Diario di Irina, 15 gennaio
Sono cresciuta allombra del dubbio e della freddezza. Papà, Leone Galli, non ha mai voluto credere che fossi davvero sua figlia. Si diceva che mamma, Vera Rinaldi, passasse troppo tempo nel retro del negozio di alimentari dove lavorava, spesso in compagnia di uomini che non erano suo marito. Forse è per questo che papà non ha mai accettato la mia figura minuta e fragile: Né nella mia famiglia né nella tua ci sono mai stati bambini così piccoli, ripeteva con una smorfia. Le sue parole tagliavano più del freddo invernale. Con il tempo, anche la mamma iniziò a guardarmi con occhi pieni di distacco e rassegnazione.
Solo nonno Matteo mi ha amata davvero. Abitava allestremità del paese, vicino al bosco. Aveva fatto il guardaboschi tutta la vita, e anche dopo la pensione non perdeva occasione per entrare tra gli alberi, raccogliere erbe e bacche, o portare pane secco agli animali nei mesi freddi. Alcuni paesani lo ritenevano un po strano, altri quasi uno stregone, dato che spesso le sue previsioni si avveravano. Eppure in molti bussavano alla sua porta per chiedere consigli o le sue tisane curative.
Nonna era morta da tanto. Il conforto del nonno ero io, e il bosco. Da quando ho iniziato la scuola, passavo più tempo da lui che a casa. Mi ha insegnato a riconoscere le piante, mi parlava delle radici e del ciclo della luna. Ho sempre imparato facile, e quando mi chiedevano cosa volessi fare da grande, rispondevo sicura: Curare la gente. La mamma mi gelava subito: Soldi per studiare non ne ho. Ma il nonno mi rassicurava: Non ti preoccupare, tesoro. Ho da parte qualche soldo, e se proprio serve, venderemo la mucca.
Non dimenticherò mai quel giorno dinverno in cui la mamma venne dal nonno, dopo anni che non metteva piede in casa sua. Era disperata: mio fratello Andrea aveva perso tutto giocando a carte a Firenze, e ora dei tipi poco raccomandabili gli avevano chiesto di restituire i soldi, minacciandolo. Ti ricordi del tuo vecchio padre solo quando hai bisogno?, chiese nonno Matteo, glaciale. Non pagherò i debiti di Andrea. Devo pensare alla futura dottoressa qui davanti a me, non posso sprecare risparmi. La mamma, accecata dalla rabbia, urlò: Non voglio più vedervi! Per me siete morti entrambi! e se ne andò sbattendo la porta.
Quando sono entrata allIstituto Infermieri di Pisa, né mamma né papà mi hanno dato un euro. Solo il nonno mi ha aiutato dove ha potuto, e la borsa di studio per i migliori studenti è stata per me una salvezza.
Poco prima del diploma, il nonno si è ammalato. Sentendo avvicinarsi la fine, mi ha confessato di avermi lasciato in eredità la sua casa: Ricordati della nostra casa anche quando lavorerai in città. Finché qui ci sarà il calore umano, la casa vivrà. E quando tornerai, qui troverai la tua felicità. Lo diceva con una certezza che faceva venire i brividi.
Il nonno se ne è andato in autunno. Io, diventata infermiera, lavoravo allospedale di provincia. Si avvicinava il weekend e non vedevo lora di tornare nella casetta vicino al bosco. Non volevo restare nellappartamento che affittavo dai parenti anziani della mia compagna di studi.
Quella sera, la neve cadeva copiosa. Giunta in paese, mi rifugiai nella casa che profumava ancora di erbe. Durante la notte una bufera coprì tutto con una coltre bianca. La mattina sentii bussare. Sul ballatoio cera un giovane mai visto. Buongiorno, signorina. Ho la macchina bloccata davanti a casa vostra. Posso prendere la pala, per favore? Chiesi se volesse essere aiutato, ma lui rise: Non voglio mettere anche lei nei guai con la neve. Era grande e forte, si chiamava Stefano.
Provò a spostare la macchina, ma restò bloccato ancora. Lo invitai dentro a bere un tè caldo; intanto la tormenta forse si sarebbe placata. Stefano mi chiese se non avessi paura a stare sola vicino al bosco; spiegai che ero lì solo nei weekend, e che avrei anche potuto avere problemi con gli autobus. Stefano allora si offrì di accompagnarmi in città, visto che era anche la sua destinazione. Accettai.
Quella settimana, finito il mio turno, ho deciso di tornare a piedi a casa. E mi sono fermata di colpo: Stefano era lì ad aspettarmi. Forse il tuo tè alle erbe è magico, mi disse sorridendo. Mi è venuta una gran voglia di rivederti, magari per un altro tè
Non abbiamo mai fatto il matrimonio, non mi è mai interessato. Allinizio Stefano insisteva, poi ha capito. Ma quello che abbiamo costruito, giorno dopo giorno, è stato vero amore. Ho finalmente compreso cosa significhi essere amata davvero. Quando nacque nostro figlio, persino le ostetriche si stupirono: da una donna tanto minuta, un neonato tanto robusto! E quando mi chiesero che nome dargli, risposi con orgoglio: Si chiamerà Matteo, come una persona davvero speciale.



