L’ERRORE FORTUNATO… Sono cresciuto in una famiglia senza papà: mi hanno cresciuto mamma e nonna. Sin dall’asilo, sentivo la mancanza di un padre. Alle elementari, invidiavo i miei coetanei che andavano orgogliosi mano nella mano con i loro padri forti e virili, giocando insieme e andando in bici o in auto. Mi faceva male vedere i papà che baciavano le loro figlie o figli, li prendevano in braccio e ridevano insieme… Guardando tutto questo, pensavo: “Che fortuna incredibile, che felicità…” Anch’io vedevo mio padre… Ma solo in una foto, dove sorrideva come tutti i papà… Ma non a me! Mamma diceva che era un esploratore e che viveva in un posto lontano, al Nord. Così lontano che non poteva mai tornare. Ma mandava sempre regali per il compleanno. In terza elementare ho scoperto, con grande dolore, che non avevo mai avuto nessun papà-esploratore… Non c’è mai stato! Per caso sentii mamma confessare a nonna che non ce la faceva più a mentire, a regalare doni a nome di un padre che in realtà li aveva abbandonati. Che viveva agiato, ma non aveva mai chiamato il figlio, né per gli auguri di compleanno né per Natale. “Aldo ama da morire queste feste… Sono gli unici momenti in cui sente un po’ di affetto, anche se lontano e immaginario, ma paterno.” Così, prima del compleanno, dissi a mamma e nonna che non volevo nessun regalo “da papà” che non esiste. “Fate solo la mia torta preferita, la ‘Nuvola di Latte’, e basta.” Vivevamo modestamente con due piccole pensioni: quella di mamma e nonna. Così, da studente, facevo il facchino in stazione e nei supermercati. Un giorno l’amico Saverio mi propose di sostituirlo come Babbo Natale nei giorni prima di Capodanno, negli asili e a domicilio. Rinunciai subito agli asili: troppo complicato, bisogna recitare e lavorare in coppia con una “Fata della Neve”. Per le visite ai bambini nelle case il giorno di Capodanno, invece, accettai. Saverio mi passò un quaderno con poesie e indovinelli, e gli indirizzi delle famiglie. Il repertorio era semplice: tutto imparabile in poco tempo. Avevo paura di fare figuracce, ma il primo tentativo fu sorprendentemente buono. Tornai a casa stanco ma soddisfatto, e vedendo la paga, quasi ballai per la gioia: non avevo mai guadagnato così tanto in sei mesi di lavori pesanti. Così ogni inverno facevo il Babbo Natale, e d’estate lavoravo nei cantieri universitari. Intanto la vita sentimentale non decollava, tra studio e lavoretti. Le ragazze non mancavano, ma mai nulla di serio. “Prima finisco l’università, trovo un lavoro prestigioso, mi sistemo… poi penserò ad avere una famiglia,” mi dicevo. Finita l’università, assunto come ingegnere ma a bassa paga, decisi di comprare un’auto usata. In famiglia andava meglio, ma non abbastanza per la macchina. Così mi rimisi a fare il Babbo Natale. Mamma riprese il mio costume dall’armadio e lo rinnovò: aggiunse brillantini e la barba bianca ben pettinata. Mi truccai con sopracciglia folte e, guardandomi nello specchio vestito da Babbo Natale, ero soddisfatto. Mamma sospirò: – Aldo, ormai è ora che tu abbia dei figli tuoi, e tu sempre a far giocare quelli degli altri… – C’è tempo, – risposi. – Ora augurami fortuna, mamma! – la baciai e andai a guadagnare. Una settimana prima di Capodanno misi un annuncio sul giornale locale e ricevetti quindici richieste. Dopo aver visitato sei indirizzi, lessi il prossimo: “Via delle Rose, 6, interno 19.” Scesi dal tram e mi avviai verso la casa. Via delle Rose è quasi periferia, con poca luce. Trovato il civico, salii al secondo piano e suonai il campanello. Mi aprì un bimbo di cinque-sei anni. – Io abito nella casetta nel bosco… – iniziai. Il bambino mi interruppe: – Noi Babbo Natale non l’abbiamo chiamato! – Ma io arrivo senza invito dai bambini buoni, – ribattei, anche se spiazzato. – La mamma o il papà sono in casa? – No. Mamma è dalla nonna Tina a fare un’iniezione. Torna presto. – Tu come ti chiami? – Aldo. “Che coincidenza, lo stesso nome,” pensai sorpreso. Ovviamente non potevo dirglielo: io ero Babbo Natale! – Aldo, dov’è il vostro albero di Natale? – Nella mia stanza. Mi prese per mano e mi condusse nella sua cameretta, semplice come il resto della casa. Sul tavolino vicino al letto, invece dell’albero, c’era un rametto di pino in un barattolo, decorato con piccoli giocattoli e una catena di lucine. E lì c’erano due foto identiche nelle cornici: un uomo e una donna. Guardai meglio e… Rimasi di sasso: in foto c’ero io! “Non può essere vero…” Osservai attentamente. Era proprio la mia foto da studente. Nell’altra cornice, la ragazza era Elena Gornova. L’avevo conosciuta una estate lavorando in cantiere universitario. Solo che quella foto non era da studentessa: mi guardava una donna dagli occhi dolci e tristi, molto simile alla spensierata Elena che ricordavo. – Chi sono? – chiesi emozionato. – La mamma. – La tua? – Sì. – Si chiama… Elena? – mi scappò. – Fantastico! Allora sei davvero Babbo Natale! Pensavo non esistessero… – E lui chi è? – indicai la mia foto, già sospettando la verità. – Lui è il mio papà! Un vero esploratore! Vive su un’enorme lastra di ghiaccio al Nord! Mamma dice che è partito tanto tempo fa, quando ero piccolissimo. Per questo non l’ho mai visto… Ma mi manda sempre regali per il compleanno e per Capodanno. Quest’anno troverò il suo regalo sotto il cuscino. Babbo Natale li nasconde lì. Avevo un tuffo al cuore, ripensando alla mia infanzia col “papà esploratore”. Ma tutte le mamme chiamano “esploratori” i papà-scappati mandandoli in Pole Nord? E io, sono tra loro? Mi sentii come se la vita mi avesse trafitto il cuore. Ricordai la mia breve intensa storia d’amore con Elena… Quando ci lasciammo ci scambiammo i numeri, ma poi il mio cellulare fu rubato appena rientrato e non la chiamai mai. L’ho pensata spesso, ma studio, amici e impegni l’hanno relegata in un angolo. E invece lei viveva qui, non mi aveva dimenticato e stava crescendo nostro figlio, mettendo la mia foto accanto alla sua. Stavo per confessare ad Aldo che ero suo padre, quando la porta si aprì ed entrò Elena: – Scusa tesoro se ho tardato, ho dovuto portare nonna Tina al pronto soccorso. Vedendomi, esclamò sorpresa: – Oh, Babbo Natale non l’abbiamo chiamato! Le lacrime di gioia mi scesero di colpo. Mi tolsi berretto, barba e sopracciglia finte… – Aldo?! – si stupì Elena. Cadde esausta sulla poltroncina nell’ingresso e scoppiò a piangere così forte che il piccolo Aldo si spaventò. Ma Elena, vedendo il figlio, si riprese in fretta. E io gli dissi che ero volato dal Nord e diventato Babbo Natale per sorprendere lui e la mamma. Aldo era al settimo cielo. Rideva, cantava e recitava poesie, stando sempre vicino a noi, come temendo che io sparissi di nuovo. Del regalo non si preoccupò: sapeva già che Babbo Natale avrebbe nascosto la sorpresa di papà sotto il cuscino. Aldo si addormentò, e io ed Elena parlammo fino all’alba, come se non fosse mai passato tanto tempo. Al mattino andai a comprare un altro regalo e solo allora mi accorsi dell’errore: ero entrato nel civico 6A invece che 6. Di notte la lettera “A” non l’avevo vista, finendo nella casa sbagliata. Ma in realtà… era la casa giusta. Proprio quella che la vita doveva farmi trovare! “Che errore fortunato, che destino…” pensai sorridendo. Ora siamo in tre: siamo felicissimi! E mamma e nonna si godono il nipote e pronipote: Aldo Aldovich!

ERRORE FORTUNATO

Sai, sono cresciuto senza papà, solo con la mamma e la nonna che si sono sempre occupate di me. Già da quando andavo allasilo, sentivo la mancanza di una figura paterna. E alle elementari che gelosia verso i miei compagni che camminavano mano nella mano con quei papà alti e forti, giocavano, andavano in bicicletta insieme, si facevano portare in braccio E ogni volta che vedevo un papà che baciava la figlia o il figlio, ridevano insieme Dio, pensavo: Ma questa sì che è felicità!

Il mio di papà lho visto solo in una foto, anche lui sorrideva però non a me. Mamma diceva che lavorava come ricercatore in Antartide, lontano, così lontano che non poteva proprio venire a trovarci. Diceva anche che spediva regali per i miei compleanni ogni anno.

In terza elementare però ho capito, con tanta amarezza, che quel papà polare in realtà non esisteva non era mai esistito! Una sera sentii mamma dire alla nonna che non ce la faceva più a mentire: non voleva continuare a fare regali da parte del papa, che ormai da tempo ci aveva abbandonate. E, pensa, con tutti i soldi che aveva, non mi aveva mai chiamato, né fatto gli auguri, né per Natale né per il mio compleanno.
A Matteo piacciono così tanto queste feste! Sono gli unici giorni in cui si sente un po amato, anche se da una figura lontana e quasi inventata disse mamma alla nonna.

Allora, prima del mio compleanno, dissi a mamma e nonna che non volevo più regali dal papà: vi prego, fatemi solo la mia torta preferita, la Torta Paradiso, e basta.

Noi stavamo molto attenti alle spese, vivevamo con gli stipendi non troppo alti di mamma e nonna. Così, quando entrai alluniversità, per arrotondare lavoravo come facchino alla stazione e in qualche negozio.

Un giorno, il mio vicino Marco mi propose di sostituirlo: dovevo fare Babbo Natale negli asili e nelle famiglie che chiedevano lanimazione natalizia. Gli asili li scartai subito: lì bisogna fare piccoli spettacoli e lavorare in coppia con la Befana troppo complicato! Invece accettai di andare negli appartamenti, uno alla volta, come Babbo Natale il giorno di Capodanno.

Marco mi diede un taccuino con poesie, indovinelli e indirizzi. Era facile, memorizzai tutto presto; più complicato era la paura di fare una figuraccia! Ma, sorprendentemente, la prima volta andò bene. Tornai a casa stanco, ma soddisfatto e quando contai quanto avevo guadagnato non ci potevo credere! In una settimana avevo messo da parte quello che non avevo neanche lavorando per mesi tra scatoloni e casse pesanti.

Così da allora ogni inverno facevo il Babbo Natale, mentre destate lavoravo nelle squadre di studenti ai cantieri edili.

Finché studiavo, la vita sentimentale non era proprio al centro dei miei pensieri; avevo altre priorità: studiare, lavorare un po ovunque. Le ragazze non mancavano, ma non arrivai mai al matrimonio. Quando finirò luniversità, troverò un lavoro serio, un buono stipendio, sistemerò casa allora potrò pensare alla famiglia, mi ripetevo.

Dopo la laurea, lavoravo come ingegnere, ma ancora non avevo una grande paga. Avevo un reddito discreto, ma non sufficiente per comprarmi una macchina usata che sognavo da tempo. Così decisi di riprendere il costume di Babbo Natale!

Mamma dalla soffitta tirò giù il mio vecchio cappotto rosso, lo lavò, ci aggiunse tanti brillantini sembrava quasi magico! La barba bianca era perfetta per nascondermi il viso. Aggiunsi delle sopracciglia folte e, guardandomi allo specchio, ero soddisfatto: Babbo Natale perfetto!
Mamma sospirò e mi disse: Matteo, è ora di avere dei figli tuoi, basta con quelli degli altri!
Ci sarà tempo, Mamma! risposi, salutandola con un bacio sulla guancia prima di uscire a lavorare.

A una settimana dal Capodanno pubblicai un annuncio sul Corriere della Sera locale: mi chiamarono in quindici famiglie.

Fatte le prime sei visite, lessi il prossimo indirizzo: via degli Ulivi, 12, interno 5.
Scendo dal tram e mi incammino verso la casa. Via degli Ulivi è quasi fuori città, poco illuminata. Ma trovo subito il civico 12, salgo al secondo piano e suono il campanello.

Mi apre un bambino di cinque-sei anni.
Sui prati vicino al bosco abita Babbo Natale nella sua casetta comincio con la solita filastrocca.
Ma lui mi interrompe: Noi Babbo Natale non labbiamo mai invitato!
Eh, ma a volte Babbo Natale va anche dove non lo chiamano, se ci sono bambini buoni! rispondo sorridendo, anche se ero un po confuso. La mamma o il papà sono in casa? chiedo.
No. Mamma è dalla nonna a fare una puntura, torna subito.
E tu come ti chiami?
Matteo.
Strano, come me. penso sorpreso.
Ma subito ricordo il mio ruolo, non posso dire al bambino che anche io mi chiamo Matteo io sono Babbo Natale!

Matteo, dovè la vostra albero di Natale?
In camera mia. Prende la mia mano e mi porta nella sua stanza la casa era davvero modesta.
Sul tavolino, al posto del vero albero, cera un rametto di pino dentro un barattolo, con piccole palline e una catena luminosa. Vicino cerano due foto identiche: un uomo e una donna.

Mi avvicino, guardo meglio e resto pietrificato in una delle foto, quello sono proprio io! No, impossibile! penso.
Guardo meglio: sì, sono proprio io nella foto delluniversità col giubbotto azzurro.
E laltra è di una ragazza Sofia Gornati. Lavevo conosciuta una estate mentre lavoravamo nei cantieri universitari.
Solo che la sua foto non era più da studentessa: una donna bellissima dagli occhi dolci ma un po tristi; somiglia tanto a quella Sofia allegra e giovane che ricordavo.

Chi sono questi? chiedo con la voce emozionata.
Mamma.
La tua?
Sì.
Si chiama Sofia? domando stupito.
Wow, sì! Come fai a saperlo? Allora sei davvero Babbo Natale? Io pensavo non esistesse!
E questo chi è? indico la mia faccia nella foto, già iniziando a capire che Matteo era mio figlio.
Questo è il mio papà! Lui è un vero esploratore, mamma dice che lavora sullenorme ghiacciaio e per questo non è qui con noi. Se nè andato quando ero piccolissimo, non lho mai visto e non ricordo niente però ogni anno mi manda regali per il compleanno e Natale. E anche in questo Capodanno troverò un regalo sotto il cuscino. Babbo Natale li nasconde sempre lì.

Rimango senza parole. Mi tornano in mente i ricordi del mio papà polare.
Ma allora tutte le mamme con papà che spariscono li spediscono in Antartide? E io ero diventato uno di loro.
Mi sentivo male, come se il destino mi avesse dato una pugnalata al cuore.

Ripensai a Sofia cera stata una storia intensa ma breve tra noi. Alladdio ci eravamo scambiati i numeri, ma una volta tornato a casa, avevo perso il telefono e non la chiamai mai più. Spesso pensavo a lei, ma tra gli studi, amici, ragazze la memoria aveva lasciato andare quel ricordo.

Lei invece non mi aveva dimenticato, viveva nella stessa città, crescerà da sola nostro figlio e teneva la mia foto accanto alla sua.
Stavo quasi per dire a Matteo che ero suo papà, quando si aprì la porta ed entrò Sofia:
Scusa Matteo, ho fatto tardi, la nonna aveva bisogno della puntura e abbiamo chiamato lambulanza, ora sono in ospedale.
Mi vide e sgranò gli occhi: Oh, noi Babbo Natale non labbiamo chiamato!

In quel momento scoppiai a piangere, avevo il cuore pieno di felicità. Mi tolsi la barba e la cappella, strappai le sopracciglia finte
Matteo?! Sofia era incredula.
Cadde sulla panca dingresso con le mani sul viso, piangendo a dirotto.
Ma quando vide Matteo, si riprese subito.
Io e lei spiegammo a nostro figlio che ero arrivato dallAntartide per farvi una sorpresa speciale.
Matteo impazziva dalla gioia: rideva, cantava, ci recitava poesie, ci teneva la mano tutto il tempo, quasi avesse paura che potessi sparire di nuovo.
Non pensò neanche al regalo, tanto sapeva che Babbo Natale lavrebbe messo sotto al cuscino.

Matteo si addormentò, e io e Sofia passammo tutta la notte a parlare, come se non ci fossimo mai separati.

La mattina, andando in negozio per comprare un altro regalo, mi accorsi che avevo sbagliato casa: ero entrato al civico 12A invece che al 12. Di notte non avevo visto la A!

Ma in realtà, era la casa giusta la più giusta per me!

Che errore fortunato, pensavo sorridendo. Ora siamo in tre, siamo felici davvero!
E mamma e nonna sono al settimo cielo per il nipotino Matteo Mattei!

Rate article
Add a comment

;-) :| :x :twisted: :smile: :shock: :sad: :roll: :razz: :oops: :o :mrgreen: :lol: :idea: :grin: :evil: :cry: :cool: :arrow: :???: :?: :!:

eighteen − eight =

L’ERRORE FORTUNATO… Sono cresciuto in una famiglia senza papà: mi hanno cresciuto mamma e nonna. Sin dall’asilo, sentivo la mancanza di un padre. Alle elementari, invidiavo i miei coetanei che andavano orgogliosi mano nella mano con i loro padri forti e virili, giocando insieme e andando in bici o in auto. Mi faceva male vedere i papà che baciavano le loro figlie o figli, li prendevano in braccio e ridevano insieme… Guardando tutto questo, pensavo: “Che fortuna incredibile, che felicità…” Anch’io vedevo mio padre… Ma solo in una foto, dove sorrideva come tutti i papà… Ma non a me! Mamma diceva che era un esploratore e che viveva in un posto lontano, al Nord. Così lontano che non poteva mai tornare. Ma mandava sempre regali per il compleanno. In terza elementare ho scoperto, con grande dolore, che non avevo mai avuto nessun papà-esploratore… Non c’è mai stato! Per caso sentii mamma confessare a nonna che non ce la faceva più a mentire, a regalare doni a nome di un padre che in realtà li aveva abbandonati. Che viveva agiato, ma non aveva mai chiamato il figlio, né per gli auguri di compleanno né per Natale. “Aldo ama da morire queste feste… Sono gli unici momenti in cui sente un po’ di affetto, anche se lontano e immaginario, ma paterno.” Così, prima del compleanno, dissi a mamma e nonna che non volevo nessun regalo “da papà” che non esiste. “Fate solo la mia torta preferita, la ‘Nuvola di Latte’, e basta.” Vivevamo modestamente con due piccole pensioni: quella di mamma e nonna. Così, da studente, facevo il facchino in stazione e nei supermercati. Un giorno l’amico Saverio mi propose di sostituirlo come Babbo Natale nei giorni prima di Capodanno, negli asili e a domicilio. Rinunciai subito agli asili: troppo complicato, bisogna recitare e lavorare in coppia con una “Fata della Neve”. Per le visite ai bambini nelle case il giorno di Capodanno, invece, accettai. Saverio mi passò un quaderno con poesie e indovinelli, e gli indirizzi delle famiglie. Il repertorio era semplice: tutto imparabile in poco tempo. Avevo paura di fare figuracce, ma il primo tentativo fu sorprendentemente buono. Tornai a casa stanco ma soddisfatto, e vedendo la paga, quasi ballai per la gioia: non avevo mai guadagnato così tanto in sei mesi di lavori pesanti. Così ogni inverno facevo il Babbo Natale, e d’estate lavoravo nei cantieri universitari. Intanto la vita sentimentale non decollava, tra studio e lavoretti. Le ragazze non mancavano, ma mai nulla di serio. “Prima finisco l’università, trovo un lavoro prestigioso, mi sistemo… poi penserò ad avere una famiglia,” mi dicevo. Finita l’università, assunto come ingegnere ma a bassa paga, decisi di comprare un’auto usata. In famiglia andava meglio, ma non abbastanza per la macchina. Così mi rimisi a fare il Babbo Natale. Mamma riprese il mio costume dall’armadio e lo rinnovò: aggiunse brillantini e la barba bianca ben pettinata. Mi truccai con sopracciglia folte e, guardandomi nello specchio vestito da Babbo Natale, ero soddisfatto. Mamma sospirò: – Aldo, ormai è ora che tu abbia dei figli tuoi, e tu sempre a far giocare quelli degli altri… – C’è tempo, – risposi. – Ora augurami fortuna, mamma! – la baciai e andai a guadagnare. Una settimana prima di Capodanno misi un annuncio sul giornale locale e ricevetti quindici richieste. Dopo aver visitato sei indirizzi, lessi il prossimo: “Via delle Rose, 6, interno 19.” Scesi dal tram e mi avviai verso la casa. Via delle Rose è quasi periferia, con poca luce. Trovato il civico, salii al secondo piano e suonai il campanello. Mi aprì un bimbo di cinque-sei anni. – Io abito nella casetta nel bosco… – iniziai. Il bambino mi interruppe: – Noi Babbo Natale non l’abbiamo chiamato! – Ma io arrivo senza invito dai bambini buoni, – ribattei, anche se spiazzato. – La mamma o il papà sono in casa? – No. Mamma è dalla nonna Tina a fare un’iniezione. Torna presto. – Tu come ti chiami? – Aldo. “Che coincidenza, lo stesso nome,” pensai sorpreso. Ovviamente non potevo dirglielo: io ero Babbo Natale! – Aldo, dov’è il vostro albero di Natale? – Nella mia stanza. Mi prese per mano e mi condusse nella sua cameretta, semplice come il resto della casa. Sul tavolino vicino al letto, invece dell’albero, c’era un rametto di pino in un barattolo, decorato con piccoli giocattoli e una catena di lucine. E lì c’erano due foto identiche nelle cornici: un uomo e una donna. Guardai meglio e… Rimasi di sasso: in foto c’ero io! “Non può essere vero…” Osservai attentamente. Era proprio la mia foto da studente. Nell’altra cornice, la ragazza era Elena Gornova. L’avevo conosciuta una estate lavorando in cantiere universitario. Solo che quella foto non era da studentessa: mi guardava una donna dagli occhi dolci e tristi, molto simile alla spensierata Elena che ricordavo. – Chi sono? – chiesi emozionato. – La mamma. – La tua? – Sì. – Si chiama… Elena? – mi scappò. – Fantastico! Allora sei davvero Babbo Natale! Pensavo non esistessero… – E lui chi è? – indicai la mia foto, già sospettando la verità. – Lui è il mio papà! Un vero esploratore! Vive su un’enorme lastra di ghiaccio al Nord! Mamma dice che è partito tanto tempo fa, quando ero piccolissimo. Per questo non l’ho mai visto… Ma mi manda sempre regali per il compleanno e per Capodanno. Quest’anno troverò il suo regalo sotto il cuscino. Babbo Natale li nasconde lì. Avevo un tuffo al cuore, ripensando alla mia infanzia col “papà esploratore”. Ma tutte le mamme chiamano “esploratori” i papà-scappati mandandoli in Pole Nord? E io, sono tra loro? Mi sentii come se la vita mi avesse trafitto il cuore. Ricordai la mia breve intensa storia d’amore con Elena… Quando ci lasciammo ci scambiammo i numeri, ma poi il mio cellulare fu rubato appena rientrato e non la chiamai mai. L’ho pensata spesso, ma studio, amici e impegni l’hanno relegata in un angolo. E invece lei viveva qui, non mi aveva dimenticato e stava crescendo nostro figlio, mettendo la mia foto accanto alla sua. Stavo per confessare ad Aldo che ero suo padre, quando la porta si aprì ed entrò Elena: – Scusa tesoro se ho tardato, ho dovuto portare nonna Tina al pronto soccorso. Vedendomi, esclamò sorpresa: – Oh, Babbo Natale non l’abbiamo chiamato! Le lacrime di gioia mi scesero di colpo. Mi tolsi berretto, barba e sopracciglia finte… – Aldo?! – si stupì Elena. Cadde esausta sulla poltroncina nell’ingresso e scoppiò a piangere così forte che il piccolo Aldo si spaventò. Ma Elena, vedendo il figlio, si riprese in fretta. E io gli dissi che ero volato dal Nord e diventato Babbo Natale per sorprendere lui e la mamma. Aldo era al settimo cielo. Rideva, cantava e recitava poesie, stando sempre vicino a noi, come temendo che io sparissi di nuovo. Del regalo non si preoccupò: sapeva già che Babbo Natale avrebbe nascosto la sorpresa di papà sotto il cuscino. Aldo si addormentò, e io ed Elena parlammo fino all’alba, come se non fosse mai passato tanto tempo. Al mattino andai a comprare un altro regalo e solo allora mi accorsi dell’errore: ero entrato nel civico 6A invece che 6. Di notte la lettera “A” non l’avevo vista, finendo nella casa sbagliata. Ma in realtà… era la casa giusta. Proprio quella che la vita doveva farmi trovare! “Che errore fortunato, che destino…” pensai sorridendo. Ora siamo in tre: siamo felicissimi! E mamma e nonna si godono il nipote e pronipote: Aldo Aldovich!