L’ECO DELLE FULMINI

Nelle vicinanze del cancello di una piccola casa di campagna, proprio fuori da Verona, giaceva un cane sporco tre settimane dopo Giovanna comprese il perché il destino lo aveva mandato lì.
Giovanna lo vide una mattina di lunedì, mentre scendeva verso lauto. Era seduto accanto al portone, incatenato da un sogno, grande, ispido, così pieno di sporco che ne era impossibile distinguere la razza.
Lo guardò con quegli occhi. Dio, in quegli sguardi cera intera una storia: dolore, speranza e qualcosa di più, come se sapesse un segreto che non poteva esprimere.
Via! scoccò Giovanna, agitandosi per andare al lavoro. Sparisci da qui!
Il cane non si mosse, solo il capo si abbassò leggermente, quasi a chiedere scusa per esistere.
La sera lo trovò ancora lì.
Caro, abbiamo un cane al cancello, disse Giovanna a Sergio durante la cena.
Sì? rispose Sergio, senza distogliere lo sguardo dal cellulare.
Non lo so, è strano.
Anna, smettila! Avevamo deciso: niente animali. Il lavoro è già abbastanza, non ho tempo per altre rotture.
Giovanna tacque, ma nella notte le rimasero impresse quelle pupille.
Il mattino seguente il cane era di nuovo al suo posto, accovacciato sotto una pioggia fine e autunnale, il pelo completamente inzuppato.
Che sciocco, sospirò Giovanna, posizionando accanto al cancello una ciotola dacqua e i resti della zuppa di ieri. Vai a casa tua, forse hai una dimora.
Il cane alzò la testa, guardò riconoscente e però non toccò il cibo, aspettando che lei se ne andasse.

Così trascorse una settimana. Ogni alba la stessa scena: il cane al cancello, Giovanna con il cibo. Sergio brontolava che attira cani randagi, ma non interveniva, convinto che il cane si sarebbe allontanato da solo.
Invece non se ne andò. Anzi, cominciò a stare in piedi ogni volta che Giovanna usciva, senza avvicinarsi, solo incrociando lo sguardo e facendo la guardia.
Mamma, posso accarezzarlo? chiese la piccola Ginevra, otto anni, vedendo il cane.
No! sbottò Giovanna. È randagio, sporco, forse malato.
Ma dentro di lei cominciò a germogliare un dubbio.

Due settimane il cane rimase al cancello. Giovanna, ormai abituata a portargli del cibo, non poteva più passare accanto a una creatura affamata.
Senti, non lo alimentiamo più? propose Sergio, guardando fuori dalla finestra. Sta quasi abituandosi. Presto chiederà di entrare.
Non chiederà, sta semplicemente lì. replicò Giovanna.
E gli abitanti del quartiere cominciano a chiedersi se sia nostro. Signora Oliva, la pettegola del vicinato, ha già insinuato che sia vaccinato.
Giovanna sbuffò; Oliva era la chiacchierona del paese, sempre pronta a giudicare. Che faccia al suo gatto, Oliva!
Meglio occuparsi del suo Micio.

Venerdì, Giovanna rimase fino a notte fonda in ufficio: report trimestrale, scadenze, il capo sul filo. Rientrò a casa verso mezzanotte, stremata, desiderosa solo del letto.
Come sempre parcheggiò lauto accanto al cancello, estrasse le chiavi e cercò di aprire la porta dingresso al buio.
Denaro, gioielli, telefono, sussurrò una voce sottile alle sue spalle.
Si voltò: un uomo in giacca nera, il volto nascosto sotto il cappuccio, teneva qualcosa che scintillava.
Subito! Estraggo il portafoglio! sibilò.
Le mani di Giovanna tremarono. La borsa cadde, spargendo il contenuto sullasfalto.
Che fai! ringhiò luomo, avvicinandosi.
Allimprovviso il cane balzò fuori dallombra, silenzioso, e si scagliò contro lassalitore. Il ladro cadde, la sua pistola rimbalzò, e il cane lo schiacciò a terra con una forza spaventosa, gemendo basso.
Figlio di! gracchiò luomo, tentando di liberarsi.

Giovanna rimase paralizzata, le orecchie rimbombavano. Aiuto! Aiuto! Sta rubando! urlò.
Le finestre delle case vicine si illuminarono di luci tremolanti. Il cane non lasciava più andare il rapinatore, lo teneva con una presa mortale.
Che sta succedendo? balzò fuori Sergio, in solo mutande e calzoni di velluto. Ginevra, ancora in pigiama, lo seguì.
Chiama la polizia! strillò Giovanna.
In dieci minuti arrivarono le forze dellordine, portarono via luomo era ricercato per diversi furti nella zona.

Fortunati voi, disse lagente, accarezzando il cane. Se non fosse per questo bel cucciolo è un meticcio, forse un pastore tedesco, ben addestrato.
Quindi non è randagio? chiese Giovanna.
È difficile dirlo. Forse si è smarrito, forse è stato abbandonato. Oggi molte famiglie comprano cuccioli e poi li lasciano quando crescono.

Lagente se ne andò. La famiglia rimase in cortile, il cane accanto a loro, vigile.
Mamma, posso accarezzarlo? bisbigliò Ginevra. Mi ha salvato.
Giovanna lo guardò, poi Sergio, poi il cane.
Va bene, rispose dolcemente.
Ginevra allungò la mano; il cane annusò le dita e le leccò delicatamente. La bambina rise.
È buono, è caldo! Possiamo tenerlo? Per favore! È il nostro guardiano! implorò.

Sergio sbuffò, ma una piccola scintilla di accordo si accese nei suoi occhi.
Sì, lasciamolo. Serve a fare la guardia.
Giovanna si sedette sul gradino accanto al cane, che poggiò la testa sul suo ginocchio, pesante e caldo. Per la prima volta in tre settimane, emise un piccolo guaito.
Rimani, disse Giovanna, e domani ti daremo un vero nome.

Il cane sospirò, profondamente, come se avesse compreso ogni parola.

Al mattino successivo, Giovanna si svegliò sentendo che il mondo aveva subito una lieve spostata. Nel cortile risuonava una ciotola, il nuovo ospite faceva colazione.
Tuono, disse Ginevra, guardando fuori dalla finestra. Lo chiameremo Tuono!
Perché Tuono? chiese Sergio, aggiustandosi la camicia.
È arrivato come un tuono in un cielo sereno e ha colpito il ladro come un fulmine! rispose la bambina.

Giovanna sorrise. La logica infantile era semplice, ma aveva un fondo di verità.
Tuono è Tuono, confermò.

A casa, Tuono si comportava con una delicatezza sorprendente: non entrava nelle stanze senza invito, non affettava i mobili, non chiedeva cibo a tavola. Si sdraiava sul tappeto del vestibolo, aprendo un occhio per osservare il mondo.

Mamma, è triste, disse Ginevra, sedendosi accanto al cane. Guarda i suoi occhi malinconici.
E in effetti, quegli occhi portavano una lieve nostalgia, come se ricordassero una vita passata, sapendo però che non cera più via di ritorno.
Ci vorrà tempo perché si abitui a noi, alla nostra casa, disse Giovanna.

Ma un pensiero la turbava: e se scappasse? E se cercasse gli ex padroni?

La prima notte Tuono rimase nel vestibolo. Giovanna lo controllava più volte, senza mai trovarlo lontano. Giaceva immobile, ma non dormiva; era in attesa.
La seconda notte lo stesso.
La terza notte Giovanna non riuscì più a trattenersi.
Tuono, chiamò piano. Vieni qui.
Il cane sollevò la testa, guardò curiosamente.
Vieni, ripeté, accarezzando il tappeto vicino al letto.
Tuono si alzò, avvicinandosi con cautela, annusò il punto proposto e si accovacciò.
Stai, per favore, gli sussurrò Giovanna al buio, adesso sei nostro, non ti lasceremo.
Il cane emise un lieve sospiro.

La mattina seguente Ginevra corse in cucina, gridando: Mamma, Tuono è sparito!
Il cuore di Giovanna si strinse. È scappato?
Dovè? Lo ho cercato in giardino, dentro, ovunque!
Uscì di corsa, ma il cancello era chiuso, il muro alto, impossibile da saltare. Nessuna traccia del cane.
Tuono! Dove sei?

Sergio suggerì: Forse sotto il portico? O nel capannone?

Setacciarono tutto, nulla.

Giovanna stava per cedere alla disperazione quando udì un flebile lamento dal seminterrato.
Là sotto! indovinò.

Scese le scale dellantico cantina, dove il terreno era sempre fresco per la conservazione dei prodotti invernali. Una porta di legno leggermente socchiusa lasciava filtrare laria.

Nel fondo della stanza, su una vecchia coperta, giaceva Tuono, circondato da cuccioli piccoli, ciechi, cinque in tutto.
Oh! esclamò Ginevra. Mamma, è una cucciolata! È una femmina!

Giovanna si sedette, incredula. Ma dove era Tuono? Era è la Borsa, e ora è mamma.
Sì, ma come? balbettò Sergio. Non lavevamo notata.
Il pelo spesso, ricordò Giovanna. Stava sempre seduta, mai in piedi, la pancia non era così evidente nei cani grandi.
Ecco perché non lasciava il nostro giardino, ipotizzò Ginevra.
Cercava un rifugio sicuro per i suoi piccoli, concluse Sergio. Ci cercava, noi la cercavamo.

La Borsa alzò la testa, guardando i presenti con occhi stanchi ma pieni di gratitudine. Non cera più tristezza, solo una fiducia totale.
Sei una geniale madre, sussurrò Giovanna, accarezzandola delicatamente. Il cane leccò le dita, poi posò la testa sui ginocchi, stringendo i cuccioli al suo manto, che cercavano latte.

Mamma, sussurrò Ginevra, avremo una famiglia completa?
Giovanna guardò Sergio, che alzò le spalle come chi non sa che dire.
Una famiglia, rispose. Grande e affiatata.

Passarono tre anni. Giovanna si trovava alla finestra della cucina, osservando il cortile. Il quadro era indelebile: Ginevra, ora undicenne, correva sullerba insieme ai due cani cresciuti; la Borsa riposava allombra di un pero, regale, a vigilare i giochi dei figli. Alcuni dei cuccioli erano stati affidati a famiglie buone, mentre Rex e Dina erano rimasti con loro.

Non pensi che abbiamo troppi cani? chiese Sergio, avvolgendo le braccia attorno a sua moglie.
Ti dispiace? rispose Giovanna.
Una goccia, sorrise lui.
Tre anni fa avrei voluto pugnarvi se mi avessero detto che avremmo avuto una parviglia.

Giovanna si avvicinò a Sergio, ricordando quellautunno in cui tutto ebbe inizio. Ci ha salvati, mormorò. Non solo dal ladro, ma dalla nostra famiglia.
Come? chiese lui.
Pensa: Ginevra è più responsabile, porta i cani a spasso; tu non torni più tardi al lavoro perché sai che ti aspettano; io ho imparato che è lamore incondizionato.

La Borsa alzò la testa, guardando fuori dalla finestra, i suoi occhi marroni pieni di una serenità che non conosceva più dolore.

Sai qual è la cosa più strana? continuò Giovanna. Che ancora ogni sera mi incontra al cancello, puntuale.
Credi davvero che ci sia stata inviata? chiese Sergio.
Giovanna lo guardò.
Un cane randagio che rimane tre settimane al cancello, poi salva la padrona da un rapinatore e un mese dopo porta cuccioli nel nostro seminterrato?
Sembra una favola.
È una favola vera, un piccolo miracolo per chi è pronto a coglierlo.

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