L’Incanto della Presenza: Un Viaggio nella Realtà Immersiva

Al mattino, quando le finestre dei palazzi vicini lasciavano ancora timide scintille di luce, Antonio era già seduto al tavolo del suo monolocale e fissava lo schermo. Sul monitor ruotava lentamente un modello tridimensionale della stanza, al centro del quale aleggiava una scritta semitrasparente: «Sessione fallita». Sotto, una colonna rossa di log scorreva come uno scontrino infinito.

Tolse gli occhiali, si appoggiò al naso e guardò il visore VR accanto a lui. Il plastico opaco, scuro, mostrava ai bordi dei graffi sottili, come un cellulare sempre senza custodia. Antonio passò il pollice sopra di essi e si accorse di accarezzare il dispositivo come se fosse vivo. Sorrise, poi ritirò la mano.

In cucina il fornello cantò il suo sibilo. Si alzò, preparò un caffè e tornò al tavolo. Laria si riempì di un profumo di caffè mescolato al caldo odore della plastica del computer. Il solito mix mattutino. Bevve il primo sorso, aprì la posta elettronica e trovò un messaggio nuovo da parte del produttore del progetto.

«Antonio, ciao. Il cliente vuole vedere una demo completa entro fine mese, con un wow emotivo. Puoi?»

Il termine «wow» gli rimase impresso come una spina. Avrebbe potuto rispondere che i ricordi non si costruiscono su una Specifica, che l«effetto emotivo» non è un pulsante. Ma da quasi dieci anni lavorava nello sviluppo commerciale e sapeva che bisognava rispondere in modo diverso.

«Ciao. Ci pensiamo. Serviranno dati reali per il test. Preparo i protocolli», scrisse, e dopo aver premuto invia, rimase un minuto a fissare lo schermo vuoto dove era appena comparso il messaggio. Poi sospirò, girò la sedia verso il visore e lo prese tra le mani.

Il progetto si chiamava ReVivi. Nelle presentazioni lo descrivevano come «piattaforma VR per una reinterpretazione sicura dellesperienza personale». Dentro il team lo chiamavano più semplicemente «gioco di memoria». Lidea non era sua, ma era stato lui a scrivere gran parte del nucleo. Un algoritmo che, a partire da video, dati geolocalizzati, foto e frammenti di testo, ricostruiva per lutente una scena non una copia esatta del passato, ma un modello denso e simile. La piattaforma colmava le lacune, aggiungeva suoni, luci, piccoli dettagli, così che la mente non inciampasse.

In teoria suonava bene. In pratica bisognava fare compromessi: talvolta sacrificare il realismo per il comfort, talvolta mantenere le imperfezioni per far percepire allutente che si trattava ancora di una ricostruzione, non di un sogno.

Premette il pulsante sul visore. Un piccolo indicatore si accese di una luce tenue. Pose il dispositivo di nuovo sul tavolo, aprì il progetto sul suo computer e tornò a fissare il codice.

Nel pomeriggio si diresse verso lufficio. La metropolitana era già piena di gente in giacche pesanti e piumini. Nel vagone qualcuno ascoltava musica senza cuffie, altri sfogliavano riviste. Antonio, fermo alla porta, osservava il suo riflesso sul vetro. Il naso sembrava un po più grosso rispetto alla giovinezza, i capelli si facevano più rari sulla sommità. Quei dettagli gli ricordavano che i quaranta non erano più davanti a sé, ma ormai dietro.

Lufficio della startup si trovava in un vecchio centro direzionale alla periferia di Milano. Facciata grigia, porte di vetro, tornelli allingresso. Al piano dove sedeva il team si respirava il profumo di caffè e pizza. Spazio aperto con file di scrivanie, qualche sala riunioni con pareti di vetro, in un angolo una zona con divanetti e una console.

Oh, Antonio, ti stavamo cercando lo salutò Marco, il giovane sviluppatore con una felpa sportiva recante il logo del progetto.

Chi è di nuovo? Antonio posò lo zaino vicino al suo posto.

Il produttore. Con il cliente. Sono in arrivo.

Antonio annuì, accese il portatile, lanciò unocchiata al monitor dove il sistema si caricava lentamente, e si diresse verso la sala riunioni.

Allinterno cerano già tre persone. Il produttore, un uomo asciutto di trentacinque anni in camicia senza cravatta; al suo fianco una donna in completo scuro, rappresentante del cliente; e un altro giovane con un tablet.

Antonio si alzò il produttore ti presento Serena, stratega di prodotto dal lato cliente.

Buongiorno disse Antonio.

Stiamo definendo il posizionamento intervenne Serena. Vogliamo che gli utenti percepiscano non solo un divertimento, ma uno strumento per lavorare su se stessi, senza però un carico psicologico pesante.

Antonio si sedette, poggiò le mani sul tavolo.

Tecnologicamente possiamo ricostruire gli eventi con buona precisione spiegò ma è fondamentale capire che si tratta di una ricostruzione. Il nostro sistema colma i vuoti per evitare rotture immersive. Altrimenti la mente espellerà lutente.

Potete, interruppe Serena, rendere le scene un po migliori della realtà? Luci più calde, voci più piacevoli, conflitti smussati. Così la gente vorrà tornare.

Antonio sentì un nodo stringersi.

Questo non è più lavoro su se stessi osservò. È fuga.

Le persone fuggono già rispose Serena con calma. In serie, sui social, nei giochi. Noi offriamo un formato più consapevole. Limportante è non creare scenari traumatizzanti.

Il produttore intervenne rapidamente:

Inseriremo due modalità: realistica e protettiva. Lutente sceglierà.

Antonio voleva obiettare, ma incrociò lo sguardo del produttore, che annuì appena. Non era il momento.

Tornato al suo tavolo, rimase immobile, senza toccare la tastiera. Le parole di Serena gli giravano in testa: «un po migliori della realtà». Ricordò una scena testata pochi giorni prima: la laurea del figlio. Allora era ancora grezza, ma il momento in cui il ragazzino in giacca, a pochi centimetri più basso del padre, saliva sul palco per il diploma, era sorprendentemente vivo.

In realtà, durante quella cerimonia, Antonio non aveva guardato il figlio; era rimasto sul cellulare a rispondere alle email del progetto. La ex moglie gli ricordò più tardi quellepisodio. Nella ricostruzione lui era nel corridoio tra le file, girava tutto con una videocamera, sorridendo fino alle guance. Il figlio, voltandosi, gli agitava la mano.

Quella sera, rientrato a casa, lanciò di nuovo quella scena. Il visore avvolse la sua testa, tagliando la stanza con le pareti scrostate e il fruscio del frigo. Nellorecchio i suoni, la musica solenne. Il figlio appariva leggermente più alto, le spalle più larghe, il volto chiaro e sicuro. Antonio, nella ricostruzione, teneva la videocamera virtuale, ma il sistema lo riportò dolcemente sulla traiettoria stabilita. La scena era scriptata.

Al termine, tolse il visore e fissò un punto. Aprì il menù, trovò le impostazioni della scena e osservò i parametri: illuminazione +20%, contrasto +10%, applausi leggermente amplificati, il volto del figlio ritoccato con foto più recenti. Lo aveva fatto lui stesso, aggiungendo quel tocco di miglioramento. Allora sembrava innocuo; ora sentiva un disagio, come se avesse sostituito qualcosa di importante.

Il giorno dopo chiamò lex moglie.

Ciao disse, fermo alla finestra che dava sul cortile grigio. Ho bisogno di devo testare qualcosa con persone vere. Puoi venire?

È sicuro? chiese dopo una pausa.

È solo VR, non succederà nulla. Devo capire la reazione umana.

Lei accettò la sera. Entrò in un appartamento che era rimasto quasi immutato: gli stessi scaffali di libri, lo stesso divano logoro.

Tutto è rimasto congelato osservò, togliendosi la sciarpa.

È una questione di lavoro replicò.

Antonio le mostrò il visore, spiegò il funzionamento.

Vuoi vedere quale momento? domandò.

Qualsiasi cosa importante, con forti emozioni rispose, poi tirò fuori il cellulare. Ho un video del nostro primo viaggio al mare, quando il ragazzo temeva lacqua.

Antonio annuì, ricordando come quel periodo avesse trascorso più ore al laptop che sulle onde. Caricarono i file, lalgoritmo iniziò a elaborare. Sullo schermo corsero percentuali, la timeline si riempiva di dati geolocalizzati, i volti venivano trasformati in maschere 3D.

È inquietante commentò lei, osservando il processo. Interessante, ma sembra che penetri nella testa.

Non penetriamo, raccogliamo ciò che cè già rispose lui.

Quando la scena fu pronta, lui la aiutò a indossare il visore, sistemò la fascia, regolò gli auricolari.

Se ti senti a disagio, dillo subito. Fermerò tutto.

Lei annuì. Allinizio rimase in silenzio, poi scoppiò a ridere piano.

Corre sulla sabbia oh, guarda come cade! Ti ricordi? chiese al vuoto.

Il monitor mostrava solo dati di base: battito, respirazione, direzione dello sguardo. In un certo momento il battito aumentò.

Che è successo? domandò Antonio.

Lei tolse il visore, gli occhi brillavano.

Lì sei con lui nellacqua, mi tieni la mano. In realtà eri sul lettino a rispondere alle email. Ricordo quel dettaglio. Qui sei accanto a lui.

Antonio sentì un nodo in stomaco.

Lalgoritmo ha completato la scena spiegò. Con foto e schemi tipici. Non sa dove ero realmente.

Ma il cervello lo sa sussurrò lei. Ora ci sono due versioni. Una dove sei al cellulare, laltra dove sei con noi.

Si alzò, camminò per la stanza.

È pericoloso, Antonio. Le persone cominceranno a scegliere quale versione ricordare.

Ma già lo fanno, no? Foto, storie, tutto rispose lui.

È comunque la realtà disse lei. Qui mi sentivo bene, ma ora è vuoto.

Partì senza finire il tè. Antonio rimase solo, fissando il visore. Le parole della ex riecheggiavano nella sua mente: due versioni.

Una settimana dopo iniziarono i test interni con i dipendenti. Portavano chiavette USB, concedevano accesso a nuvole di foto. Alcuni volevano tornare allinfanzia, altri al primo appuntamento, altri al giorno della laurea. Marco lanciò una scena in cui, da ragazzo, stava davanti alla lavagna in uniforme scolastica. Dopo lesperienza tolse il visore e rimase in silenzio.

Allora? chiese Antonio.

Strano rispose Marco. Tutto è più bello. Linsegnante non urla, i compagni non ridono. Riesco a rispondere, a fare bene. Non sapevo di volere così.

Come ti senti ora?

Marco scrollò le spalle.

Da un lato è più leggero, dallaltro ho limpressione di essere stato ingannato. Ma è stata una scelta mia.

Antonio annotò le reazioni, trascrisse i commenti. Nei rapporti per il produttore scrisse freddamente: «aumento del livello soggettivo di soddisfazione», «riduzione dellansia», «effetto di attrazione verso la scena». Dentro di sé cresceva il dubbio se celebrare quei numeri.

Una sera il figlio lo chiamò.

Papà, ciao. Ho sentito parlare della tua cosa. Posso provarla anchio? Voglio vedere comè.

Antonio esitò.

È ancora grezzo.

Dai, non ho paura. Voglio vedere come funziona.

Accettò, fissarono il weekend. Il ragazzo arrivò con jeans e felpa, zaino alle spalle, e si guardò intorno.

Qui sembra un museo osservò, indicando il vecchio televisore e la pila di dischi.

Il lavoro viene prima dellarredamento replicò Antonio.

Si sedettero al tavolo, Antonio spiegò i principi.

Raccogliete tutto a pezzetti? chiese il figlio. Se non voglio che il programma legga le conversazioni?

Allora userà solo foto e video. Meno dati, più supposizioni.

Va bene, cominciamo con qualcosa di sicuro suggerì il ragazzo. Ti ricordi la vacanza al lago di Como, quando ero piccolo?

Antonio annuì, ricordando la strada di ghiaia, il barbecue arrugginito. Molti dettagli però erano sbiaditi.

Caricarono vecchie foto, qualche video salvato per miracolo. Il sistema impiegò più tempo, i formati erano datati, la qualità bassa.

Pronto? domandò Antonio.

Via.

Aiutò il figlio a indossare il visore, avviò la scena. Sul monitor comparvero i grafici. Il ragazzo rise, commentò a voce alta, poi si fermò. Il battito aumentò.

Papà disse, con voce più bassa perché il nonno qui non tossisce?

Antonio sussultò.

Cosa?

Lui cammina in giardino, sano. In realtà, al ritorno di quel giorno, stava già senza fiato, ricordi? Qui è più giovane, sembra che non abbia problemi.

Antonio affrettò la tastiera, sospese la sessione.

Il sistema ha usato foto più vecchie disse. Posso correggere.

Il figlio lo guardò.

Perché lo fai? chiese. A chi serve questa versione? A me? A te?

A volte la gente vuole ricordare i momenti felici rispose Antonio. Senza il dolore.

Ma il dolore è parte della vita ribatté il ragazzo. Se lo togli, che cosa resta?

Si alzò, girò per la stanza.

Capisci che qualcuno potrebbe restare intrappolato in questo? continuò. Alluniversità ci sono ragazzi che passano ore dentro i visori, confondono i ricordi reali con quelli artificiali. Non è un gioco.

Antonio provò irritazione.

Non sono un ragazzino per spiegarti la responsabilità replicò. Creiamo uno strumento, poi dipende da chi lo usa.

Il ragazzo sorrise ironico.

Comodo. Sei dentro e fuori allo stesso tempo.

Si mise lo zaino.

Devo andare, domani ho lezione presto.

La porta si chiuse dietro di lui. Antonio rimase solo, con un leggero ronzio nelle orecchie. Si sedette, aprì il programma e guardò i parametri della scena con il nonno. Il flag di correzione detà e salute era attivo, lo aveva inserito dopo varie richieste dei tester.

Nei giorni seguenti iniziò a lanciare scene personali: la laurea del figlio, lincontro con lex al liceo, una sera destate sul balcone a condividere languria. Nella realtà quel momento era quasi silenzioso; nella ricostruzione ridevano, scherzavano.

Un giorno si svegliò nel buio, incapace di ricordare lappartamento in cui avevano vissuto dopo le nozze. Solo la scena virtuale gli mostrava pareti più luminose, mobili più moderni rispetto al budget allora. Cercò di afferrare nella realtà gli scaffali, il divano, ma il ricordo reale era sfocato.

Nel frattempo lufficio si muoveva verso la grande dimostrazione per gli investitori. Il produttAlla fine, Antonio chiuse il visore, accettò i ricordi imperfetti e decise di vivere la sua vita nel mondo reale, senza più illusioni artificiali.

Rate article
Add a comment

;-) :| :x :twisted: :smile: :shock: :sad: :roll: :razz: :oops: :o :mrgreen: :lol: :idea: :grin: :evil: :cry: :cool: :arrow: :???: :?: :!:

1 × 1 =

L’Incanto della Presenza: Un Viaggio nella Realtà Immersiva