L’ultima estate nella casa di famiglia

Lultima estate a casa

Massimo arrivò di mercoledì, quando il sole già scaldava il tetto a tal punto che le tegole ballavano sotto il calore. Il cancelletto era caduto dai cardini da almeno tre anni, lui lo scavalcò e si fermò davanti alla scalinata dingresso. Tre gradini, quello più in basso ormai fradicio. Saggiò il secondo col piede, valutando se reggesse, poi salì.

Dentro, si respirava aria chiusa e odore di topi. La polvere copriva con uno strato uniforme i davanzali, in un angolo del soggiorno la ragnatela si stendeva dalla trave allantico buffet. Massimo aprì la finestra, la cornice cedette con fatica e nella stanza piombò laroma di ortica e erba secca del cortile. Fece il giro di tutte e quattro le stanze prendendo nota mentale: lavare i pavimenti, controllare la stufa, sistemare lacqua della cucina estiva, gettare via ciò che era marcito. Poi chiamare Gianni, la mamma, i nipoti. Dire loro: veniteci ad agosto, passiamo qui un mese come ai vecchi tempi.

I vecchi tempi venticinque anni prima, quando il padre era ancora vivo e passavano tutte le estati lì, tutti insieme. Massimo ricordava la marmellata cotta nel paiolo di rame, i fratelli che portavano secchi dacqua dal pozzo, la mamma che la sera leggeva ad alta voce in veranda. Poi il padre era mancato, la mamma si era trasferita in città dal figlio minore, la casa era stata chiusa. Massimo ci tornava una volta allanno per controllare, temeva che qualche ladro vi mettesse mano, poi ripartiva. Ma quella primavera qualcosa aveva scattato dentro di lui: bisognava tentare di ritrovare quellatmosfera. Almeno una volta.

La prima settimana lavorò da solo. Pulì il camino della stufa, cambiò due assi sulla scalinata, lavò i vetri. Si recò in paese a comprare vernice e cemento, si accordò con un elettricista per rifare limpianto elettrico. Il presidente della proloco, incontrandolo davanti al negozio, scosse la testa:

Ma, Massimo, chi te lo fa fare di rimettere mano a questo rudere? Tanto prima o poi la venderete.

Massimo rispose deciso:

Non la vendo almeno fino allautunno, e se ne andò oltre.

Gianni fu il primo ad arrivare, sabato sera, con la moglie e i due bambini. Scese dalla macchina, osservò il cortile e arricciò il naso.

Sul serio pensi che riusciamo a starci un mese?

Sono solo tre settimane, precisò Massimo. I bambini allaria aperta, farà bene anche a voi.

Neanche la doccia cè qui.

Cè la vecchia stufa a legna per il bagno. Stasera la scaldo.

I bambini, un ragazzo di undici anni, Pietro, e una bambina di otto, Giulia, si avvicinarono svogliati alle altalene che Massimo aveva appena appeso al vecchio noce. La moglie di Gianni, Francesca, senza una parola cercò di entrare in casa portando la borsa della spesa. Massimo aiutò a scaricare il resto. Il fratello era ancora contrariato, ma non disse altro.

La mamma arrivò il lunedì, accompagnata dal vicino in macchina. Appena entrata, si fermò al centro del soggiorno e sospirò.

Comè tutto piccolo, mormorò piano. Lo ricordavo più grande.

Non ci tornavi da trentanni, mamma.

Trentadue.

Si spostò in cucina, accarezzò con la mano il vecchio tavolo.

Qui faceva sempre freddo. Papà diceva che avrebbe installato il riscaldamento, ma non ci ha mai provato davvero.

Massimo sentiva che nella sua voce non cera nostalgia, ma stanchezza. Le versò un tè e la fece sedere in veranda. Mamma guardava il giardino, parlava di quanto fosse faticoso portare lacqua, di come faceva male la schiena dopo il bucato, delle chiacchiere dei vicini. Massimo ascoltava capendo che per lei quella casa non era un nido, ma una vecchia ferita.

La sera, quando la mamma andò a dormire, lui e Gianni restarono seduti davanti al fuoco nel cortile. I bambini dormivano già, Francesca leggeva nella stanza illuminata solo da una candela lelettricità arrivava appena.

Ma perché tutto questo? domandò Gianni, fissando le braci.

Volevo riunirci.

Ci vediamo anche ai pranzi di famiglia.

Non è la stessa cosa.

Gianni sorrise, amaro.

Massimo, sei sempre stato un sentimentalista. Pensi che tre settimane qua ci renderanno più uniti?

Non lo so, ammise Massimo. Ma volevo provarci.

Il fratello fece una pausa, poi rispose con dolcezza:

In fondo sono felice che tu ce labbia proposto. Ma non aspettarti miracoli.

Massimo non si aspettava molto. Ma sperava.

Nei giorni seguenti, furono solo impegni. Massimo sistemò la recinzione, Gianni diede una mano a rifare il tetto del fienile. Pietro, che allinizio si annoiava, trovò nel granaio delle vecchie canne da pesca e cominciò a passare le giornate sul fiumiciattolo. Giulia dava una mano alla nonna a diserbare lorto che Massimo aveva improvvisato contro il muro a sud.

Una volta, mentre tinteggiavano insieme la veranda, Francesca scoppiò a ridere.

Sembriamo una comune hippy!

Almeno loro avevano un piano, brontolò Gianni, ma sorrideva.

Massimo vedeva che la tensione diminuiva piano piano. La sera cenavano tutti insieme sul tavolino in veranda, la mamma preparava il minestrone, Francesca sfornava crostate col formaggio fresco comprato dal contadino. Si parlava di piccole cose: dove comprare zanzariere, se tagliare lerba sotto la finestra, se avessero sistemato la pompa.

Una sera, quando i bambini erano già a letto, la mamma disse:

Vostro padre voleva vendere questa casa. Un anno prima di morire.

Massimo rimase immobile, la tazza a mezzaria. Gianni si fece serio.

Perché?

Era stanco. Diceva che la casa era unancora. Sognava di trasferirsi in città, vicino allospedale. Ma io mi opponevo. Per me era importante tenerla, era parte della nostra storia. Discutemmo. Non la vendette, poi se nè andato.

Massimo pose la tazza sul tavolo.

Ti senti in colpa?

Non lo so. Sono solo stanca di questo posto. Mi ricorda ogni giorno che ho insistito, e papà non ha potuto godersi la serenità della città.

Gianni si appoggiò allo schienale.

Non ce lhai mai raccontato, mamma.

Non me lo avete chiesto.

Massimo guardava la madre. Seduta, le mani segnate dal tempo, ora la vedeva diversa: per lei quella casa era un fardello, non un tesoro.

Avremmo dovuto venderla, forse, sussurrò lui.

Forse, rispose lei. Ma qui siete cresciuti. Un valore cè.

Quale?

Lei lo fissò.

Il ricordo di come eravamo, prima che la vita ci separasse.

Quelle parole Massimo non le comprese subito. Ma il giorno dopo, quando andarono al fiume e Pietro prese il suo primo persico e Gianni lo abbracciò ridendo di gusto, vide il fratello finalmente allegro, senza pensieri. E la sera, mentre la mamma raccontava a Giulia di come su quella stessa veranda aveva insegnato a leggere a loro padre, Massimo sentì nella sua voce qualcosa di diverso. Forse una specie di pace.

La partenza fu fissata per domenica. Il sabato Massimo accese la stufa e fecero tutti insieme la sauna, poi tè in veranda. Pietro chiese se sarebbero tornati anche lanno dopo. Gianni guardò Massimo, ma non rispose.

Al mattino Massimo aiutava a caricare i bagagli. La mamma lo strinse forte.

Grazie per averci chiamati qui.

Speravo andasse meglio.

È stato bello, a modo suo.

Gianni gli diede una pacca sulla spalla.

Se vuoi vendere, non ho nulla in contrario.

Vedremo.

Lauto partì, la polvere si posò sulla strada sterrata. Massimo rientrò. Fece il giro di tutte le stanze, raccolse qualche stoviglia, portò fuori la spazzatura. Chiuse le finestre, serrò le porte. Tirò fuori dal taschino il vecchio catenaccio trovato nel granaio, lo agganciò al cancello. Era pesante, arrugginito, ma ancora solido.

Restò ai cancelli a guardare la casa. Il tetto rifatto, la scalinata sistemata, le finestre limpide. Sembrava una casa viva. Ma Massimo sapeva che era solo apparenza. Una casa vive se ci sono le persone dentro. Per quelle tre settimane era stata viva. Forse basta questo.

Salì in macchina e partì. La casa scivolò nel retrovisore, poi sparì tra gli alberi. Guidava lento sulla strada dissestata, pensando che in autunno avrebbe chiamato un agente immobiliare. Ma intanto avrebbe ricordato le sere passate insieme, la mamma che rideva a una battuta di Gianni, Pietro che mostrava orgoglioso il suo pesce.

La casa aveva svolto il suo compito: li aveva riuniti. Forse basta questo, per lasciarla andare senza rimpianti. La vera casa sono le persone che si amano, e portarne il ricordo è quello che conta di più.

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