Caro diario,
oggi sono entrato nella sala parto dellOspedale San Raffaele a Milano per osservare il tracciato elettrocardiografico del feto durante il travaglio. La cardiotocografia era perfettamente normale. Mentre guardavo quel nastro che scorreva come un serpente sul monitor, mi tornò in mente la bambina che avevo appena dimesso a casa perché il suo neonato era gravemente malato. Ora dovevo organizzare il turno con unaltra ostetrica di ginecologia per coprire il reparto di accoglienza.
È così grave? mi chiese, con gli occhi pieni di preoccupazione, la donna incinta Cè qualcosa di strano sul monitor? Il suo sguardo era concentrato, quasi impaziente.
Nel nostro mestiere la cosa più difficile è tenere la faccia. Da sempre impariamo a diagnosticare, a mettere insieme i pezzi sparsi per ricostruire lintero quadro. Impariamo a osservare, ad aspettare pazientemente, a intervenire solo quando è necessario e a prendere decisioni rapide e corrette. Non ci è mai stato insegnato larte della recitazione.
Eppure, dopo unoperazione difficile, nella notte, gli occhi ancora colmi di acqua gelida, senza riuscire a espirare e a pulire il sangue che è entrato tra le fessure delle scarpe, devo scendere in reparto accoglienza e, con un sorriso sincero, accogliere il nuovo paziente. È fondamentale, con quel sorriso, rassicurare la persona spaventata e confusa che è stata portata in ambulanza, farle capire che è al sicuro, che la attendiamo per aiutarla, alleviarla, curarla.
Non ci hanno mai insegnato che la paura è parte integrante del malato. Per quanto professionisti siamo, per quanto affrontiamo situazioni drammatiche, dobbiamo sempre tenere la faccia, perché la paura deforma la realtà sia quella nostra, sia quella altrui.
Oltre la soglia dellospedale i tuoi genitori sono malati, i bambini hanno perso le chiavi e aspettano sul gradino, in terapia intensiva la gravida non riesce a stabilizzare il feto non ancora vitale, e nella sala operatoria linfermiera è in crisi ipertensiva. Tutto gira nella tua testa, ma da qualche parte, al di sopra del tuo volto, cè qualcosa di più grande.
È davvero difficile tenere la propria faccia, soprattutto quando capisci di trovarti a quindici minuti da una catastrofe. Superare la tua paura, dare tutti gli ordini necessari, spiegare con calma alla paziente perché corriamo, tranquillizzare lei e i familiari, ottenere il consenso per lintervento e correre verso la sala operatoria, spogliandoti in corsa, tenendo la faccia. Poi, uscire dal palcoscenico e ritirarsi dietro le quinte.
Il momento più arduo è quando la catastrofe è già avvenuta. Anche allora bisogna tenere la faccia, dimenticando il gelo che stringe il petto parlare, parlare, parlare. Con i pazienti, con i loro familiari, con gli sconosciuti, con me stesso, con Dio, con i miei pensieri fermi, con i superiori, di nuovo con i familiari, di nuovo con me. Finché non si lascia andare quel dolore brutale nel petto e non riesci più a fare un respiro completo, sentendo che il turno, la tua cicatrice personale sul cuore, è ormai scolpita.
Unora dopo, scendendo in visita al nuovo malato, devo ancora tenere la faccia, stringere i denti, sfiorare delicatamente la pelle sotto la spalla sinistra. Perché i medici sbagliano. Tutti. Anche quelli che sembrano da Dio. Perché sono uomini. Nessuno che non lavora sbaglia. Anche le macchine più precise sbagliano, perché sono fatte da mani umane. Lerrore è parte della nostra natura.
Il più spaventoso è riconoscere il nostro errore. Continuo a rimuginare sul momento in cui avrei potuto fare diversamente. Ma non troviamo risposta: quale sarebbe stato il risultato? È una domanda a cui non si può rispondere, perché il tempo non torna.
Mi chiedo: quando ho osservato una cardiotocografia perfetta con gli occhi stanchi, era colpa della stanchezza accumulata per anni? Quando ho trascurato unanalisi perfettamente normale, cosa mi ha distratto? Quando ho calcolato i farmaci come indicato dal protocollo, era davvero corretto? Quando sono arrivato in ritardo o troppo presto? Quando ho guardato una radiografia e non ho visto nulla, o ho visto qualcosa di sbagliato? Quando la mano si è incrociata con il bisturi e il clamp è volato via da un vaso, perché non è accaduto prima?
Forse sei sei turni in due settimane, forse a casa ti aspetta la mamma con lictus. In medicina il tempo è relativo, ma i tuoi cari sono da tempo su un trono donore inesistente. Il terrore più grande è non capire cosa è stato sbagliato, perché il rischio di ripetere lerrore resta.
Quante pagine devo ancora leggere, quanti corsi fare, quante notti senza sonno affrontare affinché non ricada lincidente? Nessuno lo sa. E come scacciare il pensiero che esiste anche una statistica?
La statistica medica, fredda e numerica, professa che su mille parti di parto, interventi o manovre dovrebbero verificarsi tre, cinque, dieci complicazioni, in tutto il mondo, ogni giorno, ogni mese, ogni anno. Qualcuno deve morire, qualcuno deve soffrire, qualcuno deve vivere una tragedia.
E cosa fa un medico quando il suo nome compare in quella statistica? Si presenta davanti a persone distrutte dal dolore e dice: Ecco, sono io. Il vostro carnefice. Chi può immaginare di trovarsi lì, di fronte a una moltitudine di persone infelici, con il peso della loro disperazione addosso? Io sono lunica ragione del loro dolore.
Ecco, sono io. Distruggo.
Ma perché, quando un medico sbaglia una volta, si dimenticano le decine di migliaia di volte in cui aveva ragione? I medici sbagliano perché sono umani. Gli dei non sbagliano. È il loro mondo, la loro creazione, la loro statistica. Più lavoro, più capisco che solo pochi eletti possono comprendere quel disegno. Noi non siamo eletti. Siamo semplici, persone comuni, medici comuni.
La lezione di oggi è che, nonostante gli errori e le paure, il nostro dovere più grande resta quello di tenere la faccia, di accogliere il prossimo con sincerità e di ricordare che, essendo umani, possiamo sempre migliorare.






