UN ERRORE FELICE…
Sono cresciuto in una famiglia a metà senza papà. La mia educazione lhanno presa in mano mamma e nonna.
E la mancanza di un padre lho sentita già allasilo.
Ma è alle elementari che
Morivo dinvidia davanti agli amici che camminavano mano nella mano con papà alti e robusti, giocavano, andavano in bici, in macchina.
La cosa più triste? Vedere i papà che baciavano i loro piccoli o li sollevavano per aria ridendo come matti
Madonna, che meraviglia deve essere! Pensavo spesso guardando tutto questo da lontano.
Anchio vedevo mio padre
Ma solo in una foto dove sorrideva come gli altri papà
Ma non a me!
Mamma diceva che faceva lesploratore artico. Viveva lontano, lontanissimo al Nord. Così lontano che non poteva tornare. Era partito per lavorare là, però preciso come un orologio svizzero mi spediva regali per i compleanni.
In terza elementare, nel mio primo disastro esistenziale, ho scoperto che un papà-esploratore non lho mai avuto
E non esiste neppure!
Avevo sentito per caso mamma confessare alla nonna che non aveva più la forza di mentire al figlio e regalare doni a nome di quel padre che laveva abbandonata. Che, seppur benestante, non aveva mai chiamato il figlio, né per compleanni né per Natale.
«Il piccolo Marco adora queste feste!.. Sono gli unici momenti in cui può sentire un po di affetto, anche se arriva da qualcuno lontano e inventato».
Così, prima del mio compleanno, ho detto a mamma e nonna che non volevo più regali per le mie feste da papà, che tanto nemmeno esiste.
«Fate solo la mia torta preferita, il Dolce Paradiso, e basta».
Vivevamo umilmente, con le due piccole pensioni di mamma e nonna.
Quando sono diventato universitario, ho iniziato a lavorare come facchino alla stazione e nei negozi.
Un giorno il vicino, Silvio, mi propose di sostituirlo come Babbo Natale, durante le feste, facendo animazione nei nidi e nelle case su richiesta.
I nidi li ho scartati subito. Mi sembrava una follia improvvisare teatrini e lavorare in coppia con la Fata delle Nevi.
Ma i giri in solitaria tra gli appartamenti mi parevano fattibili.
Silvio mi passò il quadernetto con poesie, indovinelli e gli indirizzi delle famiglie.
Nulla di troppo impegnativo non era mica lesame di ingegneria! Solo il terrore di fare figuracce mi perseguitava come la peste.
Strano ma vero, il debutto fu un successo.
Tornato a casa stanco ma fiero e senza alcuna umiliazione addosso, feci i conti: avevo guadagnato in una settimana quanto in sei mesi di scatoloni e sacchi!
Da quel momento ho babbonatalato ogni inverno e provato in estate a fare spiccioli con le squadre di studenti muratori.
Durante gli studi, la mia vita sentimentale sembrava gestita dal semaforo rosso non era proprio il momento. Sapete comè: libri, lavori extra per tirare avanti.
Qualche ragazza cera, ma di matrimonio nemmeno lombra.
«Finisco l’università, prendo lavoro serio, stipendio vero, una casa decente Allora potrei pensare alla famiglia», fantasticavo.
Così, appena laureato, mentre lavoravo a fare lingegnere (mica un gran ruolo però), ho sognato di comprarmi finalmente una macchina usata.
In famiglia il livello era medio, ma troppo basso per una macchina. E quanto mi sarebbe piaciuto averla!
Così ho deciso: rinuncio ai sogni e torno a vestire i panni di Babbo Natale.
Mamma ha tirato fuori il mio costume dalla soffitta, lo ha tolto dalla custodia e ha pensato bene di rinnovarlo. Paillettes ovunque pareva un albero di Natale ambulante. La barba bianca ben pettinata mi faceva sembrare irriconoscibile.
Super-sopracciglia, uno sguardo allo specchio e ok, pronto allimpresa.
Mamma sospira:
Marco, dovresti pensare ai tuoi figli, e invece fai festa agli altri.
Cè tempo, ho risposto. Dai, augurami buona fortuna e arrivederci! Le ho dato un bacio veloce sulla guancia e sono corso a guadagnare.
Una settimana prima di Capodanno metto un annuncio sul giornale locale: mi sono piovere quindici richieste.
Fatti i primi sei indirizzi, leggo il prossimo: Via dei Giardini, 6, int. 19.
Scendo dal tram e mi avvio verso la casa.
Via dei Giardini era quasi periferia, poca luce, atmosfera da film realistico italiano.
Per fortuna, ho trovato il civico 6 senza troppi problemi. Secondo piano, suono il campanello.
Mi apre un bambino di circa cinque o sei anni.
Sulla radura, tra i pini, abito in una casetta folletto… parto con il solito ritornello.
Ma il bimbo mi ferma:
Noi non abbiamo chiamato Babbo Natale!
Io arrivo anche senza invito, vengo solo dai bambini bravi, improvviso rapido (ma ero confuso). Mamma e papà ci sono?
No. Mamma è dalla nonna Tonia nel palazzo di fianco, a farle liniezione. Torna presto.
E tu, come ti chiami?
Marco.
«Beh, guarda tu, omonimo», penso stupito.
Ma mi trattengo dal raccontare che anchio mi chiamo Marco. Non sarei più Babbo Natale!
Marco, dovè il vostro albero?
Nella mia stanza.
Mi prende la mano e mi porta nella sua cameretta. Lappartamento era modesto, nulla di speciale.
Su un tavolino vicino al letto, invece dellalbero, vedo solo un rametto di pino in un vaso da marmellata, decorato con minuscoli giocattolini e una fila di lucine colorate.
Lì vicino, due foto in cornici identiche: un uomo e una donna.
Mi avvicino E rimango gelato: sulla foto cero IO!
«Ma questo è assurdo!»
Guardo meglio: io in quella foto da universitario con la giacca a vento.
A destra, la foto di una ragazza Elena Granati.
Lavevo conosciuta unestate durante i lavori universitari.
Solo che la sua foto era recente non più la Lena giovane e allegra. Mi fissava con quegli occhi dolcissimi e un po tristi, già donna.
Chi è lei? chiedo, la voce che nemmeno riconosco.
È la mamma.
Tua?..
Sì, mia.
Si chiama… Elena? mi scappa.
Oh sì! Avete indovinato! Siete vero Babbo Natale? Io pensavo nemmeno esisteste!
E lui chi è? indico la mia faccia, ormai intuendo lassurdo.
Papà! Lui è un vero esploratore artico! Vive e lavora su una lastra di ghiaccio immensa! Mamma dice che è partito quando ero piccolo. Non lho mai visto, non lo ricordo. Ma mi manda regali a Natale e compleanno. Pure questanno troverò il suo regalo sotto il cuscino. Babbo Natale li nasconde lì.
Mi sento catapultato nel mio passato di figlio del papà-artico.
Ma cosa fanno le madri italiane? Tutti i papà scappati vengono spediti in Groenlandia?
E io adesso mi scopro uno di quei scappati.
Che mazzata. Sembrava mi avessero tirato un calcio negli stinchi del destino.
Mi ricordai in un attimo il mio breve ma intenso amore con Elena
Quando ci salutammo, scambiandoci i numeri. Rientrato, però, non la chiamai subito e, poco dopo, mi rubarono il telefonino.
Ho pensato spesso a lei. Ma tra studi, amici e fidanzatine, Elena finì in qualche cassetto della memoria
E invece viveva nella mia stessa città. Non solo, non mi aveva dimenticato: stava crescendo il mio figlio e la mia foto era accanto alla sua.
Stavo per dire a Marco che sono suo padre, quando la porta si apre ed entra Elena:
Marco, scusa il ritardo. Abbiamo dovuto chiamare lambulanza per la nonna Tonia, è in ospedale.
Mi vede e sbarra gli occhi:
Oh, noi non abbiamo richiesto Babbo Natale!
Mi si sciolgono le lacrime. Mi levo il berretto con la barba, stacco le sopracciglia
Marco?! strilla.
Si ritrova seduta sullo sgabello del corridoio, completamente sconvolta.
Piange così forte che il piccolo Marco si spaventa. Ma poi Elena si riprende in fretta vedendo il figlio.
Invento una favoletta: sono venuto dal Nord, sono Babbo Natale apposta, per fare un regalo a lui e alla mamma.
Marco è alle stelle: ride, canta, ci recita poesie. Ci accarezza le mani, quasi temesse che scappassi di nuovo.
Nemmeno ricorda il regalo. Ormai sa che Babbo Natale metterà il dono del papà sotto il cuscino.
Marco si addormenta e io resto a parlare con Elena fino allalba, come se non ci fossimo mai lasciati.
Di mattina corro al negozio per un altro regalo e solo allora mi accorgo di aver sbagliato indirizzo: sono entrato in Via dei Giardini 6A invece di 6. Di notte quella minuscola A mi era sfuggita.
In realtà avevo trovato proprio la CASA GIUSTA!!!
«Un errore davvero meraviglioso», pensavo col sorriso in faccia.
Ora siamo in tre! Siamo felici davvero!
E mamma e nonna non smettono di fare la corte al nipote e pronipote: Marco Marcozzi!





