14 aprile 2025
Sono nata in una famiglia semplice, calda e sorprendentemente silenziosa. Eravamo quattro figli: due fratelli maggiori, una sorella e io, lultima. Mi chiamavano in mille modi: Lina, Linuccia, Linabambina, ma papà aveva un soprannome tutto suo: Lulì. Lo pronunciava come se mi cullasse su una dolce onda estiva, un nome che per me era casa. Ho sempre chiesto a tutti di chiamarmi così, proprio come fa papà.
Mio padre, Giuseppe, era un caposquadra dei cantieri; mia madre, Maria, una commessa di un negozio di alimentari a Verona. Vivevano con parsimonia, ma cera un silenzioso calore che avvolgeva la nostra casa, senza grandi parole ma con una solidità rassicurante.
Quando tornava dal lavoro portava lodore del carburante, del vento di autostrada e dei sacchi pieni di patate, barattoli di sottaceti dei vicini e, a volte, un melone quasi troppo grande da trascinare. Non sapeva dire di no a chi chiedeva aiuto. Le spese, però, erano affare di Maria. Il suo piccolo regno era ordine, conti e precisione; non spendeva mai più del necessario, tranne che per libri, corsi e attività per noi bambini. Con loro risparmiava, ma per noi non cera restrizione.
Ogni venerdì, quasi come un rituale, Maria si sedeva davanti al televisore, prendeva una scatola di filati e iniziava a ricamare. Curiava i nostri vestiti con la stessa pazienza con cui ci accarezzava con il suo silenzioso affetto. Era dolce, calma, un po rotonda, con lunghi capelli scuri raccolti in un bun stretto. Non lho mai sentita litigare con papà; parlavano per ore, tranquilli, come se avessero creato un mondo a due, comprensibile solo a loro.
Papà era breve e diretto.
Come va, figli miei?
E ci dava una pacca sulla testa, a turno. A me mi sollevava in braccio e mi lanciava in aria così da vedere per un attimo il mondo capovolto. Quei momenti erano i miei preferiti. Pensavo che la nostra famiglia fosse perfetta, come quelle delle fiabe.
A scuola ero diversa: chiacchierona, vivace, emotiva. I poemi mi fluivano, i testi ancora di più. Già al quinto anno sapevo di voler salire sul palco, ambivo a una scuola di teatro. Quando lo dissi a Maria, quasi rovesciò il tè. Papà rise:
E allora, Lulì? Prova e vediamo.
Così intraprendi il mio percorso: studi, spettacoli, feste, scrittura di testi, miniscenette. Un giorno decisi di scrivere un piccolo libro, una semplice storia di una ragazza che cercava se stessa. Lo completai di nascosto, di notte, a piccoli tratti. Era troppo personale, quasi non un libro. Decisi di mostrarlo solo a una amica, ma lei, leggendolo, esclamò:
Voglio regalare una copia a ogni donna che verrà al mio compleanno.
Allinizio pensai di aver capito male.
Che libro? Di cosa parli? Sono solo bozze
Lamica, sorridendo dolcemente, rispose:
Lulì, da anni mi regali la tua amicizia, il tuo cuore. Questanno voglio offrire il tuo libro a tutte. È il mio modo di ringraziarti, posso farlo.
Quelle parole mi sconvolsero. Per due giorni cercai di convincermi che non fosse serio, ma lamica aveva già trovato un impaginatore, contattato una tipografia e insisteva:
Che esca, sarà apprezzato da tutti.
E così fu. Il libro volò subito: era sincero, vivo, privo di fronzoli. Le persone si riconoscevano in esso, nei loro timori e speranze, nella verità che spesso temono di dire ad alta voce. Si vendette come regalo e, incoraggiata, decisi di scrivere qualcosa di più profondo: una storia sulla famiglia, le radici, chi mi ha resa quella che sono.
Questa decisione aprì una porta verso lignoto. Sentii il bisogno di parlare con i genitori, di scavare nel loro passato. Chiamai Maria; rispose con esitazione.
Papà non è qui, è via per lavoro.
Rimasi sorpresa: di solito Maria sapeva sempre dove fosse Giuseppe. Lo chiamai subito; la sua voce allegra mi rispose:
Ciao, Lulì! Sono dalla nonna, sistemo il cancello.
Perché Maria non mi aveva detto nulla? Sullautostrada del suo tono percepii qualcosa di più di una semplice pausa. Arrivata a casa, la trovai in cucina. Con un sospiro mi disse:
Giuseppe e io ci siamo separati succede a volte.
Quei due adulti che avevo idealizzato dentro di me si erano infranti. Non riuscivo a respirare né a pensare. I fratelli e la sorella lo sapevano da tempo, ma non me lo avevano detto perché ero appena diventata madre. «Volevamo proteggerti»
Andai da Giuseppe, esigendo spiegazioni. Lui taceva, guardava il pavimento. Maria, una volta, scoppiò:
Da dove vieni a credere che fossimo felici, Lulì? Sei piccola, non hai visto, non capito. Per settimane non parlavamo. Lui non sa amare, non ha mai saputo.
Mamma, perché lo dici
Lha detto lui stesso.
Quel giorno qualcosa si spezzò dentro di me. Smisi di rispondere alle chiamate di papà, di pensare al libro, di essere me stessa.
Quando la mia amica Marta mi propose di andare in India, quasi non ci credetti:
Davvero? Adesso? Non posso
Il marito, ascoltando, mi sorrise e disse:
Vai. Ti serve questo viaggio.
Iniziai a ribattere, ma lui mi interruppe con dolce fermezza:
Lulì, vai. Ce la faremo.
E partii.
Il ritiro lo guidava una donna straordinaria, Giada Santoro, che chiedeva di essere chiamata così. Il suo maestro le aveva dato quel nome: Giada (vittoria) e Santoro (pace). Vincere la pace per trovare la pace. Sentivo in lei una consapevolezza profonda della propria natura. Era luminosa, non ingenua, ma davvero chiara. Non diceva mai no, non per sottomissione, ma per accettazione.
Andammo al Tempio del Ratto, chiamato così perché vi dimorano centinaia di ratti sacri, anime degli antenati. Noi ragazze eravamo spaventate, ma Giada si inginocchiò, li nutrì con le mani e sussurrò:
La vita non sempre appare come ci aspettiamo, ma è ovunque.
Amava il sole, ogni foglia, ogni filo derba, lombra di una palma, le nuvole irregolari. Viveva il qui e ora non come slogan, ma come respiro.
Quella sera, al tramonto umido e denso, Giada ci propose di sederci in silenzio sul tetto dellashram. Tutti gli altri si ritirarono nelle stanze; io accettai. Guardando il tramonto, dentro di me cera un misto di tristezza e solitudine. Giada rimaneva accanto, guardando lorizzonte, senza chiedere nulla. Quando emisi un respiro pesante, si voltò verso di me.
Cè tensione nel tuo silenzio, Lulì disse Ti siedi tranquilla, ma dentro cè una tempesta.
Sorrisi:
Sono sempre così, penso troppo.
No, oggi non pensi. Ti nascondi.
La sua voce era calma, senza pressione. Continuò:
A volte il silenzio non nasce dal non voler parlare, ma dal timore di ascoltare la propria verità.
Quelle parole mi trafissero. Mi voltai, non volendo che vedesse le mie labbra tremare. Ma lei proseguì, leggendo quasi i miei pensieri:
Quando una donna nasconde la verità, prima la nasconde a se stessa. Il cuore, però, sa sempre. Ora è inquieto, come un pulcino che cerca rifugio.
Poi, con dolcezza, mi chiese:
Da dove nasce quel pulcino, Lulì? Da dove viene questa inquietudine?
Il suo sguardo andava dritto al cuore, non agli occhi. In quel momento capii la sua saggezza: non con domande, ma con presenza, mi mostrava la verità. Raccontai tutto, ogni piccolo frammento. Ascoltò a lungo, poi disse:
Ami i tuoi genitori, vuoi salvarli dalla separazione. Ma i figli non salvano i genitori; amano e poi lasciano andare. Hai preso su di te un peso che non è tuo. Non puoi tenere insieme due adulti, non devi.
Piansi. Lei accarezzò la mia mano e aggiunse:
Sei una figlia, non una giudice, non una pacificatrice, non una terapista. Riconosci questo ruolo e la vita ti sarà più leggera.
Per la prima volta dopo tanto tempo respirai davvero.
Tornata a casa, chiamai subito papà.
Papà, scusami, ti voglio bene. Mi ascolti? Ti amo.
Il silenzio, poi un singhiozzo.
Ti aspettavo Lulì ti aspettavo.
La sera andai da mamma. Sedute in cucina, lei tornò a essere quella luce timida, un po imbarazzata, divertente. Parlammo fino a notte fonda. Per la prima volta vidi in lei non solo mamma, ma una donna con la sua storia, il suo dolore, le sue scelte, la sua libertà.
Qualche giorno dopo aprii il laptop e cominciai a scrivere un nuovo libro. Non più sulla famiglia ideale, ma sulla famiglia viva, sullamore che assume forme diverse, sul cammino che è solo cammino, sulla memoria, sullaccettazione. Capisco ora che la luce non è dove tutto è perfetto, ma dove è onesto.
Scriverò quindi, non più come bambina, ma come donna. Come Lulì, che ha trovato il suo mondo dentro di sé.






