Lultima estate a casa
Massimo arrivò un mercoledì, quando il sole era già alto verso il mezzogiorno e le tegole del tetto scottavano tanto che scricchiolavano sotto il calore. Linferriata del cancello era caduta dalle cerniere ormai tre anni prima; scavalcò piano e si fermò davanti alla veranda. Tre scalini, quello più in basso marcito completamente. Mise il piede sul secondo, controllò il peso, e salì.
Dentro, cera odore di aria viziata e di topi. La polvere uniforme copriva i davanzali, una ragnatela si tendeva dallarchitrave allantica credenza nellangolo del soggiorno. Massimo spalancò la finestra: il telaio cedette con fatica, ma poi laroma di ortiche riscaldate e di erba secca dellaia si buttò dentro la stanza come uno schiaffo. Girò tutte e quattro le stanze, facendo una lista mentale: lavare il pavimento, controllare la stufa a legna, sistemare il tubo dellacqua in cucina estiva, buttare via tutto ciò che era marcito. Poi telefonare a Federico, alla mamma, ai nipoti: Venite per agosto, passiamo insieme un mese come una volta.
Una volta. Erano passati venticinque anni da allora. Suo padre era ancora vivo. Ogni estate si radunavano tutti lì. Massimo ricordava il profumo della marmellata nel paiolo di rame, i fratelli che portavano secchi dacqua dal pozzo, la madre che la sera leggeva ad alta voce sotto il portico. Poi il padre morì, la madre si trasferì in città dal più giovane, la casa fu chiusa. Massimo tornava una volta allanno, solo per controllare che non avessero rubato qualcosa, e poi se ne andava. Ma quella primavera, qualcosa era scattato dentro: doveva provare a riportare tutto indietro, almeno per unultima volta.
La prima settimana lavorò da solo. Pulì la canna fumaria, sostituì due assi della veranda, lavò i vetri. Fece un salto in paese a comprare il colore e il cemento, si mise daccordo con un elettricista per il vecchio impianto. Il presidente della Pro Loco, incrociandolo fuori dal bar, scosse la testa:
Ma Massimo, perché spendere tempo e soldi qui? Tanto prima o poi la vendi.
Massimo rispose secco:
Non prima dellautunno, e tirò dritto.
Federico arrivò per primo, il sabato sera, con la moglie e i due figli. Sceso dallauto, si guardò attorno e fece una smorfia.
Ma davvero vuoi stare qui un mese?
Tre settimane, corresse Massimo. I bambini respirano aria buona, e anche tu ne hai bisogno.
Non cè nemmeno una doccia qui.
Cè la stanza da bagno, la preparo io stasera.
I bambini Matteo di undici anni e Giulia di otto si trascinarono svogliati verso laltalena che Massimo aveva appena fissato alla vecchia quercia. La moglie di Federico, Elena, entrò in casa senza dire nulla, tirandosi dietro una borsa della spesa. Aiutò a scaricare il resto. Federico era ancora corrucciato, ma stavolta tacque.
La mamma arrivò il lunedì, portata dal vicino in macchina. Entrò in casa, si fermò al centro del salotto e sospirò.
È tutto così piccolo, mormorò. Me lo ricordavo grande.
Sono più di trentanni che non vieni, mamma.
Trentadue.
Andò in cucina e passò la mano sulla vecchia pietra.
È sempre stato freddo qui. Papà diceva che avrebbe messo il riscaldamento, ma non ci è mai riuscito.
Nella sua voce Massimo sentì solo stanchezza, non nostalgia. Le versò del tè e la fece accomodare sul portico. La mamma rimase a lungo in silenzio, guardando lorto, e poi parlò: di quanta acqua doveva portare, dei dolori alla schiena dopo il bucato, delle chiacchiere dei vicini. Massimo capì che, per lei, quella casa non era un nido ma una vecchia cicatrice.
Quella sera, mentre la mamma dormiva, Massimo e Federico si sedettero accanto al fuoco nel cortile. I ragazzi dormivano già, Elena leggeva in stanza con una candela la corrente cera solo in metà casa.
Ma perché fai tutto questo? domandò Federico fissando le braci.
Volevo riunirci. Come un tempo.
Tanto ci vediamo ai pranzi di Natale.
Non è la stessa cosa.
Federico rise piano.
Sei sempre stato un sentimentale, Massimo. Pensavi che tre settimane qui ci facessero diventare una nuova famiglia?
Non lo so, rispose Massimo sinceramente. Volevo solo provare.
Il fratello tacque, poi con voce più morbida disse:
Bravo che ci hai provato. Ma non aspettarti miracoli.
Massimo non si aspettava miracoli. Però sperava.
I giorni seguenti passarono tra mille piccole incombenze. Massimo risistemò lo steccato, Federico aiutò a coprire il tetto del capanno. Matteo allinizio si annoiava e basta, poi trovò vecchie canne da pesca e si perse lungo il fiume. Giulia aiutava la nonna a tirare su linsalata nei solchi che Massimo aveva scavato allultimo minuto vicino al muro a sud.
Un pomeriggio, mentre tutti pitturavano la veranda, allimprovviso Elena scoppiò a ridere.
Sembriamo proprio una comune di una volta.
Almeno quelli avevano un programma, brontolò Federico, ma anche lui sorrideva.
Massimo notò che la tensione stava scemando. La sera mangiavano tutti insieme attorno al tavolo lungo sul portico, la mamma cucinava la minestra, Elena portava torte fatte con ricotta fresca della cascina. Si discuteva di sciocchezze: dove trovare la zanzariera, se valesse la pena tagliare lerba, se finalmente avevano aggiustato la pompa dellacqua.
Una sera, quando ormai i bambini dormivano, la madre disse:
Vostro padre voleva vendere questa casa. Già allora, un anno prima di morire.
Massimo rimase immobile con la tazza tra le mani. Federico si rabbuiò.
Perché?
Era stanco. Diceva che la casa era unancora. Voleva trasferirsi vicino allospedale, in città. Io ero contraria. Dicevo che questa era la nostra radice. Finimmo per litigare. Non la vendette, e poi se ne andò via prima di trovare pace.
Massimo appoggiò la tazza.
Ti senti in colpa?
Non so. Solo sono stanca di questo posto. Tutto qui mi ricorda quanto lho convinto e quanto lui non sia riuscito mai a riposarsi davvero.
Federico scivolò indietro sulla sedia.
Non ce lavevi mai detto, mamma.
Non me lavete mai chiesto.
Massimo la guardò bene. Seduta lì, con le mani rovinate dal lavoro, sembrava ancora più piccola e fragile. Capì che per la madre quella casa non era un tesoro ma un peso.
Forse dovevamo davvero venderla, disse a bassa voce.
Forse, rispose la madre. Però voi siete cresciuti qui. Questo qualcosa vorrà dire.
Ma cosa?
Lei alzò gli occhi verso di lui.
Che vi ricordate come eravate. Prima che la vita ci separasse tutti.
Quelle parole Massimo le capì solo più tardi. Ma il giorno dopo, quando lui, Federico e Matteo andarono sul fiume e il ragazzo pescò il suo primo pesce persico, Massimo vide il fratello abbracciare il figlio e ridere per la prima volta rilassato, contento davvero. E quando la sera la mamma insegnava a Giulia a leggere come aveva fatto col padre tanti anni prima, lui sentì nel tono di lei non più dolore, ma forse pace.
La partenza era fissata per domenica. Il sabato Massimo accese la sauna; tutti insieme fecero il bagno caldo e poi presero il tè sul portico. Matteo chiese se sarebbero tornati anche lanno dopo. Federico guardò Massimo, ma non rispose.
La mattina aiutò a caricare la macchina. La madre lo abbracciò stretta.
Grazie che ci hai invitato.
Speravo sarebbe stato tutto meglio.
È stato bello. Nel suo modo.
Federico gli batté una pacca sulla spalla.
Se vuoi vendere, vendi pure. Io non mi oppongo.
Vediamo.
La macchina partì, la polvere si posò. Massimo rientrò in casa. Fece un ultimo giro, raccolse gli ultimi piatti rimasti, buttò la spazzatura. Chiuse le finestre, serrò le porte. Dal taschino tirò fuori il vecchio lucchetto di ferro trovato nel capanno e lo mise al cancello. Era pesante, arrugginito, ma ancora solido.
Restò per un istante davanti al vialetto, fissando la casa. Il tetto regolare, la veranda solida, i vetri puliti. Sembrava viva. Ma Massimo sapeva che era una illusione. Una casa vive solo con dentro la gente. Per tre settimane era stata viva. Forse era abbastanza.
Salì in macchina e si avviò. Nel retrovisore vide il tetto scomparire tra i cipressi. Guidava piano sulle strade sconnesse, pensando che in autunno forse avrebbe chiamato il mediatore. Ma per ora per ora voleva solo ricordare quei giorni: la tavolata in veranda, la mamma che rideva alle battute di Federico, Matteo che mostrava fiero il pesce pescato.
La casa aveva fatto il suo compito. Li aveva riuniti. E forse questo basta, per lasciarla andare senza rimpianti.






