Diario di Martina 12 aprile
Oggi mi sono fermata a riflettere su tutto quello che è successo con Lorenzo. Siamo usciti insieme per sei mesi: un periodo in cui i piccoli difetti dellaltro mi sembravano addirittura intriganti e il futuro si colorava solo di tinte luminose. Lorenzo ai miei occhi era quasi impeccabile: brillante, con una buona posizione, molto colto, sempre ben vestito. I nostri weekend trascorrevano tra pasticcerie nascoste di Milano, passeggiate sui navigli, chiacchiere su vecchi film italiani, e il pensiero che avessimo le stesse passioni mi scaldava il cuore.
Poi, piano piano, si sono svelate le crepe. Io immaginavo una relazione fatta di complicità e collaborazione, mentre per lui sembrava contare soprattutto la comodità personale, evitando ogni fatica.
Una sera, durante una cena a casa mia gnocchi fatti da me e un bicchiere di Barbera lui, mentre versava il tè, mi ha detto, quasi come se parlasse daffari: «Senti, Martina, non ha senso continuare così, avanti e indietro tra i nostri appartamenti. Perché non andiamo a vivere insieme? Magari affittiamo un bel bilocale vicino al centro.»
Ho sorriso tra me e me: finalmente questo passo che aspettavo da tempo. Ma le sue parole dopo mi hanno fatto abbassare la tazza e guardarlo davvero, per la prima volta.
«Ci tengo, però, a mettere subito in chiaro le cose,» ha continuato, con il tono di uno che firma una polizza più che condivide la vita. «Siamo moderni, no? Pensavo di dividere le spese equamente: affitto, bollette, spesa… tutto cinquanta e cinquanta.»
Ho annuito. Pari opportunità, pensavo, daccordo.
«E la gestione della casa?» ho chiesto, certa che anche lì intendesse una divisione equa.
Lorenzo ha riso un po, poi, con quel suo sorriso smagliante, ha aggiunto: «Quello lo decide la natura, no? Tu sei donna, hai il senso della casa nel sangue. Quindi, cucina, pulizie, lavatrice… rientrano nelle tue competenze. Io darò una mano quando mi gira: magari butto la spazzatura o sistemo una mensola se cade. Ma lorganizzazione della casa è tua. Non vuoi forse essere la regina della tua dimora?»
È calato il silenzio. Mi sono seduta, cercando di mettere insieme i pezzi di quello che mi aveva appena detto.
Ma chi glielo fa fare di pagare una colf se esiste la donna che ama?
Non ho cercato lo scontro. Ho scelto di rispondere con la sua stessa moneta.
«Ti ho capito, Lorenzo,» ho detto con calma. «Vuoi unequa divisione delle spese, giusto. Pretendi anche una casa impeccabile: cena pronta, camicie stirate, pavimenti puliti. Ma io come te lavoro a tempo pieno. Non ho energie né voglia di passare le serate a fare la serva tra quattro mura.»
Lui si è irrigidito, ma non mi ha interrotta.
«Propongo una soluzione: dividiamo tutto, davvero. Invece che accumulare stress e litigate, prendiamo una colf che venga due volte a settimana pulizie, ferro da stiro, magari anche qualche piatto pronto. La paghiamo metà ognuno. Così nessuno è stremato, la casa resta pulita, e io posso concentrarmi sullatmosfera: qualche candela, qualche tenda bella.»
Il suo volto è cambiato. Prima smarrimento, poi un po di fastidio. Alla fine, gelo. Sembrava facesse i conti a mente e il risultato proprio non gli andava giù.
«Una sconosciuta in casa? Ma che spreco! Sei pur sempre una donna. Che ci vuole a cucinare una pasta per il proprio compagno? È un gesto damore, non un lavoro.»
Quando però la fatica femminile prende valore economico, allora ecco che tutto diventa questione di amore e vocazione. Cucinare è cura, ma condividere il carrello della spesa diventa una trattativa fredda.
«Guarda, Lorenzo, se dopo otto ore di lavoro mi metto ai fornelli mentre tu guardi la partita o una serie su Netflix, non è più cura: è sfruttamento. Se il budget è separato, è separato su tutto. O dividiamo TUTTI i compiti, o assumiamo qualcuno e applichiamo la stessa regola. Non posso accettare di pagare come te e lavorare il doppio, solo perché sono donna.»
Lui ha taciuto. La cena è proseguita nel silenzio. Poi solo un secco: «Ci devo pensare.»
Il giorno dopo, nessun messaggio dolce del buongiorno. La sera: Rientro tardi, sono in ufficio. Poi tre giorni di silenzio. Nessuna chiamata. Nessuna risposta alle mie. Sparito.
Dopo una settimana una nostra amica mi dice: «È finita perché, a detta sua, sei troppo interessata ai soldi, e poco di casa. Sei inadatta per la famiglia.»
Allinizio fa male. Sei mesi di sogni, di speranze. Ma poi, è arrivata la leggerezza. Ho compreso che la sua fuga era la risposta più chiara a tutte le domande: non gli interessavo io, cercava solo un nido accogliente pronto. Senza fatica propria.
Lorenzo è sparito, e meno male. Mi sono presa una colf tutta per me, e oggi torno a casa pulita, mi preparo una tisana al limone e penso: che fortuna non dover mai più servire chi non sa riconoscere il mio valore.





