Sotto il giogo materno
A trentacinque anni, Lucia era una donna timida, direi quasi schiacciata dalla sua stessa insicurezza. Non aveva mai avuto una relazione, nonostante lavorasse da tempo come contabile: da quando aveva finito listituto tecnico a Milano, era rimasta sempre nello stesso posto.
Non aveva mai prestato molta attenzione al proprio aspetto, indossava vestiti larghi, era un po robusta e sempre con lo sguardo spento e le labbra rivolte verso il basso. Sua madre, Federica, laveva avuta a diciotto anni, e la paternità era sempre rimasta un mistero. Così, Lucia era cresciuta a Parma nella casa della nonna paterna; lì aveva finito il liceo, prima di trasferirsi da sua madre per frequentare luniversità.
Mentre Lucia cresceva in provincia, Federica si godeva la vita in città, tra feste e avventure: cambiava uomini e abiti, lavorava ma senza troppi pensieri, sempre affascinante e spregiudicata. Tornava a Parma una volta al mese o meno, portava a Lucia qualche giochino, poi spariva di nuovo. La nonna era una donna severa: Lucia non aveva mai ricevuto né amore né dolcezze, né da lei né dalla madre.
A oggi, Lucia vive ancora in appartamento con Federica a Milano. Federica, poco sopra i cinquanta, pareva ancora una ragazza: sempre elegante, curata, cosmetici costosi, frequentava centri benessere e qualche appuntamento. Lucia era lesatto opposto.
Finalmente, prima di concludere unaltra giornata di lavoro, Lucia passò tutti i documenti alla collega che lavrebbe sostituita in ferie e uscì.
Ecco le ferie, finalmente, pensava, la tredicesima è in borsa. Peccato, mamma mi prenderà anche stavolta tutti i soldi. Le ferie passate chiusa in casa, che vita. Non riesco mai a impormi, non sono più una bambina eppure lei mi controlla, pretende fino allultimo centesimo della mia paga. Non ho mai voce in capitolo
Appena varcata la porta di casa, vide Federica sulla soglia ad aspettarla.
Finalmente sei arrivata, disse la madre, allora, hai preso la tredicesima? Dai, passa qui.
Sì, mamma, te la do, fammi almeno togliere la giacca.
Hai tempo per toglierti la giacca
Lucia aprì la borsa per cercare il portafoglio.
Madonna, ma esci con quella borsa sgangherata, proprio da vecchia; non ti vergogni? attaccò subito la madre.
Lucia rimase interdetta, si riempì gli occhi di lacrime.
E dove li trovo i soldi per una borsa nuova? Tu mi prendi tutto, fino allultimo Euro, le sfuggì di bocca, stupendosi lei stessa di aver replicato.
Hai la borsa vecchia, ma anche tu sei trasandata e troppo in carne. Dimagrisci e datti una sistemata! continuò sprezzante la madre. Mi vergogno a uscire con te.
Ti vergogni? Lucia quasi gridò. Non ti vergogni a prenderti i miei soldi, invece? Tanto io non esco mai con te! urlò, poi, infuriata, uscì di casa di corsa.
Scesa le scale quasi alla cieca per le lacrime, uscì dal portone e si sedette su una panchina, nascondendo il viso tra le mani. Il tempo passò senza accorgersene, finché sentì una voce:
Lucia, perché sei qui? Alzando lo sguardo, vide la vicina anziana, Anna Rossi, che abitava nel palazzo accanto al piano terra. Stai piangendo? Anna si sedette accanto, prendendole la mano. Cosa succede, è così grave da farti disperare?
Lucia non resse e raccontò tutto ad Anna.
Mia madre mi prende tutti i soldi, compra per sé cosmetici, abiti costosi, e io sono sempre vestita male. È colpa mia, sono sempre stata troppo arrendevole; non ho mai saputo rispondere né alla nonna né a mia madre. Lei è autoritaria e sgradevole
Anna scuoteva la testa, mentre Lucia si vergognava di parlare così della madre.
Ovvio che sono una sfigata, e ora penserete pure che sono una pettegola
Anna conosceva da tempo Federica, che non la stimava, e guardava Lucia con compassione, intuendo che la figlia fosse schiacciata dalla madre.
Ascoltami Lucia, smettila di piangere, sei una donna adulta, devi pensare a te stessa.
Donna, io? Anna nessuno mi ha mai voluto bene.
Senti, devi allontanarti da tua madre, subito! Lucia rimase allibita.
Dove vuoi che vada? Con quel che prendo non posso affittare casa a Milano. E poi lei si arrabbierebbe, dovevo darle la tredicesima, non ne ho più potuto sono uscita così, istintivamente.
Allora, hai preso la tredicesima e lei non ti è riuscita a portarla via. Non preoccuparti per tua madre, sa come cavarsela, ha i suoi soldi. Pensa a te stessa. Potresti venire nella mia casa di campagna fuori Modena; lha costruita mio marito anni fa, ci si sta bene. Sei in ferie, no? Non ti chiedo nulla, vieni pure.
Anna, ma non ti dà fastidio ospitarmi? chiese timida Lucia.
Ma va, ti conosco da una vita. Aspetta un attimo, ti porto le chiavi e ti segnalo lindirizzo e il mio numero.
Lucia arrivò alla stazione centrale, prese il biglietto del treno regionale e si sedette vicino al finestrino, osservando i passeggeri. Mentre il treno era fermo sul binario, guardava la gente che passava veloce, avanti e indietro. Era la prima volta che lasciava Milano: casa, lavoro nessuno la notava, e questo la rassicurava. Guardava fuori il paesaggio che cambiava. Arrivata alla fermata giusta, scese. La casa di Anna era a pochi minuti a piedi. Entrò aprendo il cancello col mazzo di chiavi.
La avvolse un silenzio irreale, si sedette su una vecchia poltrona.
Che pace che meraviglia il silenzio, essere finalmente sola, comè strana questa libertà, pensava.
La madre non poteva più controllarla né insultarla. Sul tavolo vide il telecomando del televisore e lo accese. Cera un talk-show, uno di quelli che normalmente Federica le impediva di vedere, sempre cambiando canale verso i suoi programmi preferiti senza pensare ai gusti della figlia.
Guardi solo robe sciocche, ma che ci si può aspettare da te, la scherniva la madre, e Lucia non reagiva mai, abbassava la testa a ogni insulto. Non avrebbe nemmeno immaginato di controbattere.
Lucia fece un giro della casa, accese il frigorifero e vi mise i tortellini, il parmigiano e uno yogurt, che aveva comprato prima di partire, al supermercato della stazione.
Cucinò i tortellini, mangiò di gusto e finalmente si calmò.
Che bello essere sola, pensava sorridendo.
Qualche tempo dopo, il suo cellulare squillò: era sua madre.
Eccoti, sei scappata, ti ho vista con Anna seduta sulla panchina. Vediamo quanto resisti, tanto torni subito. Ti sei fatta convincere da gente estranea. Non ti aiuterà nessuno, tanto sei negata. Senza di me sparisci
Lucia interruppe la chiamata: ormai sapeva che sarebbe arrivata una valanga di parole cattive. Stranamente, non si sentì nemmeno triste. Più tardi chiamò Anna Rossi.
Lucia, come va in casa? Ti sei ambientata?
Sì, grazie mille Anna.
Domani passa mio nipote Stefano. Ti porta le tue cose.
Le mie cose?
Federica mi ha portato un borsone e ha detto: visto che ti prendi mia figlia, ti devi prendere anche la sua roba
Va bene, Anna, come lo riconosco?
Arriva con la macchina, conosce la casa, è alto, porta gli occhiali
Non sarà un disturbo?
Lucia, basta domande strane, sei cresciuta, impara a pensare a te stessa, e soprattutto abbi cura di te! Comprati qualche vestito nuovo, di fondo sei una bella donna, ti sei trascurata troppo. Dai, cerca di volerti bene. Un abbraccio.
Lerba era lucida di rugiada, lontano abbaiava un cane, cinguettavano gli uccelli.
Lucia ripensò alle parole della vicina e si specchiò.
In fondo, occhi belli li ho, anche se tristi. Capelli folti, sempre raccolti in uno chignon come le anziane Sì, mamma ha ragione, devo dimagrire.
Quella notte Lucia dormì senza mai svegliarsi, profondamente. Al mattino aprì gli occhi e vide la luce che filtrava dalle tende, il sole faceva brillare la rugiada, i canti degli uccelli la accompagnavano.
Che mattina stupenda, pensò stirandosi.
Poi si preparò il caffè trovato in cucina e guardò la tv. Le venne una nuova idea: cambiare lavoro, cercare una casa in città, perché dalla casa di campagna era scomodissimo raggiungere Milano. Dimenticò persino la madre. Il cuore batteva forte; sentiva che la sua vita stava per cambiare.
Finalmente vivrò da sola, senza dipendere più da mamma, pensava, quando sentì bussare piano alla porta.
Oddio, chi sarà? si chiese guardinga, ma aprì.
Sulla soglia cera un uomo alto, con gli occhiali e un grande borsone.
Buongiorno, si presentò con un sorriso, sono Stefano, lei è Lucia?
Sì, entri pure, rispose.
La zia Anna mi ha chiesto di portarle le sue cose e di aiutarla se serve. Ho la macchina fuori dal cancello, se le serve andare a fare la spesa, disse Stefano, con un tono caldo e gentile. Non sia timida, Lucia, zia Anna mi ha parlato tanto di lei so la sua storia, mi scusi.
Così Lucia conobbe il suo futuro marito. Stefano la apprezzò subito, e dato che il suo primo matrimonio era naufragato, si affezionò intensamente. Lucia, innamorata, cambiò improvvisamente: sparì la goffa esitazione, la tristezza negli occhi. Dimagrì, voleva essere attraente per luomo che amava. Andò dal parrucchiere e si prese cura di sé come non aveva mai fatto.
Ma sono davvero io? sorrideva davanti allo specchio, ritrovando la luce dentro gli occhi.
Stefano la portò a vivere con sé a Milano.
Lucia, ho sempre desiderato una donna come te: premurosa, sincera, generosa. Sposiamoci, non perdiamo altro tempo, ormai non siamo più ragazzi.
Lucia accettò subito: sentiva di aver avuto fortuna. Si somigliavano persino. Il matrimonio fu modesto, tranquillo: invitarono anche Federica. Lei, ovviamente, non risparmiò la solita ironia davanti a tutti, ma Anna Rossi la rimise subito al suo posto. Federica se ne andò di malavoglia, nessuno se ne accorse; Lucia non si scompose minimamente.
I parenti di Stefano accolsero Lucia con affetto. Lui la guardava innamorato e pensava:
Prima o poi, la felicità arriva per tutti: è arrivata anche per noi.
Poco dopo, Lucia aspettava un bambino, e la gioia fu doppia. Anche se la felicità era arrivata tardi, finalmente era sua. Aveva dimenticato la vita passata sotto il controllo della madre; aveva trovato in sé la forza di cambiare vita. Non era solo più bella allesterno, ma anche rifiorita dentro, perché finalmente aveva imparato ad amare se stessa e Stefano.
Grazie se avete letto fino in fondo. Auguro a tutti tanta fortuna!





