L’Espresso Notturno Le porte dell’autobus articolato si chiusero a fisarmonica e il calore dell’interno si riversò all’esterno come una nuvola di vapore nella frescura della notte. Cinque ragazzi in vena di baldoria irruppero rumorosamente, battendo le scarpe infangate contro ogni gradino, palo e anche le gambe dei passeggeri che incontravano. Nessuno degli altri solitari riuniti da quell’unico trasporto notturno osò dire qualcosa al gruppo di giovani eccitati dall’alcol, che si urlavano addosso storie di conquiste e strategie con uno sguardo selvaggio negli occhi, accompagnate da risate e brindisi improvvisati. Trasformarono il fondo dell’autobus in un piccolo bar, facendo tintinnare bottiglie vuote dopo ogni risata sguaiata. Il motore tossicchiò, le porte sibilarono, la fisarmonica si distese e il bus si staccò dalla fermata come un traghetto cittadino. Nel mezzo, esclusi i nuovi arrivati, c’erano una decina di persone e la controllora, che si alzò stringendo forte in mano il carnet dei biglietti. — Ragazzi, il biglietto si paga, — disse stanca la donna, con gli occhiali antichi più dei ragazzi stessi. — Ho l’abbonamento! — grugnì uno ridendo. — Ce l’ho anch’io! — Pure io! L’ultimo, forse nemmeno maggiorenne, con il labbro appena ombreggiato e i movimenti incerti, faceva il duro tra gli amici alzando ancora di più la voce. — Fatemeli vedere, — rispose secca la donna, non impressionata. — Prima li faccia vedere lei! — sbraitò il più corpulento, mentre la birra sgocciolava dalla bottiglia aperta, spargendo odore acre per tutto il bus. — Sono la controllora, — ribatté imperturbabile. — E io sono elettricista! Vuol dire che non pago la luce? — disse quello con la giacca intrisa di birra. — Pagate o scendete, — dichiarò la donna. Come per magia il bus si fermò e gli altri passeggeri raccolsero le proprie cose e scesero. — Te l’hanno detto che abbiamo l’abbonamento! — strillò il ragazzo sottile, gonfiando il petto. — Dai Valerio, porta il bus al deposito! — chiamò la donna all’autista. — Sì Valerio, portaci al deposito! — la imitavano i ragazzi, asciugandosi finti lacrimoni. Le porte si richiusero, il bus partì e fece inversione. La comitiva rise ancora per dieci secondi, poi il più lucido chiese: — Ma come fa un filobus a girare in mezzo alla strada se deve seguire i fili? Gli altri scrollarono le spalle. Il bus accelerava e, stranamente, superava anche le macchine. Luci fioche, molte ormai spente: solo i lampioni e le insegne pubblicitarie gettavano intervalli di luce all’interno. La controllora, muta, guardava fisso avanti. Nessuna fermata in vista. — Ehi capo! Dove ci stai portando? — urlò uno. Nessuna risposta. — Oh, fermati! Vogliamo scendere! — le voci stavano cambiando, iniziava la paura. La donna restava di ghiaccio. Il bus lasciò la città, ora correvano nel buio della statale. I telefoni erano muti, senza segnale. Quando il bus virò nei campi, uno del gruppo si avventò sulla controllora. — Lo sa dove lavoro? Se domani non vado in ufficio, resterà senza pensione! Subito si spensero i fari. — La prego, mi lasci uscire, devo studiare per la maturità, — implorò il più giovane. Il bus correva, rombando nella notte. I cinque, ormai sobri e terrorizzati, tentavano di uscire spaccando i vetri con le bottiglie, graffiando la porta a fisarmonica, ma era tutto inutile. Finalmente iniziarono a offrire soldi: — Ecco, tenga pure il resto! La prego, ci riporti indietro! La donna immobile, sorda alle suppliche e alle lacrime. Finché non comparve un lago immenso. — Dove siamo? — sussurravano i ragazzi. — Ci annegano… — singhiozzava il più giovane. — Sergio, sai guidare un bus? Proviamo qualcosa? — tentò uno, ma Sergio scosse la testa. Poi la porta anteriore si aprì. La donna scese e il suo profilo apparve in controluce nella cabina dell’autista, con un oggetto allungato in mano. — È finita… Ci sparano e ci buttano nel lago… — tremando, l’elettricista piangeva. La luce si accese. La donna, con passo secco, rientrò e adagiò in terra secchio e spazzolone. — Dopo che avrete lavato le pareti, vi darò i panni per i sedili e per terra e poi si torna in città. Obiezioni? Cinque teste scossero insieme. La notte fu lunga. Si divisero i compiti: due facevano la spola con l’acqua, uno scambiava i panni, altri due svuotavano il secchio nell’enorme cisterna comparsa chissà da dove. Forse, quel bus passava spesso di lì. All’alba finirono. Il bus brillava, i vetri erano trasparenti. I ragazzi, ora davvero sobri, lavoravano in silenzio. Quando tutto fu in ordine, la controllora timbrò loro i biglietti, e il bus tornò verso la città. I ribelli della notte furono lasciati alle fermate, e il filobus si preparò ad accogliere una nuova giornata e nuovi passeggeri.

Espresso Notturno

Le porte della filovia si piegano a fisarmonica, lasciando uscire nellaria fresca della notte una nuvola umida di calore. Cinque ragazzi festaioli si precipitano dentro, sbattendo i piedi sporchi ovunque: gradini, pali dappoggio e persino sulle gambe degli altri passeggeri.

Nessuno dei presenti, ormai raccolti insieme dal solo mezzo notturno della città, osa rimproverare il gruppetto di giovani carichi di euforia e vino che, con occhi accesi e gesti scomposti, discutono rumorosamente sullimpiego più fantasioso delle proprie virtù virili. Ognuno cerca di coprire la voce degli altri, tra battute volgari, durezze, brindisi improvvisati e risate sguaiate. Occupano lultima fila con bottiglie in mano, brindando rumorosamente dopo ogni esplosione di schiamazzi.

Il meccanismo delle porte sbuffa e scricchiola, le fisarmoniche si distendono e il filobus parte, oscillando dolcemente come una barca che lascia lattracco del porto urbano. Dentro, esclusi i nuovi arrivati, saranno una decina compresa la bigliettaia. Si alza in piedi e si avvicina al gruppo, stringendo tra le nocche un fascio di biglietti.

Ragazzi, il biglietto, prego dice con un filo di voce stanca la donna dagli occhiali che paiono più antichi dei ragazzi davanti a lei.

Abbonamento rutta uno, sghignazzando.
Anchio!
Pure io!

Lultimo pare avere ancora il viso da ragazzino: baffetti appena accennati, movimenti impacciati e uno sguardo indeciso. Ma, circondato dal branco, ruggisce più forte degli altri.

Mostrateli, allora risponde la donna, impassibile.

Prima faccia vedere il suo! sputa schiuma il più robusto.

Sono la bigliettaia ribadisce la dipendente con voce piatta.

E io sono elettricista! Allora devo viaggiare gratis, no? ride quello con la birra sgocciolante addosso, il cui odore acido infesta ormai tutta la vettura.

O si paga, o si scende replica la donna, ferma e secca.

A queste parole, come al segnale, il filobus si arresta e tutti gli altri passeggeri scendono velocemente.

Glielo abbiamo detto: abbiamo labbonamento strilla il ragazzino, gonfiando il petto magro.

Valerio, portaci in deposito! chiama la donna verso lautista.

Sì Valerio, a basciarci in deposito imitano i ragazzi, asciugando lacrime immaginarie e ridendosela.

Le porte si chiudono, il filobus si rimette in moto e compie una brusca inversione. I ragazzi ridacchiano ancora per una decina di secondi, poi il più lucido tra loro rompe il silenzio:

Ma come fa a girarsi così in mezzo alla strada se è attaccato ai fili? chiede incuriosito. Gli altri scrollano le spalle, poco interessati.

Il filobus accelera improvvisamente, brontola, e fatto curioso supera persino alcune auto. Le luci si attenuano, alcune si spengono. Solo fuori, i lampioni e le insegne pubblicitarie illuminano a sprazzi linterno. La bigliettaia siede silenziosa, fissa davanti a sé. Nessuna nuova fermata.

Oh! Capo, dove ci porti? grida finalmente un ragazzo del gruppo.

Nessuna risposta.

Senti! Fermati, dobbiamo scendere! le voci iniziano a incrinarsi, la sobrietà torna insieme allansia.

La bigliettaia resta immobile.

Fuori è buio pesto, la città è finita. Corrono ora su una strada deserta, nellabitacolo solo qualche led lampeggia dalla cabina del conducente. I telefoni spuntano dalle tasche, ma non cè campo, nessuna rete.

Quando il filobus svolta verso un campo, uno di loro si avvicina alla bigliettaia, minacciandola:

Tu sai dove lavoro io? Se domani non arrivo in ufficio ti tolgo la pensione!

Le luci anteriori si spengono di colpo.

La prego, ci lasci scendere! Domani ho lesame di maturità piagnucola il ragazzino dalla voce stridula.

Il filobus corre, squarciando la notte col suo frastuono. Ora tutti, ben sobri, tremano intimoriti, ricordando vagamente cosa si fa in caso di sequestro. Cercano di rompere i vetri con le bottiglie, grattano la porta cercando di forzarla, ma tutto è inutile.

Alla fine, uno di loro trova qualche banconota.

Ecco, non serve il resto! Portaci in città, ti scongiuro!

La bigliettaia resta imperturbabile. Pieni di suppliche, richieste di perdono, invocazioni e pianti, il gruppo si scioglie nel panico, ma il filobus prosegue, fino a fermarsi sulle rive di un lago enorme.

Dove siamo? sussurrano i ragazzi.

Ci affogano singhiozza il ragazzino coi baffetti.

Sergio, sapresti guidare il filobus? Forse riusciamo a scappare dice uno con voce tremante, ma Sergio scuote la testa, sconsolato.

Finalmente la porta anteriore si apre e la bigliettaia scende. La vedono alla luce lunare trafficare nella cabina del conducente, con qualcosa di lungo tra le mani.

È finita Ci sparano E ci buttano nel lago geme lelettricista, mentre nessuno trova le parole per consolare gli altri.

La luce ritorna allimprovviso: la bigliettaia entra con passi decisi, portando secchi e spazzoloni. Li lascia davanti al gruppo tremante e sorride:

Quando avrete finito di lavare i vetri, vi passo gli stracci per sedili e pavimento. Dopo, vi riporto in città. Obiezioni?

Cinque teste si scuotono allunisono.

La notte è lunga. Si dividono i compiti: due corrono a prendere acqua, uno cambia gli stracci, altri due svuotano i secchi nella vasca enorme e misteriosa da cui pare arrivi lacqua. Evidentemente, non è la prima volta che il filobus arriva qui.

Si finisce allalba. Ora il filobus brilla come nuovo, persino i vetri risplendono. I ragazzi, ormai svegli e composti, lavorano in silenzio. Quando tutto è pronto, la bigliettaia timbra i loro biglietti e si riparte verso la città. I ribelli notturni vengono lasciati alle fermate, uno a uno, mentre il filobus riprende la sua strada: pronto ad accogliere, col nuovo giorno, altri passeggeri.

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L’Espresso Notturno Le porte dell’autobus articolato si chiusero a fisarmonica e il calore dell’interno si riversò all’esterno come una nuvola di vapore nella frescura della notte. Cinque ragazzi in vena di baldoria irruppero rumorosamente, battendo le scarpe infangate contro ogni gradino, palo e anche le gambe dei passeggeri che incontravano. Nessuno degli altri solitari riuniti da quell’unico trasporto notturno osò dire qualcosa al gruppo di giovani eccitati dall’alcol, che si urlavano addosso storie di conquiste e strategie con uno sguardo selvaggio negli occhi, accompagnate da risate e brindisi improvvisati. Trasformarono il fondo dell’autobus in un piccolo bar, facendo tintinnare bottiglie vuote dopo ogni risata sguaiata. Il motore tossicchiò, le porte sibilarono, la fisarmonica si distese e il bus si staccò dalla fermata come un traghetto cittadino. Nel mezzo, esclusi i nuovi arrivati, c’erano una decina di persone e la controllora, che si alzò stringendo forte in mano il carnet dei biglietti. — Ragazzi, il biglietto si paga, — disse stanca la donna, con gli occhiali antichi più dei ragazzi stessi. — Ho l’abbonamento! — grugnì uno ridendo. — Ce l’ho anch’io! — Pure io! L’ultimo, forse nemmeno maggiorenne, con il labbro appena ombreggiato e i movimenti incerti, faceva il duro tra gli amici alzando ancora di più la voce. — Fatemeli vedere, — rispose secca la donna, non impressionata. — Prima li faccia vedere lei! — sbraitò il più corpulento, mentre la birra sgocciolava dalla bottiglia aperta, spargendo odore acre per tutto il bus. — Sono la controllora, — ribatté imperturbabile. — E io sono elettricista! Vuol dire che non pago la luce? — disse quello con la giacca intrisa di birra. — Pagate o scendete, — dichiarò la donna. Come per magia il bus si fermò e gli altri passeggeri raccolsero le proprie cose e scesero. — Te l’hanno detto che abbiamo l’abbonamento! — strillò il ragazzo sottile, gonfiando il petto. — Dai Valerio, porta il bus al deposito! — chiamò la donna all’autista. — Sì Valerio, portaci al deposito! — la imitavano i ragazzi, asciugandosi finti lacrimoni. Le porte si richiusero, il bus partì e fece inversione. La comitiva rise ancora per dieci secondi, poi il più lucido chiese: — Ma come fa un filobus a girare in mezzo alla strada se deve seguire i fili? Gli altri scrollarono le spalle. Il bus accelerava e, stranamente, superava anche le macchine. Luci fioche, molte ormai spente: solo i lampioni e le insegne pubblicitarie gettavano intervalli di luce all’interno. La controllora, muta, guardava fisso avanti. Nessuna fermata in vista. — Ehi capo! Dove ci stai portando? — urlò uno. Nessuna risposta. — Oh, fermati! Vogliamo scendere! — le voci stavano cambiando, iniziava la paura. La donna restava di ghiaccio. Il bus lasciò la città, ora correvano nel buio della statale. I telefoni erano muti, senza segnale. Quando il bus virò nei campi, uno del gruppo si avventò sulla controllora. — Lo sa dove lavoro? Se domani non vado in ufficio, resterà senza pensione! Subito si spensero i fari. — La prego, mi lasci uscire, devo studiare per la maturità, — implorò il più giovane. Il bus correva, rombando nella notte. I cinque, ormai sobri e terrorizzati, tentavano di uscire spaccando i vetri con le bottiglie, graffiando la porta a fisarmonica, ma era tutto inutile. Finalmente iniziarono a offrire soldi: — Ecco, tenga pure il resto! La prego, ci riporti indietro! La donna immobile, sorda alle suppliche e alle lacrime. Finché non comparve un lago immenso. — Dove siamo? — sussurravano i ragazzi. — Ci annegano… — singhiozzava il più giovane. — Sergio, sai guidare un bus? Proviamo qualcosa? — tentò uno, ma Sergio scosse la testa. Poi la porta anteriore si aprì. La donna scese e il suo profilo apparve in controluce nella cabina dell’autista, con un oggetto allungato in mano. — È finita… Ci sparano e ci buttano nel lago… — tremando, l’elettricista piangeva. La luce si accese. La donna, con passo secco, rientrò e adagiò in terra secchio e spazzolone. — Dopo che avrete lavato le pareti, vi darò i panni per i sedili e per terra e poi si torna in città. Obiezioni? Cinque teste scossero insieme. La notte fu lunga. Si divisero i compiti: due facevano la spola con l’acqua, uno scambiava i panni, altri due svuotavano il secchio nell’enorme cisterna comparsa chissà da dove. Forse, quel bus passava spesso di lì. All’alba finirono. Il bus brillava, i vetri erano trasparenti. I ragazzi, ora davvero sobri, lavoravano in silenzio. Quando tutto fu in ordine, la controllora timbrò loro i biglietti, e il bus tornò verso la città. I ribelli della notte furono lasciati alle fermate, e il filobus si preparò ad accogliere una nuova giornata e nuovi passeggeri.