Caro diario,
oggi mi sono trovata di fronte a una frase che mi ha colpita come una stoccata di vento freddo: Luisa, sei impazzita a questetà! Hai già nipoti che vanno a scuola, e ora vuoi sposarti? era la voce della mia sorella Teresa quando le ho annunciato che mi sposerò.
Il matrimonio è fissato fra una settimana con Tommaso, quindi devo avvisare la sorella, ma non mi aspetto che venga alla cerimonia: viviamo ai poli opposti del Bel Paese, Milano e la Sicilia, e a sessantanni non ci si mette a fare feste chiassose con dolci amari sulle labbra. Ci limiteremo a scambiarci gli anelli in silenzio, solo noi due.
Potrei anche non sposarmi, ma Tommaso insiste. È il cavaliere che ti apre la porta dellappartamento e ti porge il cappotto quando scendi dalla macchina. Non vuole vivere senza il timbro del matrimonio sul passaporto. Che sei un ragazzino, vero? Io voglio una relazione seria, mi dice. E per me è davvero un ragazzino, nonostante i capelli dargento.
Al lavoro lo chiamano soltanto con nome e cognome; lì è serio e rigido, ma quando mi vede si trasforma, come se avesse rubato quarantanni alla sua età. Mi prende in una stretta e comincia a girare per le strade. Io mi sento felice ma imbarazzata, e mi preoccupo che la gente rida. Lui mi risponde: Che gente? Io vedo solo te. Quando siamo insieme ho la sensazione di essere gli unici al mondo.
Devo comunque dare la notizia a Teresa, che teme il giudizio della gente e soprattutto il mio defunto marito. Alla fine, con il cuore in gola, ho preso il telefono.
Luisaaa, ha esclamato con voce stridula quando ha sentito che mi sposo, è passato un anno da quando hanno seppellito Vincenzo, e già ti sei trovata una sostituzione!
Sapevo che la notizia lavrebbe scioccata, ma non immaginavo che la sua rabbia fosse rivolta al mio compagno scomparso.
Teresa, lo ricordo, ho interrotto. Chi fissa questi tempi? Dimmi un numero: quanto devo aspettare per essere felice senza subire condanne?
Lei ha riflettuto:
Beh, per buona educazione devi attendere almeno cinque anni.
Quindi devo dire a Tommaso: scusa, torna fra cinque anni, e io indosserò il lutto nel frattempo?
Teresa è rimasta in silenzio.
Che guadagno? Pensi davvero che in cinque anni nessuno ci giudicherà? Ci saranno sempre i pettegoli, ma a me non importa. Se insisti, cancellerò il matrimonio.
Non voglio essere estrema, ma sposatevi subito! Però non ti capisco né ti sostengo. Hai sempre avuto la testa tra le nuvole, non pensavi di arrivare così in fondo alla vecchiaia. Per favore, aspetta almeno un anno.
Non mi sono arresa.
Dici di aspettare un anno. E se a noi rimane solo un anno di vita, cosa facciamo allora?
Teresa ha sbuffato:
Fai come credi. So che tutti vogliono la felicità, ma hai vissuto così a lungo felicemente
Ho riso.
Teresa, sul serio? Hai creduto che fossi felice tutti questi anni? Anche io lo pensavo. Solo ora ho capito cosa sono stata: una cavalla da lavoro. Non sapevo che si potesse vivere diversamente, con gioia.
Vincenzo era un uomo buono. Abbiamo cresciuto due figlie, ora ho cinque nipoti. Lui mi ha sempre insegnato che la famiglia è il tesoro più grande. Non ho mai contestato. Prima lavoravamo per la famiglia, poi per le famiglie dei figli, infine per i nipoti. Oggi guardo indietro e vedo una corsa infinita verso il benessere, senza pause per il pranzo.
Quando la figlia maggiore si è sposata, avevamo già una cascina in Toscana, ma Vincenzo voleva espandersi: allevare carne per i nipoti. Affittammo un ettaro, ci strapazziammo con il carro dei buoi, e lui non dormiva mai prima di mezzanotte, alzandosi già alle cinque. Lanno intero vivevamo in campagna, uscendo in città solo per gli affari.
Altre volte trovavo il tempo di telefonare alle amiche, che vantavano vacanze al mare o serate a teatro. Io non potevo nemmeno andare al cinema o al supermercato.
Ci fu anche un periodo in cui non avevamo pane per giorni, perché il bestiame ci legava le mani e i piedi. Lunica cosa che ci dava energia erano i figli e i nipoti ben nutriti. La figlia più grande, grazie al nostro allevamento, cambiò lauto; la più piccola rifacciò lappartamento. Non era vano il nostro sforzo.
Unamica ex collega venne a trovarmi e disse:
Luigi, non ti riconoscevo! Pensavo fosse una vacanza al verde, ma sei quasi morto! Perché ti tormenti così?
Come altro? I figli hanno bisogno di aiuto, risposi.
I figli si aiuteranno da soli; tu dovresti viverti per te stesso.
Allora capii cosa significasse vivere per sé. Ora dormo quando voglio, vado al supermercato, al cinema, in piscina, a sciare. Nessuno soffre per questo. I figli non sono impoveriti, i nipoti non hanno fame. Ho imparato a vedere le cose comuni con occhi diversi.
Se prima raccoglievo foglie cadute e le vedevo come spazzatura, ora quelle foglie mi regalano allegria. Cammino nei parchi, le scuoto con i piedi e mi sento bambino. Ho imparato ad amare la pioggia, non più correndo a riparare le capre, ma guardando il cielo da una caffetteria accogliente. Solo ora ho scoperto quanto siano meravigliosi i nostri tramonti e le nuvole sopra Roma, quanto sia piacevole camminare sulla neve croccante. Il nostro paese è davvero bello, e tutto questo lo ho visto grazie a Tommaso.
Dopo la morte di Vincenzo, tutto è diventato un sogno. Un infarto lo portò via prima che arrivasse lambulanza. I figli venderono subito la cascina e mi riportarono in città. I primi giorni ero unombra, senza sapere cosa fare. Mi svegliavo alle cinque, giravo per lappartamento e mi chiedevvo dove andare.
Poi è arrivato Tommaso, il mio vicino di casa, che mi ha aiutato a trasportare le cose dalla cascina. Mi ha confessato che allinizio non provava altro che pietà per una donna smarrita, ma capì subito che ero viva e piena di energia, bastava solo tirarmi fuori dalla depressione. Mi portò a respirare laria del parco, mi comprò un gelato e mi invitò a nutrire le anatre nello stagno. Non avevo mai avuto il tempo di osservarle; ora li trovavo esilaranti, che si lanciavano sul pane.
Non ci posso credere, basta stare qui a guardare le anatre, dissi. Di solito ero troppo occupata a dar loro da mangiare, a pulire, a preparare il mangime
Tommaso mi prese la mano e sorrise: Aspetta, ti mostrerò un mondo nuovo. Ti sentirai rinata.
E aveva ragione. Come un bambino, ogni giorno scoprii qualcosa di nuovo e il passato divenne un sogno sbiadito. Non ricordo più quando capii quanto avessi bisogno di Tommaso, della sua voce, del suo sorriso, del suo tocco leggero. Ora so che senza di lui non potrei più vivere.
Le mie figlie non gradirono il nostro legame, dicendo che tradivo la memoria del padre. Mi sentii colpevole davanti a loro. I figli di Tommaso, invece, furono felici e dissero che ora il loro papà era sereno. Restava solo raccontare tutto a Teresa, e rimandai quel momento allultimo.
Quando vi sposerete? chiese Teresa dopo la lunga chiacchierata.
Venerdì prossimo.
Che posso dire? Felicità e amore in età avanzata, rispose fredda.
Il venerdì, Tommaso e io acquistammo il necessario, ci vestimmo a festa, chiamammo un taxi e andammo al municipio. Quando scendemmo dalla macchina, rimasi senza parole: davanti al registro cerano le mie figlie con i loro mariti e i nipoti, i figli di Tommaso con le loro famiglie, e soprattutto Teresa, con un mazzo di rose bianche, che sorrise tra le lacrime. Luigi! Sei arrivata grazie a me? non riuscivo a credere ai miei occhi.
Devo vedere a chi la consegno, rise Teresa.
Scoprii che nei giorni precedenti tutti si erano accordati per prenotare un tavolo in un caffè e festeggiare insieme.
Ora, qualche settimana dopo il nostro matrimonio, Tommaso è diventato la mia persona di riferimento. Ancora non riesco a credere a quanto sia felice, quasi a temere di rompermi.
Concludo questo diario con una lezione che ho imparato: non è mai troppo tardi per reinventarsi, per amare, per aprire il cuore a nuove esperienze. La vita non è una corsa senza sosta, ma un viaggio che può cambiare rotta in qualsiasi momento, purché si abbia il coraggio di seguirla.






