Lezioni di Cucina Italiana

Lezioni di cucina

Prima storia. Tazza con bordo blu

Quando la mamma chiamò per dire che dovevo andare a trovare la nonna Ninetta, nella testa di Katia scivolarono subito tutti gli impegni: il report, la scadenza, la videochiamata con il cliente. Stava per aprire bocca e rispondere che quella settimana era impossibile, ma udì il breve tono della madre:

Ha iniziato a confondere le pillole. Sono preoccupata. Vai, per favore?

Katia partì di domenica. Nellascensore aleggiava un profumo di detersivo e di profumo di qualcun altro. Sul cortile, come sempre, cerano il passeggino dei vicini e una scatola di scarpe. La nonna aprì la porta con lentezza, il lucchetto tintinnò, poi la porta si aprì un po di più.

Chi è?

Sono io, Katia.

La nonna spinse indietro il lucchetto e, vedendo la nipote, sembrò raddrizzare le spalle come se ricordasse di nuovo come stare eretta.

Vieni dentro, ho appena messo sul fuoco il bollitore.

Katia entrò nella cucina. Piccola, familiare fino al dolore: tavolo rivestito di carta adesiva con limoni, sgabelli, vecchio frigo, sul portale dei magneti di città che la nonna non aveva mai visitato, ma che i nipoti le portavano.

Sul fornello un pentolino smaltato sussurrava la zuppa. Accanto, su un piatto dargilla, una tazza di ceramica con bordo azzurro, quella stessa che Katia ricordava da bambina, allora enorme, ora ordinaria.

Perché non mi chiami? chiese la nonna, versando le foglie di tè nel bollitore. Pensavo ti fossi persa nella tua Roma.

Sono già a Roma, mamma, rispose Katia sorridendo. Solo in unaltra parte.

Eh sì, in unaltra parte, sbuffò Ninetta. Io sono qui, dove sono.

Pose la tazza davanti a Katia, poi si versò un bicchierino dacqua in un bicchiere di vetro con sottobicchiere.

Mamma dice che confondi le pillole, iniziò cauta Katia.

Tua madre nota tutto, brontolò la nonna. Una volta ho preso una compressa sbagliata e cè stato il panico. Io non confondo, penso.

A cosa pensi?

A cosa devo prendere e cosa no.

Katia aggrottò le sopracciglia. Era lì con la missione chiara: controllare le scatole delle medicine, lorario dei dosaggi, forse chiamare il medico. E invece la nonna, tranquilla, rispose penso.

Il medico lo ha prescritto, ricordò Katia.

Lo ha prescritto, sì. Ma il medico non vive dentro di me, rispose Ninetta serenamente. Lui mi vede dieci minuti, io ho settantotto anni di vita.

Un fastidio familiare salì dentro Katia, quella sensazione che gli anziani rendano tutto più complicato.

Ma capisci che senza le pillole

Capisco, interruppe la nonna. Siediti, ti servo il borscht.

Katia inspirò, si sedette. La nonna tolse il coperchio del pentolone, prese un mestolo. Il vapore le colpì il viso, lodore di barbabietola e alloro la riportò per un attimo ai banchi di scuola, quando tornava a casa da sola.

Pensi che io sia stupida? chiese Ninetta, posando il piatto. O forse non ci penso più.

Non è così, rispose Katia meccanicamente, ma si accorse di aver creduto un po in quelle parole.

La nonna proseguì:

La felicità alla mia età è scegliere da sola, anche se sono piccole cose. Voglio, prendo queste pillole, voglio, non le prendo. Voglio, mangio il borscht, voglio, mangio la polenta.

Ma se non le prendi starai peggio, insistette Katia.

Starò peggio, ma è la mia decisione, non di qualcun altro.

Katia mangiò in silenzio. Il borscht era saporito, come sempre. Ripensò alle ultime settimane, piene di compiti che non erano suoi, ma provenienti da chat, telefonate, email. Considerava quel caos normale per una giovane, devi girare. Le parole scegli tu la colpirono.

Credi che la felicità sia la libertà di scegliere? chiese.

Cosaltro? replicò Ninetta, prendendo il suo bicchiere. Come vivi? Decidi quando riposare, con chi stare?

Katia rise.

Non proprio. Ho progetti, scadenze.

Vedi? Io non ho progetti. Ho una giornata. Mi alzo, guardo fuori. Oggi le gambe non mi fanno male: è felicità. Posso andare al mercato: è un altro. Posso preparare una zuppa senza aspettare che qualcuno la porti: è il terzo. E così via.

Parlava con la calma di chi elenca la spesa.

E le pillole? tornò Katia.

Le pillole non sono felicità, rispose la nonna. Sono tempo. Puoi allungarlo, puoi accorparlo. Non voglio vivere più a lungo se devo stare a letto a attendere che qualcuno mi accareggi le chiappe. Scusa il dettaglio.

Katia strinse il naso, ma annuì.

Voglio vivere finché posso versare il tè in questa tazza, indicò Ninetta la tazza con il bordo blu. Questo è il mio segreto.

Katia guardò la tazza, la mano cercò il manico, sentì il caldo della ceramica. Improvvisamente capì che quelloggetto era il simbolo del posso.

Allora, sistemiamo le pillole per giorni, propose Katia dolcemente. Tu decidi se prenderle o no, ma mettiamole in ordine. Va bene?

La nonna la fissò intensamente, come se per la prima volta vedesse in Katia non una bambina ma una adulta.

Va bene, annuì. Facciamo così.

Aprirono la scatola di blister, Katia lesse le istruzioni, riempì i vani. Ninetta restava accanto, a volte chiedendo chiarimenti. La chiacchierata scivolò su altri temi: la vicina del quarto piano, il pane più caro, la nuova serie televisiva.

Quando finì, Katia chiuse la scatola e la posò sullo scaffale.

Ecco, mattina qui, sera lì. Ma decidi tu.

Decido, ripeté Ninetta accarezzando la mano di Katia. E tu, Katia, cerca anche tu qualcosa tua, non solo i report.

Sul treno di ritorno Katia aprì il cellulare, doveva controllare le email, ma si fermò. Invece aprì le note e scrisse: Stasera non portare il laptop a letto. Una sera a settimana senza lavoro. Allinizio sembrò una sciocchezza, poi una lieve paura. Ricordò la voce calma della nonna, la mano sulla tazza, e capì che forse il suo segreto di felicità cominciava con un piccolo gesto: non rispondere ai messaggi dopo le dieci di sera.

Seconda storia. La fila alla clinica

Sergio era seduto su una sedia di plastica, scorrendo il feed del suo telefono. Titoli su mutui, nuovi smartphone, divorzi rumorosi sfilavano sullo schermo. Nellatrio della clinica di San Marco laria puzzava di cloro e di farmaci. Attorno, gente con la tessera sanitaria, alcuni con mascherina, altri senza.

Accanto a lui si sedette una anziana signora in cappotto beige e un cappello di lana, appoggiandosi al bastone, inspirando profondamente.

Qual è il tuo numero? chiese.

Ventitré.

Io sono ventidue, quindi vengo prima di te. Va bene.

Sorrise come se tra loro fosse nato un legame importante. Sergio annuì e tornò al telefono.

Vai dal medico di base? insistette lei.

Sì.

Giovane e già dal medico di base. È giusto. Qui gli uomini non vanno dal medico finché non cadono.

Sergio sospirò. Aveva il mal di schiena e per la prima volta aveva deciso di andare dal dottore. Al lavoro gli dicevano: Il mal di schiena a trentadue, che farne?. Ma restare al computer dodici ore di fila non era più unopzione.

E tu da che parte vai? chiese per gentilezza.

Dal cardiologo, rispose la signora. Sono una cliente abituale.

Rise piano.

Io sono Tamara Pugliese.

Sergio.

Piacere, Sergio. Che lavoro fai?

Lavoro in ufficio, analisi, numeri.

Ah, i numeri, sospirò. Mio marito defunto era anche lui contabile. Contava tutto: soldi, calorie, passi.

Fece una pausa, come ad ascoltare se stessa.

Ma la felicità non la conta.

Sergio alzò lo sguardo dal telefono; le parole lo colpirono.

Come si conta la felicità? chiese.

Con la vita. Ti fermi e aspetti la pensione, paghi il mutuo, poi vai al mare. Poi… boom, infarto.

Disse con disinvoltà, senza drammatizzare, come se raccontasse la storia di qualcun altro.

Scusa, disse Sergio.

Non cè nulla da scusare. La vita è così. Passavo le giornate a guardare i quaderni di mio marito, tutto a centesimi. Sullo scaffale cera una piccola pentola smaltata, quella che usava per la sua polenta. Diceva che era la sua pentola personale.

Sorrise ricordando.

Ho capito che la sua felicità era nei piccoli gesti: la radio al mattino, il tè in un bicchiere di vetro. Aspettava sempre qualcosa di grande.

La porta del consultorio scricchiolò, la infermiera chiamò il prossimo cognome. La fila si mosse.

Aspetti anche qualcosa? chiese improvvisamente Tamara.

Sergio alzò le spalle.

Beh aspetto un aumento, di pagare il mutuo, più tempo libero.

Adesso non hai nulla, vero?

Quasi nulla.

Tamara scosse la testa.

Io ho deciso di non rimandare più. La pensione è poca, ma vado al parco ogni sabato, compro un panino al cavolo e mi siedo sulla panchina. Tutti ridono: Che gioia, un panino. Io penso: Ecco, il mio giorno.

Sergio immaginò la scena: una donna sul marciapiede, il panino, il parco. Nel suo mondo la gioia era una vacanza al mare, una nuova macchina, un bonus. Ma prima doveva arrivare.

Non temi che i soldi non bastino? chiese.

Sì, ma ho più paura che la vita passi senza che io mi conceda piccole gioie. Non parlo di spese inutili, ma di comprare un panino oggi invece di aspettare abbondanza.

Con mio marito cera sempre poco. Risparmiavamo. E poi se nè andato, e io sono rimasta con i suoi quaderni, ordine riga dopo riga. Ma senza gioia.

Sergio sentì qualcosa stringersi al petto. Ricordò la settimana scorsa, quando aveva rifiutato di andare al cinema con gli amici per lavorare. Da tre anni rimanda la gita al mare, pure se i soldi sembrano esserci, ma trovi sempre motivi più sensati.

E se ti penti? chiese.

Pentirmi di aver mangiato il panino? rise Tamara. No, mi pentirò di non averla vissuta. Non ho rimpianto il marito, ma il fatto di non aver detto: Basta contare, usciamo.

Fece una pausa, guardando da lontano.

Perciò dico a tutti: non aspettate di vivere, vivete adesso, un passo alla volta.

Cardiologo, gridò linfermiera. Numero ventidue.

Sono io, si alzò Tamara, appoggiandosi al bastone. Vedo quanti panini mi spetteranno ancora.

Fece un occhiolino a Sergio e uscì.

Sergio rimase seduto, il telefono spento. Realizzò che era venerdì, il cinema proiettava il film che desiderava vedere. La voce di Tamara sul panino risuonava ancora. Aprì lapp per i biglietti, scelse la serata. Poi chiamò un amico.

Andiamo al cinema stasera? chiese. Il report può aspettare.

Sorprendeva se stesso, ma dentro sentì una leggerezza, come se avesse compiuto un piccolo passo lontano dal più tardi.

Terza storia. Estate di campagna

Alessia si trovava davanti al fornello nella casa di campagna della nonna Giulia, mescolando una marmellata di pesche. Il sole picchiava, le mosche ronzinavano pigramente alla finestra. Sullanta cerano i cetrioli appena raccolti dal orto. Un orologio ticchettava dietro il muro.

Non bruci? chiese Giulia, dalla tavola dove pelava le patate.

No, sto attenta, rispose Alessia.

Era in visita per una settimana, per staccare dalla città e dal recente divorzio. La mamma le aveva consigliato il cambiamento dambiente. Allinizio Alessia era restia, poi sbuffò.

Non smettere di mescolare, non distrarti, ricordò la nonna. La vita è come la marmellata. Se smetti di guardare, scivola via.

Alessia sbuffò.

È già scivolata, borbottò.

Come lo leggi? incrociò le sopracciglia la nonna.

È finita con Marco.

Giulia si fermò un attimo, lasciando il coltello.

Finita? Davvero?

Sì.

Perché non lhai detto?

Che cosa dire? scosse le spalle Alessia. Non è andata bene.

Giulia scosse la testa.

Prima non andava. Prima la gente sopportava, si fermava.

Alessia sentì la tensione crescere. Si aspettava una predica su come doveva tenere banco al marito, sopportare, pensare ai figli che in realtà non aveva.

Sopportare perché non cera scelta, disse Giulia. Ora cè scelta.

Un silenzio, poi un sospiro.

Sai, anchio una volta sono scappata.

Alessia alzò lo sguardo, sorpresa.

Dove sei scappata?

Dal tuo nonno, per una settimana.

Sul serio?

Era ubriaco, arrabbiato, una volta sbatté il tavolo e le stoviglie volarono. Raccolsi le cose, presi tua madre per mano e andai a tua ziaAlla fine, Giulia si accasciò sul divano, guardando il tramonto sulla collina, e sussurrò che la vera libertà era imparare a sorseggiare il tè da sola, senza aspettare che nessuno accenda la fiamma.

Rate article
Add a comment

;-) :| :x :twisted: :smile: :shock: :sad: :roll: :razz: :oops: :o :mrgreen: :lol: :idea: :grin: :evil: :cry: :cool: :arrow: :???: :?: :!:

3 × four =

Lezioni di Cucina Italiana