LUnico Uomo di Casa
Stamattina, mentre facevamo colazione, la mia figlia maggiore, Beatrice, senza staccare gli occhi dal suo smartphone, mi ha chiesto:
Papà, hai visto che data è oggi?
No, perché? ho risposto, immerso nei miei pensieri.
Lei ha girato il telefono verso di me: sullo schermo cera una fila di numeri 11.11.11, cioè l11 novembre 2011.
È il tuo numero fortunato l11 e guarda che colpo, oggi ce ne sono tre di fila. Oggi ti aspetta una giornata fantastica!
Magari, con la tua bocca sarebbe tutto miele ho scherzato, bevendo il mio caffè.
Dai papà è intervenuta la piccola, Bianca, anche lei incollata al cellulare oggi agli Scorpione promettono un incontro speciale e un regalo che ti cambierà la vita.
Sicuro Forse in qualche paese dEuropa, o in America, è morto un parente lontano e ricchissimo che non sapevamo neanche di avere, e ci ha lasciato tutto
Milionario? Beh papà, tu ti meriti almeno un miliardario! mi ha stuzzicato Beatrice.
Eh sì, hai ragione, minimo un miliardario! Che fareste con tutti quei soldi? Magari una bella villa in Toscana o, perché no, in Sardegna? Poi una barca…
E un elicottero, papà! Voglio il mio elicottero personale! fantasticava Bianca.
Nessun problema, avrai anche quello. E tu, Beatrice?
Voglio recitare in un film a Cinecittà, magari con Favino!
Figurati, niente di più facile Lo chiamo subito! Va bene, finiamo la colazione che è tardi, dobbiamo uscire.
Uffa, non ci lasci nemmeno sognare un po! ha sospirato Bianca.
Sognare si può, anzi, si deve ho risposto alzandomi da tavola ma poi bisogna ricordarsi anche della scuola…
Chissà come mi è tornata in mente quella chiacchierata mentre, ormai sera, ero al supermercato a mettere la spesa nelle borse. Il giorno non era andato affatto come sperato: altro che fortuna, si era solo aggiunto lavoro ed ero stanchissimo. Nemmeno un incontro piacevole, per non parlare di regali
Ho proprio lasciato volare via la felicità, come una rondine su Roma, ho pensato, uscendo con la spesa.
Vicino alla mia vecchia e fedele Fiat Uno che serviva la famiglia da venticinque anni cera un ragazzino che gironzolava. Avrà avuto circa dieci anni, era tutto spettinato e vestito con stracci, scarpe spaiate una sneaker scura e uno stivaletto consunto con un filo elettrico come stringa. In testa il tipico berrettone con le orecchie, uno degli orecchioni era mezzo bruciato.
Signore ho fame, può darmi un po di pane? mi ha chiesto con una voce flebile non appena mi sono avvicinato.
La frase mi aveva colpito, un po troppo teatrale per un vero senzatetto. Da giovane avevo fatto teatro e subito ho riconosciuto quella tipica esitazione da copione: mi pareva tutta una recita. Perché farlo proprio con me? Il mio istinto mi diceva che non era tutto come sembrava.
Va bene, amico, vediamo dove vuoi arrivare tanto le mie due signorine adorano risolvere misteri, ho pensato.
Solo pane? E che ci fai con solo pane? Meglio una bella zuppa con patate, un bel pezzo di pane, e alla fine magari qualche biscotto con una tazza di cioccolata calda. Ti va?
Il ragazzino si era fatto serio, sorpreso forse dalla proposta. Ma poi, con un filo di voce, ha detto:
Va bene.
Ho fatto il solito test: gli ho dato la busta della spesa. I veri ragazzi di strada come avevo imparato a quel punto scappavano subito via con il bottino. Ma lui, niente: fermo lì, testa bassa, stringeva la busta tra le mani, a disagio.
Santo ragazzo ho pensato oggi zero sprint per corrergli dietro, meno male.
Ho trovato le chiavi, sistemato le buste, gli ho aperto la portiera.
Prego, si parte. La minestra è già sul fuoco.
Abbiamo viaggiato per cinque minuti in silenzio. Io vivo in un piccolo paese sulle colline toscane, con le mie due figlie: da dieci anni lavoro come saldatore nel centro vicino. Ex orfano, non ho parenti, e le uniche persone che ho al mondo sono loro. Forse proprio per questa mia storia sono sempre stato sensibile verso i ragazzi abbandonati. Quando potevo, ne avevo aiutati parecchi, portandoli per un po a casa e trovando poi famiglie per loro.
Ma le leggi italiane sono severe, e un padre single, con due figlie, non poteva adottare altri bambini, per ragioni economiche e abitative come se un gruppo di freddi burocrati sapesse davvero cosa serve a un bambino. Lamore, quello serve! E nelle famiglie, anche se non perfette, i bambini vengono amati molto più che negli istituti.
Ma arriverà mai la comprensione per questo? mi sono detto tra me e me, gettando unocchiata al ragazzino che, testa bassa, stringeva le spalle sotto il cappotto rappezzato.
Il mio nuovo amico sembrava diverso dagli altri che avevo incontrato: silenzioso, impacciato. Non era un vero orfano quelli come me li riconosco subito ma probabilmente era scappato da casa e vagava spaesato da poco.
Forse mi sono sbagliato a pensare male. Magari è solo terrorizzato: tutto questo non se lo aspettava
Ma poco male, arriveremo a casa, lo laveremo, lo rifocilleremo, e quando si sentirà meglio, magari si aprirà.
Le ragazze erano già fuori ad aspettarci: hanno preso le buste e subito si sono accorte del ragazzino.
Chi è questo, papà?
Questo? È lincontro speciale e il regalo per la vita che mi avete promesso stamattina ho risposto sorridendo.
Spettacolo, papà ha fatto Bianca, avvicinandosi curiosa per vederlo meglio. Sei sicuro che sia per noi?
E come no? Si è attaccato alla gamba e urlava: sono il vostro regalo!
E come si chiama questo dono? ha chiesto Beatrice.
Senza nome.
Neanche il prezzo? Letichetta? ha insistito Bianca, prendendolo un po in giro.
Il ragazzino si è irrigidito, sullorlo della fuga. Ma Bianca, distinto, lo ha trattenuto, dandogli una pacca buffa sulla testa:
Chi cè nascosto qui sotto, eh?
Credo che oggi la linea non prende ha scherzato Beatrice. Meglio portarlo dentro, magari dentro funziona meglio.
Beatrice mi ha lanciato uno sguardo dintesa: dopo tanti anni insieme, bastava poco per capirsi. Ci sarebbero voluti cinque minuti niente di più, glielo garantivo con un gesto con la mano.
Bianca, ridendo, ha portato dentro il regalo, come fosse un misterioso reperto da esaminare. Io, come tutte le sere, mi sono occupato della macchina in garage, ma erano passati appena quindici minuti che Bianca mi è venuta a trovare.
Papà, lui mente!
Davvero?
Ma sì! ha annusato i suoi vestiti non ha odore da strada. Sa di casa, forse di torta!
Effettivamente, controllando le sue mani, erano sporche di qualcosa che sembrava finto:
Grimè? ho chiesto.
Esatto, papà! Si è truccato per sembrare sporco come se volesse proprio recitare la parte del povero disgraziato!
Ma come mai?
E io e Beatrice glielabbiamo chiesto: niente, fermo come una cassaforte.
Dategli ancora un minuto, vedrai che parla ha promesso Beatrice, passando rapida dalla porta con la scusa di prendere una bottiglia vuota. La scena è continuata tra battutine e finti ricatti (come la storia della linea che non prende oppure la minaccia di versare lacido, scherzando).
Alla fine sono rientrato dentro per cena. Il ragazzino, seduto al tavolo tra le mie figlie, sembrava un altro: lavato, pettinato (ho scoperto che era anche rosso di capelli, rosso come il tramonto a Firenze), con una maglietta a righe e jeans strappati, asciugava i capelli con un asciugamano.
Le ragazze gli facevano battute:
Ehi, vuoi un po dinsalata o preferisci il fieno, torello?
O magari un bel pastone
Basta ragazze, ora si mangia ho detto.
Mentre mangiavamo, di sottecchi osservavo il ragazzo: a poco a poco si apriva, diventava più sereno, a suo agio come se fosse sempre stato con noi. Ormai non cerano dubbi: quella recita per strada era una mossa pensata per avvicinarsi alla nostra famiglia. Ma perché?
Quando ormai i piatti erano vuoti, mi sono distratto nei pensieri finché Beatrice non mi ha scosso tirandomi per la manica.
Papà, sei ancora tra noi? Ti è piaciuta la cena?
Sì, strepitosa. Mi avete cucinato da re.
Che sonno ha sbadigliato Bianca Sembra che papà sia rimasto in coma per ventanni.
Il nostro torello invece dovrebbe ingrassare, così magari a Natale facciamo festa grande ha scherzato Beatrice.
Il ragazzino dun tratto è balzato in piedi, emozionatissimo.
Basta Vi dico tutta la verità Vi prego, ascoltatemi
Ci ha raccontato tutto. Si chiama Spartaco Bovini (ci ha mostrato persino il certificato di nascita), aveva solo un giorno di più di Bianca: anche lui undici anni. Suo padre era morto in guerra, la mamma lo aveva partorito in anticipo dal dolore. In famiglia erano rimasti in quattro: la sorella maggiore, Sofia, che a fatica era riuscita a tenerli tutti insieme. Avevano lottato per crescere uniti. Poi, a ottobre, Spartaco aveva notato che Sofia era triste, assente alla fine aveva scoperto che si era innamorata perdutamente.
Sofia, però, aveva paura a confessare tutto a Spartaco, temeva che nessuno avrebbe accettato una ragazza con tanti fratelli da crescere. Parlava spesso di un uomo serio, gentile, un certo Lorenzo Greco, saldatore, sobrio, padre single con due figlie, che ogni tanto aiutava i ragazzi in difficoltà. Proprio come me.
Così Spartaco aveva deciso di indagare, e ha inscenato la parte del senzatetto per infilarsi in casa nostra e vedere se saremmo stati buoni con sua sorella.
Mi siete piaciuti tanto, davvero! Beatrice, Bianca, siete splendide Papà Lorenzo, per favore, prendi mia sorella Sofia in moglie. È una ragazza doro Lo vedrai che ti innamorerai, ci farà felici
Sul momento sono rimasto senza parole: il piano era geniale, almeno nella testa di un bambino!
Sono solo dieci anni più di lei, papà! mi hanno sussurrato le ragazze, ormai entusiaste dellidea.
Dai papà, promettici che ci penserai!
Le ho guardate negli occhi: erano sincere, ingenue, pronte per una nuova grande famiglia.
Va bene, ma dobbiamo chiedere a Sofia
Sofia è daccordo ha detto Spartaco, venendomi vicino e tendendomi la mano Come unico uomo della famiglia, ti affido mia sorella.
Gli ho stretto la mano forte, quasi commosso alle lacrime. Le ragazze ci si sono buttate addosso tra risatine e qualche occhio lucido.
Lo vedi, papà? Stamattina non ci credevi Ed eccolo qui lincontro speciale, il regalo di una vita: una famiglia più grande, più unita, proprio come volevi tu
Alla fine, oggi, ho imparato che la felicità a volte si presenta in maschera. Quando meno te laspetti, arriva qualcuno che ti mette alla prova, e tu devi essere disposto ad aprire la porta del cuore. Non importa quanto sia grande la famiglia, ma quanto sia grande lamore che ci metti.






