Diario di Giornata 11.11.11
Questa mattina, mentre facevamo colazione, mia figlia maggiore, Beatrice, senza staccare gli occhi dal cellulare, mi ha chiesto:
Papà, hai visto che giorno è oggi?
No, che cè di speciale?
Senza rispondere, mi ha girato lo schermo: sul display cera scritto 11.11.11 11 novembre 2011.
Questo è il tuo numero fortunato, papà: oggi ce ne sono ben tre di fila. Sarà una giornata fantastica, vedrai.
Magari le tue parole fossero miele, Bea, ho sorriso, stringendole locchio.
Anche la più piccola, Ilaria, immersa pure lei nello schermo, è intervenuta:
Papà, dicono che oggi per gli Scorpioni ci sarà un incontro speciale e un regalo che vale tutta la vita.
Chissà, magari in qualche parte dEuropa o in America è morto qualche nostro lontano parente miliardario, e noi siamo gli unici eredi
Miliardario, papà, non milionario! ha riso Beatrice. Altrimenti ti sembra poca roba.
Ma sì, in effetti sarebbe poco cosa Che ci facciamo con tutti quei soldi? Che ne dite, compriamo una villa sul Lago di Como o in Sardegna? Poi uno yacht
E un elicottero, papà! ha sognato a voce alta Ilaria. Io voglio un elicottero tutto mio
Senza problemi. Te lo compro. E tu, Bea? Che desideri?
Voglio recitare in un film a Cinecittà, magari con Riccardo Scamarcio.
Piccolo desiderio, ho scherzato. Dai, conosco qualcuno; una telefonata e si risolve
Va bene, sognatrici, ora basta fantasticare e finite la colazione. Tra poco bisogna uscire.
Uffa, nemmeno ci lasci sognare ha sospirato Ilaria.
Anzi, bisogna continuare a sognare, ho detto, finendo il mio caffè e alzandomi. Ma non dimenticate la scuola
Stranamente, questo scambio mattutino mi è tornato in mente la sera, mentre facevo la spesa alla Coop e passavo i prodotti dalla cesta alle buste. Alla fine della giornata, questa non era stata affatto fantastica: il lavoro è aumentato, sono stato costretto a fermarmi anche unora in più, e la stanchezza mi pesava sulle spalle. Nessun incontro piacevole, nessun regalo speciale.
E anche oggi la felicità è volata sopra la mia testa, come una rondine sopra Firenze pensavo uscendo dal supermercato.
Fuori, accanto alla mia vecchia Fiat Uno gialla che fedele ci serve da più di 20 anni cera un ragazzino che gironzolava. Era chiaro che fosse un piccolo randagio: trascurato, vestiti stracciati, le scarpe di due tipi diversi; sulla sinistra una sneaker lurida, sulla destra uno stivaletto sformato con un filo elettrico al posto del laccio. In testa un berretto da alpino, vissuto che più non si può.
Signore sono affamato mi darebbe un po di pane ha detto, la voce incerta, quando mi sono avvicinato.
Non era il suo aspetto a colpirmi più di tutto; era quella frase, fuori dal tempo, come presa da qualche vecchio film neorealista. In un attimo mi sono ritrovato a pensare ai miei anni in compagnia teatrale, quando si lavorava sulla recitazione e le pause: bastava unincertezza nella voce per distinguere la verità dalla menzogna.
Il ragazzino mentiva. Non perché fosse cattivo: ma con quella pausa, come un segnale acustico, mi aveva detto tutto. Era una mascherata, una finta. Ma perché proprio con me?
Vediamo un po dove vuole arrivare, amico E dentro di me già immaginavo Beatrice e Ilaria entusiaste: a loro piace giocare a fare le detective.
Con un pezzo di pane non ti riempi la pancia. Che ne diresti invece di un bel piatto di pasta al ragù, poi patate e salsicce con un bel dolce, e infine una fetta di crostata con la marmellata? Va bene?
Per un secondo sè sorpreso, poi ha ripreso la sua posa da duro.
Bravo, già meno teatro, più vita vediamo ancora
Allora, sì o no?
Sì, ha sussurrato.
Perfetto. Tieni, tienimi un attimo queste borse, per favore.
Di solito, chi vive davvero per strada, appena mette le mani sul cibo scappa via di corsa io li inseguo, ridendo, e li rimprovero: Non sei una bestiola, sei un bambino, accidenti
Ma lui niente, fermo come un palo, la testa bassa, stringeva le buste come se fossero unancora.
“Grazie amico, almeno oggi mi risparmi la corsa”, pensavo tra me e me.
Dopo una bella scena di ricerca delle chiavi e una telefonata casuale a casa Bea, avete già messo su la pasta? Bravissime. Scalda il ragù che arrivo in venti minuti sono finalmente entrato in macchina, lui seduto davanti, silenzioso.
Per cinque minuti, nessuno ha parlato. Noi viviamo in un paesino a sette chilometri da Modena, dove da più di dieci anni lavoro come saldatore demergenza per lEnel. Orfano, cresciuto in istituto, non ho altri parenti che le mie figlie, che sono tutta la mia vita. Non sopporto di vedere bambini soli, mi si spezza lanima, e ogni volta che posso cerco di dare loro una mano. Ho portato tanti ragazzini a casa, uno dopo laltro, prima di trovare loro unaltra famiglia. Se non fosse per quei maledetti cavilli burocratici, li avrei pure adottati tutti. Ma le condizioni abitative e finanziarie non lo permettono, lei è un padre solo, ci sono già le sue figlie piccole Tutte scuse: come se in istituto avessero più felicità! Quello che serve a un bambino, lo so bene, è lamore, non quattro mura; e lamore a casa nostra non manca. Ma niente da fare: la mia famiglia, per loro, non è regolare.
Davo unocchiata al ragazzino, tutto raggomitolato, la testa nascosta dietro il berretto storto. Ogni tanto sospirava. Strano tipo Non sembra nemmeno uno di quelli cresciuti in istituto Nuovo della strada, forse
Forse sono stato troppo duro col giudizio magari è davvero sotto choc, poveretto. Vedrai amico, adesso ti scaldi, mangi, ti riposi e poi parliamo.”
Arrivati, le mie ragazze erano già fuori ad aspettarci, entusiaste.
E questo chi è, papà? hanno domandato vedendo il piccolo ospite.
Ma non lo riconoscete? È proprio lincontro fortunato e il regalo di oggi, quello che diceva loroscopo, ho sorriso.
Grande, papà! ha esclamato Ilaria. Avvicinandosi ha tirato via il cappello scoprendogli il viso. Il regalo è proprio originale. Sicuro che non hai sbagliato e hai preso il ragazzino di qualcun altro?
Macché, sè proprio attaccato a me, strillava che era il mio regalo. Mica sono riuscito a liberarmene.
E come si chiama, questo regalo? ha chiesto Beatrice.
Senza nome, per ora
Niente etichetta, papà?
Zero.
Peccato papà, ha sospirato Ilaria sorniona. Speriamo non sia difettoso
Il poveraccio sembrava sempre più a disagio. Beatrice e Ilaria lo presero in custodia, lo portarono dentro, una a destra e una a sinistra con le buste in mano. Io, intanto, mi sono occupato della macchina, come tutte le sere: sistemare, coprire, mettere a punto per la mattina dopo.
Nemmeno quindici minuti che sento Ilaria arrivare di corsa in garage:
Papà, lui mente!
Come fai a dirlo?
Elementare, Watson, mi ha fatto una smorfia. Non ha per niente lodore di uno che vive per strada. Sa troppo di casa.
Lo hai annusato?
Appunto! Sai di cosa sa davvero?
Boh di pane fresco? Di sapone?
Hai finito le possibilità: annusa, mi ha portato la mano sotto il naso, sporca di nero.
Cosè, fuliggine?
Macché, papà: è trucco teatrale! Si è pitturato apposta per sembrare più malandato.
Boh, allora avanti
Papà, credo che sia venuto proprio apposta per te. Si è travestito e ci ha messo tutta la sceneggiata. Te lo dico, è un Teatro di un Solo Attore!
Dopo questa breve indagine, Beatrice e Ilaria lhanno portato in cucina e seduto in mezzo alla stanza, pronte alla loro terapia durto. Il povero ragazzo, lavato, pettinato, vestito con una nostra maglietta a righe rosse e nere, sembrava un altro. I capelli rossi e baffi da vero giamburrasca, gli occhi tanto blu da sembrare trasparenti. Sembrava già a suo agio, quasi stesse cenando con la sua famiglia.
Lo osservavo: era chiaro ormai che tutto fosse un espediente per entrare a casa nostra. Ma perché? Non certo per rubare, non era il tipo. Forse cercava proprio una famiglia.
In quel momento, Beatrice mi ha scosso il braccio:
Papà, dovè finito il tuo pensiero? Sei qui o dormi in piedi?
Ci sono, ci sono, ho risposto. Finito tutto, grazie.
Papà, sono passati anni! Io e Ila ci siamo sposate, i figli
E questo giovanotto sarebbe il vostro spasimante?
Macché, è il nostro vitellino da compagnia, ha scherzato Ilaria, e gli ha accarezzato i capelli.
Allimprovviso, il ragazzo si è alzato di scatto e ha detto:
Basta, vi prego, non scherzate più Mi arrendo. Signor Giulio, mi scusi Non volevo fare questa sceneggiata, ma vi dovevo conoscere
Si chiamava Spartaco Buggiani, aveva solo un giorno in più di Ilaria, undici anni. Suo padre era morto quando lui era appena nato, combattente nellultima missione internazionale; la mamma, allora incinta, rischiò di perdere tutto. Si salvarono lui e la sorellina, anche lei si chiama Ilaria. Rimasero in pochi, quasi solo lui e sua sorella maggiore, Sofia, poco più che maggiorenne allepoca. Loro due si sono presi cura delle più piccole, Ilaria e Lucia.
Da ottobre Spartaco aveva notato che Sofia era cambiata, assente, triste. Pensava si stesse ammalando, per la paura; invece era tutta colpa dellamore. Sofia aveva perso la testa per qualcuno ma, per imbarazzo, non lo diceva a nessuno. Alla fine, confidò tutto a Spartaco: si era presa una cotta, e che cotta, per Giulio Venturi, il nostro Giulio. Si era informata: lavora come saldatore, tiene due figlie, la moglie è scappata in Brasile con lamante quando le bimbe erano piccole, e spesso raccoglie ragazzini senza casa aiutandoli a trovare una famiglia. Un dettaglio che colpì Spartaco: proprio perché anche lui ex orfano, Giulio capiva il valore della famiglia.
Così, decise di escogitare un piano: fingersi un ragazzino di strada, entrare a casa nostra, conoscere Giulio e le figlie, capire se davvero sua sorella avrebbe trovato in noi una famiglia. Era il solo uomo della famiglia e voleva essere certo di lasciarla in buone mani.
Mi siete piaciute davvero tanto, Beatrice e Ilaria, siete fantastiche. Signor Giulio, la prego: sposi mia sorella Sofia, non se ne pentirà. È buona, dolce, proprio come la mamma Lei avrebbe voluto dichiararsi, ma aveva paura
Di cosa? ha domandato Beatrice.
Temeva che non volesse sposarla, avendo già figli da accudire
Per tutte le stelle! Ma che dite, aver figli è una benedizione, non una disgrazia! ho detto, commosso.
Papà, allora che facciamo? Andiamo da Sofia a chiederle di sposarti o vuoi restare solo?
Buffo davvero, ho sorriso. Anche io ho pensato spesso a Sofia Dopo la mia ex moglie, pensavo di bastare solo io e le bimbe Forse è il destino.
Papà, Sofia ha già 23 anni!, ha ribattuto Spartaco. E tu sei poco più grande, tutto sommato.
Sì, papà, siete perfetti, hanno annuito le ragazze. E noi vi aiuteremo, vero, Spartaco?
Certo, sempre, ha assicurato Spartaco stringendomi la mano.
Allora papà? Ci proviamo?
Sì. Ma
Sofia ha già detto di sì, ha detto fiero Spartaco, porgendomi la mano come solo un uomo fa. Da unico uomo della famiglia, ti affido mia sorella.
Lho abbracciato forte, sentivo il cuore battere forte, le lacrime agli occhi.
Bea annusava, Ila rideva per tenere allegro lambiente.
Ecco il tuo incontro speciale, papà, ha detto Ilaria. Spartaco, il nostro vitellino, e il regalo più grande: una bella, nuova, unita famiglia. Alla fine, quello che hai sempre voluto
E forse, finalmente, è arrivato il mio giorno fortunato.






