L’Uomo della Fotografia: Un Mistero da Svelare

Quando Alessandra compì trentanni, improvvisamente percepì la sua esistenza come un lungo intervallo di silenzio.

Di giorno lavorava in una piccola azienda informatica di Verona, controllava i testi del sito, correggeva le virgole altrui e inventava brevi didascalie per i pulsanti. La sera tornava al monolocale al settimo piano di un edificio di mattoni, da cui si intravedeva solo la parete grigia del palazzo accanto e una stretta striscia di cielo. Condivideva la vita con Marco, programmatore nello stesso ufficio, ma il loro rapporto da un anno si trovava sospeso tra ci vediamo e qualcosa di più definito.

Si incontravano due o tre volte a settimana. A volte Marco rimaneva da lei, a volte lei andava a casa sua, in quel piccolo appartamento ordinato, con pareti imbiancate e una televisione quasi a muro. Le conversazioni si riducevano sempre più a progetti, serie televisive e al luogo dove fosse più conveniente fare la spesa. Quando il discorso si spostava sul futuro, Marco scherzava o diceva che non è il momento di affrettarsi.

Alessandra annuiva, ma dentro a ogni risposta sentiva una stretta. Non riusciva a mettere a fuoco ciò che desiderava davvero. Da un lato la spaventava lidea del matrimonio e dei figli, la prospettiva di dover rinunciare a qualcosa. Dallaltro, quellincertezza prolungata la logorava.

Allinizio di aprile la madre la chiamò: doveva svuotare le cose della nonna. Lappartamento doveva essere affittato, mentre mobili e stoviglie dovevano essere venduti. La nonna era morta nellautunno scorso e nessuno aveva ancora messo mano al suo vecchio armadio.

Tu sei la più ordinata di noi, le disse la madre. Io lavoro fino a tardi, zia Nina verrà ad aiutare, ma a lei è pesante sollevare scatole. Vai, guarda cosa si può buttare.

Alessandra accettò senza entusiasmo. Amava la nonna, ma negli ultimi anni la donna viveva in un suo mondo, scambiava i nomi, dimenticava chi era passato la sera precedente. I ricordi di lei erano più legati al profumo della marmellata e al fruscio dei giornali di un tempo.

Sabato mattina partì per lappartamento della nonna, una palazzina di quattro piani in un sobborgo di Verona. Lingresso puzzava di polvere e di vecchia vita. La porta cigolò come di consueto. Dentro cerano ancora il tappeto logoro, il divano grigio coperto da una coperta, le credenze con porte di vetro.

Zia Nina era già lì, minuta, robusta, avvolta in un camice blu scuro, con una spugna in mano, che ordinava dove mettere libri e stoviglie.

Non buttare gli album fotografici, le ordinò subito. Erano i ricordi della mamma.

Alessandra annuì e si mise a rovistare nella credenza inferiore, dove giacevano vecchie cartelle e scatole. La polvere graffiava il naso, il vetro tremava leggermente quando spostava cumuli di buste ingiallite.

Tra quaderni e cartoline trovò una piccola cornice di legno con una foto. Il vetro era leggermente opaco, ma i volti erano chiari. Una donna, forse poco più di trentanni, stava in un parco. Capelli raccolti, vestito chiaro a fantasia. Accanto a lei un uomo in uniforme militare, senza copricapo, capelli scuri e corti. Lui guardava verso la fotocamera, lei verso di lui. Nei loro sguardi cera qualcosa che Alessandra non aveva mai visto in altre immagini di famiglia.

Girò la cornice. Sul retro, con inchiostro sbiadito, era scritto: «Lidia e Giorgio. 1947». Sotto, lettere illeggibili, come se qualcuno avesse iniziato a scrivere e avesse poi interrotto.

Zia Nina, chi è questo? chiese Alessandra, mostrandole la cornice.

Zia Nina la guardò, trattenne il respiro per un attimo.

Oh, sono vecchi ricordi, rispose frettolosamente e si voltò. Mettilo con gli altri.

Ma cè la nonna e un certo Giorgio. Non lho mai sentito nominare.

Ha fatto foto con chiunque, sbuffò la zia. Dopo ne parleremo. Prima guarda gli album, non confonderli con le riviste.

Il tono era troppo precipitoso. Alessandra sentì crescere la curiosità. Rivoltò la foto e osservò di nuovo il volto delluomo. Non riconobbe nulla, né nei lineamenti né nellespressione. Ma il modo in cui Lidia lo guardava non le permetteva di distogliere lo sguardo.

Il resto della giornata la trascorse con zia Nina a smistare gli oggetti. Verso sera portò a casa una scatola di foto e lettere, promettendo di sistemarle. Zia Nina alzò semplicemente la mano.

Fa come credi. A me queste carte non servono più.

Rientrata nel suo monolocale, pose la scatola sul tavolo e rimase a fissarla. Marco le aveva scritto che non sarebbe riuscito a venire, aveva una scadenza urgente. Lei rispose va bene e spense il cellulare.

Il rumore della carta riempì la stanza mentre sfogliava le foto. Cera la nonna adolescente in uniforme scolastica, la madre piccola con un cappellino di lana, una tavola da giardino con estranei, e la foto delluomo in uniforme posta un po di lato, appoggiata al muro.

Alessandra si scoprì a fissare costantemente quella immagine. Alla fine prese la cornice e la pose davanti a sé.

«Lidia e Giorgio. 1947».

La famiglia aveva sempre detto che la nonna Lidia si era sposata con il nonno Vittorio alla fine degli anni 40. Parlavano poco della guerra, solo frasi generiche. Il nonno era morto quando la madre aveva cinque anni. Nessuna altra storia su altri uomini nella vita di Lidia era arrivata alle orecchie di Alessandra.

Scattò qualche foto con il telefono per mostrarle alla madre, poi ripose la cornice. La notte non riuscì a dormire; la sua mente girava intorno a domande mai nate prima.

Il giorno dopo andò a trovare la madre, che abitava a due fermate di tram da lì, in un bilocale con un balcone pieno di fioriere.

Hai finito di smontare? chiese la madre, servendo tè e biscotti. Nina si è lamentata?

Si è lamentata, ma è stato sopportabile, rispose Alessandra, tirando fuori la foto. Mamma, sai chi è?

La madre prese la cornice, strinse gli occhi. Il suo volto cambiò un attimo, poi tornò al solito.

È tua nonna. Non la riconosci?

E luomo?

Che uomo? fingeva di osservare lo sfondo. Ah, quello. Non lo ricordo. Era solo un conoscente, tutti si fotografavano.

È scritto «Lidia e Giorgio». Non ne hai mai parlato.

La madre posò la cornice sul tavolo e prese il tè.

Sì, avevo una giovinezza, dei amici. Cosa vuoi sapere?

Perché non mi hai mai detto chi fosse? È rimasto in uniforme, 1947. Forse un compagno di trincea?

E a te cosa importa? la voce della madre si fece più dura. Non cè più nessuno, né io. Perché scavare nel passato?

Alessandra sentì emergere la testardaggine.

Solo per curiosità. Ho capito quanto poco so di nonna. Non mi ha mai raccontato nulla.

Allora non voleva, ribatté la madre. Alcune cose è meglio lasciarle in pace.

Alessandra si alzò, andò in cucina a rifare il tè. Il discorso si era chiuso.

Guardando la foto, non fu tanto lassenza di risposta a colpirla, quanto la difesa improvvisa. Se fosse stato solo un conosciuto, la madre non avrebbe reagito così.

Tornata a casa, aprì il retro della foto sul cellulare e ingrandì la scritta. Sotto «Lidia e Giorgio. 1947» cera quasi invisibile la parola «Giugno». Non si poteva decifrare di più.

Nei giorni successivi il lavoro procedeva, ma il pensiero tornava sempre a quelluomo in uniforme. Nei brevi intervalli tra una correzione e laltra, si ritrovava a osservare il suo volto sullo schermo del telefono, cercando di intuire il suo carattere.

Marco la invitava più volte a uscire, ma trovava sempre una scusa: una riunione, un allenamento, un bug da sistemare. Alessandra accettava il rinvio, ma ogni volta sentiva crescere una stanchezza più netta.

Una sera, mentre era ancora immersa nella scatola di lettere, ricordò una foto in cui la nonna, con amiche, stava davanti a un cartellone «Casa della cultura dei ferrovieri». La firma recava: «Kalinin, 1949». Capì che, dopo la guerra, Lidia aveva vissuto per un po in quella località.

Accese il portatile e cercò informazioni sulla città, ormai ribattezzata. Trovò un forum di storici locali, dove si discuteva di elenchi di caduti e dispersi. Pensò che, se Giorgio fosse stato militare, il suo cognome sarebbe comparso lì, ma non conosceva il cognome.

Nel fine settimana chiamò zia Nina.

Zia Nina, Lidia ha vissuto a Kalinin dopo la guerra?

Sì, li hanno evacuati, sono rimasti finché non poté tornare. Che vuoi sapere?

Che cosè di Giorgio? Luomo nella foto.

Ci fu una pausa.

Sempre questo Giorgio, sospirò la zia. Ascolta, lascia stare. La guerra è piena di dolori, gente che arriva e parte.

Ma sai qualcosa.

Lo so, ma non voglio parlare. Non è una questione di mistero, è solo dolore. E a tua madre non piacerebbe che smontassimo il suo passato.

Non voglio giudicare, voglio solo capire che tipo di donna fosse. Non solo la vecchia che ricordo.

Un lungo silenzio. Poi la zia propose:

Vieni a trovarmi domenica, da sola, senza tua madre. Parleremo.

Quella settimana Alessandra camminava come su spine. Al lavoro correggeva meccanicamente i testi, la sera rovistava tra le lettere sperando di trovare un riferimento a Giorgio. Ma le buste contenevano solo cartoline da amiche e rari messaggi di Vittorio.

Nel giovedì Marco le propose una gita al mare per lestate.

Possiamo prendere un pacchetto last minute, disse al telefono. Due settimane. Stavi già pensando a prendere ferie.

Pensavo, rispose lei. E poi?

E dopo?

Marco esitò.

Dopo verrà lautunno, i progetti, il lavoro. La vita.

Alessandra sentì crescere di nuovo quella fastidiosa irritazione.

Va bene, ne parleremo più tardi, chiuse, citando impegni.

Domenica arrivò a casa di zia Nina, una vecchia dimora di mattoni vicino a un parco. Laria profumava di cipolla rosolata e di biancheria stesa. Sui muri pendevano tappeti con motivi di cervi e foto di nipoti.

Entra, disse la zia sistemando gli occhiali. Vuoi un tè?

Si sedettero al tavolo. Zia Nina prese la tazza, poi, con le mani incrociate, iniziò:

Allora, vuoi sapere di Giorgio. Ti avverto, poi lo dirò a tua madre con più cautela. Lei ha vissuto tutto a modo suo.

Alessandra annuì, sentendo la bocca secca.

Tua madre è nata qui, a Milano, proseguì la zia. Prima di allora Lidia e sua famiglia vivevano a Kalinin. Lidia fu evacuata durante la guerra, lì conobbe Giorgio. Era un tenente ferito, ricoverato in un ospedale di campo, poi messo a guardia in una caserma.

Fece una pausa, bevendo il tè.

Si volevano bene, disse a bassa voce. Io ero piccola, ma ricordo che portava cioccolato, una cosa rara in quei tempi. Lidia rideva con lui. Non lho mai visto con altri.

Perché non è diventato mio nonno? chiese Alessandra, sentendo il peso del ricordo.

Perché lo portarono via, la zia guardò fuori dalla finestra. Nel 47 ci furono verifiche, controlli su chi fosse stato al fronte, su chi avesse parenti in prigionia. Dissero che suo fratello era stato catturato. Lo arrestarono, sparì. Lidia lo cercò per anni, ma le dissero di non farsi vedere, altrimenti potevano colpirla anche lei. Alla fine si risposò con Vittorio, un operaio del stabilimento, un uomo onesto, ma non amava Lidia come Giorgio.

Alessandra stringeva la tazza.

Lha arrestato?

Probabilmente. Allora, come molti, lo portarono via perché aveva combattuto e aveva legami. I messaggi cessarono.

E tua madre, Lidia lattendeva?

Allinizio sì. Un anno, due. Poi le dissero di stare zitte, di non rischiare. Era sola, aveva già perso il padre in guerra, doveva crescere noi. Le consigliarono di sposare un uomo affidabile.

Vittorio.

Sì. Era un membro del partito, lavorava in fabbrica, non beveva, non ci faceva male. Ma non provava a Lidia lamore che aveva per Giorgio. Vivevano una vita rispettabile, ma senza quella fiamma.

La zia sospirò.

Tua madre nacque un anno dopo il matrimonio. In casa non parlavamo più di Giorgio, era meglio così. Lidia tenne una foto di lui in una scatola lontana, forse per non dimenticare.

La tua madre sapeva?

La trovò per caso quando era adolescente, le urlò che era vecchie sciocchezze. Ma la bambina capì: sua madre aveva unaltra vita, un altro amore. E che quel amore non era finito per sua volontà.

Alessandra sentì un nodo salire alla gola. Provò compassione per la nonna, per la madre, per quelluomo sconosciuto in uniforme.

Perché tua madre reagisce così forte? chiese. Sono passati decenni.

Perché ha vissuto tutta la vita con la sensazione che il padre non fosse quello che la madre amava di più, la voce della zia divenne rauca. Diceva: Sono un ostacolo. Se non fossi io, mamma avrebbe potuto aspettare Giorgio. È una follia, ma i bambini pensano così. Anche da adulta quel sentimento rimane, così si aggrappa alla famiglia giusta, al dovere. Ogni ricordo di Giorgio è per lei un coltello.

Alessandra ricordò i detti della madre: La cosa più importante è la famiglia, Non inventare passioni, vivi tranquilla. Ora suonavano diversi.

La nonna provava rimorso? sussurrò.

Non lo so, sbuffò la zia. Forse amava, forse rimpiangeva, forse temeva. Allora la guerra fece temere a tutti.

Silenzio. Fuori passò una macchina, gli orologi ticchettavano.

Non essere arrabbiata con tua madre, concludette la zia. Ha ragione a suo modo. Non è giusto scavare tutto, ma né farsi finta di nulla. Hai scoperto qualcosa, è bene. Guarda le cose più ampiamente.

Al ritorno, Alessandra non prese la metropolitana, ma passeggiò a piedi per le vie di Verona, i pensieri intessuti con le parole di zia Nina, limmagine della nonna con una lettera in mano, la madre adolescente che trovava quei fogli, luomo in uniforme sparito tra le ombre di qualche ufficio.

Capì che ciascuno aveva la propria verità e le proprie paure. La nonna aveva scelto la sicurezza per i figli, la madre aveva scelto la correttezza per non ripetere il dolore. EAlessandra, guardando la foto di Lidia e Giorgio, comprese che il futuro si costruiva scegliendo di vivere pienamente il presente, senza lasciarsi imprigionare né dal silenzio del passato né dalle promesse di un domani incerto.

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