«Signora, non ha il biglietto. Per favore scenda dallautobus», sibilò il conducente, il volto teso, mentre fissava la vecchia signora dal cappotto di lana consumato, che lottava a mantenere gli occhi sui manubri per non cadere.
Il bus, un MercedesBenz Citaro, correva quasi vuoto lungo la Via Torino, mentre fuori la neve scendeva lenta, avvolgendo Milano in un candido crepuscolo. La pensionata rimase in silenzio, stringendo più forte la borsa logora, quella stessa che usava per fare la spesa al mercato di Via Paolo.
«Ho detto scenda! Qui non è una casa di riposo!» alzò la voce il conducente, il tono più duro che mai.
Il tempo sembrò fermarsi allinterno del veicolo. Alcuni passeggeri distolsero lo sguardo, fingendo di non accorgersi di nulla. Una giovane donna, Fiorenza, seduta al finestrino, si morse le labbra per lansia. Un uomo in un cappotto scuro, Lorenzo, aggrottò le sopracciglia, ma rimase al suo posto.
La nonna Rosa fece un passo verso la porta, ogni passo un piccolo sforzo. Le porte si aprirono con un cigolio e un vento gelido le sferzò il volto. Si fermò sul gradino, senza distogliere gli occhi dal conducente, e con voce flebile ma ferma rispose:
«Un tempo ho generato donne come te, con amore. E adesso non mi permetti nemmeno di sedermi.»
Poi, con dignità, si abbassò e scese.
Lautobus rimase fermo con le porte spalancate. Il conducente si voltò, come se volesse nascondersi dalle proprie idee. Da qualche parte, un bambino singhiozzò. Fiorenza asciugò le lacrime, Lorenzo si alzò e si diresse verso luscita. Pedone dopo pedone, gli altri passeggeri si alzarono, lasciando i loro biglietti sui sedili.
In pochi minuti, il bus fu vuoto. Solo il conducente rimase seduto, il silenzio gravato da un mi dispiace che bruciava dentro di lui. La nonna Rosa camminava lentamente lungo la strada innevata; la sua sagoma svaniva tra le ombre, ma ogni passo emanava dignità.
Il mattino seguente, Marco Ricci così si chiamava il conducente si presentò al lavoro come di consueto: la tazza di caffè caldo, la lista dei percorsi, il calendario dei turni. Ma qualcosa dentro di lui era cambiato per sempre. Non poteva scrollarsi di dosso la sensazione di inquietudine; gli occhi di Rosa gli rimaneggiavano nella mente non arrabbiati, non feriti, solo stanchi. E quelle parole lo perseguitavano:
«Donne come te ho partorito con amore.»
Guidava il suo percorso, osservando con più attenzione i volti degli anziani alle fermate. Voleva trovarla, chiedere perdono, aiutare, o almeno ammettere la sua vergogna.
Passò una settimana. Una sera, mentre il turno volgeva al termine, vide alla fermata del mercato di Porta Romana una figura familiare: una piccola donna curva, con la stessa borsa e lo stesso cappotto logoro.
Fermò il bus, aprì le porte e scese.
«Nonna», sussurrò, «scusami. Quella volta ho sbagliato.»
Lei alzò gli occhi verso di lui e, allimprovviso, sorrise dolcemente, senza rimproveri né rancore.
«La vita, figlio mio, insegna a tutti qualcosa. Limportante è saper ascoltare. E tu hai ascoltato.»
Lui la aiutò a rientrare, la sedette sul sedile anteriore e, tirando fuori la sua termosifona, le offrì una tazza di tè. Viaggiarono in silenzio, ma era un silenzio diverso: caldo, rassicurante, come se entrambi avessero trovato un po di pace.
Da quel giorno, Marco portava sempre nella tasca qualche gettone, per chi non poteva permettersi il biglietto, soprattutto per le nonne. Ogni mattina, prima di cominciare il turno, ripensava a quella frase, che divenne per lui non solo un ricordo di colpa, ma una lezione su come essere umano.
La primavera arrivò repentina; la neve si sciolse e, alle fermate, comparvero i primi mazzi di ciclamini le nonne li vendevano in piccole confezioni avvolte in cellophane. Marco iniziò a riconoscere i loro volti, a salutare e a dare una mano a rialzarsi. A volte si limitava a un sorriso, e vedeva quanto quel gesto fosse importante per loro.
Ma quella nonna, Rosa, non la rivedette mai più. La cercò ogni giorno, descrivendola agli altri. Qualcuno gli disse che forse viveva vicino al cimitero dietro il ponte. Lo visitò alcune volte, senza divisa, solo a piedi, per vedere.
Un giorno, trovò un semplice crocifisso di legno con una foto incorniciata a forma di ovale: gli stessi occhi di Rosa. Rimase lì, immobile, mentre gli alberi frusciavano sopra di lui e il sole filtrava tra i rami.
La mattina successiva, sul sedile anteriore del suo bus, trovò un piccolo mazzo di ciclamini. Lo raccolse, lo pose accanto a un cartello di cartone che aveva ritagliato con le proprie mani:
«Un posto per chi è stato dimenticato, ma che non ha mai dimenticato noi.»
I passeggeri lessero la frase in silenzio, alcuni sorrisero, altri posero una moneta sul sedile. Marco proseguì il suo viaggio, più lento, più attento. Talvolta rallentava un attimo in più, giusto per permettere a una nonna di salire.
Ora capiva:
ogni nonna è la mamma di qualcuno.
ogni sorriso è un ringraziamento.
e una semplice frase può cambiare una vita.






