa, senza pressioni, senza progetti.

Giulio, intanto, si trascinava con la sua storia. Vittorio provava a vederlo, lo chiamava, organizzava incontri. Giulio ci andava, tornava taciturno. Una sera disse:

Vuole che lo capisca.

E tu?

Non so come si capisce uno che si vergogna di sua moglie. Fissava fuori. Mamma, tu non sei mai stata tu sei normale. Normalissima.

Grazie, caro.

Sul serio.

Lo so.

Pausa.

Con Paola non va bene, aggiunse Giulio. La mia ragazza.

Lucia sollevò lo sguardo.

Dice che dopo tutto questo non sa che padre potrò essere. Ha paura di fare la stessa fine.

Non è la tua storia, Giulio.

Capisco. Lei no.

Lucia prese tempo.

Lasciale tempo. Le parole servono a poco, solo il tempo.

Lui annuì, poco convinto. La sua storia con Paola era complicata, portava avanti un tira e molla che a volte preoccupava Lucia, ma non si intromise. I figli hanno bisogno di stare male da sé, imparò tardi, ma imparò.

La sartoria cresceva, lenta ma costante. Dopo un anno aveva le prime clienti fisse. A un anno e mezzo arrivarono le prime richieste di abiti da sposa, impegnativi ma remunerativi. Lucia assunse unaiutante, una ragazza giovane di nome Elena (unaltra, niente a che vedere con quell Elena), bravissima, con una personalità che meritava un racconto a parte. Si trovarono subito. Capivano tutto con uno sguardo sopra il tessuto.

Tiziana passava spesso, si bevevano un tè tra i cartamodelli e parlavano di salute, figli, cose importanti. Una volta, Tiziana disse:

Sai cosa mi piace di te? Che non sei arrabbiata.

Ogni tanto mi arrabbio, ammise Lucia.

No. Sei seria. È diverso. La rabbia spacca tutto, la serietà passa.

Lucia rifletté e fu daccordo.

A diciassette anni Caterina decise che voleva studiare design. Non lo annunciò con fanfara, un giorno arrivò con una cartella di disegni e la poggiò davanti alla madre. Lucia li guardò a lungo. Dentro cera qualcosa di vero, disordinato e con errori, ma brillante.

È la tua strada, mormorò Lucia.

Non ti dispiace?

No. È tua e lo sai meglio di me.

Cate sorrise, timida ma vera.

Mamma. Sei cambiata.

Cambiata?

Una volta chiedevi sempre e papà cosa dirà?, e la gente che penserà?. Ora non più.

Lucia la fissò.

Ho imparato tardi, disse.

Non è tardi. Cate raccolse i disegni. Dai, vai bene così.

Era la cosa più bella mai sentita. Meglio di un complimento. Solo vai bene detto da chi ti vede davvero.

Vittorio lo vedeva poco. Ogni tanto per prendere i ragazzi o portare qualcosa che avevano lasciato. Aveva laspetto ora buono ora trascurato. Sapeva tramite amici che la Monolite aveva cambiato capi e lui era rimasto solo con un incarico da project manager di medio livello: una retrocessione, insomma. Ma Lucia non ci pensava troppo. Aveva altro da fare.

Lestate dopo il terzo anno dal divorzio fu bella. Calda, lunga. Sartoria in un locale più grande, tre sarte alle sue dipendenze. La sera Lucia si sedeva sul piccolo balcone della nuova casa (primo appartamento suo, dopo quello familiare, altra conquista) e guardava il tramonto. Non sempre; spesso lavorava fino a tardi. Ma quando aveva tempo per sé, senza pensieri, si accorse della verità più semplice: stava bene. Non felice come nei romanzi, ma bene davvero. Serenamente. Con stanchezza ma bene.

Quellautunno, lui si presentò.

Lo vide attraverso il vetro della sartoria, mentre stava disegnando. Vittorio era sulla porta, titubante. Si vedeva che era invecchiato. Non solo per il tempo, ma proprio invecchiato, come invecchiano gli uomini che perdono sicurezza. Spalle curve. Labito di buona fattura ma ormai un po fuori moda.

Lucia andò lei ad aprirgli.

Vittorio, disse. Entra.

Si sedettero nella piccola sala riunioni che Lucia aveva allestito per le clienti. Tavolino, due sedie, un vasetto di fiori secchi. Servì il tè, posò la tazza davanti a lui.

Come va? chiese.

Bene, rispose. Tanto lavoro. Le cose vanno.

Ho sentito. La fissò. Sei stata brava.

Lei non rispose. Stringeva la sua tazza con entrambe le mani, come al solito.

Lucia. Fece una pausa. Volevo dirti ho pensato

Hai pensato, ripeté Lucia, senza fare domande.

Ho sbagliato. In tante cose. Ora ho capito.

Vittorio.

No, aspetta. Alzò lo sguardo. Voglio parlare. Eri una brava moglie. Mandavi avanti tutto. Hai cresciuto figli. Io non lo vedevo. O lo davo per scontato. Mi sono sbagliato.

Lucia lo guardò. Questuomo di mezza età, stanco, in cui riconosceva il primo Vittorio, quello che aveva sposato, quello della zia e quello seduto dopo la fuga di Elena. Erano tutti lo stesso uomo. Lo capiva ora.

Ti sento, disse.

Pensavo Si interruppe. No, è una sciocchezza.

Dimmi.

Pensavo, magari, non ricominciare, ma vedere ogni tanto, parlare. Sono solo, Lucia. Completamente solo.

Silenzio.

Lucia posò la tazza. Guardò fuori: grigio autunno, foglie per strada, una bici legata al palo. Poi lo fissò.

Vittorio, rispose. Non sono arrabbiata con te, davvero. È tutto passato. Mi dispiacciono solo gli anni persi. Non per te, per gli anni. Che siano stati così invece che diversi. Solo questo.

Lucia.

Fammi finire. Lo disse dolce, ma ferma. Non sei solo. Hai i tuoi figli, e loro vengono da te. Non sono più miei soli. Ma io non posso essere quello che cerchi. Non so nemmeno cosè. Unabitudine, un po di compagnia, non so. Ma non posso.

Perché?

Ci pensò. Non per ferirlo, ma trovare le parole giuste.

Perché finalmente sono diventata me stessa. Lo disse senza retorica, solo come una certezza. E mi è costato troppo. Non voglio tornare indietro.

Lui non disse niente a lungo. Guardò la tazza, ormai fredda. Poi annuì, ununica volta.

Capisco.

So che capisci.

I ragazzi iniziò.

Ora sono cosa tua, disse lei. Non mia. Vai da loro. Parla. Giulio ha sofferto. Però è pronto. Ma devi arrivare davvero.

Vittorio si alzò. Si sistemò la giacca, come sempre faceva, quel gesto che Lucia conosceva a memoria.

Questo vestito ti sta bene, disse improvvisamente.

Lucia abbassò lo sguardo. Non era quello amarena. Quella mattina indossava un vestito blu scuro, colletto semplice, cucito da lei linverno prima.

Grazie, rispose.

Lui uscì. Lucia sentì la porta della sartoria aprirsi e chiudersi. Silenzio.

Rimase ancora qualche minuto. In quella stanzetta cera silenzio e un po di fresco. I fiori secchi nel vaso. Le tazze tiepide. I suoi schizzi sul tavolo.

Poi si alzò, prese la sua tazza, la svuotò, la sciacquò. Tornò al tavolo, prese la matita e si piegò sullultimo modello.

Alla porta affacciò Elena.

Signora Lucia, la prossima cliente è arrivata.

Sì, rispose. Falle pure aspettare un minuto.

Elena annuì e richiuse la porta.

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