L’Uomo con il Rimorchio: Una Sera di Novembre, una Bambina Malata, un Passato di Dolore e una Nuova …

UOMO CON IL RIMORCHIO

Non riesco a dimenticare quella sera di novembre. Pioveva misto neve, il vento urlava fra i tetti come un lupo affamato, ma nel mio ambulatorio la stufa scoppiettava e cera un bel tepore. Mi stavo già preparando per tornare a casa quando sentii la porta cigolare. Sulla soglia si materializzò Giacomo Ferrari. Colosso di uomo, spalle larghe, ma sembrava che quel vento lo potesse portar via da un momento allaltro. Tra le braccia stringeva un involto: sua figlia, Lucietta.

Entrò e la posò sul lettino, poi si ritirò in disparte, spalleggiato alla parete come una statua. Mi avvicinai alla bimba e il cuore mi precipitò nello stomaco. La faccina tutta rossa, labbra screpolate e secche, il corpo che tremava come una foglia e sussurrava soltanto: Mamma mammina Non aveva nemmeno cinque anni, povera stella. Misurai la febbre: addirittura quasi quaranta!

Giacomo, perché hai aspettato così tanto? Da quanto sta male? domandai severa mentre già cercavo una fiala e caricavo la siringa.

Lui tacque. Fissava il pavimento, i muscoli del viso contratti, le mani così strette a pugno che le nocche serano fatte bianche. Come se fosse altrove, perso nel suo dolore. Lì capii che non era solo Lucietta ad aver bisogno di cure. Lanima di quelluomo era un campo di battaglia, lacerata peggio di qualsiasi febbre.

Feci liniezione, strofinai la piccina e pian piano si calmò; il respiro diventò più regolare. Mi sedetti accanto a lei, carezzandole la fronte accaldata, e sussurrai a Giacomo: Restate qui stanotte. Dove volete andare con questo tempaccio? Dormite sul divano, io veglio su di lei.

Lui fece solo cenno col capo, senza muoversi. Rimase appoggiato al muro fino allalba, come una sentinella. Io passai la notte a cambiare impacchi e darle un po dacqua. E pensavo, pensavo

In paese su Giacomo si sentivano tante cose. Un anno prima sua moglie, Caterina, era annegata. Una donna bellissima, vivace come un ruscello. Dopo quella disgrazia, Giacomo sembrava diventato di pietra. Lavorava come un mulo, la casa sempre in ordine, si prendeva cura della figlia, ma negli occhi solo vuoto. Con gli altri, una parola a fatica, un saluto a denti stretti, poi via.

Le malelingue dicevano che lui e Caterina avevano litigato quel giorno sul fiume. Che lui, magari dopo un bicchiere di troppo, le avesse urlato qualcosa, e lei, disperata, si fosse buttata in acqua. Dopo quella tragedia, però, lui non aveva più toccato una goccia. Ma la colpaquella sì, che ti rode più del vinonon si beve via. E tutti in paese li chiamavano, lui e Lucietta, luomo col rimorchio. Ma non era la bambina, quel rimorchio. Era il suo dolore che si trasportava ovunque.

Allalba, Lucietta stava meglio; la febbre scese. Aprì gli occhioniazzurri come il cielo, proprio come la madremi guardò, poi fissò il papà, e ancora le labbra tremavano. Giacomo si avvicinò, le afferrò la mano in modo impacciato, poi la lasciò subito, come bruciato. Ne aveva paura, e allo stesso tempo in lei rivedeva tutta la sua Caterina, tutta la sua sofferenza.

Rimasero da me unaltra giornata. Prepari un brodino di pollo e imboccai Lucietta, che mangiava in silenzio e ubbidiente. Da quando era successa la disgrazia, non aveva quasi più parlato. Solo sì, no, e a monosillabi. Il padre con lei ancor meno. Le metteva la minestra, tagliava il pane, tutto in silenzio. Persino quando le intrecciava la treccia con quelle sue mani grandi e ruvide, senza dire nulla. E in quella casa il silenzio era di una tristezza che si tagliava col coltello.

Così andò avanti. Lucietta guarì ma io li tenevo docchio. Qualche volta portavo loro dei biscotti, oppure una marmellata con la scusa che mi avanzava. In realtà volevo solo vedere come andavano avanti. Vivevano come estranei sotto lo stesso tetto. Tra loro cera un muro di ghiaccio e nessuno sapeva come scioglierlo.

Con la primavera arrivò una nuova maestra al paese, Signora Olga Bianchi. Veniva dalla città, discreta, garbata, con uno sguardo sempre un po triste. Si vedeva che anche lei aveva il suo fardello alle spalle: chi verrebbe mai in una frazione sperduta se non per fuggire da qualcosa? Iniziò a insegnare ai piccoli e Lucietta finì nella sua classe.

E successe una di quelle cose che sanno di miracolo: un raggio di sole in un mondo cupo. LOlga intuì subito la malinconia di Lucietta, la scovò e, poco a poco, la aiutò a sciogliersi. Le portava libri illustrati, le regalava matite colorate. Dopo le lezioni si fermava con lei, le leggeva fiabe. E Lucietta si apriva, giorno dopo giorno.

Una volta, andai a scuola per controllare la pressione alla preside e le trovai insieme: Olga leggeva, Lucietta le era accanto, rapita, e sul suo volto cera quella serenità che non vedevo da un anno.

Allinizio Giacomo non gradiva. Andava a prenderla, la vedeva con la maestra, e lo sguardo diventava di pietra. Andiamo, le diceva brusco, tirandola via senza salutare Olga. Lui nella gentilezza di Olga vedeva solo pietà, che era per lui una ferita peggiore di uno schiaffo.

Poi un giorno si incrociarono davanti allalimentari. Olga e Lucietta si stavano gustando un gelato. Giacomo le vide, si fece torvo. Olga sorrise: Buongiorno, signor Giacomo! Ogni tanto anche Lucietta va coccolata, no?

Lui la guardò storto, afferrò il gelato di mano alla bambina e lo buttò nel cestino. Non si impicci, pensiamo noi. La bimba scoppiò a piangere, Olga rimase impietrita, negli occhi dolore e rabbia. Giacomo si voltò e se ne andò, la figlia dietro, in lacrime. Mi si strinse il cuore a vedere quella scena. Che testone, mi dicevo. Così distruggi la tua vita e anche quella della piccola.

Quella sera venne da me a chiedere delle gocce per il cuore. Mi sento stringere qui, mi spiegò. Gli posai un bicchiere davanti, mi sedetti. Non è il cuore, Giacomo, è il tuo dolore che ti stritola dentro. Pensi che il silenzio protegga tua figlia? La fai solo soffrire di più. Ha bisogno di una carezza, di una parola buona. Le vuoi bene? Falle sentire il tuo amore. La vita è negli occhi, nei gesti, non solo in un piatto caldo. Lascia andare Caterina. Lascia vivere chi resta.

Mi ascoltò a capo basso, in silenzio. Poi sollevò lo sguardo quegli occhi pieni di un tormento che mi tolse il respiro. Non ce la faccio Non posso

Se ne andò e io rimasi a pensare a quanto sia difficile, a volte, perdonare sé stessi.

Poi arrivò il giorno che cambiò tutto. Era fine maggio, laria profumava di sambuco e terra bagnata. Olga era rimasta dopo la scuola con Lucietta a dipingere sul portico. Lucietta aveva disegnato una casa, il sole, una figura grandeil papà. Accanto, unenorme macchia nera, tutta cancellata col pastello.

Olga vide il disegno e si ruppe qualcosa dentro. Prese Lucietta e andò a casa Ferrari.

Capitai davanti a casa loro proprio allora, volevo vedere se serviva qualcosa. Trovai Olga in piedi fuori dal cancello, indecisa. Nel cortile Giacomo spaccava la legna con rabbia.

Alla fine Olga si fece coraggio. Entrò, Giacomo si girò brusco, il viso buio.

Le avevo chiesto

Mi scusi, bisbigliò Olga, non sono qui per lei. Volevo solo accompagnare Lucietta. Ma vorrei che ascoltasse una cosa.

E cominciò a raccontare di sé, parlando piano, ma con una voce che pareva diffondersi in tutta la via. Raccontò di suo marito, quanto lavesse amato, e di come era morto in un incidente. Di come per un anno era rimasta chiusa in casa, a fissare il soffitto, a desiderare solo di sparire.

Anchio mi davo la colpa, la voce le tremò, pensavo, se solo lavessi trattenuto, se solo Il mio dolore mi stava uccidendo. Ma un giorno ho capito che con il mio dolore tradivo il suo ricordo. Lui amava la vita, voleva vedermi felice. Allora mi sono sforzata di rialzarmi. Per lui. Per chi resta. Non si può vivere coi fantasmi, quando cè chi ha ancora bisogno di noi.

Giacomo ascoltava, colpito come da un fulmine. La sua maschera cadeva piano piano. Poi si prese il volto fra le mani e iniziò a tremare. Non pianse, solo tremava, col corpo grande scosso dai singhiozzi.

Sono io il colpevole, rantolò. Non abbiamo litigato Ridevamo quella mattina. Lei, tutta matta, si è tuffata nel fiume, lacqua gelida. Le gridavo di uscire e lei rideva poi è scivolata, ha sbattuto la testa Io lho cercata, tuffato subito, ma Si interruppe. Non sono riuscito a salvarla.

In quel momento Lucietta uscì timidamente sul portico. Aveva sentito tutto attraverso la finestra aperta. Guardava il papà senza paura, solo con infinita tenerezza.

Lo raggiunse, strinse le piccole braccia attorno alle sue gambe robuste e con una voce limpida, che non le sentivo da un anno, disse: Papà, non piangere. La mamma è sulle nuvole. Ci guarda e non è arrabbiata.

Allora Giacomo crollò in ginocchio, la strinse forte e cominciò a piangere disperatamente, come un bambino. Lucietta lo accarezzava teneramente ripetendo Non piangere, papà, non piangere. Olga li guardava e piangeva anche leima erano lacrime che lavano via il dolore.

Il tempo è trascorso. Lestate è diventata autunno, poi di nuovo primavera. Nel nostro borgo di San Martino cè ora una nuova famiglia. Non certo solo sulla carta, ma di cuore.

Un giorno sedevo sulla mia panchina al sole, tra il profumo della fioritura e il ronzio delle api nel ciliegio. Li ho visti passare sorridenti: Giacomo, Olga e Lucietta, mano nella mano. Lucietta che chiacchiera e ride, un suono limpido che riempie la piazza. E Giacomo? Irriconoscibile! Spalle dritte, occhi luminosi, uno sguardo colmo daffetto per la compagna e la figlia.

Si fermano vicino a me. Buongiorno, signora Teresa, dice Giacomo, con una voce così calda che fa primavera anche dinverno.

Lucietta mi porge un mazzo di margherite. Sono per lei!.

Accolgo i fiori con le lacrime agli occhi: lui ha liberato il suo rimorchioo magari qualcuno glielha aiutato a staccare. Lamore, quello di una donna e quello di una figlia.

Li guardo andare verso il fiume, sereni. Ora quel fiume non è più un luogo di dolore, ma solo un fiume, dove si può stare in silenzio e guardare lacqua portar via tutto ciò che fa male.

Sapete, cari miei, se cè una cosa che ho imparato è questa: a volte da soli non si esce dal pantano del doloreci vuole qualcuno che, con la forza dellamore, ti tiri fuori tenendoti per mano.

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