Lavava le scale dei vecchi palazzi per costruire un futuro al figlio che cresceva da sola, ma ciò che accadrà ti lascerà senza parole.

Giulia lava le scale dei vecchi condomini per garantire un futuro al figlio che cresce da sola, e quello che accade lascia gli occhi a lacrime.
Ogni mattina, quando ledificio ancora si sveglia tra notte e giorno, Giulia si prende i capelli dietro, indossa il grembiule verde e sale le scale. Ha trentacinque anni e un sorriso che illumina il vano più del neon tremolante. Da sei anni, da quando è nato Luca, la sua vita ruota su un unico asse: devo fare il meglio per lui. Il padre è partito quando Luca era ancora un neonato, come se non avesse avuto il tempo di finire la frase di apertura della sua vita, e Giulia ha imparato in una lunga notte cosa significhi essere madre, padre e persona che non si concede la stanchezza.

Il mocio scivola sul mosaico, il secchio lo segue silenzioso, e Giulia conta i passi nella mente, non come una fatica ma come un percorso. Ogni piano è un giorno pagato, un pasto sul tavolo, un quaderno per Luca. Anche se i vestiti le si bagnano ai polsi, non perde il sorriso. Lo conserva per il pomeriggio, quando il bambino esce dalla porta della scuola e corre verso di lei con lo zaino che gli balza dietro.

Mamma, oggi ho letto ad alta voce! lo accoglie.
E le nostre scale ti aspettano di essere lette anche loro, risponde Giulia scherzosa, e Luca ride.

Dopo la scuola lo prende per mano e insieme si dirigono verso gli edifici di cui si occupa. In una mano tiene la coda del mocio, nellaltra le piccole dita di Luca. Il ragazzo conosce già il ritmo: lei pulisce i parapetti, lui apre le cassette postali e le chiude ordinatamente, come libri che attendono di essere letti. Quando si stanca, si siede su un gradino e legge ad alta voce dal suo libro preferito. Le parole riempiono il vano di una musica semplice e pura.

Alcuni vicini passano di fretta, alzando le spalle; altri abbassano lo sguardo, imbarazzati nel vedere un bambino studiare accanto a un secchio dacqua. Ma ci sono anche persone che lasciano alla porta una busta di mele o un Bravo, campione! che fa raddrizzare la schiena a Luca.

Mamma, mi piace qui, dice a volte. È caldo quando leggi bravo con gli occhi.

Giulia sospira dentro. Le piace vedere il figlio felice al suo fianco, ma desidera una felicità sua, senza lodore del detersivo. Vuole una infanzia con erba sotto le ginocchia e quaderni pieni, non con scale che si chiudono e riaprono in un ciclo infinito.

In un pomeriggio freddo di novembre, quando la luce è breve e laria pungente, Luca legge dal suo libro sul terzo gradino. Giulia strofina più intensamente un angolo macchiato, quando nel vano appare una signora anziana in cappotto blu. Si ferma, ascoltando il bambino sillabare con cura, poi continua a parlare più sicura, finché le parole non diventano rotonde e belle.

Leggi davvero bene, caro, dice la signora. Come ti chiami?
Luca, risponde lui, alzando gli occhi luminosi.
E la mamma?
Giulia.

La signora sorride, osserva il mocio, il secchio, le mani di Giulia, stanche ma pulite.

Sono la signora Anna, prosegue. Ho insegnato per quarantanni lingua italiana. Se volete, posso fare un piccolo test a Luca, qui sulla scala. Prometto di non spruzzare voti.

Ridono tutti e tre. Il test si trasforma in una conversazione. Luca racconta dei suoi personaggi, di come a volte le persone cattive sono solo stanche e di come gli eroi non alzano la voce, ma lavorano. Anna ascolta, fa domande, e alla fine tira fuori dal taschino un quadernetto.

Luca, scriverai così. Dieci righe al giorno, su qualsiasi cosa: scale, pioggia, mamma. E se mi permettete, vi verrò a trovare di tanto in tanto. Mi mancano i bambini che apprendono.

Giulia sente il petto bruciare, come se una nuova luce si fosse accesa dentro di lei. Dice grazie così piano da sembrare una preghiera.

La sera, a casa, mangiano una zuppa e leggono a turno una frase dal quadernetto. Nei giorni che seguono Luca scrive. A volte sbaglia, a volte chiede, ma vuole sempre unaltra riga. Giulia, tra due edifici, tra due piani, cerca il respiro nelle sue parole.

Qualche settimana dopo lincontro con Anna, lamministratore di uno dei condomini scende nel vano accompagnato da un giovane in giacca aziendale. Chiede brevemente chi è la signora che fa così bene le pulizie. Giulia si alza, emozionata per la bellezza inaspettata.

Rappresentiamo lazienda che gestisce alcuni nuovi palazzi della zona, spiega il giovane. I vicini vi hanno consigliato. Cerchiamo una persona seria. Orario fisso, salario in contratto, assicurazione sanitaria. E guarda Luca possiamo organizzare il pomeriggio libero, così potete stare con il bambino.

Giulia sente le ginocchia ammorbidirsi. Non è per i soldi per quanto benvenuti ma per le ore che si aprono come finestre luminose: compiti da fare in ufficio, non sulle scale; libri da leggere sul divano, non tra il secondo e il terzo piano.

Accetto, riesce a dire. Grazie. Non faccio pulizie. Io mi prendo cura che le persone non camminino nella vita con polvere nellanima.

Il giovane sorride tipicamente per chi è di corsa.

Proprio di persone come lei abbiamo bisogno.

Da quel giorno il programma cambia. La mattina Luca va a scuola, Giulia alle nuove strutture. A pranzo lo aspetta alla porta, con la stessa coda di mocio e lo stesso sorriso, ma con le mani più riposate. I pomeriggi sono loro.

La signora Anna continua a comparire di tanto in tanto, come una buona stagione. Aiuta Luca a leggere e a scrivere, e il ragazzo prende coraggio. Alla festa invernale viene scelto per leggere una pagina intera davanti ai genitori. Giulia è al terzo gradino, le mani giunte come in una chiesa senza icone, solo con la voce del figlio a riempire lambiente. Quando Luca finisce, gli applausi sono naturali. Il ragazzo la cerca con gli occhi, la trova, sorride, alza per un attimo il quadernetto.

Dopo la cerimonia la direttrice lo prende per le spalle, dolcemente.

Abbiamo un circolo di lettura e un progetto con la biblioteca comunale. Vogliamo iscriverlo. Ha orecchio per le parole e cuore per le persone.

Giulia annuisce, con lacrime che tiene contenute nellangolo degli occhi.

Il tempo passa. Una sera, tornando dalla biblioteca, Luca ferma la mamma sul marciapiede.

Mamma, sai cosa ho capito?
Cosa, tesoro?
Che non sono cresciuto su scale di condominio. Sono cresciuto su gradini. E i gradini portano sempre da qualche parte.

Giulia ride, una risata che si sente dalle suole fino alla sommità della testa. Lo stringe al petto e risponde:

Sì. E il posto dove ti portano, caro, non è un indirizzo. È una persona. Tu.

Primavera, il vecchio amministratore chiama Giulia solo per congratularsi. I vicini hanno messo dei soldi e hanno comprato a Luca una grande confezione di libri. Per il ragazzo che ci legge le scale, recita il biglietto. Giulia tiene il dono con cura, come se fosse un piccolo fuoco.

Lestate successiva lazienda aumenta lo stipendio e le propone di coordinare un piccolo team. Non è più sola con il mocio; insegna ad altre donne a condividere lo sforzo, a chiedere diritti, a rispettarsi. Tra una direttiva e laltra, ricorda sempre gli inizi: il neon tremolante, il secchio arancione, il ragazzo che leggeva al terzo gradino. E ringrazia, in silenzio, ogni salita.

Una domenica a mezzogiorno Luca le porta un volantino stropicciato.

Mamma, cè un concorso di racconti in biblioteca. Tema Il mio eroe. Posso scrivere di te?
Se ti suona bene al cuore, scrivi, dice Giulia, cercando di contenere lemozione.

Scriverò così: Il mio eroe non ha salvato il mondo. Lha pulito. E ogni sera mi ha mostrato che dal corridoio più semplice si può creare una classe, se hai un libro e amore.

Giulia gira la testa per asciugarsi discretamente gli occhi. Non vuole rovinare con il pianto la frase perfetta del suo bambino.

Il racconto di Luca ottiene una menzione speciale. Non per parole complesse, ma per la loro verità. Alla cerimonia la signora Anna lo stringe in braccio.

Vede? sussurra. Lei ha lucidato non solo le scale, ma anche il suo futuro.

La sera tornano a casa a piedi. Risalgono le loro scale. Senza secchio. Solo con una borsa di libri e un cuore pieno.

A volte la strada verso il bene non assomiglia a unautostrada. Somiglia a una scala di condominio, che si scala ogni giorno, con un mocio in una mano e una mano piccola nellaltra. Ma se si sale insieme, alla fine non cè una porta che ti attende cè una persona compiuta.

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