Le firme sul pianerottolo
Marco si fermò davanti alle cassette della posta: sul tabellone degli avvisi, al posto dei soliti fogli su letture dei contatori e gatti smarriti, era comparso un nuovo foglio. Era stato fissato alla meno peggio con delle puntine, come se qualcuno avesse avuto fretta.
In alto, in stampatello: “Raccolta firme. Prendere provvedimenti”. Sotto, il cognome di una famiglia del quinto piano e una breve lista di lamentele: rumori notturni, colpi, urla, “violazione della quiete”, “pericolo per la sicurezza”. Già in fondo cominciavano a dispiegarsi firme ordinate e altre larghe, con la calligrafia nervosa.
Lesse due volte, anche se il senso laveva colto subito. Le dita andarono da sole al fondo della tasca, dove teneva la biro, ma Marco esistò. Non perché non fosse daccordo, ma detestava farsi trascinare. Viveva in quello stabile da dodici anni e aveva imparato a tenersi alla larga dalle faide condominiali, come si scansa una corrente daria. Di problemi ne aveva già a sufficienza: lavoro nellofficina, turni da incastrare, la madre in un altro quartiere dopo lictus, e il figlio adolescente che parlava a malapena, oppure scoppiava dira per un nonnulla.
Nel pianerottolo regnava una calma densa; solo leco del portone dellascensore disturbava il silenzio. Marco si avviò al suo quarto piano, prese le chiavi, ma prima di aprire indugiò guardando la scala che saliva. Al quinto abitava la signora Valeria Ferretti. Poco più che cinquantenne, figura asciutta, sempre con i capelli corti e quello sguardo che sembrava schiacciare. Raramente salutava per prima, e se rispondeva, lo faceva come se le desse fastidio. Marco la vedeva spesso con delle buste della Coop o con il secchio, mentre puliva davanti alla sua porta. A volte, di notte, si sentivano davvero rumori strani dal suo appartamento: un tonfo, un grido, qualcosa che veniva trascinato sul pavimento.
Nel gruppo Whatsapp del condominio entrava solo quando era necessario. Lì si litigava di solito su parcheggi e raccolta dellimmondizia. Ma nelle ultime settimane, cera solo un argomento.
“Di nuovo urla alle due di notte! Mio figlio si è svegliato di soprassalto!”
“Io lavoro dalle sei, poi sono uno zombie. Non si può andare avanti così!”
“Non sono urla, sposta i mobili, lho sentita.”
“Bisogna chiamare i carabinieri, cè la legge.”
Marco scorreva e non interveniva. Non era un santo: anche lui si svegliava quando alle tre un botto risuonava per tutto il palazzo, e restava sdraiato col fastidio che saliva. In quei momenti, sperava che qualcun altro risolvesse, e di leggere la mattina “Tutto sistemato”.
Alla fine, la sera digitò due righe: “Chi raccoglie le firme? Dovè il foglio?”
Rispose la portinaia, la signora Lina Marchesi, del terzo piano: “Tabellone al piano terra. Domani alle sette da me, si discute. Bisogna decidere prima che peggiori.”
Marco appoggiò il telefono. Avvertì quella sensazione spiacevole che ricordava le riunioni a scuola: tutto già deciso, bisognava solo mettere la crocetta.
Il giorno dopo incrociò Valeria sulle scale. Saliva con due borse pesanti e, pur senza fiato, si rifiutava di chiedere aiuto. Marco gliene tolse una di mano, senza dir nulla.
“Non serve,” tagliò lei, secca.
“La porto io,” rispose lui, affiancandola.
Silenzio fino a casa sua. Ritrasse la sporta con uno scatto.
“Grazie,” lo disse senza convinzione, più una registrazione che una vera gratitudine.
Marco stava già per andarsene, ma dietro la porta sentì un rumore cupo, quasi un respiro pesante, un gemito. Valeria si irrigidì, il mazzo di chiavi le tremava in mano.
“Tutto bene lì?” domandò Marco, senza riuscire a spiegarsi perché.
“Tutto a posto,” tagliò, chiudendosi in fretta.
Tornò al proprio appartamento, ma quel suono continuava a ronzargli nella testa. Non era un botto, né una canzone: solo quel respiro.
Dopo qualche giorno, sulla porta di Valeria comparve una scritta, fissata col nastro adesivo. Marco la notò portando giù i rifiuti al mattino. “BASTA RUMORI DI NOTTE. NON DOBBIAMO SOPPORTARE”. Le lettere, tracciate col pennarello, sembravano una ferita lucida.
Si fermò a guardare il foglio: il nastro brillava come pelle fresca. Si ricordò che da bambino anche sulla sua porta avevano lasciato scritte, quando suo padre rientrava ubriaco urlando. Allora, Marco odiava più i vicini che fingevano di non vedere, finché non si mettevano a sparlare, che il padre stesso.
Salì al quinto e tese lorecchio. Taceva tutto. Non suonò. Tolse delicatamente il foglio, lo piegò e se lo mise in tasca. Poi lo portò direttamente nel cassonetto grande in strada, non in quello del palazzo. Nessuno lo avrebbe trovato.
Nel frattempo, la discussione in chat si era fatta ancora più tagliente.
“Lo fa apposta. Non le importa della gente.”
“Questi vanno sfrattati, a vivere in una cascina fuori città.”
“I carabinieri dicono di fare una denuncia collettiva.”
Marco notò quanto in fretta le parole “rumore” e “violazione” diventassero “gente come lei”. Non riguardava più una notte, ma una persona diventata un problema.
Sabato rincasò tardi dal lavoro. In ascensore sentiva odore daria spray e tabacco freddo. Al quarto piano sentì uno scossone, poi un altro: non pareva un lavoro di muratura, piuttosto una caduta. Poi una voce di donna, strozzata ma chiara:
“Reggiti… arrivo subito…”
Marco corse al quinto. Davanti alla porta di Valeria, la luce del corridoio splendeva sotto lo spiffero. Bussò.
“Chi è?” domandò una voce tesa.
“Marco, del quarto. Tutto a posto?”
La porta si socchiuse sulla catena. Valeria era in vestaglia, con una macchia rossa sulla guancia, come se si fosse appena asciugata una lacrima con la mano bagnata.
“Non cè nulla, andate via,” disse.
Dallinterno venne un rantolo soffocato.
Serve aiuto?” chiese Marco, non riuscendo a trattenersi.
Lei lo guardò come se le avesse offerto lelemosina.
“Non serve. Ho tutto sotto controllo.”
“Cè qualcuno lì?”
“È mio fratello. Non si alza dal letto.” Lo disse rapida, per troncare. “Ora per favore.”
La porta si chiuse.
Marco rimase a metà tra il partire e il restare. Sentiva crescere in sé due impulsi opposti: andarsene per rispetto, restare perché aveva già sentito troppo per fingere il contrario.
Scese di nuovo, ma a casa non dormì. Si fissò su quella parola: “Non si alza dal letto”. Immaginò un corpo che cade, il sollevarlo, chiamare l’ambulanza nel cuore della notte, preparare la bacinella, portare acqua, spostare una branda, mentre i vicini ascoltano dal basso e sinnervosiscono.
Alla riunione da Lina Marchesi Marco non andò per curiosità, ma perché sentiva che, se non ci fosse stato, se ne sarebbe pentito. Alle sette, fuori dalla porta della portinaia, già si era radunato un gruppo: chi in ciabatte, chi in giacca, sembrava che stesse sbrigando una cosa di passaggio. Parlavano sottovoce, ma la tensione vibrava.
Lina li fece accomodare nella sua cucina minuscola. Sul tavolo, il foglio con le firme; accanto, la stampa della “legge sulla quiete pubblica” e il numero dei carabinieri.
“La situazione è questa,” iniziò. “Non possiamo più sopportare. Abbiamo figli, abbiamo lavoro. Io prendo la pressione ogni mattina perché non dormo. Non siamo contro la persona, ma ci sono delle regole.”
Marco sentì come quell'”non siamo contro la persona” fosse pronunciato con una certa bravura, e alcuni si rasserenarono.
“Ieri, di nuovo alle due,” esclamò una signora del sesto, giovane, faccia sfatta. “Il mio bambino si era appena addormentato. Poi quel boato, pensavo cadesse un armadio. Lho dovuto cullare fino allalba.”
“E mio padre appena operato,” intervenne un uomo in tuta. “Non può agitarsi. Sente rumori e pensa ci sia un incendio.”
“Chiamiamo sempre i carabinieri, ogni volta,” propose qualcuno. “Facciamo verbalizzare.”
Marco ascoltava, capiva che non stavano mentendo: erano davvero esausti, e questa era la forza delle loro ragioni.
“Ma qualcuno ha parlato con lei?” domandò Marco.
“Ci ho provato io,” rispose Lina Marchesi. “Mha trattato male. Ha detto: ‘Non vi sta bene? Trasferitevi.’ Poi ha sbattuto la porta.”
“È sempre così,” aggiunse la signora del sesto. “Come se fosse colpa nostra.”
Marco pensò di raccontare del fratello ma si trattenne. Non era sicuro di poter svelare certe cose. Eppure, tacere era già una scelta.
“Forse ha dei problemi” azzardò.
“Tutti abbiamo problemi,” lo interruppe Lina. “Ma mica facciamo i concerti.”
In quellistante, squillò alla porta. Lina si alzò. Entrò Valeria Ferretti, vestita di scuro, i capelli pettinati, con una cartellina e il cellulare in mano. Il volto teso, ma non impaurito.
“Credo di essere largomento della serata,” esordì.
La cucina si strinse, come lascensore allora di punta.
“Si discute della situazione,” precisò Lina. “State disturbando tutti.”
“Sto disturbando,” ripeté Valeria, annuendo, come a qualcosa che solo lei poteva sapere. “Bene. Ora ascoltate.”
Posò la cartellina, laprì. Estrasse documenti, cartelle mediche. Mostrò il telefono.
“È mio fratello. Disabile grave. Dopo lictus. Non cammina, non si siede. Di notte ha crisi respiratorie. Cade giù dal letto se non sono rapida. Lo giro ogni due ore, sennò si piagherebbe vivo. Non sposto mobili. Sollevo un uomo più pesante di me, ogni notte.”
Parlava piatta, senza retorica, ma la voce aveva una vibrazione ferrosa di stanchezza. Marco notò i lividi sulle mani, come di chi porta pesi veri.
“Ho chiamato lambulanza tre volte in un mese. Ecco, qui le chiamate.” Mostrava la schermata del cellulare. “Qui i referti. Non dovrei mostrarvelo, ma voi raccogliete firme come se facessi le feste.”
Qualcuno tossì. La donna del sesto abbassò la testa.
“Non lo sapevamo,” sussurrò.
“Non sapevate perché non avete chiesto,” tagliò Valeria. “Avete imbrattato la porta. In chat facevate le sentenze. Parlate di provvedimenti quali? Lo porto giù per le scale, così dormite meglio?”
“Nessuno lo ha detto,” sbottò Lina. “Ma cè la legge. Dopo le undici, niente rumori.”
“La legge,” Valeria fece un mezzo sorriso. “Benissimo. Chiamo ambulanza e polizia insieme, così verbalizzano che alzo mio fratello dal pavimento. Firmate che avete sentito? Testimonierete ogni volta?”
“Allora dobbiamo rassegnarci?” lamentò il tizio in tuta, la voce rotta di chi non ne può più. “Anchio ho un padre malato, non posso sentire botte ogni notte.”
“Secondo voi io posso? Mi sembra bello? Non vorrei anchio dormire una notte?”
Cala il silenzio. Marco si sentì salire un impulso a dire qualcosa che facesse calare la tensione, ma non cerano parole semplici.
Lina sospirò, sottovoce.
“Valeria, capisca che qui la gente soffre. Se avesse avvisato prima”
“Avvisato di cosa? Che di notte mio fratello può morire? Non so chiedere aiuto. E non avrei a chi.”
Marco realizzò, lì per lì: erano fisicamente vicini, ma distanti. Più porte che persone.
“Calma, per favore,” disse infine, la voce roca. “O adesso ci mandiamo tutti a quel paese, o proviamo almeno a renderla un po meno pesante per tutti.”
Tutti si voltarono. Marco odiava i riflettori, ma ormai era tardi per tirarsi indietro.
“Io non firmo,” proseguì. “E non firmerò. Perché la firma non risolve, crea solo un altro nemico. Ma non possiamo nemmeno negare i disagi veri. Qui si parla di salute.”
Lina serrò le labbra.
“Secondo te, che facciamo?”
Marco pensò ai suoi passi incerti sul pianerottolo quella notte.
“Intanto, troviamo un sistema per avvisare. Valeria, se di notte cè emergenza e farà rumore, potrebbe scrivere in chat una parola: ‘Ambulanza’ o ‘Crisi’. Non serve spiegare, solo così tutti capiscono che non è causa vostra.”
“Non sono obbligata,” protestò lei, ma poi guardò Marco più a lungo. “Va bene. Quando posso.”
“In più,” rivolto a tutti, “se sentite rumori strani, invece di gridare nel gruppo, suonate il campanello. Chiedete se serve aiuto. Se non risponde, allora fate denuncia, ok?”
“E se ci maltratta?” chiese la donna del sesto piano.
“Almeno saprete di avere agito da persone,” rispose Marco. “Serve a tutti, fidatevi.”
Lina scrollò le spalle senza insistere.
“Ecco, poi,” Marco guardò Valeria, “magari si potrebbe pensare a dei tappeti, o alle protezioni sotto i piedi dei mobili, per smorzare i colpi. Potrei aiutare se serve.”
Valeria restò zitta, poi aggiunse, più piano:
“La branda non posso spostarla: ho fissato un braccio artigianale per sollevarlo. Ma tappeti si può provare. E poi se qualcuno di giorno può restare unora, che io scenda in farmacia…”
Non finì la frase. Qualcuno si agita sulla sedia.
“Io mercoledì posso,” disse la signora col bambino, arrossendo. “La mia mamma può restare col piccolo. Passo unoretta.”
“Io pure,” borbottò luomo in tuta. “Di giorno, non di notte.”
Marco sentì la tensione sciogliersi, ma non del tutto: era solo unaltra forma.
Lina prese il foglio delle firme.
“Questo, che facciamo?”
Marco guardò i nomi: anche il vicino che gli sorrideva sempre in ascensore aveva firmato.
“Per me va tolto dal tabellone. Se qualcuno ha davvero bisogno di denuncia, la faccia a proprio nome, con date precise. Non con ‘prendere provvedimenti’.”
“Sei contro lordine?” scattò Lina.
“Io sono per lordine,” rispose Marco. “Ma lordine non dovrebbe essere una mazza.”
Valeria alzò gli occhi.
“Toglietelo,” disse. “Non voglio dover vedere ogni volta chi mi firma contro.”
Lina chiuse lentamente il foglio e lo infilò nella cartellina. Marco non capì se per rispetto, o perché aveva avvertito che ormai la maggioranza vacillava.
Dopo lincontro, tutti si disperdevano in silenzio. Qualcuno provò a fare una battuta sulle scale, ma la frase si spense nellaria. Marco uscì sul pianerottolo, trovandosi a fianco a Valeria.
“Ha sbagliato a intromettersi,” gli disse lei.
“Forse sì,” rispose lui. “Ma non volevo che finisse con polizia e scandali.”
“Tanto ci si finirà,” mormorò lei, consumata. “Quando starà peggio.”
Marco ebbe la tentazione di chiedere il nome al fratello, ma non osò. Disse piuttosto:
“Se la notte peggiora e serve aiuto a sollevarlo… bussi. Sono qui accanto.”
Lei annuì, senza guardarlo.
Il giorno dopo il foglio delle firme era sparito. Ma in chat apparve un nuovo messaggio. Lina scrisse: “Accordo: in caso demergenza Valeria avvisa. Si chiede di non litigare di notte. Chi può aiutare di giorno lasci il nome a me, faremo un turno.”
Marco rimase colpito dalla parola “turno”: suonava strana per la loro scala. Però dopo unora arrivarono davvero messaggi: uno poteva il lunedì, un altro il venerdì. Qualcuno non rispondeva.
La prima notte dopo la riunione ci fu comunque un gran rumore. Marco si risvegliò di soprassalto, come scosso al petto. Guardò il telefono: 2:17. In chat, poco dopo, comparve il messaggio di Valeria: “Crisi. Ambulanza in arrivo”. Niente faccine, nessuna richiesta.
Restò a sentire, attraverso il soffitto, le porte che sbattevano e passi che salivano di corsa. Immaginava lei che sorreggeva il fratello, cercando di non farlo soffocare. Il fastidio non sparì, ma ad esso si aggiunse una nota diversa, cupa e dolce.
La mattina, in ascensore, incontrò Lina. Era stravolta.
“Ancora rumori, eh?” disse.
“Lambulanza è venuta,” rispose Marco.
“Lho vista, non sapevo che fosse così…” tentennò. “Però io, Marco, non dormo più. Mi viene la tachicardia.”
Non poteva certo cancellarle la tachicardia.
“Forse dei tappi per le orecchie?” provò, sapendo quanto era una misera soluzione.
“Tappi ci siamo ridotti così.”
Una settimana dopo, Marco salì da Valeria, come aveva promesso. In mano un sacchetto pieno di gommini per mobili e un grosso tappeto, comprato alla ferramenta. Bussò. La porta si aprì subito, come se lo stesse aspettando.
Dentro odorava di medicinali e acido, come in ospedale. Nel salotto, una branda contro il muro. Sopra un uomo magrissimo, il volto inespressivo; lo sguardo perso altrove. Accanto, un aggeggio fatto di cinghie e tubi. Marco capì perché “la branda non si muoveva”.
“Qui,” disse lui, mostrando il tappeto. “Lo mettiamo sotto, così attutisce i colpi. E i gommini sotto lo sgabello, se batte.”
“Batacchio quando appoggio la bacinella,” spiegò Valeria. “Ci provo, ma le mani”
Non concluse la frase: le mani le tremavano, screpolate come quelle di chi lava troppo.
Marco la aiutò a sistemare il tappeto, lento per non smontare nulla. Sentiva tirare la schiena, Valeria faceva attenzione che non rompesse i supporti.
“Grazie,” disse, stavolta con un tono diverso.
Marco si avviava alla porta, quando il telefono squillò nel corridoio. Valeria rispose, la faccia si rabbuiò.
“No, ora non posso,” disse. “Ho da fare… Sì. No.”
Abbassò la cornetta, guardò Marco.
“Servizi sociali. Dicono che la badante è disponibile solo due ore a settimana, e cè lista dattesa. Ma io ho bisogno tutti i giorni.”
Marco non trovò parole. Capiva che il “turno” del condominio era un tampone, non una soluzione.
Quella sera in chat qualcuno scrisse: “Perché dobbiamo aiutarla? Si arrangi con la sua famiglia, faccia le carte in comune.” Risposte tante, non tutte acide. Qualcuno spiegava delle code, altri inveivano, altri lasciavano solo un punto.
Marco lesse, e non replicò. Sentiva crescere dentro la stessa stanchezza: non verso Valeria, ma perché ogni gesto umano diventava un dibattito su giustizia e torto.
Dopo un paio di giorni, al piano terra apparve un nuovo foglio. Non “provvedimenti”, ma una tabella precisa: giorni, orari, firme. In basso, il telefono di Valeria. La nota: “Di notte in caso di urgenza scrivo in chat. Se qualcuno può aiutare per ambulanza o sollevare, mi avvisi.” Il foglio era dritto.
Marco provò la stessa spiacevole sensazione, come col cartello delle firme. Solo che stavolta era diversa: il condominio aveva dovuto ammettere che dietro una porta può esserci un dolore ma anche quello si schedula.
Una notte sentì un tonfo terribile e salì di corsa. Valeria imprecava sottovoce, non contro nessuno, ma contro un corpo ostile. Bussò. Lei aprì senza catena.
“Aiutami,” disse soltanto.
Entrò, si tolse le scarpe, le mise di lato. Luomo era caduto a terra, faticava a respirare. Insieme lo rialzarono, con lentezza, contando. Marco aveva i muscoli che tremavano per lo sforzo. Valeria non piangeva, non ringraziava: sistemò il cuscino, controllò il respiro.
Quando uscì sul pianerottolo, sentì il cigolio di una porta sotto: qualcuno sbirciava, poi richiudeva. Nessuno scese né gridò. Il condominio tratteneva il fiato.
La mattina dopo incontrò il vicino che aveva firmato, Stefano. Lui abbassò gli occhi.
“Senti,” mormorò, “quella volta ho firmato per rabbia. Ma non sapevo. Non avrei”
“Ho capito,” rispose Marco. “Tanto ormai non conta sapere: conta quel che facciamo adesso.”
Stefano annuì, ma rimaneva rigido, come chi non ammette errori neanche a sé stesso.
Il compromesso aveva effetto, non perfetto ma tangibile. Di notte in chat apparivano, a volte, messaggi sobri: “Ambulanza”, “Crisi”. I commenti feroci calavano, le lamentele si riversavano la mattina, a mente fredda. Cera chi aiutava davvero, chi scappava dopo il primo turno. Lina manteneva la tabella; ogni tanto, restava qualche spazio bianco.
Marco notò che i discorsi casuali tra vicini si erano rarefatti. Si scambiavano saluti più guardinghi, con la paura che ogni parola facesse scoppiare il conflitto. Niente più minacce sulle porte, ma neanche la leggerezza di prima. Persino quando si discuteva di una lampadina, cera un “speriamo non degeneri”.
Una sera, rientrando, vide Valeria allascensore, un sacchetto di medicine e un thermos tra le dita pallide.
“Come va lui?” domandò Marco.
“Vivo,” rispose. “Stanotte tranquillo.”
Salirono insieme. Marco scese al quarto ma si voltò prima di entrare.
“Se serve, bussi.”
Lei annuì, poi aggiunse:
“A quella riunione io non volevo offendere nessuno…”
Non trovò le parole. Scosse la mano in aria.
“Ho capito,” disse Marco.
La porta dellascensore si chiuse, lasciandolo solo. Entrò in casa, appese il giaccone, si tolse le scarpe. Regnava il silenzio. Il figlio con le cuffie, la madre al telefono che chiedeva quando sarebbe passato.
Marco guardò il display, poi la porta oltre cui si snodava la scala. Pensò ai fogli che cambiano le persone: uno pieno di firme contro, uno con i nomi di chi offre anche solo unora. E quanto, tra quei due estremi, la distanza sia più breve di quella fra vicini che dividono un muro.
Quella sera in chat qualcuno scrisse: “Grazie a chi ha aiutato oggi. Chiedo: evitiamo discussioni personali in gruppo. Se servono dettagli, scrivetemi in privato.” Il messaggio annegò in poco tempo, sorpassato da chiacchiere su rifiuti e ascensore.
Marco spense il telefono e mise lacqua sul fuoco. Sapeva che avrebbe potuto essere svegliato ancora da un tonfo, di notte. Ma ora, al risveglio, i suoi pensieri non sarebbero solo sul proprio sonno. Non lo rendeva migliore. Lo rendeva solo partecipe.





