Lezione di cucina Prima storia. La tazza dal bordo azzurro
Quando la mamma chiama e dice che devo fare visita a nonna Nunzia, a Laura scatta subito una lista di cose da fare: rapporto, scadenza, chiamata con il cliente. Sta per rispondere che questa settimana è impossibile, ma la mamma interrompe subito:
Sta confondendo le pillole. Sono preoccupata. Vai a trovarla, ok?
Laura parte domenica. Nellascensore sente il profumo di detersivo e di profumo di una vicina. Davanti al portico, come di consueto, cè il passeggino dei vicini e una scatola di scarpe. Nonna Nunizia non apre subito: la catena cigola, poi la porta si spalanca.
Chi è?
Sono io, Laura.
La nonna sposta la catena e, vedendo la nipote, si raddrizza come se le spalle ricordassero di stare dritte.
Vieni pure. Ho appena messo sul fuoco la teiera.
Laura entra in cucina. La cucina è piccola, familiare fino al punto di far male: tavolo rivestito di carta adesiva con limoni, sgabelli, vecchio frigo, sulla porta magneti di città in cui la nonna non è mai stata, portati da figli e nipoti.
Sul fornello ribolle piano una pentola smaltata di zuppa. Accanto al tavolo cè una tazza di ceramica con un bordo azzurro. Laura la ricorda fin da bambina; allora sembrava enorme, ora è una tazza normale.
Perché non mi chiami? chiede la nonna, versando le foglie nella teiera. Pensavo ti fossi persa nella tua Roma.
Sono già a Roma, nonna, risponde Laura con un sorriso. Solo in un altro quartiere.
Sì, sì, sbuffa Nunizia. Voi tutti vivete in un altro quartiere. Io resto qui.
Mette la tazza davanti a Laura e si serve un bicchiere di acqua nel suo bicchiere di vetro con sottobicchiere.
Mamma dice che confondi le pillole, inizia cauta Laura.
Tua madre vede tutto, brontola la nonna. Un solo pasticcio e scatta il panico. Io non confondo, penso.
A cosa pensi?
A cosa mi serve e a cosa no.
Laura aggrotta la fronte. È venuta con un compito preciso: controllare le scatole delle medicine, lorario delle somministrazioni, forse chiamare il medico. E ora la nonna parla di penso.
Il medico lha prescritto, ricorda Laura.
Sì, ma il medico non vive nel mio corpo, risponde serenamente Nunizia. Lui mi vede per dieci minuti, io resto qui per settantotto anni.
Laura sente crescere dentro di sé una fastidiosa irritazione. Gli anziani a volte complicano tutto.
Ma capisci che senza le pillole
Capisco, interrompe la nonna. Siediti, ti verso del brodo.
Laura sospira, ma si siede. La nonna toglie il coperchio dalla pentola, prende una mestola. Il vapore le colpisce il viso; lodore di barbabietola e alloro la riporta subito allinfanzia, quando arrivava qui da scuola.
Ti sembra che io sia stupida? chiede Nunizia, sistemando il piatto. O che non riesco più a pensare?
Non lo penso, dice Laura automaticamente. E subito si accorge di aver appena pensato proprio così.
Ti dico una cosa, continua la nonna. La felicità, alla mia età, è potere scegliere, anche se è solo una piccola cosa. Voglio prendo queste pillole, voglio non prenderle. Voglio mangiare il brodo, voglio la minestra.
Ma se non le bevi, starai peggio, insiste Laura.
Sarà, ma sarà la mia scelta, non di qualcun altro.
Laura mangia in silenzio. Il brodo è saporito, come sempre. Ricorda le ultime settimane in cui la sua giornata era decisa da messaggi, chiamate, email. Credeva fosse normale: giovane, devi sempre correre. Le parole della nonna sul scegliere da sé la colpiscono.
Pensi che la felicità sia libertà di scelta? chiede.
Cosaltro? risponde Nunizia, sedendosi di fronte, alzando il bicchiere. Come vivi? Decidi tu quando riposare, con chi uscire?
Laura sorride.
Non molto. Ho i progetti.
E io non ho progetti. Il mio giorno è semplice: mi alzo, guardo fuori. Oggi le gambe non mi fanno male, è felicità. Posso andare al mercato, è unaltra felicità. Posso fare la minestra da sola, senza aspettare che qualcuno mi porti qualcosa, è una terza felicità. E così via.
Parla con calma, senza pretese, come se enumerasse gli ingredienti della spesa.
E le pillole? ritorna insistentemente Laura.
Le pillole non sono felicità, risponde la nonna. Sono questione di tempo. Si può prolungare, si può ridurre. Io non voglio vivere più a lungo se devo stare a letto a aspettare che qualcuno mi faccia il cappotto. Scusa per i dettagli.
Laura fa una smorfia, ma annuisce.
Voglio vivere finché posso versare io stessa il tè in questa tazza, indica Nunizia la tazza dal bordo azzurro. Questo è il mio segreto.
Laura guarda la tazza. La mano si avvicina al manico, sente il caldo della ceramica. Capisce che quel piccolo oggetto è per la nonna il simbolo del posso fare da sola.
Però facciamo ordine con le pillole, giorno per giorno, propone dolcemente Laura. Tu deciderai se prenderle o no, ma seguiamo un ordine. Va bene?
Nunizia la fissa attentamente. Nei suoi occhi cè qualcosa di nuovo, come se per la prima volta da anni vedesse nella nipote non una bambina, ma una donna.
Va bene, annuisce. Facciamo così.
Aprono la scatola dei blister. Laura legge le istruzioni, riempie i piccoli scomparti. La nonna resta accanto, a volte fa domande. La conversazione scivola verso altri argomenti: la vicina del quarto piano, il pane più caro, la nuova serie televisiva.
Quando tutto è pronto, Laura chiude la scatola e la ripone sullo scaffale.
Ecco, dice. Qui cè la mattina, qui la sera. Ma sei tu a decidere.
Io, ripete Nunizia, accarezzando la mano di Laura. E tu, Laura, pensa a tenere qualcosa per te, non solo i tuoi report.
Nel viaggio di ritorno, Laura scende sulla metro, apre il telefono per controllare la posta. Le dita trovano licona, ma poi si fermano. Invece apre le note e scrive: Stasera non portare il portatile a letto. Unora a settimana senza lavoro. Inizialmente sembra una sciocchezza, poi un po inquietante.
Ricorda la voce calma della nonna, la mano sulla tazza. Capisce che anche il suo segreto di felicità potrebbe iniziare da una piccola scelta, come non rispondere alle email dopo le dieci di sera.
Fila al consultorio Seconda storia. La coda in ambulatorio
Luca è seduto su una sedia di plastica rigida, scorrendo le notizie sul cellulare. Sullo schermo compaiono titoli su mutui, nuovi smartphone, divorzi rumorosi. Nel corridoio dellambulatorio si sente lodore di candeggina e di medicine. Attorno ci sono persone con tessere, alcune con mascherina, altre senza.
Accanto a lui si siede una donna anziana in cappotto beige e berretto di lana. Si appoggia al bastone, prende fiato.
Qual è il suo numero? chiede, chinandosi verso Luca.
Ventitré.
Io sono ventidue. Allora vengo prima di lei. Bene.
Sorride come se tra loro si fosse creata una connessione importante. Luca annuisce e torna al telefono.
Va dal terapista? insiste la signora.
Sì.
Giovane ancora, ma già dal terapista. È corretto. Gli uomini qui, finché non cadono, non vanno.
Luca sospira. Ha mal di schiena e finalmente ha deciso di andare dal medico. Al lavoro gli colleghi gli ricordano il dolore: hai la schiena a trentadue, che farai?. Ma stare davanti al computer dodici ore senza problemi è impossibile.
E lei a chi vederà? chiede per cortesia.
Al cardiologo, risponde la signora. Sono una sua cliente abituale.
Ride piano.
Io sono Tiziana Petroni.
Luca.
Piacere, Luca. Che lavoro fa?
Lavoro in ufficio, analisi, numeri.
Ah, i numeri, sospira. Mio marito defunto era anche lui un contabile. Contava soldi, calorie, passi.
Fa una pausa, come se ascoltasse se stessa.
E la felicità? Non la contava.
Luca alza lo sguardo dal telefono. Le sue parole lo colpiscono.
Come si conta la felicità? chiede.
Così. Quando andrò in pensione, vivrò. Quando pagherò il mutuo, andrò al mare. Tutto dopo. Poi, un infarto.
Dice tutto con semplicità, senza drammatizzare, come se raccontasse la storia di un altro.
Scusi, dice Luca muto.
Non cè da scusarsi. La vita. Io pensavo molto. Guardavo i registri del marito, ogni centesimo. Sulla mensola cera una piccola pentola smaltata in cui lui cucinava la sua farina. Diceva fosse la sua pentola personale.
Sorride ricordando.
Capivo che la sua felicità stava nei piccoli gesti. Una tazza di caffè, la radio accesa, il pane appena sfornato. Ma lui aspettava sempre qualcosa di grande.
La porta dellambulatorio cigola, una infermiera annuncia il prossimo cognome. La fila si muove.
Sta aspettando qualcosa? chiede inaspettato Tiziana.
Luca alza le spalle.
Aspetto un aumento, chiudere il mutuo, più tempo libero.
E ora non lo ha?
Quasi nulla.
Scuote la testa.
Io ho deciso di non rimandare più. Ho una piccola pensione, ma ogni sabato vado al parco, compro un panino con cavolo e mi siedo sulla panchina. È la mia festa. La gente ride: un panino, che gioia!. Io penso: questo è il mio oggi.
Luca immagina la scena: donna in cappotto, panchina, panino. Nel suo mondo la gioia è misurata in viaggi allestero, auto nuove, bonus. Ma per arrivarci deve ancora vivere.
Non ha paura di non avere soldi? chiede.
Sì, ma ho più paura che la vita scivoli via senza concedermi piccoli piaceri. Non parlo di spese stupide, ma di comprare un panino oggi invece di aspettare abbastanza.
Enfatizza la parola.
Sempre poco. Mio marito era parsimonioso. Tutto in ordine, riga su riga. Ma non cera gioia.
Luca sente una stretta al petto. Ricorda la settimana scorsa, quando ha rifiutato un cinema con gli amici perché devo lavorare. Ricorda i tre anni di rimandi al mare, nonostante i soldi ci fossero, ma sempre spese più ragionevoli.
E se poi rimpiangerà? chiede.
Rimpiangerò di aver mangiato il panino? ride. Allora rimpiangerò di essere sazia. Seriamente, rimpiango solo di non aver detto al marito: basta contare, usciamo. Questo è il vero rimpianto.
Si ferma, guarda altrove.
Per questo dico a tutti: non aspettate di vivere. Vivete adesso, a piccoli passi.
Il cardiologo, grida linfermiera dalla porta. Numero ventidue.
Sono io, si alza Tiziana, appoggiandosi al bastone. Vado a vedere quanti panini mi spettano ancora.
Strizza locchio a Luca e se ne va verso la stanza.
Luca resta seduto. Il telefono sul grembo si spegne. Ricorda che è venerdì, e al cinema cè il film che voleva vedere da tempo. Automaticamente pensa: devo finire il rapporto. Ma nella sua testa riecheggia la voce di Tiziana e il panino.
Apre lapp per i biglietti, sceglie la serata, chiama un amico.
Andiamo al cinema stasera? dice. Sì, il rapporto può aspettare domani.
Sorprende se stesso. Dentro si sente più leggero, come se avesse compiuto un piccolo passo lontano dal perpetuo dopo.
Estate di campagna Terza storia. Lestate in campagna
Giulia è al fuoco nella casa della nonna, mescolando la marmellata. Fuori fa caldo, le mosche ronzano lente alla finestra. Sul davanzale ci sono i cetrioli appena colti dal orto. Dentro, dietro al muro, il relógio ticchetta.
Non bruci? chiede nonna Giulia, mentre sbuccia le patate.
No, sto attenta, risponde Giulia.
È venuta da sua nonna per una settimana, per staccare dalla città e dal recente divorzio. La madre le ha detto che cambiare scenario le farà bene. Allinizio ha resistito, poi ha alzato le spalle.
Continua a mescolare, non distrarti, ricorda la nonna. La vita è come la marmellata: se smetti di guardare, scivola via.
Giulia sbuffa.
È già scivolata, mormona.
Cosa intendi? insiste la nonna.
Che siamo separati da Marco.
Giulia si ferma un attimo, pulendo le patate.
Separati? Davvero?
Sì.
E perché non lhai detto?
Che cosa potrei dire? alza le spalle. Non ha funzionato.
La nonna scuote la testa.
Prima la gente sopportava tutto. Oggi tutto è diverso.
Giulia si irrigidisce. Aspettava proprio queste lezioni: devi sopportare il marito, resistere, pensare ai figli, anche se non ne aveva.
Sopportavano perché non avevano scelta, dice la nonna. Ora invece cè scelta.
Silenzio, poi un sospiro.
Sai, anchio una volta mi sono allontanata.
Giulia guarda sorpresa.
Da dove sei partita?
Dal tuo nonno. Per una settimana.
Sul serio?
Sì. Il nonno beveva tanto, era arrabbiato, urlava. Una volta ha rotto il tavolo, le stoviglie volarono. Ho preso le cose, ho preso tua madre per mano e siamo andSiamo andate via verso la casa dei miei genitori, dove ho capito che la vera libertà è decidere di restare e ricominciare.




