L’unico uomo della famiglia Durante la colazione, la figlia maggiore Vera, fissando lo schermo dello smartphone, chiese: — Papà, hai visto che giorno è oggi? — No, che c’è di speciale? La figlia girò lo schermo: sul display una sequenza di numeri: 11.11.11, cioè l’11 novembre 2011. — È il tuo numero fortunato, l’11! E oggi ce ne sono addirittura tre di fila. Sicuro sarà una giornata fantastica. — Magari con tutto il cuore, — sorrise Valerio. — Sì, papino! — intervenne la piccola Nadia, sempre con gli occhi sullo smartphone. — Oggi gli Scorpioni fanno incontri piacevoli e ricevono regali per la vita! — Wow. Chissà, magari muore uno zio sconosciuto d’Europa o America, siamo unici eredi… naturalemente un milionario! — Un miliardario, papà, — rise Vera, seguendo l’ironia del padre. — Il milionario per te sarebbe spiccioli. — Concordo, un po’ pochino. Che ci faremmo con quella marea di soldi? Che ne dite, prima una villa al Lago di Como o in Sardegna, poi uno yacht… — E un elicottero, papà, — si unì alle fantasie Nadia. — Voglio il mio elicottero… — Fatto! Avrai il tuo elicottero. E tu, Vera? Cosa desideri? — Voglio recitare in un film Bollywoodiano con Salman Khan. — Sciocchezze! Chiamo subito Amitabh Bachchan, ci mettiamo d’accordo… Avanti, sognatrici, finite la colazione che dobbiamo andare. — Ecco, neanche sognare si può, — sospirò Nadia. — Ma sognare, ragazze, si deve! — concluse Valerio bevendo l’ultimo sorso di tè e alzandosi da tavola. — Però non scordatevi la scuola… Chissà perché, ma quel dialogo tornò in mente proprio a sera, al supermercato, mentre Valerio metteva la spesa nei sacchetti. La giornata non era stata fantastica, anzi, c’era più lavoro del previsto, si era fermato oltre il solito, stanchissimo. Nessun incontro piacevole, figuriamoci regaloni per la vita. “La fortuna mi ha sfiorato come una mosca in Piazza Duomo”, pensava Valerio lasciando il supermercato. Attorno alla sua vecchia, fedelissima Fiat che serviva la famiglia da venticinque anni, si aggirava un ragazzino dall’aspetto di randagio: trasandato, vestiti a brandelli, ai piedi due scarpe diverse – una specie di sneaker dalla parte sinistra, a destra uno scarponcino militare malridotto; a tenerlo legato, un filo elettrico blu. In testa, una berretta pelosa tipo colbacco, con un “orecchio” bruciacchiato. — Signore, io… ho fame, può… un po’ di pane? — sussurrò il bambino quando Valerio gli si avvicinò. C’era qualcosa di teatrale in quel modo di parlare. Non fu il suo aspetto, né la frase – così fuori luogo nel XXI secolo – ad allarmare Valerio, ma una lieve esitazione nella voce: segno che sapeva come nei laboratori di teatro si riconosce se un attore recita o vive davvero un ruolo. Segnale di menzogna. Il ragazzino mentiva, tutta quella scena era una recita. Perché? Se esiste il sesto senso, era quello a dire a Valerio che tutta quella pantomima era pensata proprio per lui. Doppio interrogativo: perché? “Interessante. Giochiamo pure alla tua commedia, amico mio. Le mie principessine sono felicissime quando possono fare le detective.” — Solo pane non basta. Ci vuole un bel piatto di minestrone, patate col tonno, una fetta di torta e, per finire, una spremuta d’arancia. Che ne dici? Il ragazzino ebbe solo un attimo di sorpresa, riprese subito il controllo: si irrigidì, lanciò un’occhiata da sotto la fronte. “Bravo, — pensò Valerio. — Sempre più vita, meno recita.” — Allora? Sì o no? — Sì, — sussurrò il ragazzino. — Bene. Tieni. Quello era il solito test: la maggior parte dei veri ragazzini senza tetto, messi davanti a una busta di cibo, scappavano ancora prima che ci pensassi. Bastava un attimo di rincorsa che li raggiungevi, uno scappellotto (“Non fare la bestia, sei un bambino!”) e fine. Perciò Valerio perse tempo a cercare le chiavi e telefonò a casa: — Vera, avete già messo a bollire le patate? Preparate un po’ di minestra in una pentolina piccola, arrivo in venti minuti. Il falso vagabondo rimase lì con la spesa in mano, a capo chino, a graffiare l’asfalto col piede. “Grazie amico,” pensava Valerio. “Non avevo proprio nessuna voglia di correre questa sera”. Prese le chiavi, caricò i sacchetti sul sedile posteriore. — Avanti, signorino, — aprì lo sportello anteriore. — Ecco la carrozza. Un sospirone strano del ragazzino e poi salì. Fecero cinque chilometri in silenzio. Valerio viveva con le figlie in una casa di campagna. Da ex orfano, sapeva cosa significhi l’orfanatrofio e aveva accolto già diversi bambini soli, cercando per loro una casa. Ah, se non fosse per le leggi stupide che vietano a un padre single con due figli di adottare… “Come se in orfanotrofio stessero meglio”, pensava Valerio, “quando ciò che conta davvero per un bambino è l’Amore”. Il ragazzino, rannicchiato, aveva la faccia quasi coperta dal colbacco. Strano tipo: gli altri erano più spavaldi, questo sembrava spaurito come un pulcino. Forse era scappato di casa da poco. “Ho giudicato troppo in fretta”, si pentì Valerio. “Questo ha solo troppa paura. Niente furbate, solo shock. Una volta lavato, rifocillato e coccolato, parlerà.” Le figlie aspettavano davanti a casa, corsero a recuperare i sacchetti. — E questo chi è, papà? — notarono il ragazzino. — Questo? È quell’incontro fortunato e quel regalo di cui parlavate stamattina, — sorrise Valerio. — Fantastico, papà! — Nadia si avvicinò, volle subito vedere il viso sotto il colbacco. — Un regalo tutto da scartare… Sarà mica sbagliato? — Magari. Ma niente da fare: si è attaccato a me come una cozza e urlava “sono il tuo regalo!”. — E come si chiama questo regalo? — chiese Vera. — Non ha nome. — Senza etichetta né prezzo? — Proprio così. — Papà, ti sei fatto rifilare un regalo difettoso, — fece una smorfia Nadia. — Non preoccuparti: si può sempre restituire. Il ragazzino si fece ancora più teso: sembrava pronto a scappare. Ma Nadia lo mantenne saldo e mentre lo toccava sul capo scherzava: — Pronto? Chi abita nella casetta di marzapane? Il ragazzino si chiuse in se stesso. — Abitante non reperibile, — rise Vera. — Forse in casa prende meglio. Entrando in casa, le ragazze misero subito in pratica la loro “terapia d’urto”, giocando al poliziotto buono e cattivo. Dopo pochi minuti, Nadia corse trafelata da Valerio in garage: — Papà, racconta un sacco di balle! — Come lo sai? — Elementare, papà! Non puzza da vagabondo, è un vero bambino di casa. — Lo hai annusato, eh? — Sì, e sai cosa sento? — Di’ pure… — Di trucco teatrale! E mostrò la mano sporca. Valerio odorò, toccò, capì. — Trucco da scena? — Esatto, papà. Non era sporcizia vera. — Ha dato anche un nome falso: si fa chiamare Toro. — Toro? — Pare sia il soprannome, ma secondo me è tutto un copione per avvicinarti. Un Teatro di Un Solo Attore. — Ma che scopo ha? — Lo scopriremo in tre minuti. Portarono il ragazzino in cucina, lo lavarono, gli diedero da mangiare: capelli rossi come una volpe, occhi azzurri limpidi, aspetto pulito. Durante la cena, il “Toro” si raddrizzò, si rilassò: sembrava a casa propria con parenti veri. Vera e Nadia lo osservavano incuriosite: che si nascondeva dietro tutto questo? Dopo un po’ il ragazzino scoppiò: — Vero, Nadia, basta… mi arrendo! Scusatemi… ho fatto una farsa, solo per conoscervi… — Racconta tutto, ma niente bugie! — incalzò Nadia. — Non ne posso più… E finalmente si aprì. Si chiamava Spartaco Bugatti, aveva undici anni come Nadia. Orfano di padre morto in missione, madre scomparsa dopo il trauma, erano rimasti soli con le sorelle, la maggiore, Sofia, che aveva cresciuto lui e le due piccole. Ultimamente Sofia era sempre malata d’amore. Spartaco indagò, scoprì si chiamava Valerio Borghi, lavorava come saldatore, ex orfano, due figlie, donna fuggita… Ed era famoso per raccogliere bambini bisognosi e trovare loro una famiglia. Allora decise: doveva “testare” quest’uomo, vedere che persona fosse in casa, che figlie avesse. Per questo aveva inscenato la recita del piccolo randagio: controllare se la sorella Sofia avrebbe trovato davvero una famiglia che l’avrebbe accolta e amata. Voleva essere sicuro, come unico uomo della famiglia, che la sorella fosse felice. — Mi siete davvero piaciuti tanto. Vera, Nadia, siete fantastiche. Valerio, per favore, sposate mia sorella. Non ve ne pentirete. Lei è meravigliosa, dolce come mamma… — Ha solo paura che nessuno la voglia, con tanti fratellini, — ammise Spartaco. — Macché, — scattò Nadia. — Di famiglie come la nostra non ne trova! — Appunto, papà: che aspettiamo? Si va a chiedere la mano? Valerio sorrise: — Fa quasi ridere: anche io avevo notato la tua Sofia. Ma ero frenato; la storia passata, la paura di una famiglia troppo grande… — Papà, hai dieci anni più di lei, non è niente! — esclamò Vera. — Abbiamo bisogno di te, saresti perfetto! — disse Nadia. Spartaco tese la mano: — Come unico uomo della famiglia, affido mia sorella Sofia a voi… Valerio lo abbracciò commosso, le figlie erano alle lacrime. — Papà, stamattina non ci credevi ma hai avuto davvero l’incontro speciale… e il regalo più grande: una famiglia numerosa e felice, proprio come sognavi. Ce l’hai fatta, papà!

LUnico Uomo in Famiglia

Al mattino, mentre stavano facendo colazione, la figlia maggiore, Martina, fissando lo schermo del suo telefonino, chiese:
Papà, hai visto la data di oggi?
No, cosa avrebbe di speciale?
Lei, invece di rispondere, girò lo smartphone verso di lui: appariva una sfilza di numeri: 11.11.11, ovvero l11 novembre 2011.
È il tuo numero fortunato: 11! E oggi ce ne sono pure tre di fila. Vedrai, ti aspetta una giornata super.
Magari tu avessi ragione! rise Luigi, il papà.
Sì, papi, intervenne la piccola Chiara, occhi incollati al suo telefono. Oggi agli Scorpioni capiterà un incontro speciale e riceveranno un regalo che durerà tutta la vita.
Fantastico! Sicuro che qualche parente sconosciuto, magari in Francia o in Svizzera, oggi tira le cuoia e come eredi ci siamo solo noi, e chiaramente era miliardario!
Ma certo papà, almeno miliardario! rincarò Martina Ormai, per te, un milione di euro sarebbe briciole.
Esatto, avevo la stessa sensazione: briciole. Ma poi, con tutti questi soldi, che ci facciamo? Che ne dite, prima compriamo una villa lago di Como, poi una in Sardegna?
E uno yacht, papà! si inserì Chiara, seria come una regina Voglio un elicottero mio!
Il tuo elicottero arriverà. E tu, Martina, cosa vuoi?
Io? Vorrei sfilare al Festival di Sanremo con Alessio Boni.
Ma che richiesta spicciola telefonerò ad Amadeus, vedrai che ci fa rientrare nel programma Finite di sognare, su, la scuola non vi aspetta.
Uff, neanche sognare si può! sbottò Chiara.
Ma certo che si può, e anche si deve! Luigi trangugiò il suo caffè e si alzò da tavola Basta ricordarsi della scuola

Quel dialogo, così leggero al mattino, gli tornò in mente la sera, tra le casse della spesa al supermercato. La giornata non era stata mica tanto fortunata: lavoro extra, nervi a fior di pelle, era dovuto restare unora in più in officina, tornava stanco morto. Di incontri piacevoli o regali a vita neanche lombra.
La sua felicità se nera andata di corsa, manco fosse una gondola in laguna. Sbuffò, ridendo tra sé, uscendo dal supermercato.

Sul parcheggio, intorno alla sua vecchia e fedele Fiat Panda che ormai aveva superato il quarto di secolo si aggirava un ragazzino. Subito si vedeva che era un piccolo randagio: capelli arruffati, abiti laceri, una scarpa blu, una scarpa militare sformata ed entrambi i lacci erano fili elettrici. In testa un inutile cappello a paraorecchie, con un orecchio mezzo bruciato.
Signore, io sono affamato, mi date un po di pane balbettò il bambino appena Luigi si avvicinò.

La frase, scollata come venisse da un vecchio film in bianco e nero, innescò in Luigi una raffica di ricordi. Ai tempi del teatro dilettanti al circolo Arci imparavano proprio a riconoscere chi fingeva: dicevano che il segreto era nelle esitazioni. Un attore vero ti parlava con le pause giuste.
Insomma, il bimbo stava recitando. Luigi lo capì subito. Ma perché? Il suo sesto senso gli diceva che quella recita era tutta per lui. Anzi, due volte perché?.
Interessante. Bene, amichetto, giochiamo un po. Tanto le mie due signorine fanno sempre le detective per un nonnulla!

Col pane non ci si sfama. Vuoi una scodella di minestrone, un po di purè e magari una bella fetta di crostata calda?, chiese con tono paterno.
Il ragazzino per un attimo rimase interdetto, non si aspettava quellofferta. Ma subito si ricompose, sguardo torvo e sospettoso.
Bravo, ora sembri più vero, pensò Luigi.

Allora, che dici? Sì o no?
Sì sussurrò lui, laconico.

Perfetto. Tieni, reggimi queste buste, per favore.
Era un test. Era risaputo che i veri ragazzini di strada, appena stringevano qualcosa di commestibile, scappavano velocissimi. Ma a loro sfuggiva che la fame cronica ti toglie il fiato: Luigi li raggiungeva in due falcate e li bloccava, spiegandogli, con gentilezza mista a uno scappellotto, che gli uomini non sono bestie.
Sta volta, però, con il bimbo lì, fece tutte le sue mosse con calma: frugò nelle tasche, poi nel telefono, sempre dandogli le spalle.
Martinella, avete già messo lacqua per la pasta? Avete preparato linsalata? Brave ragazze. Fai così: prendi un po di minestrone e scaldalo, tra venti minuti sono là.

Il ragazzino non scappò. Rimase impalato, fisso con il naso allasfalto e le buste in mano, come sincollato lì.
Grazie, amico mio, pensò Luigi, Non cavevo proprio voglia di fare scatti da centometrista oggi.
Finalmente, sistemati i pacchi sulla Panda, aprì la portiera:
Prego, signorino, la carrozza è pronta. Il minestrone ti aspetta.

Il piccolo fece un respiro strano, poi salì silenzioso.
Fecero sette chilometri in silenzio, fino al paesino dove Luigi viveva con le figlie. Da anni ormai le sue uniche amate erano le ragazze. Lui stesso era cresciuto in orfanotrofio: per questo, ogni volta che vedeva un bimbo solo o malmesso, gli veniva il magone e cercava sempre di aiutare. Quanti ne aveva salvati da quella strada, trovandogli una casa? E se solo non ci fossero state certe leggi assurde, ormai più fredde di una borsa del ghiaccio, avrebbe adottato tutti.

Ma va a fan pensò Luigi, trattenendo qualche parola da camionista e guardando di sottecchi il ragazzino per sincerarsi che non intuiva nulla.

Lui però se ne stava lì, raggomitolato sotto il cappellone, sospirava. Sicuramente anche lui aveva la testa piena di pensieri.
Strano ragazzo, pensò Luigi, è diverso dagli altri. Non sembra proprio uno di strada, anzi. Un tipo silenzioso, non da orfanotrofio.
Forse sono io che ho esagerato a pensare che mentisse. Sarà solo scioccato. Tranquillo, piccolo: a casa ti scaldiamo, ti sfamiamo e chissà quando sarai pronto ci racconterai tutto.

Le figlie erano già sul portone, pronte come cani da tartufo. Spalancata la portiera, fecero per prendersi le buste poi videro il ragazzino.
E questo cosè, papà?
Niente meno che il fatidico incontro speciale e il regalo a vita! rise Luigi.
Bellissimo, papà! disse Chiara, avvicinandosi per sbirciarlo sotto il cappello Forse hai preso un pacco altrui?
Fossi matto! Mha agguantato la gamba dicendo che era il mio regalo. Non riuscivo a scrollarmelo di dosso.
E come si chiama sto regalo? domandò Martina, sistemando le sporte.
Senza nome.
Niente etichetta? Niente prezzo?
Nemmeno a pagare.
Papà sospirò Chiara drammaticamente Ti hanno rifilato la merce difettosa. Pazienza, domani lo buttiamo.

Il ragazzino si fece ancora più schivo, quasi volesse svanire. Forse Chiara lo intuì, perché subito lo afferrò dolcemente per una spalla e tamburellò sulla sua testa.
Pronto, cè nessuno in questa testolina?
Lui mutismo totale, solo la testa nel colletto come una tartaruga.

Non prende la linea, commentò Martina dentro casa forse cè più campo, su, entriamo.

Martina guardò Luigi e, con lo sguardo di chi ormai si intende a mezza parola, comunicò che avrebbe usato il famoso metodo del poliziotto buono e cattivo.
Cinque minuti, rispose lui silenzioso, mostrando la mano aperta.
Ci mettiamo anche meno, rispose lei solo con gli occhi.

Chiara, trascina dentro il regalino. Vediamo di che specie è questo Oggetto Misterioso.

Così Chiara lo tirò dentro di peso. Il ragazzino fece resistenza, borbottò qualcosa.
Papà, dentro di lui qualcosa ronza! sghignazzò Chiara mentre lo teneva stretto.
Forse sè svitata una vite, rispose Martina Papà, quando scendi dal garage ricordati la pinza e il saldatore. Noi intanto lo smontiamo.

Via, tutte in casa, il ragazzino fra di loro come una cerniera. Luigi, intanto, parcheggiava la Panda in garage e come ogni sera la sistemava, così che la mattina partisse al primo colpo.
Passati un po più di cinque minuti, arriva una trafelata Chiara in cucina:
Papà, lui racconta balle!
E come fai a esserne così sicura?
Elementare, Watson. Non ha lodore dei bambini di strada. È raffinato, troppo pulito.
Cioè, lo hai annusato?
Ma certo! Sai di cosa profuma?
Mmm, latte fresco? Crostata? Sapone?
Tentativi bruciati. Puzza di questo! Chiara gli infilò la mano sotto il naso, tutta macchiata di nero.
Fuliggine?
Macché! scrollò la testa Annusa bene!

Luigi annusò e indagò con lunghia: trucco teatrale.
Trucco? sgranò gli occhi Luigi.
Esatto, papà! Questo qui si è messo tutto il fondotinta per sembrare un poveretto sporco di fango.
Lui dice che si chiama Toro. Ho controllato: in slang di strada è Toro da monta
Toro va bene, scherzò Luigi ingrassiamo e via
Papà, ora si fa sul serio. Secondo me questo Toro sè apposta imbucato con te. Sè travestito da barbone, ma sotto è uno da casa-bene. Sonia e io lo abbiamo analizzato bene, ormai confessa qualsiasi cosa. Già Martina lo sta strizzando.

A questo punto, Martina uscì in cortile e domandò a gran voce:
Abbiamo ancora lacido muriatico in cantina?
Sì, cè! urlò Chiara, arraffando una tanica a caso E stavolta sciogliamo tutto nello scarico!
Siete delle pazze! ridacchiò Luigi, mentre rientrava in casa.

Papà, vieni su che qui si mangia! urlò Martina dalla cucina.
Siamo affamate da lupi, aggiunse Chiara e volevamo rosicchiare questo Toro nostro.
Smettiamola, ragazze, mangiamo e basta!

Il povero “Toro” sedeva al tavolo, ancora in soggezione. Luigi losservava di sbieco: letteralmente si trasformava davanti alle loro facce allegre e affamate. Teneva la schiena dritta, gli occhi vivaci. Sembrava a casa sua da sempre.
Le figlie di Luigi notavano tutto con sguardi complici.

Che intenzioni avrà questo? Per uno che si è finto barbone, di sicuro aveva uno scopo: farsi accogliere in casa loro, forse per conoscere la realtà, non per rubare o altro. Ma quale? Era chiaro che aveva un piano.

Papà, papi, ci sei? Martina lo scosse dal gomito Prendi ancora un po di crostata, no?
Va bene, mangiate che domani cè scuola.
Senti Chiara, siamo cresciute ormai, avevamo figli, adesso tu sei “nonno”… scherzò Martina.
E questo sarebbe il tuo fidanzatino? accennò Luigi verso Toro, accettando il caffè.
Neanche, papi: è la nostra mascotte, il Toro domestico.
Lo stiamo ingrassando: a Pasqua la carne sale di prezzo! continuò Martina.
Basta! si ribellò improvvisamente il piccolo Toro, visibilmente agitato Martina, Chiara, datemi tregua, mi arrendo. Signor Luigi, mi scusi tutto questo casino
Siediti, e parlaci chiaro disse Luigi.
Sì, niente balle però ammonì Chiara Che le balle le fiuto subito!
Sì, dico tutto

La verità li spiazzò: nessuno ci avrebbe mai pensato.
Il nome del bambino era Spartaco Toro (per convincerli mostrò il certificato). Aveva solo un giorno in più di Chiara: undici anni. Papà caduto in guerra nei Balcani, mamma partorì la sorellina lindomani dello shock, salvata per miracolo: anche lei si chiamava Chiara. Quattro fratelli, pochi parenti. La sorella maggiore, allepoca quasi diciottenne, riuscì a tenerli con sé. Erano sopravvissuti bene, diventando adulti troppo in fretta; Martini e la sorella (si chiama Sofia) diventarono genitori delle due piccine: Chiara e Lucia.

Ad ottobre, Spartaco vide che Sofia era diversa: innamorata persa e stava male. Tra loro non cerano segreti. Ma stavolta Sofia non voleva svelarsi, voleva resistere. Fu Spartaco che indagò: venne fuori che aveva perso la testa per Luigi Rossi, nostro Luigi, che lavorava allofficina, uomo tutto dun pezzo, onesto, padre di due figlie, abbandonato dalla moglie anni prima (era fuggita in Argentina con il ballerino). Spartaco scoprì anche che Luigi aveva il vizio di accogliere bambini persi, cercando sempre di sistemarli in nuove famiglie. Da qui il piano: camuffarsi, farsi accogliere, osservare comerano davvero Luigi e le sue figlie. Lui era lunico uomo di casa, doveva decidere a chi dare la sorella.

Non aveva previsto, però, le due poliziotte in gonnella che lavrebbero sgamato subito.
Mi siete piaciuti tutti, molto. Martina, Chiara, siete fantastiche. Luigi Rossi, per favore, sposate mia sorella. Non ve ne pentirete. È davvero buona, generosa Lei aveva paura di parlarvi, temeva che non voleste sposarla per le bambine
Ma va! sindignò Martina Cosa dici, che sono tanti bambini Con che coraggio!??

Ci pensiamo noi a farti cambiare idea, aggiunse Chiara Papà, allora? Ti decidiamo? Andiamo a chiedere la mano? O che fai, fuggi?
Sembra una commedia allitaliana! rise Luigi Tra laltro anche io da tempo pensavo a Sofia Ma poi mi frenavo, sai dopo la mia ex avevo paura: due figlie già bastavano e qui sono addirittura quattro. Ma insomma

Papà, lei ha 23 anni, tu solo dieci di più. Tutto normale sintromise Spartaco.
Sì, esperienza più, esperienza meno incalzò Martina Tu sei saggio e ci aiuti, noi vi coccoliamo, vero Spartaco?
Decisamente sì!

Entrambe le ragazze si strinsero intorno al padre: Dai, sì, sposati con Sofia!

Va bene! Ma prima sentiamo linteressata
Sofia è daccordo, sorrise Spartaco, porgendo la mano Da uomo di casa, la affido a voi.

Luigi strinse la mano del ragazzino con forza, poi lo strinse in un abbraccio. Una lacrima traditrice spuntò sullocchio. Martina si soffiò il naso.
Papà, stamattina scherzavi. Invece avevo ragione: oggi hai avuto un incontro speciale, il Toro Spartaco, e un regalo per la vita una famiglia numerosa e felice. È sempre stato il tuo sogno. Guarda che, con un po di coraggio i sogni si avverano!

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L’unico uomo della famiglia Durante la colazione, la figlia maggiore Vera, fissando lo schermo dello smartphone, chiese: — Papà, hai visto che giorno è oggi? — No, che c’è di speciale? La figlia girò lo schermo: sul display una sequenza di numeri: 11.11.11, cioè l’11 novembre 2011. — È il tuo numero fortunato, l’11! E oggi ce ne sono addirittura tre di fila. Sicuro sarà una giornata fantastica. — Magari con tutto il cuore, — sorrise Valerio. — Sì, papino! — intervenne la piccola Nadia, sempre con gli occhi sullo smartphone. — Oggi gli Scorpioni fanno incontri piacevoli e ricevono regali per la vita! — Wow. Chissà, magari muore uno zio sconosciuto d’Europa o America, siamo unici eredi… naturalemente un milionario! — Un miliardario, papà, — rise Vera, seguendo l’ironia del padre. — Il milionario per te sarebbe spiccioli. — Concordo, un po’ pochino. Che ci faremmo con quella marea di soldi? Che ne dite, prima una villa al Lago di Como o in Sardegna, poi uno yacht… — E un elicottero, papà, — si unì alle fantasie Nadia. — Voglio il mio elicottero… — Fatto! Avrai il tuo elicottero. E tu, Vera? Cosa desideri? — Voglio recitare in un film Bollywoodiano con Salman Khan. — Sciocchezze! Chiamo subito Amitabh Bachchan, ci mettiamo d’accordo… Avanti, sognatrici, finite la colazione che dobbiamo andare. — Ecco, neanche sognare si può, — sospirò Nadia. — Ma sognare, ragazze, si deve! — concluse Valerio bevendo l’ultimo sorso di tè e alzandosi da tavola. — Però non scordatevi la scuola… Chissà perché, ma quel dialogo tornò in mente proprio a sera, al supermercato, mentre Valerio metteva la spesa nei sacchetti. La giornata non era stata fantastica, anzi, c’era più lavoro del previsto, si era fermato oltre il solito, stanchissimo. Nessun incontro piacevole, figuriamoci regaloni per la vita. “La fortuna mi ha sfiorato come una mosca in Piazza Duomo”, pensava Valerio lasciando il supermercato. Attorno alla sua vecchia, fedelissima Fiat che serviva la famiglia da venticinque anni, si aggirava un ragazzino dall’aspetto di randagio: trasandato, vestiti a brandelli, ai piedi due scarpe diverse – una specie di sneaker dalla parte sinistra, a destra uno scarponcino militare malridotto; a tenerlo legato, un filo elettrico blu. In testa, una berretta pelosa tipo colbacco, con un “orecchio” bruciacchiato. — Signore, io… ho fame, può… un po’ di pane? — sussurrò il bambino quando Valerio gli si avvicinò. C’era qualcosa di teatrale in quel modo di parlare. Non fu il suo aspetto, né la frase – così fuori luogo nel XXI secolo – ad allarmare Valerio, ma una lieve esitazione nella voce: segno che sapeva come nei laboratori di teatro si riconosce se un attore recita o vive davvero un ruolo. Segnale di menzogna. Il ragazzino mentiva, tutta quella scena era una recita. Perché? Se esiste il sesto senso, era quello a dire a Valerio che tutta quella pantomima era pensata proprio per lui. Doppio interrogativo: perché? “Interessante. Giochiamo pure alla tua commedia, amico mio. Le mie principessine sono felicissime quando possono fare le detective.” — Solo pane non basta. Ci vuole un bel piatto di minestrone, patate col tonno, una fetta di torta e, per finire, una spremuta d’arancia. Che ne dici? Il ragazzino ebbe solo un attimo di sorpresa, riprese subito il controllo: si irrigidì, lanciò un’occhiata da sotto la fronte. “Bravo, — pensò Valerio. — Sempre più vita, meno recita.” — Allora? Sì o no? — Sì, — sussurrò il ragazzino. — Bene. Tieni. Quello era il solito test: la maggior parte dei veri ragazzini senza tetto, messi davanti a una busta di cibo, scappavano ancora prima che ci pensassi. Bastava un attimo di rincorsa che li raggiungevi, uno scappellotto (“Non fare la bestia, sei un bambino!”) e fine. Perciò Valerio perse tempo a cercare le chiavi e telefonò a casa: — Vera, avete già messo a bollire le patate? Preparate un po’ di minestra in una pentolina piccola, arrivo in venti minuti. Il falso vagabondo rimase lì con la spesa in mano, a capo chino, a graffiare l’asfalto col piede. “Grazie amico,” pensava Valerio. “Non avevo proprio nessuna voglia di correre questa sera”. Prese le chiavi, caricò i sacchetti sul sedile posteriore. — Avanti, signorino, — aprì lo sportello anteriore. — Ecco la carrozza. Un sospirone strano del ragazzino e poi salì. Fecero cinque chilometri in silenzio. Valerio viveva con le figlie in una casa di campagna. Da ex orfano, sapeva cosa significhi l’orfanatrofio e aveva accolto già diversi bambini soli, cercando per loro una casa. Ah, se non fosse per le leggi stupide che vietano a un padre single con due figli di adottare… “Come se in orfanotrofio stessero meglio”, pensava Valerio, “quando ciò che conta davvero per un bambino è l’Amore”. Il ragazzino, rannicchiato, aveva la faccia quasi coperta dal colbacco. Strano tipo: gli altri erano più spavaldi, questo sembrava spaurito come un pulcino. Forse era scappato di casa da poco. “Ho giudicato troppo in fretta”, si pentì Valerio. “Questo ha solo troppa paura. Niente furbate, solo shock. Una volta lavato, rifocillato e coccolato, parlerà.” Le figlie aspettavano davanti a casa, corsero a recuperare i sacchetti. — E questo chi è, papà? — notarono il ragazzino. — Questo? È quell’incontro fortunato e quel regalo di cui parlavate stamattina, — sorrise Valerio. — Fantastico, papà! — Nadia si avvicinò, volle subito vedere il viso sotto il colbacco. — Un regalo tutto da scartare… Sarà mica sbagliato? — Magari. Ma niente da fare: si è attaccato a me come una cozza e urlava “sono il tuo regalo!”. — E come si chiama questo regalo? — chiese Vera. — Non ha nome. — Senza etichetta né prezzo? — Proprio così. — Papà, ti sei fatto rifilare un regalo difettoso, — fece una smorfia Nadia. — Non preoccuparti: si può sempre restituire. Il ragazzino si fece ancora più teso: sembrava pronto a scappare. Ma Nadia lo mantenne saldo e mentre lo toccava sul capo scherzava: — Pronto? Chi abita nella casetta di marzapane? Il ragazzino si chiuse in se stesso. — Abitante non reperibile, — rise Vera. — Forse in casa prende meglio. Entrando in casa, le ragazze misero subito in pratica la loro “terapia d’urto”, giocando al poliziotto buono e cattivo. Dopo pochi minuti, Nadia corse trafelata da Valerio in garage: — Papà, racconta un sacco di balle! — Come lo sai? — Elementare, papà! Non puzza da vagabondo, è un vero bambino di casa. — Lo hai annusato, eh? — Sì, e sai cosa sento? — Di’ pure… — Di trucco teatrale! E mostrò la mano sporca. Valerio odorò, toccò, capì. — Trucco da scena? — Esatto, papà. Non era sporcizia vera. — Ha dato anche un nome falso: si fa chiamare Toro. — Toro? — Pare sia il soprannome, ma secondo me è tutto un copione per avvicinarti. Un Teatro di Un Solo Attore. — Ma che scopo ha? — Lo scopriremo in tre minuti. Portarono il ragazzino in cucina, lo lavarono, gli diedero da mangiare: capelli rossi come una volpe, occhi azzurri limpidi, aspetto pulito. Durante la cena, il “Toro” si raddrizzò, si rilassò: sembrava a casa propria con parenti veri. Vera e Nadia lo osservavano incuriosite: che si nascondeva dietro tutto questo? Dopo un po’ il ragazzino scoppiò: — Vero, Nadia, basta… mi arrendo! Scusatemi… ho fatto una farsa, solo per conoscervi… — Racconta tutto, ma niente bugie! — incalzò Nadia. — Non ne posso più… E finalmente si aprì. Si chiamava Spartaco Bugatti, aveva undici anni come Nadia. Orfano di padre morto in missione, madre scomparsa dopo il trauma, erano rimasti soli con le sorelle, la maggiore, Sofia, che aveva cresciuto lui e le due piccole. Ultimamente Sofia era sempre malata d’amore. Spartaco indagò, scoprì si chiamava Valerio Borghi, lavorava come saldatore, ex orfano, due figlie, donna fuggita… Ed era famoso per raccogliere bambini bisognosi e trovare loro una famiglia. Allora decise: doveva “testare” quest’uomo, vedere che persona fosse in casa, che figlie avesse. Per questo aveva inscenato la recita del piccolo randagio: controllare se la sorella Sofia avrebbe trovato davvero una famiglia che l’avrebbe accolta e amata. Voleva essere sicuro, come unico uomo della famiglia, che la sorella fosse felice. — Mi siete davvero piaciuti tanto. Vera, Nadia, siete fantastiche. Valerio, per favore, sposate mia sorella. Non ve ne pentirete. Lei è meravigliosa, dolce come mamma… — Ha solo paura che nessuno la voglia, con tanti fratellini, — ammise Spartaco. — Macché, — scattò Nadia. — Di famiglie come la nostra non ne trova! — Appunto, papà: che aspettiamo? Si va a chiedere la mano? Valerio sorrise: — Fa quasi ridere: anche io avevo notato la tua Sofia. Ma ero frenato; la storia passata, la paura di una famiglia troppo grande… — Papà, hai dieci anni più di lei, non è niente! — esclamò Vera. — Abbiamo bisogno di te, saresti perfetto! — disse Nadia. Spartaco tese la mano: — Come unico uomo della famiglia, affido mia sorella Sofia a voi… Valerio lo abbracciò commosso, le figlie erano alle lacrime. — Papà, stamattina non ci credevi ma hai avuto davvero l’incontro speciale… e il regalo più grande: una famiglia numerosa e felice, proprio come sognavi. Ce l’hai fatta, papà!