Lho visto io
Era già sera, il corridoio dellufficio si allungava come un tunnel bagnato di luce gialla, quando la direttrice sbucò fuori dal suo studio e, con quella voce gentile che non lasciava spazio a rifiuti, le chiese se il giorno dopo avrebbe potuto seguire il report dei fornitori, ché tanto lei è affidabile.
Annachiara annuì, ma nella testa si formò il solito elenco: prendere Leonardo a scuola, passare in farmacia per le pillole di mamma, a casa controllare i compiti. Da anni viveva scivolando fra doveri, senza discutere, senza attirare sguardi: in ufficio la chiamavano sicura, a casa cera la pace.
Fuori, nella sera, camminava dalla fermata verso casa stringendo la borsa della spesa al fianco. Leonardo le trotterellava accanto immerso nel telefono, ogni tanto chiedeva: Posso ancora cinque minuti?. Lei diceva Più tardi, perché il più tardi arrivava sempre da solo.
Al semaforo davanti al centro commerciale di via Garibaldi, si fermò sul verde. Le auto erano schierate in doppia fila, clacson nervosi e luci intermittenti. Fece un passo sul passaggio pedonale proprio mentre dal lato destro schizzava fuori un SUV scuro, come sputato dal traffico. Sorpassò le macchine ferme e tentò di passare col verde-lampeggiante.
Il suono fu secco: un mobile pesante che cade. Il SUV centrò una Fiat Panda bianca che stava imboccando lincrocio. La Panda girò su se stessa, la parte posteriore scivolò sul passaggio pedonale. La folla indietreggiò, Annachiara strinse il braccio di Leonardo e lo tirò verso di sé.
Un attimo e tutto rimase immobile. Poi qualcuno urlò. Il conducente della Panda rimase chinato, impietrito. Dal SUV esplosero i cuscinetti dellaria e dietro il parabrezza apparve la faccia di un uomo che già cercava la portiera.
Annachiara appoggiò la busta a terra, estrasse il telefono e chiamò il 112. La voce delloperatore era distante, come se parlasse da unaltra città.
«Incidente allincrocio davanti il centro commerciale. Gente ferita», disse, scandendo le parole. «La macchina bianca è sul passaggio, non so se il conducente è cosciente».
Leonardo, bianco in viso, la guardava come se allimprovviso fosse diventata grande per davvero.
Mentre rispondeva alle domande delloperatore, un ragazzotto precipitò alla Panda, aprì lo sportello, parlò col conducente. Luomo del SUV se ne uscì sicuro, elegante, col cappotto buono e la testa scoperta: il modo di chi pensa che la vita sia solo un ritardo di volo.
Arrivarono lambulanza e poi una volante. Il poliziotto chiese chi avesse visto lo scontro. Annachiara alzò la mano. Sarebbe stato strano non farlo: era lì, proprio davanti.
«Mi dia i suoi dati», disse il carabiniere, sfoderando il taccuino. «Racconti comè andata».
Annachiara snocciolò nome, indirizzo, cellulare. Le parole uscivano asciutte, squadrate. Spiegò che il SUV arrivava dal lato destro, che la Panda era sul verde, che sul passaggio cerano le persone. Lui prendeva appunti.
Luomo del SUV si avvicinò, fingendo casualità, senza minaccia ma con uno sguardo che scivolava addosso gelido.
«Ne è sicura?» sussurrò, quasi distrattamente. «Cè una telecamera, si vede tutto».
«Ho detto ciò che ho visto», ribatté Annachiara. Subito le parve troppo secca, troppo scoperta.
Lui accennò un sorriso, tornò dal carabiniere. Leonardo la tirò per la manica.
«Mamma, andiamo a casa vero?»
Lispettore le restituì la carta didentità e disse che potevano richiamarla ancora. Annachiara annuì, prese la spesa, condusse Leonardo tra i cortili. A casa lavò a lungo le mani, anche se erano pulite. Leonardo tacque, poi chiese sottovoce:
«Quelluomo, lo metteranno in prigione?»
«Non lo so», rispose Annachiara. «Non decidiamo noi».
Di notte, nel sogno, si sentiva ancora il botto il SUV che spostava laria, come una balena nera e surreale.
Il giorno dopo in ufficio tentò di aggrapparsi ai numeri, ma la testa volava allincrocio. Dopo pranzo chiamarono da un numero estraneo.
«Salve, lei è stata testimone ieri», disse una voce maschile, cortese, senza presentazione. «Sono dei nostri, volevamo solo tranquillizzarla».
«Chi siete?» domandò Annachiara.
«Non importa. Sa, situazioni così sono delicate. I testimoni finiscono trascinati in tribunale per anni. Le serve davvero? Ha un figlio, un lavoro».
La voce era un consiglio, come sui detersivi. Eppure la pelle si raggrinò di paura.
«Nessuno mi mette fretta», sussurrò, ma la voce vibrò come un filo teso.
«Nemmeno vogliamo farlo», replicò. «Solo dica che non è sicura. Era veloce, confusionario. Così staremo tutti più tranquilli».
Annachiara interruppe e rimase a fissare il display. Poi nascose il telefono nel cassetto, come se ci rinchiudesse il ricordo.
La sera recuperò Leonardo a scuola, poi passò da mamma. Mamma viveva nel quartiere accanto, in una palazzina anni sessanta senza ascensore. Aprì la porta in vestaglia, lamentandosi subito della pressione e degli errori della dottoressa.
«Mamma», mentre sistemava le pillole, «se tu avessi visto un incidente e ti dicessero di non impicciarti, che faresti?»
Mamma la guardò stanca.
«Non mi impiccierei. Alla mia età non mi serve fare leroina. Nemmeno tu. Hai il tuo bambino».
Parole semplici, quasi gentili. Ma Annachiara si sentì delusa, come se mamma non credesse alla sua forza.
Il giorno dopo la chiamarono ancora, numero diverso.
«Ci preoccupiamo davvero», la voce tornava, familiare. «Quelluomo ha famiglia, fa errori come tutti. Ma chi testimonia viene sfinito per anni. Forse potrebbe scrivere che non ha visto limpatto».
«Io lho visto», disse Annachiara.
«Ne è sicura di voler entrare in questa storia?» adesso il tono si raffreddava. «Suo figlio va alla scuola Manzoni, vero?»
Annachiara sentì il gelo salire.
«Come lo sapete?» domandò.
«Città piccola», dissero quasi allegri. «Non siamo nemici. Vogliamo solo il suo benessere».
Chiuse la chiamata e rimase in cucina, fissando il piano in marmo. Leonardo svolgeva i compiti, la penna frusciava. Annachiara chiuse la porta a doppia mandata, anche se sapeva che contro le telefonate serviva a nulla.
Dopo qualche giorno, un uomo col giubbotto anonimo le si piazzò davanti al portone.
«Lei è di casa ventisette?» chiese.
«Sì», rispose automatica.
«Sono qui per quellincidente, niente paura». Alzò le mani: «Mi mandano amici di amici. Non sarebbe meglio evitare i tribunali? Basta dire che non è sicura, ci si pensa noi».
«Non accetto soldi», le sfuggì allimprovviso.
«Nessuno parla di soldi», sorrise lui. «Parliamo di tranquillità. Ha un figlio, mi capisce. Tempi agitati, a scuola può succedere di tutto, a lavoro peggio. Perché aggiungere problemi?»
Recitava la parola problemi come si parlasse di rifiuti da portare fuori.
Annachiara salì, non rispondendo. Solo a casa si accorse che le mani tremavano. Posò la borsa, si tolse il cappotto, andò da Leonardo.
«Domani ti vengo a prendere personalmente», disse seria. «Aspettami alluscita».
«Che succede?» chiese lui.
«Nulla», mentì. Sentì che quella bugia stava diventando una creatura propria.
Lunedì le arrivò la convocazione. Doveva presentarsi al commissariato per testimoniare sullincidente. Il foglio ufficiale sembrava un peso di pietra tra i documenti.
La sera la direttrice la trattenne.
«Ascolta», disse chiudendo lo studio, «son venuti da me. Molto educati. Dicono che sei testimone e ti conviene non agitarti. Non voglio che mi vengano in ufficio a parlare dei miei dipendenti. Stai attenta».
«Chi erano?»
«Hanno evitato le presentazioni. Gente… sicura di sé», fece spallucce. «Dico solo che è meglio lasciar perdere. Arrivano verifiche, rapporti. Se scoppiano telefonate, ci complichi la vita».
Uscì sentendo che le toglievano la voce, e anche quel piccolo rifugio dietro ai fogli di Excel.
A casa ne parlò a Marco, suo marito. Lui mangiava il minestrone, ascoltava, poi posò il cucchiaio.
«Capisci che può finire male?»
«Lo capisco», rispose.
«E allora perché?» Non era duro, solo stanco. «Abbiamo il mutuo, tua madre, nostro figlio. Vuoi che ci perseguitino?»
«No», murmurò Annachiara. «Ma io ho visto».
Lui la guardò con aria di chi sente un bambino dire cose senza senso.
«Hai visto e basta», disse. «Non devi niente a nessuno».
Non discutere equivaleva ad accettare il peso della scelta e a volte la scelta schiaccia più delle minacce.
Il giorno della convocazione si svegliò prima, preparò la colazione a Leonardo, controllò la carica del telefono. Nella borsa il passaporto, la convocazione, un quaderno. Alla fine scrisse ad Alessia, amica storica, dove stava andando e quando pensava di essere libera. Arrivò una risposta asciutta: «Ok. Fammi sapere».
Il commissariato odorava di carta e tappeti umidi allingresso. Lasciò il cappotto a un gancio e seguì il piantone fino allufficio dellispettore.
Era giovane, volto esausto. Le offrì la sedia, accese il registratore.
«Lei sa cosa comportano le dichiarazioni false?» chiese.
«Sì», annuì Annachiara.
Lispettore domandava piano, senza pressioni. Dove si trovava, quale semaforo, da che lato arrivava il SUV, se aveva percepito la velocità. Annachiara rispondeva evitando le parole superflue. A un tratto, lui la fissò.
«Le hanno telefonato?»
Annachiara esistò. Dire di sì significa ammettere che era già toccata. Negare la lasciava sola.
«Sì», disse infine. «Telefonate e un incontro sotto casa. Mi hanno suggerito di dire che non so».
Lispettore annuì come se fosse certo.
«Ha i numeri?»
Annachiara cercò nel telefono, mostrò le chiamate. Lui appuntò i dati, le fece fare dei screenshot da inviare via mail. Lo fece davanti a lui, le dita rigide.
Poi la accompagnarono in corridoio per lindentificazione. Seduta sulla panca, borsa in grembo, vide alla fine del corridoio luomo del SUV. Parlava basso con lavvocato, passandole accanto con occhi quieti e stanchi, da chi sa che tutto si risolve.
Lavvocato si fermò.
«Lei è la testimone?» sorrise gentile.
«Sì».
«Le consiglio di essere prudente nelle parole», disse con la stessa voce leggera. «Lo shock confonde. Non vorrà pagare per errori altrui».
«Voglio dire la verità».
Lavvocato alzò lievemente il sopracciglio.
«La verità è personale», commentò andando via.
Le mostrarono alcune foto, le chiesero di indicare il guidatore. Annachiara lo fece, poi firmò il verbale. La penna lasciava linee chiare, e questo la tranquillizzava. Un segno non si cancella con una telefonata.
Uscì che era già buio. Camminò verso la fermata guardandosi spesso attorno. Sul bus, sedette vicino al conducente si cerca protezione dove si può.
A casa Marco non parlava. Leonardo spuntò dalla stanza.
«Come è andata?»
«Ho detto ciò che ho visto», rispose Annachiara.
Marco sbuffò.
«Lo sai che ora non ti lasceranno stare?»
«Lo so», ripeté lei.
Quella notte Annachiara restò sveglia, ascoltando le porte nel palazzo aprirsi e chiudersi, passi sulle scale. Ogni rumore era uno squillo nel buio. Al mattino portò Leonardo a scuola di persona, anche se era scomodo. Chiese alla maestra di non lasciarlo uscire con estranei, nemmeno da parte di mamma. Linsegnante guardò con attenzione, annuì.
In ufficio la direttrice divenne fredda. Le affidavano sempre meno, come se fosse pericolosa. Sentiva gli sguardi dei colleghi, veloci, che non volevano toccarla neppure con le parole. Intorno, lo spazio vuoto.
Per una settimana i telefoni tacquero, poi arrivò un messaggio sconosciuto: «Pensi alla famiglia». Senza firma. Lo mostrò allispettore. Lui rispose secco: «Registrato. Avvisi se accade altro».
Non si sentiva protetta, ma almeno parole e precauzioni non andavano perse.
Una sera la signora Concetta del primo piano la intercettò allascensore.
«Ho sentito di quello che ti è successo», bisbigliò. «Se hai bisogno, mio marito è spesso a casa. Chiama. E per la telecamera del portone, la piazziamo insieme, se vuoi».
Concetta lo disse con semplicità, come se parlassero di cambiare suoneria al citofono. Annachiara sentì pungere le lacrime.
Dopo un mese venne lennesima convocazione. Lispettore spiegò che il caso andava in tribunale, che ci sarebbero state altre udienze, che la giustizia non promette giustizia. Parole di procedure, perizie, schemi.
«Nessuno più lha minacciata?» chiese.
«No», rispose Annachiara. «Ma aspetto sempre».
«Normale», disse lui. «Cerchi di vivere come prima. Se cè altro, ci avvisi subito».
Uscì dal commissariato pensando che normale fosse una parola straniera. La sua vita era cambiata. Ora cambiava strada, non lasciava Leonardo solo in cortile, aveva registratore sul telefono, avvisava la sua amica quando arrivava a casa. Non si sentiva forte, si sentiva solo una che tiene la linea per non cadere.
In tribunale, quando dovette testimoniare di nuovo, rivide luomo del SUV. Seduto dritto, serio, scriveva appunti. Non la guardava, e quello era peggio di uno sguardo: Annachiara era il dettaglio obbligatorio.
Quando le domandarono se fosse sicura, sentì una vertigine. Vide Leonardo al cancello della scuola, la direttrice con la bocca stretta, mamma che diceva non impicciarti. Eppure rispose:
«Sì. Sono sicura».
Dopo ludienza Annachiara si fermò sui gradini. Le mani gelate dentro i guanti. Alessia scrisse: «Come stai?». Annachiara rispose: «Viva. Sto tornando».
Passò dal negozio sotto casa, prese pane e mele. Bisognava comunque cenare. Lassurdo: il mondo non si ferma, pretende azioni normali.
Davanti alla porta cera Leonardo.
«Mamma, vieni alla riunione oggi?»
Guardandolo, Annachiara capì che era per quel momento che resisteva.
«Sì, ci vengo. Prima ceniamo».
Quando chiuse la porta con due giri di chiave, e la catenella, lo fece senza paura, solo come fa chi ha imparato un nuovo modo di vivere. Il prezzo era in quel silenzio ci si allena alla calma. Non cera gloria, né ringraziamenti, né eroismi. Ma rimaneva la certezza semplice e pesante: non si era nascosta da ciò che sapeva, e non doveva più scappare da se stessa.






