Luscita della zia
Con quello non ci vai, disse Vittorio senza nemmeno voltarsi. Era fermo davanti allo specchio dellingresso, si sistemava la cravatta, quella blu scura, di seta, comprata il mese scorso per una cifra di cui Francesca venne a sapere per caso, cercando lo scontrino del frigorifero. Dico sul serio.
Vittorio, è il decimo anniversario della tua azienda. Dieci anni. Sono tua moglie.
Appunto. Alla fine la guardò, e in quello sguardo cera qualcosa che le strinse il respiro. Non era dolcezza. Era riconoscimento. Quello sguardo laveva già visto tanti anni prima, senza mai dargli un nome. Sei mia moglie. Proprio per questo ti chiedo di restare a casa.
Perché?
Sospirò. Un sospiro lento, quella maniera languida che significava: fai domande sciocche e mi tocca sprecare tempo per rispondere.
Franci. Ci saranno partner importanti. Gente seria. Anche la stampa, magari.
E quindi?
Tu… Si interruppe, cercò la parola giusta. E la trovò. Sei… sei una zia, Francesca. Una zia normale. Con quel vestito blu coi bottoni. Lì ci saranno donne che sembrano tuttaltro.
Francesca era sulla soglia della cucina, stringeva fra le mani un asciugamano stinto, con il bordo ormai liso. Guardava il marito e cercava di capire quando era diventato normale parlare così, quando quelle parole avevano smesso di esigere spiegazioni.
Allora ci va Elena, vero?
Lui non fece una piega, e quello fu il peggio. Nessuna rabbia, nessuna esitazione. Solo quel suo sguardo piatto.
Elena è la mia assistente. Coordina levento.
Vittorio.
Francesca, non ricominciamo.
Era solo una domanda.
Non era solo una domanda. Prese la giacca dallattaccapanni e la scosse con la solita, elegante disinvoltura. Alludi. E io sono stanco delle tue allusioni.
Francesca appoggiò lasciugamano sul bracciolo della poltrona. Lo fece piano: le mani tremavano e non voleva che lui se ne accorgesse.
Va bene, disse. Va bene, Vittorio.
Brava. Tornò allo specchio, si compiacque. I ragazzi sono a casa?
Caterina è da unamica. Giulio alluniversità, torna verso le otto.
Digli di fare piano quando rientra. Farò tardi.
La porta si chiuse. Francesca rimase ferma nellingresso, immersa nel profumo del suo dopobarba: una fragranza che un tempo trovava attraente, ora solo estranea e costosa.
Andò in cucina. Mise a bollire lacqua. Guardava uscire il vapore dal beccuccio del bollitore e pensava a ventitré anni prima, quando aveva sposato un uomo che la guardava in modo diverso. Allora gli piaceva il suo modo di ridere. Diceva che il suo riso suonava come una campanella. Lei si vergognava un po.
Lacqua bollì. Riempì una tazza, mise una bustina e fissò a lungo i giri scuri che si formavano.
Zia. Aveva detto che era una zia.
Francesca aveva cinquantadue anni. Non cento, non ottanta. Cinquantadue, e tutto sommato si difendeva ancora. Non era una modella, daccordo, ma neanche ciò che quel termine, detto da lui, sottintendeva. Aveva bei capelli, castani, quasi niente grigi, perché si curava. Mani che sapevano fare tutto: una crostata, aggiustare le tende, calmare un bambino di notte, e pure sistemare la contabilità quando lui allinizio della Monolite si era perso nei numeri e aveva chiesto aiuto.
Chi cera allora, a dargli una mano? Chi passava le notti sulle sue fatture?
Zia. Pensa te.
Non pianse. Le lacrime stavano lì, sentiva la pressione dietro lo sterno, ma non uscivano. Forse perché non era la prima volta. Era cominciata tre anni prima, quando lui disse: Potresti vestirti meglio. Si era offesa. Poi ci aveva fatto labitudine. Poi aveva cominciato ad acconsentire. Ed eccola lì, sola in cucina, con il marito andato alla cena dellazienda, con Elena, ventotto anni, senza crostate nel forno e senza asciugamani sbiaditi e senza ventitré anni di vita insieme.
Fuori il sole scendeva, la sera di maggio era mite, dal cortile arrivava il profumo di gelsomino. Francesca bevve il tè, lavò la tazza e andò verso larmadio.
Allangolo, dietro ai cappotti invernali, era appeso un vestito. Velluto bordeaux, lo aveva comprato tre anni prima in saldo alla La Rinascente e provato a casa una volta sola. Vittorio lo vide, fece una smorfia: Dove vai conciata così? Troppo appariscente per la tua età. Volgare. Francesca piegò il vestito, lo mise in fondo allarmadio, laveva quasi regalato. Poi non laveva fatto.
Lo tirò fuori adesso. Lo scosse. Il velluto era morbido, caldo, ancora vivo al tatto. Si avvicinò allo specchio con il vestito addosso.
No. Non era una zia.
Dallingresso si sentì il rumore delle chiavi. Giulio. Sentì le scarpe mollate di fretta, la giacca lanciata sulla poltrona invece che appesa, i passi verso la cucina.
Mamma, cè da mangiare qualcosa?
In frigo ci sono le polpette. Scaldale.
Coshai lì?
Francesca si voltò. Giulio era sulla soglia: alto, zigomi come il padre, occhi come i suoi, grigi, appena stanchi. Il primo anno di università era stato difficile, si vedeva dal modo in cui camminava, come se portasse un peso.
Lo provo, rispose.
È bello. Passò in cucina, fece tintinnare le pentole. Dove devi andare vestita così?
Francesca ci pensò.
Forse da nessuna parte.
Giulio tornò al tavolo, la fissò con lo sguardo diretto dei suoi pochi anni più maturo che giovane.
Papà è andato al banchetto?
Sì.
Da solo?
Non rispose subito. Appese il vestito alla spalliera.
Giulio.
Mamma, lo so. Lo disse basso, senza rabbia, solo come un fatto ovvio. Anche Caterina lo sa. Lo sappiamo da un po.
Fu allora che le lacrime vennero davvero. Non uno scroscio, ma un nodo in gola, un nodo che le impedì di parlare mentre fissava la finestra ormai buia.
Come?
In primavera li ho visti insieme. In un bar a Via Garibaldi. Lui non mi ha nemmeno notato. Pensavo fosse lavoro. Ma era ovvio.
Non me lhai detto.
E tu cosa avresti fatto?
Buona domanda. Cosa avrebbe fatto? Avrebbe finto di non sapere. Come aveva fatto in questi tre anni, chiudendo gli occhi davanti a segnali che scambiava per altro. La psicologia di una donna che, dopo i cinquanta, ha paura della verità è un mondo a parte.
Non lo so, ammise.
Nemmeno io. Ma la guardava negli occhi, serio. Mamma, stai bene con quel vestito. Davvero.
Francesca guardò suo figlio. Il bambino cui aveva insegnato a legare le scarpe, a leggere, che aveva accompagnato a scuola con la merenda. Diciannove anni. Già adulto, già vedeva più di quanto volesse.
Grazie, sussurrò.
Dopo cena chiamò Caterina. Arrivò verso le dieci, raggiante, con lo zaino rosa e lodore di profumo da abbracci.
Mamma, cosa ti è successo? Caterina si fermò e la scrutò con quella velocità tipica delle ragazze di quindici anni. Papà ti ha fatto arrabbiare?
Siediti, disse Francesca. Parliamo.
Sedettero tutte e tre al tavolo della cucina, bevendo tè. Raccontò. Non tutto, ma abbastanza. Di cosa aveva detto Vittorio. Del vestito. Di Elena, e, a giudicare dalle facce dei figli, pensava giusto.
Caterina si morse il labbro inferiore, come faceva da piccola quando stava per piangere.
Ti ha chiamata zia? chiese quando Francesca smise.
Sì.
Ma scosse la testa, cercando la parola giusta. È ingiusto.
È vero, convenne Francesca.
Mamma ma tu almeno andrai da qualche parte? Una volta?
Francesca guardò il vestito ancora sulla sedia.
Non so.
Dormì male quella notte. Sdraiata dalla sua parte del letto ampio, pensava. Pensava a tutto ciò che era stato. Ventitré anni. Una giovinezza spesa per questa casa, questi figli, questuomo. Aveva lasciato il lavoro dopo la nascita di Giulio. Lavorava in una sartoria al centro di Milano, era brava, la signora Ines la stimava: Hai le mani doro, diceva. Poi Vittorio le aveva detto: Ma perché lavorare? Ci penso io. E lei aveva creduto. E lui, allepoca, ci pensava davvero.
Una bella vita. Lei si voltò e guardò il soffitto buio.
Cosa sa fare adesso? Cucire, cucinare, tenere la casa, rendersi invisibile. Lultima cosa era riuscita meglio del previsto.
No. No, non doveva pensare così. Sapeva cucire e non era poco. Aveva mani, aveva testa, ventanni di esperienza, interrotta sì, ma mai andata via. Cuciva sempre: per sé, per i figli, per la vicina, che diceva sempre che i vestiti di Francesca erano meglio di quelli da negozio.
I pensieri giravano in tondo. Si addormentava, si svegliava. E a metà della notte sbatté la porta dingresso. Vittorio era rientrato. Sentì lacqua in bagno, poi lui che si sdraiava accanto, senza parola, col respiro regolare.
Francesca rimase a occhi aperti ancora a lungo.
La mattina dopo lui uscì presto, quasi senza colazione.
Questa settimana sarò incasinato, non aspettarmi.
Porta. Silenzio.
Prese il caffè. Si mise alla finestra. Piovicinava, il gelsomino nel cortile goneva lucido. Beveva e pensava. Pensava con una calma glaciale e insolita. Forse quando il dolore supera una certa soglia, si solidifica e diventa chiarezza.
Il banchetto era venerdì. Era martedì.
Tre giorni.
Prese il telefono e mandò un messaggio a Tiziana. Tiziana Rinaldi era stata la loro contabile per anni, ora lavorava in unaltra azienda, ma erano rimaste amiche. Tiziana era in gamba, asciutta, senza illusioni.
Tizi, ci vediamo oggi?
Rispose subito: Certo. Alle tre? Al Bar Centrale?
Ok, a dopo.
Sedettero in un caffè a due passi da casa. Tiziana indossava un giacchino grigio, i capelli corti, occhi attenti. Ascoltò senza interrompere. Solo una volta sollevò le sopracciglia, sentendo la parola zia.
Ha detto proprio così? domandò.
Così.
E su Elena lo sapevi già?
Lo sospettavo. Giulio lha confermato ieri.
Tiziana girò la tazza tra le mani.
Senti, Franci, ti dico una cosa, non ti offendere.
Dimmi.
Lo sapevo. Lo disse fissandola negli occhi. Due anni fa, quando ancora ero nella Monolite. Li ho visti insieme un paio di volte. Pensavo: glielo dico? Non glielo dico? Ho lasciato perdere, ho pensato: non è affar mio. Mi sa che ho sbagliato. Scusami.
Francesca fece cenno di sì.
Va bene, disse. Non importa.
E ora cosa farai?
Francesca sollevò lo sguardo.
Andrò a quel banchetto.
Tiziana la fissò a lungo, poi annuì.
Con i ragazzi?
Sì.
Sai che sarà imbarazzante?
So.
Lui si arrabbierà.
So anche questo.
Tiziana tacque un istante.
Allora dimmi: che ti serve?
Francesca accennò appena un sorriso. Il primo in due giorni.
Che qualcuno mi sistemi i capelli. Da sola non ce la faccio.
Il giovedì sera Caterina le spazzolava i capelli davanti al vecchio specchio in camera. Lenta, precisa, con la tenerezza che hanno le figlie nei momenti solenni. I capelli erano folti, lunghi fino alle spalle, li aveva appena tinti di un tono caldo, solo per sistemare il colore spento dellinverno.
Mamma, non hai paura? chiese Caterina.
Un po.
Papà si arrabbierà.
Forse.
Tu che gli dirai?
Niente. Si guardò dritta allo specchio. Entrerò, e basta.
Caterina fissò lultima ciocca, poi fece un passo indietro, la osservò.
Sei bellissima, disse. Mamma, sei sempre stata bella, solo lhai dimenticato.
Francesca si voltò, labbracciò. Forte, vero. Caterina rimase sorpresa e poi ricambiò.
Il vestito stava sul letto. Bordeaux, velluto, soffice. Francesca lo indossò con calma, tirò su la zip, Caterina aiutò. Si guardò allo specchio.
Una sconosciuta la fissava. No, non una sconosciuta. Solo una donna dimenticata da anni, quella che era prima di cominciare ad acconsentire sempre.
Fece il trucco da sola. Leggero. Giusto uno sguardo. Mascara, rossetto color terracotta pallido, quello che prediligeva una volta. Gli orecchini di onice nero, regalo della madre.
Mamma, chiamò Giulio dallingresso. Il taxi arriva.
Vengo.
Prese la borsetta. Piccola, nera, vecchia ma bella. Uscì in corridoio.
Giulio la vide: Wow.
Wow, fece Caterina dietro di lui.
Francesca mise il cappotto. Le mani ancora tremavano. Lo notò e riprese fiato, deliberatamente. Calma. Solo calma.
Andiamo, disse.
LHotel Stella Polare era un buon albergo. Non il più elegante di Milano, ma di rispetto. Vittorio laveva scelto per lo stile: sala ampia, soffitti alti, catering proprio. Francesca ci era stata una volta, otto anni prima, a un matrimonio. Ricordava il pavimento di marmo e il lampadario enorme sopra la scalinata.
Il taxi si fermò davanti. Francesca scese per prima. Si fermò un secondo sui gradini, respirò laria della sera. Ancora dolce, in mezzo maggio, profumava di aceri.
Mamma, sussurrò Giulio, siamo con te.
Lo so. Prese la mano di Caterina. Avanti.
Nellatrio cerano già vari ospiti, badge appuntati, in ritardo, salivano la scala in fretta. Francesca camminava con passo deciso. Un giovane della reception si fece avanti.
Buonasera. Per levento Monolite?
Sì, disse Francesca. Sono la moglie di Vittorio Romano. Questi sono i nostri figli.
Laddetto esitò un battito e poi sorrise.
Prego, secondo piano. Sala Ambra.
La sala Ambra era piena. Gente elegante, profumo costoso e antipasti caldi, risate dal bar, musica in sottofondo. Francesca si fermò sulla soglia, sentiva gli sguardi incrociati su di lei. Era fuori posto, lo sapeva. Quelle persone conoscevano Vittorio Romano, il suo mondo degli ultimi tempi, alcuni magari sapevano anche di Elena. Ma la moglie non la conosceva nessuno.
Vedi papà? chiese Caterina.
Non ancora. Francesca guardò in giro, soffermandosi.
Vittorio stava dallaltra parte, accanto a un tavolino alto. Parlava con due uomini in giacca scura, uno lo riconobbe: Giorgio Martelli, storico partner della Monolite, uomo possente, canuto, dallo sguardo determinato. Vittorio lo stimava, forse lo temeva. Francesca non aveva mai distinto la differenza.
Accanto a Vittorio c’era Elena.
Francesca la vide per la prima volta dal vivo. Giovane, alta, vestito blu aderente, acconciatura impeccabile. Bella. Francesca lo notò senza rabbia, come si nota che piove. Bella ragazza. Ventotto anni. Le dita appoggiate con confidenza sul braccio di Vittorio, un gesto più eloquente di molte parole.
Lì cè papà, bisbigliò Caterina, con una voce insolitamente calma. Con quella signora in blu.
Francesca avanzò.
Avanzava sicura. Qualcuno la guardò, qualcuno si fece da parte. Non guardava intorno, guardava avanti, verso Vittorio.
Vittorio la vide quando era già a tre passi. Il viso cambiò subito. Bocca socchiusa, poi serrata. Gli occhi freddi.
Francesca, sussurrò. Che ci fai qui.
Sono venuta alla festa della tua azienda, rispose. Stessa calma, stesso tono. Dieci anni. Un bel traguardo.
Giorgio Martelli la guardò, poi guardò Vittorio, poi ancora lei.
Francesca? esclamò, sorpreso. Quanti anni, signora, è in splendida forma.
Buonasera, Giorgio. Gli rivolse un sorriso. Anche lei.
Elena fece un mezzo passo indietro. La mano scivolò via dal braccio di Vittorio.
Allora Caterina, che fino a quel momento era dietro, fece un passo avanti. Quindici anni, occhi scuri, schiena dritta. Fissò Elena con quella sincerità che solo i ragazzi sanno usare e che gli adulti detestano proprio perché è schietta.
Papà, disse Caterina, chiaro, abbastanza forte da essere sentita dai vicini. Ma perché stavi abbracciando lei? Non è la mamma.
Qualcosa si strinse nellaria. Come se la musica si fosse abbassata. Due uomini vicino a Martelli si scambiarono uno sguardo. Una donna col filo di perle si voltò.
Vittorio impallidì. Era visibile anche sotto il colorito.
Caterina è per lavoro, ti spiego
Papà, non sono piccola, disse la ragazza, calma. Io e Giulio lo sappiamo da tanto.
Giulio stava accanto a sua sorella, in silenzio, mani basse. Non disse una parola. Solo guardava suo padre.
Giorgio Martelli tossicchiò. Posò il bicchiere sul tavolo.
Vittorio, disse, e in quellunica parola cera tutto: rimprovero, sospensione, ciò che segue. Vedo che avete questioni di famiglia. Ci sentiamo più tardi.
Salutò Francesca con un’inclinazione gentile, poi si spostò. Anche i due colleghi lo seguirono.
Elena mormorò:
Devo controllare il catering.
E svanì nel fondo della sala.
Vittorio e Francesca restarono soli, a parte i figli. Lui la fissava come se non sapesse da dove iniziare. Non era rabbia né stizza: era spaesamento. Non sapeva che fare.
Francesca, sussurrò, ti rendi conto di cosa hai fatto?
Sono venuta al decennale. Lo ripeté. Una data importante.
Prese un bicchiere dal vassoio lì vicino. Prosecco. Bollicine che salivano a catena.
Saresti potuta restare a casa, riprese lui, più piano. Come ti avevo chiesto.
Sì, rispose Francesca. Ma non lho fatto.
Lo guardava, e in quel momento tutto tornò al suo posto. Nessuna furia, nessun trionfo. Solo verità. Guardava quelluomo in abito elegante, gemelli lucidi, cravatta costosa, luomo per cui per ventitré anni aveva cucinato, lavato camicie, cresciuto figli, creduto E pensava: quanto tempo perso.
Brinderò alla tua azienda, disse. E andrò. I ragazzi sono stanchi.
Si girò verso i figli.
Andiamo, sussurrò.
Uscirono, e Francesca sentiva occhi puntati addosso. Occhi anonimi, indagatori, pietosi, giudicanti. Non importava più. No, non era indifferenza. Solo che non poteva farle più male di ciò che già aveva vissuto.
Allingresso Giulio le prese il braccio.
Sei stata grande, disse piano.
Sono solo venuta, rispose lei.
Sei venuta, sì. E tanto basta.
A casa tolse il vestito con cura, lo appese. Si lavò. Andò a letto. E per la prima volta da settimane dormì, davvero dormì. A lungo. Fino alle nove.
Quello che venne dopo accadde piano, ma inevitabile, come il disgelo in primavera. Non subito, non il giorno dopo, ma nelle due settimane successive la voce si sparse, Francesca seppe per frammenti da Tiziana, che ascoltava qua e là dai conoscenti, e da Caterina, che lessе un messaggio sul telefono del padre.
Giorgio Martelli rifiutò di firmare il nuovo accordo per la costruzione. Non bruscamente, come fanno i furbi, ma dopo una pausa fatta apposta. Non sono pronto, disse. Martelli era uno dellaltro stampo: per lui la famiglia era una cosa seria, e ciò che aveva visto nella sala Ambra gli aveva tolto rispetto per Vittorio Romano. Non perché avesse unamante può succedere. Ma averla portata allevento ufficiale invece della moglie era uno smacco alle regole. E Martelli era uomo che le regole le rispettava.
Dietro a lui ne stavano venendo altri. Il business, come la reputazione, si costruisce in anni e si sfascia in giorni. Arrivarono domande. Il consiglio direttivo della Monolite iniziò a fare domande sulle scelte recenti. Era venuto fuori che, da un anno e mezzo, certi contratti passavano avanti alle procedure solite. E lì non era più questione di vestiti o Elena. Spesso un chiodo tira giù lintera parete.
Elena sparì dalla Monolite tre settimane dopo la festa. Silenziosa, nessuno scandalo. Lettera volontaria e via. Vittorio in quei giorni sembrava uno a cui era stato tolto il tappeto da sotto i piedi.
Un giorno tornò a casa. Si sedette. Francesca posò il piatto di zuppa e uscì dallaltra stanza. Lui rimase molto tempo così. Si sentivano sospiri lunghi.
Francesca, dobbiamo parlare.
È il caso, rispose. Ma prima dimmi: vuoi parlare sul serio o vuoi solo che io ascolti?
Non colse subito la differenza. Poi, forse, sì. Abbassò gli occhi.
Scusami, disse.
Francesca sedeva di fronte. Mani in grembo, ferme. Osservava il marito: troppo tardi ormai. Non era più rabbia. Il perdono chiede qualcosa di vivo, qui tra loro era morto da tempo, seccato tra mille giorni e la parola zia.
Daccordo, rispose. Ti ascolto.
Non era perdono. E lui lo capì.
Il discorso sul divorzio fu lei stessa ad avviarlo, un mese dopo, pacata, con un avvocato trovato su raccomandazione di Tiziana. Divisero la casa. I figli rimasero con Francesca. Vittorio non oppose, unico campo in cui non combatté.
Intanto, Francesca aprì una sartoria. Piccola, due stanze, a un isolato da casa. Ci pensò molto. Avrebbe potuto una panetteria, sarebbe stato più semplice; ma le mani ricordavano ago e stoffa meglio di tutto il resto. Ines, la vecchia caposarta, ormai in pensione, rispose subito al telefono: Franci, dovevi farlo dieci anni fa.
Era vero e un po amaro. Dieci anni prima non avrebbe potuto. Ora sì.
I primi mesi furono duri. Pochi clienti, fatica, lavorava tutto il giorno e tornava a casa stanchissima. Caterina veniva dopo scuola, faceva i compiti in un angolo, mangiava panini, osservava i tessuti e, a sorpresa, aveva un occhio bello per gli abbinamenti. Francesca se ne accorgeva e annotava il pensiero, senza fretta.
Giulio intanto viveva il suo, teso. Vittorio cercò di vederlo varie volte, propose incontri. Giulio ci andò, tornava silenzioso. Una sera disse:
Vuole che io lo capisca.
E tu?
Non capisco chi si vergogna della propria moglie. Osservava fuori dal vetro. Tu, mamma, non sei mai stata sei sempre stata normale. Normale.
Grazie, Giulio.
Parlo sul serio.
Lo so.
Poi rimase zitto.
Ho problemi con Martina, la mia ragazza.
Francesca lo fissò.
Dice che, dopo tutto questo, non sa che padre potrei diventare. Paura che la storia si ripeta.
Non è la tua storia, Giulio.
Sì, ma lei non la pensa così.
Francesca cercò le parole.
Dagli tempo, lascia che veda coi suoi occhi. Solo il tempo, non le parole.
Lui annuì, insicuro. Quella faccenda fra lui e Martina durò a lungo, tra stop e riprese; Francesca la seguiva con silenziosa apprensione, senza interferire. Ai figli serve spazio per cavarsela.
La sartoria crebbe piano ma sicura. Dopo un anno arrivarono le clienti fisse. A un anno e mezzo le prime richieste di abiti da sposa, quelli più impegnativi ma anche meglio pagati. Francesca prese unaiutante, una ragazza giovane di nome Elena non quellElena, unaltra, con le mani abili e un carattere tutto suo. Andavano daccordo. Bastava un gesto sulla stoffa per capirsi.
Tiziana ogni tanto passava per un tè, tra cartamodelli e rocchetti, a parlare di salute, figli, valori. Una volta disse:
Sai perché ti ammiro? Non sei amareggiata.
Lo sono, a volte, ammise Francesca.
No, non è la stessa cosa. Se fossi amareggiata saresti distrutta. Tu sei arrabbiata sì, ma la rabbia passa.
Ci pensò e convenne.
Caterina, a diciassette anni, decise che avrebbe studiato design. Non lo gridò, un giorno portò una cartella di disegni e la posò davanti alla madre. Francesca la guardò a lungo. Cera vita, sbavature, errori, ma anche idee.
È la tua strada, disse.
Non ti dispiace?
No. Lo capisci da sola meglio di me.
Caterina le sorrise, timida ma sincera.
Mamma. Sei cambiata.
Cambiata?
Prima chiedevi cosa dice papà? cosa penserà la gente?. Ora no.
Francesca fissò la figlia.
Ho imparato tardi, disse.
Non è mai tardi, Caterina chiuse la cartella. Stai bene.
Era la cosa più bella sentita da anni. Più di un complimento. Solo stai bene detto da chi vede davvero.
Vittorio lo vide raramente. Ogni tanto passava per i figli, portava cose da casa. Laspetto cambiava: a volte in forma, altre no. Voce di corridoio diceva che la Monolite aveva cambiato capo, e lui ora era un manager di linea, roba ordinaria. Era chiaramente una caduta. Francesca non ci pensava molto. Aveva altro.
Lestate del terzo anno dopo il divorzio fu splendida. Calda, lunga. La sartoria si spostò in un locale più grande con tre sarte. Francesca la sera si sedeva sul balcone della sua nuova casa in affitto anche quello fu un passo, difficile ma necessario beveva il tè e guardava il tramonto. Non ogni sera, spesso lavorava tardi. Ma quando si fermava, percepiva una cosa semplice: stava bene. Non felice come nelle favole. Ma bene. Calma, esausta, ma bene.
Quellautunno lui arrivò.
Lo vide dallo sportello della sartoria, seduta col caffè e un bozzetto di abito da sera. Vittorio era fermo davanti alla porta, incerto. Invecchiato, non solo di anni: invecchiato come fanno gli uomini che hanno perso sicurezza. Spalle curve, abito buono ma fuori moda.
Francesca uscì lei.
Vittorio, disse entra pure.
Si sedettero nella piccola sala riunioni che lei aveva montato per le clienti. Tavolo, due sedie, un vaso di fiori secchi. Portò il tè, lo mise davanti a lui.
Come va? chiese.
Bene, rispose lei. Molto lavoro, tutto bene.
Ho sentito. La guardò. Sei stata brava.
Lei non rispose. Tenendo la tazza fra le mani come sempre.
Francesca, tornò lui volevo dire ho pensato.
Hai pensato, ripeté lei.
Ho sbagliato. In molte cose. Ora lo so.
Vittorio.
No, aspetta. Sollevò gli occhi. Devo dire. Sei stata una buona moglie. Hai tenuto la casa, cresciuto i figli. Non lho mai notato davvero. O lo davo per scontato. Come fosse naturale. Sbagliavo.
Francesca lo osservava. Non più giovane, stanco, e dentro di lui cerano tutti i Vittorio che aveva conosciuto: quello che aveva sposato, quello che laveva chiamata zia, quello rimasto solo dopo Elena. Erano tutti uno. E lei lo capiva.
Ti sento, disse.
Pensavo si fermò no, è sciocco.
Dillo.
Pensavo: magari non per ricominciare tutto. Ma vedersi. Parlare. Sono solo, Francesca. Tutto solo.
Silenzio.
Lei posò la tazza. Guardò fuori: cielo grigio dautunno, foglie sul marciapiede, una bicicletta legata al palo. Poi lui.
Vittorio, disse. Non sono arrabbiata con te. È passato. Mi dispiace solo per gli anni. Non per te, ma per il tempo. Solo quello.
Francesca.
Fammi finire. Lo disse con gentile fermezza. Non sei solo. Hai i figli. Vengono da te. Lo sai. Non hanno mai smesso di essere tuoi figli. Pausa. Ma io non posso essere ciò che cerchi. Non so nemmeno cosa sia. Unabitudine? Un colloquio? La paura di restare solo? Non so, ma non posso.
Perché?
Pensò. Non per ferire. Per trovare la parola giusta.
Perché finalmente sono me stessa. Lo disse con semplicità. E mi è costato troppo arrivarci. Non posso tornare indietro.
Lui tacque. Guardò la tazza rimasta intatta. Poi annuì, lento.
Capisco.
Lo so che capisci.
I ragazzi cominciò.
I ragazzi sono tuoi ora, disse. Tocca a te. Parla con loro. Giulio ha vissuto tutto questo in modo difficile. Ma è ancora aperto, se ci sei sul serio.
Vittorio si alzò. Sistemò il giaccone, quel gesto che lei conosceva benissimo.
Quel vestito ti sta bene, disse allimprovviso.
Lei abbassò gli occhi. Oggi indossava un altro abito. Blu scuro, collo semplice. Laveva cucito lei stessa linverno scorso.
Grazie, disse Francesca.
Lui uscì. Lei sentì la porta della sartoria aprirsi e chiudersi. Poi il silenzio.
Francesca rimase ancora qualche minuto. La stanza era tranquilla, un po fresca. I fiori secchi nel vaso. Le tazze fredde. I suoi bozzetti sul tavolo.
Poi si alzò, svuotò la tazza, la risciacquò. Tornò al tavolo, prese la matita e si chinò sul disegno.
Elena fece capolino dalla porta.
Signora Francesca, è arrivata la prossima cliente.
Va bene, disse Francesca. Falle attendere un momento.
Elena annuì e chiuse la porta.




