– Con quel vestito non ci vai, disse Vittorio senza nemmeno voltarsi. Stava davanti allo specchio dellingresso, sistemando la cravatta, blu scuro, di seta, comprata il mese scorso per un prezzo che avevo scoperto solo per caso, cercando la ricevuta del frigorifero. Parlo sul serio.
– Vittorio, è il decimo anniversario della tua azienda. Dieci anni. Sono tua moglie.
– Appunto. Finalmente mi guardò, e quello sguardo conteneva qualcosa che mi tolse il fiato. Non era tenerezza. Era riconoscimento. Lo avevo già visto, molto tempo fa. Solo che non gli avevo mai dato un nome. Sei mia moglie. Per questo ti chiedo di restare a casa.
– E perché mai?
Sospirò. Lento, in quel modo esasperato che significava: fai domande inutili e mi costringi a perdere tempo.
– Nadia. Ci saranno partner importanti. Gente seria. E forse qualche giornalista.
– E allora?
– Tu Tacque un attimo, cercando la parola. Poi la trovò. Tu sei una signora di mezza età. Capisci? Una semplice signora. Con quel tuo vestito blu coi bottoni. Lì ci saranno donne dallaspetto ben diverso.
Rimasi sulla soglia della cucina, il canovaccio in mano con cui mi ero appena asciugata le mani. Era vecchio, lornamento scolorito. Guardavo mio marito e mi chiedevo quando tutto questo fosse diventato normale. Quando parole del genere avevano smesso di richiedere spiegazione.
– Verrà Elena con te?
Non trasalì. E questa era la cosa più inquietante. Non rabbia, non nervosismo. Soltanto uno sguardo uniforme.
– Elena è la mia assistente. Si occupa dellorganizzazione dellevento.
– Vittorio.
– Nadia, non iniziare.
– Era solo una domanda.
– Non era solo una domanda. Prese la giacca dal appendiabiti, la scosse con quel gesto elegante che gli era abituale. Insinui qualcosa. Come al solito. Sono stanco di queste insinuazioni.
Posai il canovaccio sulla poltrona. Piano. Sentivo le mani tremare appena, e non volevo che lui lo notasse.
– Va bene, dissi. Va bene, Vittorio.
– Così mi piaci. Si guardò di nuovo allo specchio, soddisfatto. I ragazzi sono a casa?
– Caterina è da unamica. Giulio alluniversità, dovrebbe rientrare per le otto.
– Digli di non far rumore quando arrivo. Starò fuori fino a tardi.
La porta si chiuse. Rimasi nellingresso, circondata dal suo profumo di colonia, che una volta mi piaceva e ora mi sembrava estraneo. Caro e lontano.
Andai in cucina. Misi sul fuoco il bollitore. Guardavo il vapore uscire dal beccuccio e pensavo a come, ventitré anni fa, avevo sposato un uomo che mi guardava in modo totalmente diverso. Allora adorava il mio modo di ridere. Diceva che la mia risata suonava come un campanello. E io arrossivo sentendolo.
Lacqua bollì. Misi la bustina nella tazza e osservai i riccioli scuri diffondersi.
“Signora di mezza età.” Mi aveva chiamata così.
Avevo cinquantadue anni. Non cento. Non ottanta. Cinquantadue, e, tutto sommato, non me la cavavo male. Non una bellona da copertina, certo, ma nemmeno la donna che lui aveva evocato con quella parola. Avevo ancora bei capelli castano scuro, quasi senza fili bianchi, perché ci tenevo. Mani che sapevano fare tutto: cucinare, ricamare, cucire tende, calmare un bambino alle tre di notte, gestire conti e fatture quando lui, allinizio della sua “Pietra dAngelo”, si era perso tra i numeri e mi aveva chiesto aiuto.
Chi laveva aiutato allora? Chi passava le notti sui suoi documenti?
Signora, eh.
Non piansi. Le lacrime erano vicine, le sentivo come un nodo allo sterno, ma non uscivano. Forse perché non era la prima volta. La prima fu tre anni fa, quando mi aveva detto: “Potresti vestirti meglio.” Allora ci rimasi male. Poi mi abituai. Alla fine, annuii. E adesso eccomi qui, sola in cucina, con mio marito che va al gala della ditta senza di me, con Elena che avrà ventotto anni, nessun dolce in forno, nessun canovaccio scolorito, e zero anni di vita matrimoniale insieme.
Fuori, la sera di maggio scendeva. Calda, con odore di glicine che arrivava dal cortile. Finito il tè, lavai la tazza e andai verso larmadio.
Nellangolo più nascosto, dietro i cappotti invernali, cera un abito. Velluto color bordeaux, che avevo comprato in saldo tre anni prima alla “Luminosa”, un grande magazzino. Lavevo provato solo una volta, in casa. Vittorio lo aveva visto e aveva storto il naso: “Dove pensi di andare così? Troppo vistoso per la tua età. Volgare.” Ripiegato e nascosto in fondo allarmadio. Pensavo di regalarlo. Non lavevo fatto.
Lo tirai fuori. Lo scossi. Il velluto era morbido, caldo, vivo tra le mani. Lo avvicinai a me, mi guardai allo specchio.
No. Non una signora qualsiasi.
Dal corridoio arrivò il rumore delle chiavi. Giulio. Sentii il rumore delle scarpe, la giacca buttata sulla poltrona invece che appesa, i suoi passi verso la cucina.
– Mamma, cè qualcosa da mangiare?
– Ci sono delle polpette in frigo, riscaldale.
– Perché sei lì con un vestito in mano?
Mi voltai. Giulio mi guardava dalla porta, alto, con gli zigomi di suo padre e i miei occhi, grigi, appena stanchi. Il primo anno di università era stato difficile, lo si vedeva dalle spalle chiuse, come se portasse un peso enorme.
– Sto provando, dissi.
– È bello. Andò in cucina, fece rumore con la pentola. Dove lo metterai?
Restai in silenzio un attimo.
– Non so ancora. Forse da nessuna parte.
Giulio tornò col piatto, sedette al tavolo, mi osservò con quello sguardo misurato che alle volte aveva, già adulto, schietto.
– Papà è alla festa?
– Sì.
– Da solo?
Non risposi subito. Misi labito sulla sedia.
– Giulio.
– Mamma, lo so già. Lo disse piano, senza rabbia, semplicemente come un fatto. Anche Caterina lo sa. Lo sappiamo da tanto.
Fu allora che le lacrime vennero davvero. Non un fiume, non un pianto disperato. Solo un nodo che saliva in gola e io restavo a guardare la finestra, ormai scura.
– Da quando? chiesi alla fine.
– In primavera li ho visti insieme. Al bar di via Roma. Non mi ha visto. Mangiava, tenendo gli occhi sul piatto. Allinizio pensavo fossero per lavoro. Ma no. Era chiaro.
– Non me lhai detto.
– Che avresti fatto?
Bella domanda. Che cosa avrei fatto? Finto di non sapere. Come sostenuto negli ultimi tre anni, quando notavo stranezze e mi convincevo che era tutto nella mia testa. Psicologia famigliare: quando una donna, superati i cinquanta, ha paura della verità. Una questione lunga e dolorosa.
– Non lo so, risposi.
– Nemmeno io. Sollevò lo sguardo. Mamma. Stai benissimo con quel vestito. Davvero.
Guardai mio figlio. Quel ragazzo a cui avevo letto favole a voce alta, insegnato ad allacciarsi le scarpe, accompagnato a scuola con il panino nello zaino. Diciannove anni. Era già grande. Vedeva più di quanto avrei voluto.
– Grazie, dissi.
Dopo cena chiamai Caterina. Arrivò alle dieci col suo zaino rosa e il profumo delle amiche addosso.
– Mamma, che hai? Si fermò sulluscio, mi scrutò attentamente con la precisione tipica delle quindicenni. Papà ha detto qualcosa?
– Siediti, risposi. Dobbiamo parlare.
Rimanemmo in tre attorno al tavolo, bevendo tè. Raccontai abbastanza. Cosa aveva detto Vittorio. Labito. I pensieri su Elena; e dai volti dei ragazzi capii di non sbagliarmi.
Caterina ascoltava mordendosi il labbro inferiore, come faceva ogni volta che doveva trattenere il pianto.
– Papà ti ha detto “signora”? ripeté quando finii.
– Sì.
– È Cercò le parole muovendo la testa. Non è giusto.
– Non è giusto, confermai.
– Mamma, ma tu esci ogni tanto? Esci proprio?
Guardai labito ancora appeso sulla sedia.
– Per ora non so.
Quella notte dormii male. Sdraiata nella metà del letto grande, ripensando agli anni trascorsi. Ventitré. La gioventù data a questa casa, a questi figli, a quelluomo. Avevo lasciato il lavoro dopo la nascita di Giulio. Prima lavoravo in una sartoria buona, in centro, una delle migliori. La titolare, la signora Gina, diceva che avevo talento. Poi Vittorio mi disse: “Non serve lavorare. Mantengo io.” Ed io ci credetti. Allora davvero poteva mantenere, pensai: questa è vita.
Buona vita. Mi voltai, guardando il soffitto scuro.
Cosa so fare adesso? Cucire. Cucinare. Gestire una casa. Restare invisibile. Questultima, una specialità.
No. No, non dovevo pensare così. Sapevo cucire, non era poco. Avevo le mani, la testa, ventanni di esperienza, sebbene interrotta e mai registrata, ma continuavo a cucire per me, per i figli, per la vicina Teresa, che diceva sempre che i miei abiti erano meglio di quelli del negozio.
Pensieri senza fine. Dormivo e mi svegliavo, dormivo e mi svegliavo. Alle due e mezza sentii la porta. Vittorio era rientrato. Ascoltai lacqua scorrere in bagno. Si sdraiò, non disse nulla, e in pochi minuti già russava piano.
Restai a occhi aperti ancora a lungo.
La mattina dopo uscì presto, quasi senza colazione. Gridò in corridoio:
– Questa settimana sono impegnato, non aspettarmi per cena.
La porta. Silenzio.
Versai il caffè, mi sedetti vicino alla finestra. Fuori pioveva piano, il glicine era più scuro, le foglie brillavano. Sorseggiavo il caffè, pensavo. Serenamente, quasi fredda; strano. Quando il dolore raggiunge una certa soglia, si trasforma in qualcosaltro. In qualcosa di solido, lucido.
Il gala sarebbe stato venerdì. Oggi era martedì.
Tre giorni.
Presi il telefono e scrissi a Tiziana. Tiziana Mariani era stata la ragioniera dellazienda per anni; poi era passata a unaltra ditta, ma eravamo rimaste amiche, ci vedevamo ogni tanto per il caffè. Donna pratica, intelligente, sui cinquanta, senza peli sulla lingua.
Tizi, ci vediamo oggi?
Risposta veloce: Certo. Alle tre, da Caffè del Centro?
Va bene.
Ci sedemmo in quel piccolo bar a due isolati da casa. Tiziana arrivò in giacca grigia, taglio corto, occhi attenti. Mi ascoltò fino in fondo. Non interruppe mai. Solo una volta sollevò le sopracciglia, sentendo la parola signora.
– Te lha detto proprio così, disse.
– Proprio così.
– E di Elena hai qualche dubbio da tanto?
– Da tempo sospetto. Giulio me lha confermato ieri.
Tiziana girò nella tazza il cappuccino.
– Nadia. Ti dico una cosa, non te la prendere.
– Dimmi.
– Lo sapevo. Mi guardò negli occhi. Anche quando lavoravo lì. Due anni fa. Li ho visti più volte insieme. Ero tentata di dirtelo, ma pensavo: sono fatti loro. Ora capisco che ho sbagliato. Scusa.
– Ormai fa niente, risposi. Fa niente, Tizi. Non conta più.
– Cosa hai in mente?
Alzai gli occhi.
– Andare a quel gala.
Tiziana mi scrutò un attimo, poi annuì.
– Con i ragazzi?
– Sì.
– Sai che non sarà facile.
– Lo so.
– Sai che lui si arrabbierà?
– Sì.
Ancora silenzio.
– Va bene. Dimmi solo cosa ti serve.
Sorrisi, la prima volta in due giorni.
– Mi aiuti con la pettinatura? Non ce la faccio da sola.
Giovedì sera Caterina era accanto a me davanti allo specchio, mi spazzolava piano i capelli. Attenta, con una delicatezza che raramente le si vedeva. Avevo i capelli folti, a spalle; avevo dato una leggera tinta il giorno prima, solo per coprire qualche riflesso spento dellinverno.
– Mamma, hai paura? chiese Caterina.
– Un po.
– Papà si arrabbierà.
– Può darsi.
– E tu cosa gli dirai?
– Niente. Mi guardavo nello specchio. Non serve parlare. Basta essere presente.
Terminò, lultima forcina, un passo indietro.
– Stai benissimo, disse. Mamma, sei sempre bella. Ti sei solo dimenticata.
Mi voltai, labbracciai forte. Caterina allinizio quasi sorpresa, poi ricambiò.
Labito era sul letto. Bordeaux, di velluto, morbido. Lo indossai con calma. Chiusi la zip dietro, Caterina mi aiutò. Mi guardai.
Vedersi diversa. Non unestranea, finalmente. Ma la donna che ero stata prima di cominciare a dire sempre di sì.
Il trucco lo feci io, discreto. Mascara, rossetto terracotta come una volta. Orecchini di onice nero, regalo di mamma.
– Mamma, chiamò Giulio dallingresso, il taxi sta arrivando.
– Vengo.
Presi la mia borsetta nera, vecchia ma dignitosa. Uscii.
Giulio mi guardò.
– Wow.
– Wow, disse Caterina alle mie spalle.
Misi il cappotto. Le mani ancora tremavano un po, così rallentai i gesti apposta. Tranquilla. Solo tranquilla.
– Andiamo, dissi.
Lhotel Stella del Nord non era il migliore della città, ma discreto. Vittorio lo aveva scelto per lo status: ampia sala, soffitti alti, catering interno. Cero stata otto anni prima, a un matrimonio. Ricordavo il pavimento di marmo e il lampadario enorme.
Il taxi si fermò. Scesi per prima. Restai un attimo sulle scale, respirai laria di sera di maggio, il profumo di acero in fiore.
– Mamma, sussurrò Giulio, siamo con te.
– Lo so, presi la mano di Caterina, andiamo.
Nellatrio pochi ospiti in ritardo, frettolosi, con i badge sul petto. Avanzai. Un giovane addetto in divisa mi venne incontro.
– Buonasera, venite per la festa della Pietra dAngelo?
– Sì, sono la moglie di Vittorio Bianchi. Questi sono i nostri figli.
Esitò un secondo, poi annuì.
– Prego, secondo piano, sala Ambra.
La sala era già piena. Abiti eleganti, profumi costosi, risate al bar, musica di sottofondo. Mi fermai sulla soglia: sentii occhi su di me. Ero una sconosciuta lì. Sapevo che molti conoscevano Vittorio, il suo stile di vita, magari qualcuno sapeva anche di Elena. Nessuno dei presenti mi conosceva come moglie.
– Vedi papà? chiese Caterina.
– Non ancora, scrutai la sala. Lo troveremo.
Vittorio era in fondo, vicino a un tavolino rotondo con gli antipasti. Conversava con due uomini in giacca scura, uno lo riconobbi. Giorgio Menghini, partner storico, robusto, capelli bianchi, sguardo pesante. Vittorio lo rispettava, forse lo temeva non avevo mai capito se cera differenza.
Vicino a Vittorio cera Elena.
La vidi per la prima volta, anche se la immaginavo da mesi: giovane, alta, in abito blu stretto, capelli perfetti. Bella. Lo pensai freddamente: bella ragazza. Ventotto anni. La sua mano poggiata sullavambraccio di Vittorio con tale naturalezza che risultava più eloquente di ogni parola.
– Ecco papà, disse Caterina. La sua voce era calma, stranamente.
Mi avvicinai.
Attraversai la sala senza fretta. Qualcuno si voltò. Alcuni si scansarono. Guardai dritto, verso il tavolo in fondo, verso luomo accanto a esso.
Vittorio mi notò a tre metri. Il suo viso cambiò subito: bocca semiaperta, poi serrata, occhi di ghiaccio.
– Nadia, disse a bassa voce, che ci fai qui.
– Sono venuta al decennale della tua azienda, risposi altrettanto bassa, ferma. Dieci anni. Una data importante.
Giorgio Menghini ci guardò a turno.
– Nadia Fontana? disse lui, con un tono caloroso, sorpreso. Quanto tempo. Sta benissimo.
– Buonasera, dottor Menghini, gli sorrisi. Anche lei.
Elena fece un passo indietro, la mano lasciò il braccio di Vittorio.
Caterina, che era dietro di me, si fece avanti. Quindici anni. Occhi scuri, schiena dritta. Fissava Elena con quellattenzione candida che solo i ragazzi sanno manifestare, e che gli adulti non sopportano proprio perché vera.
– Papà, disse Caterina, senza alzare la voce, ma chiara per chi era vicino. Perché poco fa lhai abbracciata? Non è la mamma.
Tutto intorno sembrò rallentare. Come se qualcuno avesse abbassato la musica. Due uomini alle spalle di Menghini si guardarono. Una signora con le perle si voltò.
Vittorio impallidì. Si notava anche sotto labbronzatura.
– Caterina è per lavoro, te lo spiego
– Papà, non sono una bambina, Caterina calma. Lo sappiamo tutti, anche Giulio.
Giulio stette zitto, accanto alla sorella, le mani lungo i fianchi. Fissava il padre.
Menghini tossì e posò il bicchiere.
– Vittorio, disse lui, e in una parola ci fu tutto: rimprovero, pausa, un dopo ne parliamo. Vedo che ci sono questioni di famiglia. Ci aggiorniamo.
Annuii verso me, con galanteria daltri tempi, si girò e si perse tra la folla. Anche gli altri due lo seguirono.
Elena sussurrò:
– Vado a verificare il catering.
Sparì nella sala.
Restammo soli, se si escludevano i ragazzi. Vittorio mi guardò, con una faccia che in passato scambiavo per stanchezza, e ora riconoscevo per quello che era: disorientamento. Non rabbia. Non fastidio. Non sapeva cosa fare.
– Nadia, disse, rauco, sai cosa hai fatto?
– Sono venuta allanniversario del tuo lavoro, ripetei. Dieci anni. Una ricorrenza.
Presi un calice dal vassoio più vicino. Spumante. Bollicine dal fondo.
– Saresti potuta restare a casa, disse ancora più piano. Come ti ho chiesto.
– Potevo, risposi. Ma non lho fatto.
Lo guardai, sentendo finalmente la chiarezza. Non rabbia, non trionfo. Solo lucidità. Guardavo quelluomo in abito caro, gemelli di valore, cravatta nuova, a cui avevo cucinato, lavato le camicie, cresciuto i figli. E pensavo una sola cosa: quanto tempo sprecato.
– Brinderò alla tua azienda, dissi. Poi me ne vado. I ragazzi sono stanchi.
Mi rivolsi ai figli.
– Andiamo, mormorai.
Andammo verso luscita; sentivo gli sguardi addosso. Occhi curiosi, compassionevoli, giudicanti. Di tutti i tipi. Non mimportava. Non faceva più male di ciò che già era stato doloroso.
Alluscita Giulio mi prese sotto braccio.
– Sei stata grande, disse.
– Ho solo partecipato, risposi.
– È per questo che sei grande. Lui.
Arrivata a casa, riposi con cura labito. Mi struccai. Mi sdraiai. E per la prima volta da settimane, dormii fino a tardi. Profondamente. Fino alle nove.
Quello che ne seguì, si svolse lento ma inesorabile, come il disgelo di primavera. Non il giorno dopo, ma nelle due settimane successive. Lo venivo a sapere a pezzi, tra voci raccolte da Tiziana, messaggi letti da Caterina per caso sul cellulare del padre quando lo lasciava in cucina.
Giorgio Menghini decise di tirarsi indietro dalla nuova commessa edilizia. Non subito, con eleganza e distanza. Ma il rispetto si era incrinato. Non per lamante di amanti ne hanno tutti; per averla esibita ufficialmente, al posto di sua moglie. Manca il rispetto per la casa, per i valori. Questo Menghini non laveva mai perdonato.
Dopo Menghini, altri si defilarono. La reputazione, in affari, crolla veloce. Cominciarono discussioni. Il consiglio di amministrazione della Pietra dAngelo fece domande scomode sulla gestione. Spuntarono alcuni contratti saltati negli ultimi due anni, pratiche non chiarissime. Non era più una questione di abiti, né di Elena; ma quando un asse cede, tutto vacilla.
Elena lasciò la Pietra dAngelo tre settimane dopo il gala. Nessuno scandalo, dimissioni e via. Vittorio sembrava perso.
Un giorno tornò a casa, si sedette; posai davanti a lui il piatto di minestra e me ne andai nellaltra stanza. Rimase solo a lungo. Lo sentivo sospirare da lontano.
La sera, mi chiamò.
– Nadia. Dobbiamo parlare.
– Dobbiamo, risposi. Ma dimmi: vuoi veramente parlare, o solo che io ascolti?
Allinizio non capì la differenza. Poi sì. Abbassò lo sguardo.
– Perdonami, disse.
Seduta di fronte, mani ferme sulle ginocchia. Lo guardai, pensando: troppo tardi. Non per rabbia. Ma perché il perdono è una cosa viva, e tra noi era morta anni fa. Intristita tra le stagioni e quella parola.
– Ti ascolto, risposi.
Non era perdono. Lui lo capì.
La questione della separazione la sollevai io, con calma, col supporto di un avvocato consigliato da Tiziana. Lappartamento diviso. I ragazzi erano rimasti con me. Vittorio non obiettò, lunica cosa su cui non si oppose.
Durante il divorzio, aprii la mia sartoria. Piccola, due stanze, nel quartiere vicino. Ci pensai a lungo. Avviare una panetteria sarebbe stato più facile, ma le mani conoscevano ago e tessuto. Gina, la vecchia titolare della sartoria, era in pensione, ma rispose subito al telefono e disse: Nadia, dovevi farlo già dieci anni fa.
Fa piacere, amaro e dolce. Dieci anni fa non ero pronta. Ora sì.
I primi mesi furono duri. I soldi scarseggiavano, le clienti poche, lavoravo fino a sera tardi, schiena dolorante e mani segnate dal gesso da sarta. Caterina passava ogni tanto, faceva i compiti nellangolo e osservava le stoffe. Si scoprì brava con i colori, commentava abbinamenti, e a volte aveva idee sorprendenti per una ragazza della sua età. Me ne accorgevo e rimandavo i pensieri.
Giulio viveva la sua tempesta. Vittorio cercò più volte di vederlo, lo chiamava, ma Giulio tornava silenzioso. Un giorno mi disse:
– Vuole che io lo capisca.
– E tu?
– Non so come si faccia a capire uno che si vergogna di sua moglie. Guardava fuori. Mamma, tu non sei mai stata sei solo normale. Sei sempre stata normale.
– Grazie.
– Parlo sul serio.
– Lo so.
Tacque.
– Con Paola ho dei problemi, disse. La mia ragazza.
Alzai la testa.
– Dice che ora non sa che tipo di padre potrei essere. Ha paura che ripeta la stessa storia.
– Non è il tuo destino, Giulio.
– Lo so. Ma lei non lo capisce.
Cercai le parole.
– Dagli tempo. I fatti parlano da soli, non servono le parole.
Annì, poco convinto. Questa storia con Paola andò avanti, io la seguivo con apprensione silenziosa, ma non intervenivo. I figli devono avere il loro spazio per farsi strada. Lho imparato tardi.
La sartoria cresceva piano. Dopo un anno, arrivarono le prime clienti fisse. Dopo diciotto mesi, i primi abiti da sposa, i più difficili e quelli meglio pagati. Presi unaiutante, una giovane chiamata Loredana – non la stessa Elena. Mani doro e cuore, avremmo potuto scriverci una novella. Andavamo daccordo. Il lavoro parlava per noi.
Tiziana passava ogni tanto, prendevamo il tè tra i cartamodelli e le rocche di filo, chiacchieravamo di salute, figli e quello che davvero conta dopo i cinquanta. Una volta mi disse:
– Sai cosa mi piace di te? Non sei arrabbiata.
– A volte sì, ammisi.
– No. Sei solo contrariata. È diverso. La rabbia rovina, il resto passa.
Ci pensai e concordai.
Caterina, a diciassette anni, capì di voler frequentare il liceo artistico per diventare stilista. Non aveva mai imposto nulla, ma un giorno mi presentò una cartella di schizzi. Li guardai a lungo. Cera qualcosa di vivo, imperfetto ma visionario.
– E tuo, le dissi.
– Non ti dispiace?
– No. È la tua strada, lo sai meglio di me.
Mi regalò un sorriso riservato, ma intenso.
– Mamma, sei cambiata.
– Cambiata?
– Prima chiedevi sempre: E papà cosa ne pensa? E la gente che dirà? Ora non più.
La fissai.
– Imparata tardi, suspirai.
– Ma non troppo tardi. Chiuse la cartella. Ora va tutto bene.
Era la cosa più bella che potessi sentire. Meglio di qualsiasi complimento. Ora va tutto bene detta da chi ti vede davvero.
Vittorio lo vidi poco. Veniva ogni tanto per i ragazzi o per le loro cose lasciate da lui. A volte era messo meglio, altre peggio. Da amici comuni seppi che la Pietra dAngelo aveva cambiato gestione e lui lavorava ora come semplice direttore subalterno. Caduta inevitabile, ma non mi importava. Avevo la mia strada.
Lestate del terzo anno dalla separazione fu splendida. Calda, lunghissima. La sartoria si trasferì in un locale più grande, tre collaboratrici. Passavo molte sere sul balconcino del nuovo appartamento in affitto, un passo difficile ma fondamentale, a bere il tè e guardare il tramonto. Più spesso lavoravo, ma quelle sere semplici sapevano di pace. Non felicità da libro, ma pace. Stanca, silenziosa. Vera.
In autunno lui arrivò.
Lo vidi da dietro il vetro della sartoria, seduta col caffè e un nuovo disegno. Vittorio era fuori, esitante. Mi accorsi che era invecchiato. Non solo il tempo proprio invecchiato, come i uomini quando perdono fiducia. Spalle curve. Labito buono, ma già fuori moda.
Gli andai incontro.
– Vittorio, dissi. Vieni.
Sedemmo nella saletta delle riunioni, che usavo per ricevere le clienti. Tavolo, due sedie, un vasetto con fiori secchi. Preparo il tè, gliene verso una tazza.
– Come va? domandò.
– Bene, risposi. Molto lavoro.
– Ho sentito. Mi guardò. Sei stata brava.
Non risposi. Stringevo la tazza tra le mani.
– Nadia. Tacque Volevo dirti ho riflettuto.
– Riflettuto, ripetei neutra.
– Ho sbagliato. In tante cose. Me ne rendo conto adesso.
– Vittorio.
– No, lasciami finire. Sollevò gli occhi. Tu sei stata una brava moglie. Hai tenuto la casa, educato i ragazzi. Non lho mai notato davvero. O forse sì, ma pensavo fosse normale. Che tutto dovesse essere così. Un attimo di silenzio. Mi sbagliavo.
Lo guardavo. Questuomo non più giovane, un po stanco, in cui riconoscevo il ragazzo che avevo sposato, luomo che mi aveva definito “signora”, quello che poi rimaneva a casa, svuotato dopo Elena. Erano la stessa persona. E io lo sapevo.
– Ti ascolto, dissi.
– Ho pensato Tentennò. È sciocco.
– Parla.
– Ecco forse non tornare insieme, questo no. Ma, insomma, parlarci, vedersi. Sono solo ora, Nadia. Completamente solo.
Mi fermai. Poggiando la tazza. Guardai fuori, le foglie sui vicoli, cielo grigio, una bici legata. Poi lo fissai negli occhi.
– Vittorio, dissi. Non sono più arrabbiata. Non più. Il rimpianto è per il tempo, non per te. Per ciò che poteva essere, non per ciò che è stato. Tutto qui.
– Nadia.
– Aspetta. Lo sussurrai, ma con decisione. Non sei solo. Hai due figli. Vengono da te. Lo sai. Non hanno smesso di essere tuoi. Una pausa. Ma io non posso darti ciò che cerchi. Qualunque cosa sia: compagnia, abitudine, paura di stare solo. Non posso.
– Perché?
Ci pensai. Non per ferirlo. Ma per essere vera.
– Perché finalmente sono diventata me stessa. Non era vanità. Era realtà. E mi è costato fatica. Non voglio tornare indietro.
Lui tacque a lungo. Fissava la tazza, rimasta piena. Poi annuì.
– Ho capito.
– Lo so.
– I ragazzi
– Devi lavorare tu sul loro legame, dissi. Non io. Giulio ha sofferto, ma è pronto a parlarti. Se ci vieni davvero.
Si alzò e si aggiustò il bavero, stesso gesto di sempre. Lo conoscevo fin troppo bene, quel movimento.
– Stai bene con quellabito, disse.
Abbassai lo sguardo. Oggi ne indossavo un altro. Blu scuro, semplice, colletto dritto. Lavevo cucito io.
– Grazie, risposi.
Uscì. Il suono della porta, poi il silenzio.
Rimasi ancora qualche minuto. La stanzetta tranquilla, leggermente fredda. I fiori secchi nel vasetto. La tazza ormai fredda. I miei schizzi sul tavolo.
Poi mi alzai, raccolsi la tazza e la lavai. Tornai agli schizzi, mi chinai su uno di essi con la matita in mano.
Loredana sbirciò dentro.
– Signora Nadia, la prossima cliente è arrivata.
– Va bene, dissi. Falle aspettare un minuto.
Loredana annuì e richiuse la porta.
Così, questa è la mia storia. Ho imparato che togliere il proprio valore da ciò che gli altri pensano di noi è il primo passo per poter vivere liberi. Che non si è mai troppo vecchi per tornare a vivere a modo proprio. Che persino dopo anni di abitudine, esiste ancora la possibilità di ricordarsi chi si è, e di trovare il coraggio di mostrare al mondo il proprio vero volto anche se significa sfilare, con il proprio abito, attraverso una sala piena di occhi, soltanto per prendere finalmente in mano la propria vita.




