L’ex moglie… È successo due anni fa. Il mio periodo di trasferta stava finendo e dovevo tornare a casa, ad Alessandria. Dopo aver comprato il biglietto, decisi di passeggiare per la città: avevo ancora tre ore di tempo. Per strada mi si avvicinò una donna che riconobbi subito. Era la mia prima moglie, dalla quale avevo divorziato dodici anni prima. Zina non era cambiata affatto, solo il viso era molto pallido. Evidentemente anche lei era scossa da questo incontro, proprio come me. L’avevo amata intensamente, ossessivamente, ed è per questo che ci siamo lasciati. Ero geloso di lei con tutti, persino con sua madre. Bastava che facesse tardi per far accelerare il mio cuore e farmi sentire come se stessi per morire. Alla fine, Zina mi lasciò, non riuscendo più a sopportare i miei interrogatori quotidiani: dove sei stata, con chi, perché. Un giorno tornai dal lavoro con un cagnolino nascosto sotto la giacca, volevo sorprenderla con un regalo simpatico, ma in casa non c’era nessuno, solo un biglietto sul tavolo. Nel biglietto lei scriveva che se ne stava andando, pur amandomi ancora molto. I miei sospetti l’avevano distrutta e aveva deciso di lasciarmi. Mi chiedeva perdono e mi supplicava di non cercarla… E così, dopo dodici anni di lontananza, l’ho incontrata per caso nella città dove ero per lavoro. Parlammo a lungo e mi resi conto che rischiavo di perdermi l’autobus per tornare ad Alessandria. Finalmente dissi: – Scusami, devo andare, sto già facendo tardi per il mio pullman. Allora Zina mi disse: – Sasa, mi faresti un favore? So che hai fretta, ma per amore di tutto quello che c’è stato tra noi, non rifiutarmi questa richiesta. Entriamo un attimo in un ufficio, per me è davvero importante, da sola non ce la faccio. Ovviamente accettai, ma le dissi: “Ma facciamo in fretta!” Entrammo in un grande edificio e continuammo a camminare da una parte all’altra. Salivamo e scendevamo scale, che mi parevano non finire mai. Mi sembrava che non fossero passati più di quindici minuti. Attorno a noi passavano persone di tutte le età: da bambini a vecchi. In quel momento non mi chiesi cosa ci facessero dei bambini e degli anziani in un ufficio amministrativo. Avevo occhi solo per Zina. A un certo punto lei entrò in una porta e la chiuse dietro di sé. Prima di chiuderla, mi guardò come per dirmi addio e disse: – È davvero strano, non sono mai riuscita a vivere né con te, né senza di te. Rimasi lì ad aspettarla. Volevo chiederle cosa intendesse con quell’ultima frase. Ma non tornava. Improvvisamente mi ripresi. Realizzai chiaramente che dovevo andare, che stavo perdendo l’autobus! Guardandomi intorno, fui colto dalla paura. L’edificio in cui mi trovavo era abbandonato: al posto delle finestre c’erano solo buchi. Le scale non esistevano più. Scendevo a fatica da delle assi di legno. Persi l’autobus di un’ora e dovetti comprare un nuovo biglietto per un altro viaggio. Quando presi il biglietto mi dissero che l’autobus che avevo perso si era ribaltato ed era caduto nel fiume. Non si era salvato nessuno. Due settimane dopo bussavo alla porta della mia ex suocera, che avevo rintracciato tramite l’ufficio anagrafe. Alina Marcella mi informò che Zina era morta undici anni prima, un anno dopo il nostro divorzio. Non le credetti, pensando che la madre temesse che io ricominciassi a tormentare la figlia con la mia gelosia. Alla mia richiesta di vedere la tomba della mia ex moglie, con mio stupore, la suocera acconsentì. Due ore dopo mi trovavo davanti alla lapide: da essa mi sorrideva la donna che avevo amato tutta la vita e che, in modo inspiegabile, mi aveva appena salvato la vita…

La mia ex moglie…

Tutto accadde due anni fa. Il mio periodo di lavoro fuori casa stava per finire e dovevo tornare a casa, a Modena. Dopo aver comprato il biglietto del treno, decisi di passeggiare un po per la città, visto che mi restavano ancora tre ore prima della partenza. Per strada mi si avvicinò una donna, e la riconobbi immediatamente.

Era la mia prima moglie, con cui avevo divorziato dodici anni prima. Caterina non era quasi cambiata, solo il suo volto sembrava più pallido. Probabilmente anche lei, come me, era emozionata da quellincontro inatteso.

Lavevo amata profondamente, quasi fino allossessione, ed è proprio per questo che ci siamo lasciati. Ero geloso in modo insopportabile, la controllavo anche nei rapporti con sua madre. Se tardava anche solo di pochi minuti, il mio cuore iniziava a battere allimpazzata, pensando sempre al peggio.

Alla fine, Caterina non ce lha più fatta a sopportare i miei interrogatori quotidiani su dove fosse, con chi, o perché. Ricordo ancora il giorno in cui tornai dal lavoro con un cucciolo di cocker per farle una sorpresa, per strapparle un sorriso, e invece trovai la casa vuota. Su un tavolo cera una lettera.

In quella lettera Caterina scriveva che andava via, malgrado mi amasse ancora tanto. Le mie insicurezze lavevano logorata e aveva deciso di porre fine alla nostra storia. Mi chiedeva perdono e mi supplicava di non cercarla

Così, dopo dodici anni di lontananza, ci incontrammo per caso in quella città dove ero andato per lavoro. Parlammo a lungo, finché mi resi conto che rischiavo di perdere il treno. Alla fine, mi decisi a dire:

Scusami, ma devo andare. Sto ormai quasi perdendo il mio treno.

E in quel momento Caterina mi chiese:

Giulio, potresti farmi un favore? So che sei di fretta, ma te lo chiedo per tutto il bene che cè stato tra noi. Vieni con me in un ufficio qui vicino, è molto importante per me, e non riesco ad andarci da sola.

Naturalmente acconsentii, precisando però: Solo se facciamo in fretta! Entrammo in un grande edificio, e per diversi minuti continuammo a muoverci da unala allaltra. Salivamo e scendevamo scale, e a me parve che non fosse passato più di un quarto dora. Ci superavano persone di ogni età: bambini, adulti, persino anziani. In quel momento non ci feci caso la mia attenzione era tutta su Caterina.

A un certo punto, lei entrò in una porta e la chiuse dietro di sé. Prima di andarsene, mi guardò con uno sguardo profondo, quasi come a salutarmi per sempre, e disse:

È strano, non sono mai riuscita a vivere né con te, né senza di te.

Rimasi lì davanti alla porta ad attenderla. Avrei voluto chiederle cosa intendesse con quelle parole. Ma non tornò più. Fu allora che mi ripresi da quella sorta di torpore. Realizzai che dovevo correre in stazione, stati rischiando di perdere il treno. Mi voltai intorno, e qualcosa mi gelò il sangue: ledificio era abbandonato, con finestre rotte e grandi buchi al posto dei vetri.

Le scale interne erano distrutte. Mi arrangiai per scendere mettendo i piedi su alcune assi di legno, con non poca fatica. Arrivai in stazione con unora di ritardo e dovetti comprare un nuovo biglietto, pagando altri 30 euro.

Mentre ritiravo il biglietto mi dissero che il treno che avevo perso era deragliato lungo una curva vicino al fiume Panaro. Nessuno dei passeggeri si era salvato.

Due settimane dopo mi presentai a casa della mia ex suocera, che avevo rintracciato tramite lanagrafe. Bianca Rosa mi raccontò che Caterina era morta undici anni prima, appena un anno dopo la nostra separazione. Faticavo a crederle; pensavo che volesse solo proteggere la figlia dalla mia gelosia.

Alla mia richiesta di vedere la tomba di Caterina, la signora Bianca Rosa acconsentì, senza esitazione. Dopo poche ore mi trovai davanti a una semplice lapide di marmo, su cui sorrideva la donna che avevo amato per tutta la vita e che, in modo inspiegabile, aveva trovato il modo di salvarmi ancora una volta.

Ho imparato che a volte la vita ci parla con misteriosi segnali: ascoltarli può essere il modo per fare pace col passato e dare un significato profondo al presente.

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L’ex moglie… È successo due anni fa. Il mio periodo di trasferta stava finendo e dovevo tornare a casa, ad Alessandria. Dopo aver comprato il biglietto, decisi di passeggiare per la città: avevo ancora tre ore di tempo. Per strada mi si avvicinò una donna che riconobbi subito. Era la mia prima moglie, dalla quale avevo divorziato dodici anni prima. Zina non era cambiata affatto, solo il viso era molto pallido. Evidentemente anche lei era scossa da questo incontro, proprio come me. L’avevo amata intensamente, ossessivamente, ed è per questo che ci siamo lasciati. Ero geloso di lei con tutti, persino con sua madre. Bastava che facesse tardi per far accelerare il mio cuore e farmi sentire come se stessi per morire. Alla fine, Zina mi lasciò, non riuscendo più a sopportare i miei interrogatori quotidiani: dove sei stata, con chi, perché. Un giorno tornai dal lavoro con un cagnolino nascosto sotto la giacca, volevo sorprenderla con un regalo simpatico, ma in casa non c’era nessuno, solo un biglietto sul tavolo. Nel biglietto lei scriveva che se ne stava andando, pur amandomi ancora molto. I miei sospetti l’avevano distrutta e aveva deciso di lasciarmi. Mi chiedeva perdono e mi supplicava di non cercarla… E così, dopo dodici anni di lontananza, l’ho incontrata per caso nella città dove ero per lavoro. Parlammo a lungo e mi resi conto che rischiavo di perdermi l’autobus per tornare ad Alessandria. Finalmente dissi: – Scusami, devo andare, sto già facendo tardi per il mio pullman. Allora Zina mi disse: – Sasa, mi faresti un favore? So che hai fretta, ma per amore di tutto quello che c’è stato tra noi, non rifiutarmi questa richiesta. Entriamo un attimo in un ufficio, per me è davvero importante, da sola non ce la faccio. Ovviamente accettai, ma le dissi: “Ma facciamo in fretta!” Entrammo in un grande edificio e continuammo a camminare da una parte all’altra. Salivamo e scendevamo scale, che mi parevano non finire mai. Mi sembrava che non fossero passati più di quindici minuti. Attorno a noi passavano persone di tutte le età: da bambini a vecchi. In quel momento non mi chiesi cosa ci facessero dei bambini e degli anziani in un ufficio amministrativo. Avevo occhi solo per Zina. A un certo punto lei entrò in una porta e la chiuse dietro di sé. Prima di chiuderla, mi guardò come per dirmi addio e disse: – È davvero strano, non sono mai riuscita a vivere né con te, né senza di te. Rimasi lì ad aspettarla. Volevo chiederle cosa intendesse con quell’ultima frase. Ma non tornava. Improvvisamente mi ripresi. Realizzai chiaramente che dovevo andare, che stavo perdendo l’autobus! Guardandomi intorno, fui colto dalla paura. L’edificio in cui mi trovavo era abbandonato: al posto delle finestre c’erano solo buchi. Le scale non esistevano più. Scendevo a fatica da delle assi di legno. Persi l’autobus di un’ora e dovetti comprare un nuovo biglietto per un altro viaggio. Quando presi il biglietto mi dissero che l’autobus che avevo perso si era ribaltato ed era caduto nel fiume. Non si era salvato nessuno. Due settimane dopo bussavo alla porta della mia ex suocera, che avevo rintracciato tramite l’ufficio anagrafe. Alina Marcella mi informò che Zina era morta undici anni prima, un anno dopo il nostro divorzio. Non le credetti, pensando che la madre temesse che io ricominciassi a tormentare la figlia con la mia gelosia. Alla mia richiesta di vedere la tomba della mia ex moglie, con mio stupore, la suocera acconsentì. Due ore dopo mi trovavo davanti alla lapide: da essa mi sorrideva la donna che avevo amato tutta la vita e che, in modo inspiegabile, mi aveva appena salvato la vita…