L’uomo più importante

**L’uomo più importante**

A inizio novembre il freddo arrivò all’improvviso. Dal cielo cadeva una pioggerella gelida, il vento strappava via i cappelli e apriva i cappotti. Carlotta fu contenta che il suo avesse la cerniera. Ma il vento penetrava lo stesso, per non parlare delle gambe, con quei stivaletti corti e i collant sottili. Carlotta abbassò la testa tra le spalle, in piedi alla fermata, sembrava un passero infreddolito. E l’autobus non arrivava mai.

Un’auto straniera si fermò sul marciapiede e il conducente suonò il clacson. La gente alla fermata si scambiò occhiate e, chissà perché, tutti guardarono Carlotta. Si avvicinò alla macchina. Il finestrino si abbassò e riconobbe un collega di lavoro.

«Salga, signora, prima che si congeli. L’autobus è ancora lontano», disse lui, sorridendo.

Carlotta, senza pensarci due volte, sedette accanto a lui. Nell’abitacolo era caldo e il vento feroce diventava solo un lontano sussurro.

«Grazie», disse, sistemandosi comoda.

«Figurarsi. Faccio questa strada ogni giorno e non l’ho mai vista.»

«Esco prima di solito, oggi mi sono fermata più tardi», rispose Carlotta.

Marco l’aveva notata già da tempo, quella donna tranquilla e riservata. Quando entrava in contabilità, lei lo salutava gentilmente per poi tornare subito ai documenti sulla scrivania. Non spettegolava, non flirtava con gli uomini come le altre. Vederla alla fermata lo riempì di gioia: avrebbe avuto quindici minuti con lei accanto.

Un tempo anche Nadia era così, silenziosa e modesta. Ma dopo il matrimonio era cambiata. Capricciosa, si irritava per ogni cosa. Marco aveva creduto fosse la gravidanza. Poi nacque la piccola Elena e peggiorò ancora. Sempre insoddisfatta, brontolava che lui non guadagnava abbastanza, che gli altri mariti erano veri uomini, mentre a lei era toccato un fallito. Che l’amica Lucia si era comprata una pelliccia nuova, che Michela era andata alle Maldive…

«Appena finiremo di pagare il mutuo, avremo tutto», cercava di calmarla Marco.

«Devo aspettare la pensione?» urlava lei, e ricominciava da capo.

Una sera Marco tornava a casa che era già buio. La luce fioca delle finestre illuminava appena il cortile. Davanti al portone si fermò un’auto, ne scese una donna che fece un cenno all’autista e rise, felice.

Quella risata gliela fece riconoscere: era sua moglie. Gli venne una nausea così forte da sembrare un pugno nello stomaco. Capì che lo criticava perché aveva trovato di meglio, di più ricco. Salendo le scale, sentì ancora il ticchettio frettoloso dei suoi tacchi, l’odore familiare di un profumo costoso.

Non fece scene. Raccolse le sue cose e se ne andò.

«Vai e non tornare!» gli gridò Nadia dalla camera da letto.

La piccola Elena gli corse incontro, lo abbracciò.

«Papà, non andare via!»

«Piccola, non me ne vado da te. Sarò sempre tuo padre.»

La amava più di ogni cosa al mondo.

Nadia uscì nell’ingresso, incrociò le braccia.

«L’appartamento è mio, non illuderti», disse gelida.

Marco le si rivoltò contro.

«Ho pagato il mutuo per anni. Anch’io devo vivere da qualche parte.»

«Gli uomini veri lasciano tutto alla moglie e ai figli», lo derise.

«Io non sono un uomo vero, allora.» E se ne andò.

In tribunale, Marco ascoltò in silenzio, bruciando di vergogna, mentre Nadia lo accusava di non portare soldi a casa, di farli vivere di stenti, di non aiutarla mai mentre lei faticava come una bestia. La giudice non resistette e la rimproverò: addosso aveva un vestito firmato e stivali di lusso. E la pelliccia? Non ce l’aveva. Il divorzio fu rapido.

L’appartamento, invece, lo divisero con fatica. A Nadia non piaceva nessuna delle soluzioni proposte dall’agente immobiliare. Alla fine scelse un bilocale con cucina grande nello stesso quartiere, a Marco toccò un monolocale trasandato in periferia. Dopo il lavoro si dedicava ai lavori di ristrutturazione, per non lasciare che la malinconia gli divorasse l’anima.

Un giorno non resistette e andò ad aspettare Elena a scuola. La bambina fu felice, lo abbracciò, scoppiò a piangere. Il cuore di Marco si spezzò in mille pezzi. Chiamò Nadia e le chiese di poterla tenere qualche ora nel weekend. Si aspettava urla, invece lei acconsentì con sorprendente indulgenza. Così avrebbe avuto tempo per sé e per la sua nuova vita.

Da allora la portava da lui il sabato o la domenica, o la conduceva al cinema se il tempo lo permetteva.

Marco osservò Carlotta. Guardava davanti a sé, persa nei suoi pensieri. Scese davanti all’ufficio contabile e lo ringraziò con quella sua compostezza, senza smancerie.

Dopo il lavoro l’aspettò alla fermata e la riaccompagnò a casa.

«A che ora esce di casa?» le chiese mentre lei si preparava a scendere.

«Mi vizierà così. Ci si abitua subito alle cose belle», sorrise prima di uscire.

Il giorno dopo l’aspettò di nuovo. E così cominciò ad accompagnarla ogni mattina, poi la invitò al cinema…

«È un uomo perbene, cosa aspetti? Guarda che qualcun’altro te lo porterà via», le disse un’amica. «Solo giri in macchina o c’è altro?»

«Che altro? Mio figlio è in piena adolescenza, già ho i miei da fare», rispose Carlotta seccamente.

«Proprio per questo presentaglielo. Un uomo in casa non fa mai male», insistette l’amica.

Carlotta ci pensò. Marco le piaceva. Non aveva mani addosso, non insisteva per l’intimità, si comportava con discrezione. Ma aveva paura della reazione di Matteo. Decise comunque di invitarlo a pranzo una domenica. Preparò tutto con cura, sfornò una crostata.

«Mamma, arriva qualcuno?» chiese Matteo entrando in cucina.

«Sì, a pranzo. Non esci, vero?»

«Devo?» ribatté seccato.

«No, certo che no. E lascia stare», gli diede un colpetto sulla mano quando cercò di afferrare un pezzo di salame dall’antipasto.

Indossò un vestito elegante, si arricciò i capelli, si truccò leggermente. Matteo la guardava stranito, ma non fece domande. Quando arrivò Marco con un mazzo di fiori e una scatola di cioccolatini, il ragazzo si irrigidì. A tavola rispose a monosillabi, mostrando chiaramente il suo disappunto. Poco dopo sparì in camera sua.

«Non gli sono piaciuto.» Marco si alzò per andarsene.

«Non è quello. Siamo sempre stati solo noi due. È geloso. Da uomo e da bambino. Ci vuole tempo…» cercò di spiegare Carlotta.

Quando Marco se ne fu andato, entrò nella stanza di Matteo. Lui era davanti al computer, con le cuffie.

«Matteo, era solo un invito a pranzo. Un giorno tu crescerai, ti sposerai, e io rimarrò sola. Hai pensato che se la tua ragazza, quando arriverà, a me non piacesse?E se quella sera, prima di dormire, Matteo le baciò la guancia e sussurrò “Stai felice, mamma”, Carlotta capì che forse, dopo tanti anni, la loro vita stava davvero per cambiare in meglio.

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