L’unico uomo di casa Durante la colazione, Vera, la figlia maggiore, senza distogliere lo sguardo dal cellulare, chiese: – Papà, hai visto che giorno è oggi? – No, cosa c’è di particolare? Invece di rispondere, la ragazza girò lo schermo: 11.11.11, l’11 novembre 2011. – È il tuo numero fortunato, papà: undici. E oggi ce ne sono ben tre di fila. Avrai una giornata favolosa. – Magari le tue parole portassero davvero fortuna, – sorrise Valerio. – Sì, papà, – intervenne la piccola Nadia, anche lei assorta sul suo smartphone. – Oggi per gli Scorpioni si prospetta un incontro speciale e un regalo che cambia la vita. – Fantastico. Chissà, magari è morto un lontano parente in Europa o in America, siamo gli unici eredi… di sicuro un milionario… – Miliardario, papà! – rincarò Vera ridendo. – Da te i milioni sarebbero da poco. – Infatti, è troppo poco. E se ci comprassimo subito una villa in Italia o alle Maldive? Poi uno yacht… – E un elicottero, papà! – sognò ad alta voce Nadia. – Voglio anche il mio elicottero… – Nessun problema. Ci sarà anche l’elicottero. E tu, Vera, che desideri? – Voglio recitare in un film di Bollywood con Salman Khan! – Roba da niente. Chiamo subito Amitabh Bachchan e ci mettiamo d’accordo… Dai, sognatrici, finite la colazione, dobbiamo uscire. – Che tristezza, nemmeno sognare si può… – sospirò Nadia. – Sognare si deve! – concluse Valerio alzandosi da tavola. – Ma non dimenticate la scuola… Per qualche motivo, valsero alla mente di Valerio quelle chiacchiere del mattino sul finire della giornata, mentre al supermercato sistemava la spesa nei sacchetti. La giornata volgeva al termine, ma di fortunata non aveva avuto niente: il lavoro era aumentato, aveva dovuto fermarsi fino a tardi, era stanchissimo. Nessun incontro speciale, di regali nemmeno l’ombra. «La felicità è passata sopra la testa, come una rondine in volo su piazza San Marco», pensò uscendo dal supermercato. Accanto alla sua vecchia ma fedele Fiat Panda (che serviva la famiglia da un quarto di secolo), c’era un ragazzino. Sembrava un piccolo randagio. Lo gridava il suo aspetto: abiti strappati, scarpe spaiate – un’informe sneaker grigia a sinistra, un vecchio stivale militare sformato a destra con il laccio sostituito da un filo elettrico blu; in testa un berretto fuori moda, con una falda rovinata. – Signore, io… ho fame, può … pane… – balbettò il ragazzo, appena Valerio si avvicinò. La frase suonò incerta, quasi una battuta presa in prestito da quei film italiani in bianco e nero. In Valerio, qualcosa scattò – una specie di richiamo, come quelle lezioni di recitazione ai tempi dell’oratorio. La vera emozione si leggeva nei dettagli. E qui, qualcosa stonava: la balbettìa, secondo insegnamento, riconosce l’attore sincero dal bugiardo. Il ragazzino mentiva. La recita era tutta per lui, lo percepiva con una specie di sesto senso. «Interessante… Vediamo dove vuole arrivare», pensò Valerio. «Le mie principesse saranno entusiaste: amano giocare alle detective!» – Solo pane non ti sazia. Che ne dici di un bel piatto di pastasciutta, un secondo con contorno, e magari una fetta di crostata fatta in casa? Il ragazzo si irrigidì solo per un attimo, poi tornò in sé, guardingo. – Che dici, accetti? – … Sì, – mormorò piano. – Bravo. Tieni un attimo questi sacchetti, per favore. Fu un test. Valerio sapeva bene: i veri ragazzi di strada appena ricevono la spesa, scappano via. Ma questo rimase lì, abbattuto, a fissare il marciapiedi e stringere il sacchetto tra le mani. «Grazie, amico. Non avevo voglia di rincorrerlo», si tranquillizzò Valerio, trovando finalmente le chiavi. – Eccoci, signore, la carrozza è pronta, il pranzo ci aspetta. Il ragazzo sospirò strano, si accomodò timidamente. Per qualche minuto, nel tragitto verso casa – un casale a pochi chilometri da una cittadina padana dove Valerio lavorava da anni come saldatore – il silenzio dominò. Ex orfano, lui stesso non aveva parenti: le figlie erano tutto il suo mondo. Amava aiutare i bambini senza famiglia, offrire loro almeno un po’ di quel calore che a lui era tanto mancato. Arrivati, le ragazze si precipitarono fuori. – E questo chi è, papà? – Ragazze, eccovi l’incontro speciale promesso e il regalo di oggi: un amico nuovo di zecca! – Grandioso, papà! – Nadia si avvicinò curiosa e guardò sotto il berretto del ragazzino. – Magari era il regalo destinato a un altro. – Magari… ma si è attaccato alla mia gamba! – E come si chiama questo regalo misterioso? – domandò Vera. – Senza nome. – Niente etichetta né prezzo? – Niente. – Chiaro, papà, ti hanno rifilato un regalo difettoso… Le due sorelle si avvicinarono, trascinando il ragazzo in casa tra battute buffe e sospetti in perfetto stile poliziesco: l’investigatrice buona e quella “cattiva”, come solo in Italia sanno fare tra sorelle. Nel frattempo Valerio sistemava l’auto e raggiungeva finalmente le figlie e il loro “ospite”, appena in tempo per la scoperta sorprendente: il ragazzo era truccato con il cerone, non aveva vissuto un giorno in strada; era un ragazzo di casa, arrivato lì con uno scopo misterioso. Dopo un po’ di “pressing”, il piccolo cede: si chiama Spartaco Bugatti (ovviamente con il suo certificato di nascita), fratello maggiore di una ragazza di cui Sofia: la sorella di cui è innamorata Valerio. Spartaco, unico maschio della famiglia, aveva deciso di mettere alla prova la famiglia italiana della sua sorella adorata – proprio come un fratello autenticamente italiano, custode degli affetti e delle tradizioni. – Siete una famiglia meravigliosa! Valerio, ti prego… prendi mia sorella in sposa. Non te ne pentirai. – Ma la poverina ha già due bambini piccoli da accudire… – Macché, papà! – insorsero in coro Vera e Nadia. – Sarà la famiglia più bella d’Italia! Sei d’accordo? Valerio, strizzato tra le braccia delle figlie, guardò Spartaco e accettò. Così, tra battute sarcastiche e sogni ad occhi aperti, tra pasta, risate e “analisi” spiritose del regalo, la famiglia italiana trovò un nuovo equilibrio, un nuovo amore e la promessa di una nuova, grande, meravigliosa famiglia. L’unico uomo di casa – da oggi, non più solo.

Diario di Giornata 11.11.11

Questa mattina, mentre facevamo colazione, mia figlia maggiore, Beatrice, senza staccare gli occhi dal cellulare, mi ha chiesto:
Papà, hai visto che giorno è oggi?
No, che cè di speciale?
Senza rispondere, mi ha girato lo schermo: sul display cera scritto 11.11.11 11 novembre 2011.
Questo è il tuo numero fortunato, papà: oggi ce ne sono ben tre di fila. Sarà una giornata fantastica, vedrai.
Magari le tue parole fossero miele, Bea, ho sorriso, stringendole locchio.

Anche la più piccola, Ilaria, immersa pure lei nello schermo, è intervenuta:
Papà, dicono che oggi per gli Scorpioni ci sarà un incontro speciale e un regalo che vale tutta la vita.
Chissà, magari in qualche parte dEuropa o in America è morto qualche nostro lontano parente miliardario, e noi siamo gli unici eredi
Miliardario, papà, non milionario! ha riso Beatrice. Altrimenti ti sembra poca roba.
Ma sì, in effetti sarebbe poco cosa Che ci facciamo con tutti quei soldi? Che ne dite, compriamo una villa sul Lago di Como o in Sardegna? Poi uno yacht
E un elicottero, papà! ha sognato a voce alta Ilaria. Io voglio un elicottero tutto mio
Senza problemi. Te lo compro. E tu, Bea? Che desideri?
Voglio recitare in un film a Cinecittà, magari con Riccardo Scamarcio.
Piccolo desiderio, ho scherzato. Dai, conosco qualcuno; una telefonata e si risolve

Va bene, sognatrici, ora basta fantasticare e finite la colazione. Tra poco bisogna uscire.
Uffa, nemmeno ci lasci sognare ha sospirato Ilaria.
Anzi, bisogna continuare a sognare, ho detto, finendo il mio caffè e alzandomi. Ma non dimenticate la scuola

Stranamente, questo scambio mattutino mi è tornato in mente la sera, mentre facevo la spesa alla Coop e passavo i prodotti dalla cesta alle buste. Alla fine della giornata, questa non era stata affatto fantastica: il lavoro è aumentato, sono stato costretto a fermarmi anche unora in più, e la stanchezza mi pesava sulle spalle. Nessun incontro piacevole, nessun regalo speciale.

E anche oggi la felicità è volata sopra la mia testa, come una rondine sopra Firenze pensavo uscendo dal supermercato.

Fuori, accanto alla mia vecchia Fiat Uno gialla che fedele ci serve da più di 20 anni cera un ragazzino che gironzolava. Era chiaro che fosse un piccolo randagio: trascurato, vestiti stracciati, le scarpe di due tipi diversi; sulla sinistra una sneaker lurida, sulla destra uno stivaletto sformato con un filo elettrico al posto del laccio. In testa un berretto da alpino, vissuto che più non si può.
Signore sono affamato mi darebbe un po di pane ha detto, la voce incerta, quando mi sono avvicinato.

Non era il suo aspetto a colpirmi più di tutto; era quella frase, fuori dal tempo, come presa da qualche vecchio film neorealista. In un attimo mi sono ritrovato a pensare ai miei anni in compagnia teatrale, quando si lavorava sulla recitazione e le pause: bastava unincertezza nella voce per distinguere la verità dalla menzogna.

Il ragazzino mentiva. Non perché fosse cattivo: ma con quella pausa, come un segnale acustico, mi aveva detto tutto. Era una mascherata, una finta. Ma perché proprio con me?
Vediamo un po dove vuole arrivare, amico E dentro di me già immaginavo Beatrice e Ilaria entusiaste: a loro piace giocare a fare le detective.

Con un pezzo di pane non ti riempi la pancia. Che ne diresti invece di un bel piatto di pasta al ragù, poi patate e salsicce con un bel dolce, e infine una fetta di crostata con la marmellata? Va bene?

Per un secondo sè sorpreso, poi ha ripreso la sua posa da duro.
Bravo, già meno teatro, più vita vediamo ancora

Allora, sì o no?
Sì, ha sussurrato.
Perfetto. Tieni, tienimi un attimo queste borse, per favore.

Di solito, chi vive davvero per strada, appena mette le mani sul cibo scappa via di corsa io li inseguo, ridendo, e li rimprovero: Non sei una bestiola, sei un bambino, accidenti
Ma lui niente, fermo come un palo, la testa bassa, stringeva le buste come se fossero unancora.
“Grazie amico, almeno oggi mi risparmi la corsa”, pensavo tra me e me.

Dopo una bella scena di ricerca delle chiavi e una telefonata casuale a casa Bea, avete già messo su la pasta? Bravissime. Scalda il ragù che arrivo in venti minuti sono finalmente entrato in macchina, lui seduto davanti, silenzioso.

Per cinque minuti, nessuno ha parlato. Noi viviamo in un paesino a sette chilometri da Modena, dove da più di dieci anni lavoro come saldatore demergenza per lEnel. Orfano, cresciuto in istituto, non ho altri parenti che le mie figlie, che sono tutta la mia vita. Non sopporto di vedere bambini soli, mi si spezza lanima, e ogni volta che posso cerco di dare loro una mano. Ho portato tanti ragazzini a casa, uno dopo laltro, prima di trovare loro unaltra famiglia. Se non fosse per quei maledetti cavilli burocratici, li avrei pure adottati tutti. Ma le condizioni abitative e finanziarie non lo permettono, lei è un padre solo, ci sono già le sue figlie piccole Tutte scuse: come se in istituto avessero più felicità! Quello che serve a un bambino, lo so bene, è lamore, non quattro mura; e lamore a casa nostra non manca. Ma niente da fare: la mia famiglia, per loro, non è regolare.

Davo unocchiata al ragazzino, tutto raggomitolato, la testa nascosta dietro il berretto storto. Ogni tanto sospirava. Strano tipo Non sembra nemmeno uno di quelli cresciuti in istituto Nuovo della strada, forse
Forse sono stato troppo duro col giudizio magari è davvero sotto choc, poveretto. Vedrai amico, adesso ti scaldi, mangi, ti riposi e poi parliamo.”

Arrivati, le mie ragazze erano già fuori ad aspettarci, entusiaste.
E questo chi è, papà? hanno domandato vedendo il piccolo ospite.
Ma non lo riconoscete? È proprio lincontro fortunato e il regalo di oggi, quello che diceva loroscopo, ho sorriso.

Grande, papà! ha esclamato Ilaria. Avvicinandosi ha tirato via il cappello scoprendogli il viso. Il regalo è proprio originale. Sicuro che non hai sbagliato e hai preso il ragazzino di qualcun altro?
Macché, sè proprio attaccato a me, strillava che era il mio regalo. Mica sono riuscito a liberarmene.
E come si chiama, questo regalo? ha chiesto Beatrice.
Senza nome, per ora
Niente etichetta, papà?
Zero.
Peccato papà, ha sospirato Ilaria sorniona. Speriamo non sia difettoso

Il poveraccio sembrava sempre più a disagio. Beatrice e Ilaria lo presero in custodia, lo portarono dentro, una a destra e una a sinistra con le buste in mano. Io, intanto, mi sono occupato della macchina, come tutte le sere: sistemare, coprire, mettere a punto per la mattina dopo.

Nemmeno quindici minuti che sento Ilaria arrivare di corsa in garage:
Papà, lui mente!
Come fai a dirlo?
Elementare, Watson, mi ha fatto una smorfia. Non ha per niente lodore di uno che vive per strada. Sa troppo di casa.
Lo hai annusato?
Appunto! Sai di cosa sa davvero?
Boh di pane fresco? Di sapone?
Hai finito le possibilità: annusa, mi ha portato la mano sotto il naso, sporca di nero.
Cosè, fuliggine?
Macché, papà: è trucco teatrale! Si è pitturato apposta per sembrare più malandato.
Boh, allora avanti
Papà, credo che sia venuto proprio apposta per te. Si è travestito e ci ha messo tutta la sceneggiata. Te lo dico, è un Teatro di un Solo Attore!

Dopo questa breve indagine, Beatrice e Ilaria lhanno portato in cucina e seduto in mezzo alla stanza, pronte alla loro terapia durto. Il povero ragazzo, lavato, pettinato, vestito con una nostra maglietta a righe rosse e nere, sembrava un altro. I capelli rossi e baffi da vero giamburrasca, gli occhi tanto blu da sembrare trasparenti. Sembrava già a suo agio, quasi stesse cenando con la sua famiglia.

Lo osservavo: era chiaro ormai che tutto fosse un espediente per entrare a casa nostra. Ma perché? Non certo per rubare, non era il tipo. Forse cercava proprio una famiglia.

In quel momento, Beatrice mi ha scosso il braccio:
Papà, dovè finito il tuo pensiero? Sei qui o dormi in piedi?
Ci sono, ci sono, ho risposto. Finito tutto, grazie.
Papà, sono passati anni! Io e Ila ci siamo sposate, i figli
E questo giovanotto sarebbe il vostro spasimante?
Macché, è il nostro vitellino da compagnia, ha scherzato Ilaria, e gli ha accarezzato i capelli.

Allimprovviso, il ragazzo si è alzato di scatto e ha detto:
Basta, vi prego, non scherzate più Mi arrendo. Signor Giulio, mi scusi Non volevo fare questa sceneggiata, ma vi dovevo conoscere

Si chiamava Spartaco Buggiani, aveva solo un giorno in più di Ilaria, undici anni. Suo padre era morto quando lui era appena nato, combattente nellultima missione internazionale; la mamma, allora incinta, rischiò di perdere tutto. Si salvarono lui e la sorellina, anche lei si chiama Ilaria. Rimasero in pochi, quasi solo lui e sua sorella maggiore, Sofia, poco più che maggiorenne allepoca. Loro due si sono presi cura delle più piccole, Ilaria e Lucia.

Da ottobre Spartaco aveva notato che Sofia era cambiata, assente, triste. Pensava si stesse ammalando, per la paura; invece era tutta colpa dellamore. Sofia aveva perso la testa per qualcuno ma, per imbarazzo, non lo diceva a nessuno. Alla fine, confidò tutto a Spartaco: si era presa una cotta, e che cotta, per Giulio Venturi, il nostro Giulio. Si era informata: lavora come saldatore, tiene due figlie, la moglie è scappata in Brasile con lamante quando le bimbe erano piccole, e spesso raccoglie ragazzini senza casa aiutandoli a trovare una famiglia. Un dettaglio che colpì Spartaco: proprio perché anche lui ex orfano, Giulio capiva il valore della famiglia.

Così, decise di escogitare un piano: fingersi un ragazzino di strada, entrare a casa nostra, conoscere Giulio e le figlie, capire se davvero sua sorella avrebbe trovato in noi una famiglia. Era il solo uomo della famiglia e voleva essere certo di lasciarla in buone mani.

Mi siete piaciute davvero tanto, Beatrice e Ilaria, siete fantastiche. Signor Giulio, la prego: sposi mia sorella Sofia, non se ne pentirà. È buona, dolce, proprio come la mamma Lei avrebbe voluto dichiararsi, ma aveva paura
Di cosa? ha domandato Beatrice.
Temeva che non volesse sposarla, avendo già figli da accudire

Per tutte le stelle! Ma che dite, aver figli è una benedizione, non una disgrazia! ho detto, commosso.
Papà, allora che facciamo? Andiamo da Sofia a chiederle di sposarti o vuoi restare solo?
Buffo davvero, ho sorriso. Anche io ho pensato spesso a Sofia Dopo la mia ex moglie, pensavo di bastare solo io e le bimbe Forse è il destino.
Papà, Sofia ha già 23 anni!, ha ribattuto Spartaco. E tu sei poco più grande, tutto sommato.
Sì, papà, siete perfetti, hanno annuito le ragazze. E noi vi aiuteremo, vero, Spartaco?
Certo, sempre, ha assicurato Spartaco stringendomi la mano.
Allora papà? Ci proviamo?
Sì. Ma
Sofia ha già detto di sì, ha detto fiero Spartaco, porgendomi la mano come solo un uomo fa. Da unico uomo della famiglia, ti affido mia sorella.

Lho abbracciato forte, sentivo il cuore battere forte, le lacrime agli occhi.
Bea annusava, Ila rideva per tenere allegro lambiente.
Ecco il tuo incontro speciale, papà, ha detto Ilaria. Spartaco, il nostro vitellino, e il regalo più grande: una bella, nuova, unita famiglia. Alla fine, quello che hai sempre voluto

E forse, finalmente, è arrivato il mio giorno fortunato.

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L’unico uomo di casa Durante la colazione, Vera, la figlia maggiore, senza distogliere lo sguardo dal cellulare, chiese: – Papà, hai visto che giorno è oggi? – No, cosa c’è di particolare? Invece di rispondere, la ragazza girò lo schermo: 11.11.11, l’11 novembre 2011. – È il tuo numero fortunato, papà: undici. E oggi ce ne sono ben tre di fila. Avrai una giornata favolosa. – Magari le tue parole portassero davvero fortuna, – sorrise Valerio. – Sì, papà, – intervenne la piccola Nadia, anche lei assorta sul suo smartphone. – Oggi per gli Scorpioni si prospetta un incontro speciale e un regalo che cambia la vita. – Fantastico. Chissà, magari è morto un lontano parente in Europa o in America, siamo gli unici eredi… di sicuro un milionario… – Miliardario, papà! – rincarò Vera ridendo. – Da te i milioni sarebbero da poco. – Infatti, è troppo poco. E se ci comprassimo subito una villa in Italia o alle Maldive? Poi uno yacht… – E un elicottero, papà! – sognò ad alta voce Nadia. – Voglio anche il mio elicottero… – Nessun problema. Ci sarà anche l’elicottero. E tu, Vera, che desideri? – Voglio recitare in un film di Bollywood con Salman Khan! – Roba da niente. Chiamo subito Amitabh Bachchan e ci mettiamo d’accordo… Dai, sognatrici, finite la colazione, dobbiamo uscire. – Che tristezza, nemmeno sognare si può… – sospirò Nadia. – Sognare si deve! – concluse Valerio alzandosi da tavola. – Ma non dimenticate la scuola… Per qualche motivo, valsero alla mente di Valerio quelle chiacchiere del mattino sul finire della giornata, mentre al supermercato sistemava la spesa nei sacchetti. La giornata volgeva al termine, ma di fortunata non aveva avuto niente: il lavoro era aumentato, aveva dovuto fermarsi fino a tardi, era stanchissimo. Nessun incontro speciale, di regali nemmeno l’ombra. «La felicità è passata sopra la testa, come una rondine in volo su piazza San Marco», pensò uscendo dal supermercato. Accanto alla sua vecchia ma fedele Fiat Panda (che serviva la famiglia da un quarto di secolo), c’era un ragazzino. Sembrava un piccolo randagio. Lo gridava il suo aspetto: abiti strappati, scarpe spaiate – un’informe sneaker grigia a sinistra, un vecchio stivale militare sformato a destra con il laccio sostituito da un filo elettrico blu; in testa un berretto fuori moda, con una falda rovinata. – Signore, io… ho fame, può … pane… – balbettò il ragazzo, appena Valerio si avvicinò. La frase suonò incerta, quasi una battuta presa in prestito da quei film italiani in bianco e nero. In Valerio, qualcosa scattò – una specie di richiamo, come quelle lezioni di recitazione ai tempi dell’oratorio. La vera emozione si leggeva nei dettagli. E qui, qualcosa stonava: la balbettìa, secondo insegnamento, riconosce l’attore sincero dal bugiardo. Il ragazzino mentiva. La recita era tutta per lui, lo percepiva con una specie di sesto senso. «Interessante… Vediamo dove vuole arrivare», pensò Valerio. «Le mie principesse saranno entusiaste: amano giocare alle detective!» – Solo pane non ti sazia. Che ne dici di un bel piatto di pastasciutta, un secondo con contorno, e magari una fetta di crostata fatta in casa? Il ragazzo si irrigidì solo per un attimo, poi tornò in sé, guardingo. – Che dici, accetti? – … Sì, – mormorò piano. – Bravo. Tieni un attimo questi sacchetti, per favore. Fu un test. Valerio sapeva bene: i veri ragazzi di strada appena ricevono la spesa, scappano via. Ma questo rimase lì, abbattuto, a fissare il marciapiedi e stringere il sacchetto tra le mani. «Grazie, amico. Non avevo voglia di rincorrerlo», si tranquillizzò Valerio, trovando finalmente le chiavi. – Eccoci, signore, la carrozza è pronta, il pranzo ci aspetta. Il ragazzo sospirò strano, si accomodò timidamente. Per qualche minuto, nel tragitto verso casa – un casale a pochi chilometri da una cittadina padana dove Valerio lavorava da anni come saldatore – il silenzio dominò. Ex orfano, lui stesso non aveva parenti: le figlie erano tutto il suo mondo. Amava aiutare i bambini senza famiglia, offrire loro almeno un po’ di quel calore che a lui era tanto mancato. Arrivati, le ragazze si precipitarono fuori. – E questo chi è, papà? – Ragazze, eccovi l’incontro speciale promesso e il regalo di oggi: un amico nuovo di zecca! – Grandioso, papà! – Nadia si avvicinò curiosa e guardò sotto il berretto del ragazzino. – Magari era il regalo destinato a un altro. – Magari… ma si è attaccato alla mia gamba! – E come si chiama questo regalo misterioso? – domandò Vera. – Senza nome. – Niente etichetta né prezzo? – Niente. – Chiaro, papà, ti hanno rifilato un regalo difettoso… Le due sorelle si avvicinarono, trascinando il ragazzo in casa tra battute buffe e sospetti in perfetto stile poliziesco: l’investigatrice buona e quella “cattiva”, come solo in Italia sanno fare tra sorelle. Nel frattempo Valerio sistemava l’auto e raggiungeva finalmente le figlie e il loro “ospite”, appena in tempo per la scoperta sorprendente: il ragazzo era truccato con il cerone, non aveva vissuto un giorno in strada; era un ragazzo di casa, arrivato lì con uno scopo misterioso. Dopo un po’ di “pressing”, il piccolo cede: si chiama Spartaco Bugatti (ovviamente con il suo certificato di nascita), fratello maggiore di una ragazza di cui Sofia: la sorella di cui è innamorata Valerio. Spartaco, unico maschio della famiglia, aveva deciso di mettere alla prova la famiglia italiana della sua sorella adorata – proprio come un fratello autenticamente italiano, custode degli affetti e delle tradizioni. – Siete una famiglia meravigliosa! Valerio, ti prego… prendi mia sorella in sposa. Non te ne pentirai. – Ma la poverina ha già due bambini piccoli da accudire… – Macché, papà! – insorsero in coro Vera e Nadia. – Sarà la famiglia più bella d’Italia! Sei d’accordo? Valerio, strizzato tra le braccia delle figlie, guardò Spartaco e accettò. Così, tra battute sarcastiche e sogni ad occhi aperti, tra pasta, risate e “analisi” spiritose del regalo, la famiglia italiana trovò un nuovo equilibrio, un nuovo amore e la promessa di una nuova, grande, meravigliosa famiglia. L’unico uomo di casa – da oggi, non più solo.