Lettera scritta di mio pugno

Lettera da se stessa

La busta era arancione. Vivace, quasi esagerata come una clementina nel bel mezzo di una nevicata di gennaio. Si trovava nella mia cassetta della posta, sommersa tra le bollette dellacqua, volantini di pizzerie e pubblicità di supermercati. Lho presa per ultima.

Davanti la mia calligrafia. Il mio indirizzo. Il mio nome: “Renata Donatella Bellini”.

Ho girato la busta. Il mittente sempre io. Anche il nome.

Così sono rimasto fermo nellatrio del condominio, al piano terra, con la borsa della Coop nella mano sinistra, senza capire chi avesse potuto fare una cosa del genere. Ho controllato la scrittura. La “t” lunga, la “r” con il ricciolo giù così scrivevo solo io, da sempre, dai tempi delle elementari, quando la maestra di italiano, signora Miriam Zamboni, mi aveva messo “buono” per la calligrafia dicendo: “Bellini, scrivi da persona adulta. E un complimento, ragazza”.

E infatti non ho mai cambiato modo di scrivere. Dopo venticinque anni, quella “t” e quella “r” erano le stesse.

Sono salito al nono piano, ho aperto la porta, appoggiato la borsa sul tavolo della cucina. La busta lho messa accanto.

Lappartamento era piccolo, ma io ci avevo fatto labitudine. Un bilocale a Quarto Oggiaro, finestra a ovest. Allingresso, lattaccapanni per lunico cappotto, una scarpiera e lo specchio, quello dove ogni mattina mi guardo pensando: “Va bene così, sono presentabile, posso lavorare”. Né bello né fresco: presentabile. E bastava.

Tutte le sere la stanza veniva invasa dalla luce arancione del tramonto, densa, come miele caldo. Lunico vantaggio di quella casa, a parte i dieci minuti a piedi dalla metro. Anche ora, alle sei del pomeriggio, la luce avanzava sul muro fino alla libreria, alla tazza con il tè freddo della mattina, alla foto di mamma nella cornice di legno.

Mi sono seduto. Ho strofinato le spalle. Erano di nuovo alte, come sempre, come se aspettassi che arrivasse una brutta notizia. Quell’abitudine era apparsa piano nel tempo, tra riunioni dufficio e telefonate ansiogene del capo. Il mio corpo si preparava al peggio, prima ancora di me.

E ho guardato la busta.

Arancione. Carta bella rigida. Neanche una piega, come se qualcuno lavesse protetta fino allultimo. Ho accarezzato il bordo, seguito il mio nome con il dito.

Non era uno scherzo. Conoscevo il mio modo di scrivere meglio del mio volto.

Ho staccato con cura la striscia adesiva in alto e dato unocchiata. Dentro, un foglio A4 bianco, piegato in tre, e qualcosaltro di piatto, lucido.

Tirato fuori il foglio. Aperto.

“Ciao. Sono te. Precisamente tu, da marzo duemilaventicinque. Ora hai trentasette anni, sei seduta in cucina alle due di notte, e ti senti uno schifo. Non dormi da quattro notti. Pensi che stavolta non ce la fai. Con il lavoro. Con te stesso. Con questa città che ti soffoca da ogni lato.

Ti scrivo perché qualcuno deve farlo. Domani sentirai unamica; dopodomani chiamerà la mamma. Ma ora, alle due di notte, non cè nessuno. Solo tu.

Ecco cosa voglio dirti.

Mi hai chiesto di ricordartelo: ce lhai fatta allora, ce la farai anche adesso.

Amati. Te lo meriti.

Se stai leggendo, vuol dire che è passato un anno. Hai resistito. Quindi sono servita a qualcosa.”

Ho posato il foglio sul tavolo.

Avevo un nodo in gola, non di commozione, ma di riconoscimento. Sono io. Ogni parola, ogni pausa, la virgola sbagliata proprio dopo “ora”, anche labitudine di iniziare i paragrafi con “ecco”.

Eppure non ricordo.

Non ricordo di averlo scritto. Non ricordo la busta arancione, né di aver scelto il foglio. Un anno intero e mai un pensiero.

Poi ho visto la foto.

Era uscita dalla busta quando ho preso il foglio, ed era caduta lucida, faccia in giù, sul tavolo. Lho girata.

Nella foto cera una donna dal viso spento, occhiaie profonde, labbra screpolate tirate in una linea. Capelli raccolti male in uno chignon, ciocche scivolate sulle guance. Maglione grigio, logoro ai gomiti quello che avevo buttato via la scorsa estate.

Quel maglione lo conoscevo. Quel volto pure.

Ero io. Quella di marzo, un anno fa.

Sotto, scritto a mano: “Sei diventata più forte. Guardami e capirai da dove sei partita”.

Ho appoggiato la foto accanto alla lettera. La luce del tramonto ha raggiunto il tavolo, è scivolata sulla superficie lucida. Il viso si è scaldato ma non era più allegro.

E ho ricordato.

***

Marzo duemilaventicinque. Due di notte. La stessa cucina, stesso tavolo; davanti il portatile acceso, luce fredda che dava fastidio agli occhi.

Ero in t-shirt e pantaloni del pigiama, scalzo, piedi gelati. Sfogliavo pagine. Non social, non notizie. Cercavo altro, ma non sapevo cosa. Forse un segnale, forse la ragione per alzarmi la mattina.

Quel marzo rimasi a letto per tre giorni di fila. Non era pigrizia. Era qualcosa di pesante e appiccicoso, senza nome. Come un masso sul petto e chi lo aveva messo era sparito.

Il divorzio era stato tre anni prima. Arturo se nera andato nel ventitré, da una collega, Giulia della contabilità, una donna che rideva di più e domandava meno. Non avevo pianto allora, solo preparato le sue cose in due valigie, lasciate allingresso. “Prendi”. E lui le aveva prese.

Poi un anno e mezzo di lavoro a oltranza. Weekend, ferie un miraggio. Responsabile acquisti di una ditta edile “Grattacieli Srl”: chiamate ai fornitori dalle otto, fogli di Excel fino alle ventidue, tra una riunione e laltra il capo Cassani sempre uguale: “Il mercato è crollato. Ottimizziamo. Chi non regge, è colpa sua”.

E io reggevo. Portavo avanti. Mai una lamentela.

Ma nellautunno del ventiquattro il corpo ha detto basta. Prima il sonno. Poi lappetito. Poi la voglia di uscire. A gennaio dormivo solo col televisore acceso, mangiavo una sola volta e parlavo soprattutto con mamma, al telefono, forzandomi.

Mamma se ne accorgeva. Donata Bellini chiamava ogni sera, chiedeva: “Renata, hai mangiato?”. E io: “Sì, mamma. Il minestrone”. Non lo cucinavo da novembre.

Quella notte, marzo venticinque, ho digitato su Google “lettera a me stessa nel futuro”. Non so perché. Avevo visto una pubblicità. Primo risultato: “Capsula del tempo”. Scrivi la lettera, scegli quanto farla spedire da un mese fino a dieci anni e paghi la consegna. Veramente carta, una vera busta, una vera posta.

Ho scelto una busta arancione. Perché di grigio ne avevo abbastanza. Ho scritto a mano, fotografato, caricato la scansione sul sito. Poi ho fatto un autoscatto proprio lì, al tavolo, sotto la luce del portatile. Lho aggiunto come allegato. Ho pagato (sette euro e cinquanta). Scelto il termine: dodici mesi.

Ho chiuso il portatile. Sono andato a dormire. Mai più ricordato.

Perché dopo quel marzo la vita ha iniziato a muoversi. Non veloce, non elegante come un vecchio ascensore. Ma a muoversi.

In aprile ho preso appuntamento da una psicologa. Prima volta in vita mia. Studio a Porta Vittoria, capelli corti, cinquanta minuti a settimana. Alla terza seduta ho pianto venti minuti di fila. Alla sesta ho riso, dopo sei mesi.

A giugno la promozione. Senior acquisti. Cassani dopo la riunione mi ha detto: “Bellini, lei è lunica che non si lamenta e porta risultati. Lo noto”. Ho annuito, sono tornato al mio tavolo, e le spalle allistante su, come sempre. Gioia e paura, in sincronia.

Con lautunno tutto è sembrato più leggero. Minestre ricominciate, le domeniche al parco vicino alla metro, un libro e il thermos. Ho ripreso a chiamare mamma io non solo aspettarla.

E quella lettera, sparita. Come la tessera sanitaria nel cassetto: cè, ma tanto non ci pensi.

Fino a oggi.

Mi sono ritrovato con una lettera in mano, una foto nellaltra, fissando quella donna di un anno prima. Viso spento. Occhiaie scavate. Quel maglione buttato ormai.

E la voce interiore quella nota, familiare fino al fastidio che dice: “E allora? Stai di nuovo male. Nulla è cambiato”.

***

Quella voce cera da sempre. Non so da quando esattamente forse dal divorzio, forse prima. Non urlava, non insultava. Parole piane, quasi premurose. Più difficile da ignorare.

“La promozione? Fortuna, Cassani non aveva di meglio”.

“Ti sembra di farcela? Guarda come stai spalle tirate, dormi quattro ore, colazione di ansia e caffè”.

“Presto tagliano anche te. Ad aprile. O maggio. Solo una questione di tempo”.

E io ascoltavo. Non perché ci credessi piuttosto non sapevo fare diversamente. Era diventata me, come la spalla alzata, la “r” col ricciolo.

Il giorno dopo, diciannove marzo, mi sono alzato alle sei. Doccia, caffè, mascara. Tutto come sempre.

In ufficio tensione. Nella sede della “Grattacieli” in via Ripamonti, sesto piano open space, trentadue scrivanie. Era la terza settimana consecutiva di silenzio nervoso. A febbraio avevano annunciato i tagli. Prima ondata: cinque licenziati in logistica. Ora si attendeva la seconda.

Sono entrato, passando davanti alla reception. Loredana, l’amministratrice, mi ha sorriso forzato, di circostanza. Anche lei era in attesa. Tutti.

Mi sono seduto, ho appeso la borsa. Password (data nascita di mamma) digitata distinto. Email: centodiciannove non lette. Ho iniziato a rispondere. Il fornitore da Varese chiedeva una proroga; il magazzino segnalava mancano i tubolari; la contabilità voleva i bilanci entro venerdì. Un giorno come tanti. Se non fosse stato per quel silenzio, si sarebbe detto nulla fosse cambiato.

Alle undici, Cassani ha convocato la riunione.

Entrato in sala: basso, robusto, capelli rasati, sempre a giocherellare col tappo della penna. Si è seduto, ha guardato i diciotto presenti.

“Breve,” ha detto. “La Savina lascia il reparto progetti. Per accordo tra le parti. Ufficialmente ha scelto lei. In verità, sapete tutti comè.”

Martina Savina. Ventinove anni, progetti, terzo anno in azienda. La conoscevo poco, ma ricordavo che portava torte della nonna per tutti, lasciava biglietti: “Prendete pure, sono di mele!”. Una volta, a Natale, in terrazza fumatori, mi aveva confessato di temere il licenziamento più di tutto. “Ho un mutuo”, disse. “E un gatto. Il gatto non lo licenziano.”

“E,” Cassani chiuse la penna, “ad aprile terza ondata. Ottimizziamo ancora. Chi resta, si vede dal bilancio.”

Io a schiena dritta, le spalle su, dita unite sotto il tavolo. E la voce calma dentro: “Visto? Mancano poche settimane anche a te.”

Dopo mi sono appoggiato un attimo al muro vicino al distributore dacqua. Occhi chiusi, tre secondi.

Due voci. Una, flebile: “Ce lhai fatta allora, puoi farcela anche ora”. Dalla lettera. Dalla busta arancione. Dal marzo passato.

Laltra, più netta: “Coincidenze. Solo carta da quattro euro. Non illuderti. Martina lhanno lasciata andare per accordo, domani aggiornerà il CV col gatto in braccio”.

Ho aperto gli occhi. Acqua. E sono tornato alla scrivania. Ho riaperto la tabella fornitori. Ho continuato a lavorare. Lunica cosa che so fare bene.

La sera, alle sette, stavo in cucina con un piatto di orzotto e una cotoletta. Ha chiamato mia madre.

Renata, ciao, la voce di Donata era lieve, un po roca per via del raffreddore. Come va?

Bene, mamma. Un sacco da fare.

Hai mangiato?

Sto mangiando adesso. Orzotto.

Brava.

Pausa. Sapevo che lei sentiva tutto. Donata Bellini, sessantaquattro anni, trentanni in biblioteca per bambini. Ha imparato a leggere le parole tra le righe. E lo usava con me ogni sera.

Renata, hai una voce di pausa corda tirata.

Sono solo stanca, mamma.

Così dicevi un anno fa. “Sono stanca, mamma”. Poi ho scoperto che non sei uscita di casa per tre giorni.

Chiudo gli occhi.

Mamma, stavolta è solo stanchezza. Non come allora. Solo lavoro pesante.

Ricorda che ci sono sempre, disse Donata. Se vuoi, arrivo sabato. Porto la pasta al forno. Quella vera, non le bustine.

Ho sorriso. La prima volta in giornata.

Grazie, mamma. Per ora resisto.

Abbiamo parlato dieci minuti ancora della pressione, della vicina Teresa che ha preso un gatto che miagola tutta notte, della primavera che a Vigevano si sentiva già: sul balcone di mamma fioriva la violetta e lei mi ha mandato la foto. “Guarda, qui sboccia, e tu stai lì a Milano chiusa in casa”. Un sorriso, di nuovo. Chiacchiere semplici. E a me ha fatto bene.

Mamma non ha mai pressato. Mai chiesto “Hai un fidanzato? I bambini?”. Trenta anni da bibliotecaria le hanno insegnato: spesso il silenzio vale più delle domande. Bastava esserci, a duecento chilometri e una telefonata di distanza.

Ho riattaccato. Sistemato i piatti. Ancora una volta, lo sguardo sulla lettera lì sul tavolo, accanto alla busta arancione e alla foto.

“Sei diventata più forte. Guardami, da qui sei partita”.

Ho preso la foto. Avvicinata al volto. La donna mi fissava dritta in camera, unespressione come se volesse chiedere aiuto ma non sapesse a chi.

Alle nove, ha chiamato Livia.

Livia, amica dai tempi del liceo, ventidue anni di amicizia, voce sempre roca e profonda, come chi ride appena. Anche nei giorni meno allegri.

Rena, racconta.

Non cè granché da dire

Tutto. So che ci sono tagli. Marta, del tuo reparto, ha scritto nel gruppo che è il caos.

Sospiro.

Sì. Una in meno oggi. E Cassani ha detto che aprile decide tutto.

E tu?

Io ancora no. “Ancora”, però.

Renata, ricordi lo scorso anno? Mi hai chiamato di notte. Dicevi che era finita. Eppure sei qui. Lavori, sei stata promossa, cucini orzotto e mi rispondi al telefono. Non è la fine. E la vita.

Silenzio.

Rena, mi senti?

Ti sento.

Allora, smettila di darti addosso.

Livia ha parlato altri dieci minuti del suo lavoro (vende cucine e odia chi cambia idea sul colore la terza settimana), del suo gatto Biscotto che ha distrutto il divano nuovo, della proposta di vederci sabato per un bicchiere di vino.

Io ascoltavo. Pensavo: Livia e la lettera dicono la stessa cosa. Quasi le stesse parole. Come se, a distanza di un anno, tutte le mie versioni si mettessero daccordo per ripetermi: ci sei ancora, hai retto, basta col giudizio.

Ho spento il telefono. Erano le dieci.

Silenzio. Non pesante, non opprimente normale. Il frigo che ronza. Un tram in fondo. Sotto, un bambino rideva, un suono sottile come un fischio.

Sono andato in bagno. Ho acceso la luce. Mi sono guardato allo specchio.

Il volto. Il mio, trentotto anni, capelli castani alle spalle, leggermente mossi dallumidità. Pelle chiara, con unombra di rossore da tè serale. Occhiaie leggere, ma non profonde come nella foto. Le normali, da “sveglia alle sei”.

Sono tornato in cucina. Ho preso la foto. Lho appoggiata accanto allo specchio in bagno.

Due volti.

Uno nello specchio. Vivo, caldo, un po stanco.

Laltro nella foto. Grigio, labbra screpolate, occhi che chiedono aiuto.

Un anno di differenza.

E la voce interna cauta, razionale tentava ancora: “Non vuol dire niente. Le foto sfalsano. Era questione di luce, basta”

Ma lho interrotta. A voce alta, per la prima volta dopo tanto.

No.

Lho detto allo specchio. La donna riflessa aveva unespressione diversa da quella della foto: calma, raccolta, un po stupita.

No, ho ripetuto. Non sono quella. Ora sono diversa. Questo ho alzato la foto ero io. E adesso no.

Silenzio.

Sono rimasto lì, in bagno, scalzo, in pantaloni di casa e maglietta vecchia, con la foto in mano e per la prima volta in un anno mi sono visto senza giudizio.

Non “va bene così?” Non “ce la sto facendo?” Non “e se crollo?”

Solo visto.

E capito. Non una superdonna, non uneroina da rivista. Una persona normale. Viva. Con occhi stanchi e la ciocca fuori posto. Mani che in un anno hanno firmato oltre trecento bolle di consegna senza mai tremare. Spalle alte ma dritte. Non piegate. Non spezzate.

***

Di notte, non ho dormito fino alle due. Non per ansia. Ma di pensieri.

Ero a letto, buio, rivedevo lanno scorso. Non i fatti le sensazioni. Il primo giorno che ho preparato tutta la colazione e lho mangiata. Il primo pomeriggio sul prato al sole, venti minuti solo a stare. La prima risata vera dalla psicologa, scusandomi per chiedere il permesso di occupare spazio.

Piccole cose. Eppure un anno intero era nato da qui.

La voce dentro, di nuovo: “Non conta. Vivono tutti così. Non è successo niente”.

E io ho pensato: e se mentisse? Non per cattiveria. Solo non sa altro. Come chi vive da sempre in una stanza senza finestre e pensa che il sole non esista, solo perché non lha mai visto.

Mi sono alzato. In cucina. Ho acceso la lampada del tavolo.

La busta arancione sul tavolo. Lho voltata, lato bianco sopra. Preso la penna blu, la solita con cui firmo le carte del lavoro.

E ho scritto.

“Ciao. Sono di nuovo io. Dal marzo duemilaventisei. Ora hai trentotto anni. Sul lavoro tensione. Nella vita caos. Ma tieni duro.

Sai, un anno fa ti ho scritto una lettera da un buio, così fondo che sembrava non avesse pareti, né uscita.

Oggi quella lettera è arrivata. E sai? Non mi sono riconosciuta nella foto. Ho impiegato tre secondi a capire che quella donna grigia ero io.

Tre secondi un anno intero.

Questa volta ti scrivo non dal dolore. Ti scrivo dal calore. Perché se stai leggendo, è passato un altro anno. E ancora una volta hai resistito.

Amati. Te lo meriti.

La tua Renata, marzo duemilaventisei.

PS: Se hai di nuovo le spalle rigide, rilassale. Adesso. Così. Brava.”

Ho finito. Ho piegato il foglio in quattro. Inserito nella busta arancione, la stessa recuperata dalla posta. Voltata, scritto il mio indirizzo.

Poi ho acceso il pc. Sito “Capsula del tempo”. Spedizione per marzo duemilaventisette. Caricato la scansione. E dopo una breve esitazione, un selfie. Ancora al tavolo, sotto la luce.

Stavolta la faccia nello schermo era diversa. Non spenta, non grigia. Solo stanca, ma viva. Bocca non in un sorriso, in una calma.

Ho inviato la foto. Pagato. Chiuso il portatile.

Mi sono avvicinato alla finestra.

La notte su Milano brillava sotto, dalle finestre del nono piano. Lampioni, fari, rettangoli gialli delle altre case. Silenzio. Marzo, due gradi sopra zero, una brezza leggera.

Ero scalzo sul pavimento freddo e sentivo che le spalle quelle da sempre alte si abbassavano. Da sole.

La voce interna prudente, razionale, ben nota ha provato ancora a parlare.

Ma io non ho ascoltato.

Guardavo la città e pensavo a chi riceverà la busta arancione tra un anno. Una donna di dodici mesi più avanti. Forse un altra professione, forse la stessa. Forse si trasferirà, o resterà. Forse incontrerà qualcuno, forse no. Non conta.

Conta che dentro troverà una foto e un appunto: “Guardami, e capirai da dove parti”.

E quella donna, tra un anno, lo farà. E vedrà.

Ho sorriso. Spento la luce. Tornato a letto.

Fuori, notte di marzo, odore di pietra bagnata.

Nellappartamento, silenzio.

Sul tavolo, la busta arancione col nuovo messaggio.

***

La mattina dopo mi sono svegliato alle sette. Senza sveglia. La luce da est chiara, argentata, del nuovo giorno. Non quella del tramonto, a cui sono abituato. Unaltra. Nuova.

Mi sono alzato. In cucina. Messo su il bollitore.

La busta era sul tavolo. Accanto, la foto. Quella di un anno prima. E la lettera.

Non ho riletto. Non ho guardato ancora la foto. Solo le ho messe insieme, ordinate come cose che si vogliono conservare.

Poi, dallo stipetto sopra il lavello, ho preso una cornice di vetro, piccola, comprata per una foto delle vacanze ma mai usata. Inserita la foto vecchia. Lho esposta accanto ai libri.

Visto grigio. Occhiaie profonde. Chignon sghembo. Maglione sciupato.

Non per ricordare la sofferenza, ma la strada.

Il bollitore ha scattato. Ho preparato il tè. Preso la tazza con entrambe le mani, dita avvolte nella ceramica calda. Mi sono messo davanti alla finestra.

E nel riflesso ho visto me stesso sullo sfondo del cielo mattutino. Senza trucco, in vestaglia, con la tazza stretta tra le mani.

La voce dentro taceva.

Ho bevuto il tè. Mi sono vestito. Preso la borsa. Uscito di casa.

Sulla soglia, controllo le spalle.

Giù, rilassate. Non sollevate, non tese. Solo spalle. Le mie.

Ho chiuso la porta. Avviato verso lufficio.

E sul tavolo di cucina, è rimasta la busta arancione. Con la nuova lettera. La nuova foto. Pronta per essere spedita.

Tra un anno arriverà. Io la aprirò. Guarderò chi ero ora. E forse, di nuovo, non mi riconoscerò.

Perché in un anno cambia tutto.

O quasi.

La calligrafia resterà la stessa. La “t” lunga, la “r” col ricciolo. Come a scuola. Come sempre.

E nella busta, ci sarà una frase. Quella importante, lunica: “Ce lhai fatta allora ce la farai anche adesso”.

Solo che, stavolta, è scritta dalla luce.

Non dal buio.

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