Lultima estate nella casa
Ricordo ancora come se fosse ieri quel mercoledì in cui Pietro arrivò al vecchio casolare, quando il sole già batteva sulla tegola rossa e dal tetto saliva un leggero crepitio per il calore. Linferriata del cancello si era staccata dai cardini da almeno tre anni; Pietro la superò con passo lento e si fermò davanti alla scalinata. Tre gradini, il primo quasi del tutto marcito. Poggiò il piede sul secondo, soppesando, e poi proseguì.
Dentro, laria era stagnante e odorava di muffa e topi. La polvere copriva i davanzali come zucchero a velo; nellangolo del soggiorno una fitta ragnatela si stendeva tra la trave e la vecchia credenza di noce. Pietro aprì la finestra con fatica, e unondata di profumo di ortiche riscaldate e derba secca del cortile irruppe nella stanza. Visitò le quattro camere, appuntando mentalmente tutto ciò che andava fatto: lavare i pavimenti, controllare il camino, sistemare il rubinetto della cucina estiva, buttare tutto ciò che era marcito. Poi avrebbe chiamato Lorenzo, la mamma, i nipoti. Dire loro: Venite pure in agosto, passiamo insieme questo mese come una volta.
Una volta erano passati venticinque anni ormai, quando papà era ancora vivo e ogni estate ci raccoglievamo lì, tutti insieme. Pietro ricordava come insieme preparavano la marmellata nella pentola di rame, i fratelli che portavano secchi dacqua dal pozzo, la mamma che leggeva ad alta voce in veranda la sera. Poi papà era mancato, la mamma si era trasferita a Firenze, dal figlio più giovane, e la casa era rimasta chiusa. Pietro ci tornava una volta lanno, guardava se tutto era in ordine e ripartiva subito. Ma quella primavera qualcosa in lui era cambiato: sentiva che doveva provarci ancora. Almeno unultima volta.
Per una settimana lavorò da solo. Pulì la canna fumaria, sostituì due assi del portico, lucidò i vetri. Andò in paese a comprare pittura e cemento, e si accordò con Gianni, lelettricista, per sistemare limpianto. Il presidente della Pro Loco, incontrato fuori dal bar, scosse la testa.
Ma Pietro, perché spendere tempo e soldi qui? Tanto prima o poi venderai.
Pietro rispose secco:
Non prima dellautunno. E tornò al lavoro.
Lorenzo arrivò per primo, il sabato sera, con la moglie e i figli. Scese dalla macchina, guardò il cortile e fece una smorfia.
Davvero vuoi restare qui per un mese?
Tre settimane, lo corresse Pietro. I bambini staranno allaria aperta, e a te farà bene.
Qui neanche una doccia cè.
Ma cè la vecchia stufa a legna. Questa sera la accendo.
I bambini, un maschietto di undici anni e una bambina di otto, si avviarono pigramente verso laltalena che Pietro aveva montato il giorno prima sotto la vecchia quercia. Chiara, la moglie di Lorenzo, entrò in casa in silenzio, trascinandosi dietro la borsa della spesa. Pietro aiutò a sistemare le valigie. Suo fratello era ancora scuro in viso, ma non disse altro.
La mamma arrivò il lunedì dopo, accompagnata dal vicino con la sua Fiat scassata. Appena entrata, si fermò in salotto e sospirò.
Tutto così piccolo, disse piano. Me lo ricordavo più grande.
Non vieni qui da trentanni, mamma.
Trentadue.
Si avviò verso la cucina, accarezzò il tavolo di marmo.
In questa stanza faceva sempre freddo. Papà prometteva di mettere il termosifone, ma non ci riuscì mai.
Nella sua voce non sentivo nostalgia, piuttosto una stanchezza antica. Le versai una tazza di tè e la feci accomodare in veranda. Osservando il frutteto, raccontava di quando portava lacqua dalla cisterna, del mal di schiena dopo il bucato, dei pettegolezzi tra i vicini. Capivo che per lei quella casa era più una ferita che un nido.
Quella sera, dopo che la mamma andò a dormire, io e Lorenzo restammo accanto al fuoco nel cortile. I bambini già sognavano, Chiara leggeva a lume di candela, lelettricità arrivava solo a metà della casa.
Perché ti ostini così? domandò Lorenzo, fisso sulle braci.
Volevo solo riunirci.
Ogni tanto ci vediamo comunque. A Natale, a Pasqua.
Non è la stessa cosa.
Lorenzo sorrise di lato.
Sei sempre un sognatore, Pietro. Una vacanza qua e credi che ci riscopriamo famiglia?
Non so, confessai. Ma dovevo provarci.
Di colpo suo tono ammorbidì:
Sono contento comunque, lo ammetto. Ma non ti aspettare miracoli.
Non li aspettavo. Però ci speravo.
I giorni seguenti passarono tra lavori e piccoli litigi. Io sistemavo la staccionata, Lorenzo aiutava a riparare il tetto della rimessa. Andrea, il ragazzo, dapprima sbuffava di noia; poi scoprì delle vecchie canne da pesca e spariva tutto il giorno al ruscello. Martina, la piccola, aiutava la nonna a togliere lerba dalle aiuole che avevo appena preparato lungo il muro sud.
Un pomeriggio, mentre tutti insieme pitturavamo la veranda, Chiara si mise improvvisamente a ridere.
Sembriamo una squadra di vecchi comunardi.
Almeno loro avevano un piano vero, borbottò Lorenzo, ma con un sorriso.
Notai che poco a poco la tensione svaniva. Di sera si cenava tutti assieme nel tavolo lungo in veranda: mamma preparava la zuppa, Chiara sfornava crostate ricotta e miele prese al mercato del paese. Si discuteva di cose semplici: dove trovare una zanzariera, se tagliare lerba davanti alle finestre, se finalmente era stato aggiustato il pozzo.
Ma una sera, a tavola vuota, la mamma disse:
Vostro padre voleva vendere questa casa. Un anno prima di morire.
Mi bloccai con la tazza a metà. Lorenzo si rabbuiò.
Perché?
Era stanco. Diceva che la casa era unancora che lo teneva fermo. Sognava la città, un appartamento vicino allospedale. Io non volevo. Sentivo che questa era casa nostra, la radice. Litigammo. Non la vendette, e dopo poco se ne andò.
Abbassai la testa.
Te ne sei mai pentita?
Non so, rispose con un filo di voce. Ero solo stanca di tutto. Qui ogni cosa mi ricorda che ho insistito, e lui non ha fatto in tempo a vivere tranquillo.
Lorenzo si lasciò andare sulla sedia.
Non ce lo avevi mai detto.
Non avete mai chiesto.
Guardai la mamma, stanca, le mani segnate dagli anni: ora vedevo che quella casa era per lei più un peso da portare che una ricchezza da difendere.
Forse dovevamo venderla davvero, mormorai.
Forse, ammise. Però siete cresciuti qui. Questo ha un significato.
Quale?
Mi guardò negli occhi.
Che ricordate comeravate, prima che la vita vi portasse lontano.
Non riuscii a crederci subito. Ma il giorno seguente, mentre andavamo al fiumiciattolo con Lorenzo e Andrea, il ragazzo prese un pesce; Lorenzo lo sollevò da terra con una risata limpida, spensierata. E la sera, quando la mamma spiegava a Martina come nella stessa veranda insegnava a papà a leggere, sentii nella sua voce qualcosa di nuovo: forse non dolore, ma un accenno di pace.
Stabilimmo la partenza per domenica. Il sabato Pietro accese la stufa per lultima volta, fecero il bagno tutti insieme e bevvero il tè in veranda. Andrea chiese se ci sarebbero tornati lestate dopo. Lorenzo mi guardò, ma non rispose.
La mattina aiutai a caricare le valigie. La mamma mi abbracciò con dolcezza.
Grazie di averci voluti qui.
Credevo sarebbe stato meglio.
È stato giusto. A modo nostro.
Lorenzo mi batté la mano sulla spalla.
Se vuoi vendere, fallo pure. Io sono daccordo.
Vedremo.
La vecchia auto sparì tra la polvere della stradina. Rientrai in casa. Passai tra le stanze, raccolsi un po di stoviglie. Buttai la spazzatura, chiusi le finestre, chiusi le porte. Trovai nellaia un vecchio lucchetto arrugginito e, girandolo tra le dita, lo sistemai al cancello: pesante, ma ancora robusto.
Mi fermai davanti alla cancellata, a guardare la casa. Il tetto in ordine, il portico solido, i vetri lucidi. Il casale ora sembrava vivo. Ma sapevo che era solo unapparenza. Una casa vive finché ci sono le persone; per tre settimane era tornata viva. Forse è abbastanza.
Salii in macchina e partii. Dal retrovisore vidi un attimo il tetto tra gli alberi, poi si perse nel verde. Percorrendo piano la strada sconnessa, pensavo che in autunno avrei chiamato un agente. Ma intanto intanto non potevo che ricordare noi tutti alla tavola, la mamma che rideva alle battute di Lorenzo, Andrea che mostrava orgoglioso il pesce appena preso.
La casa aveva compiuto il suo ultimo dovere: ci aveva riuniti. E forse questo basta, per lasciarla andare senza rimpianto.






