«Ma secondo voi sono sola?» rispondevo io, mentre le altre mi guardavano con aria divertita. «No, cosa dite, io ho una famiglia numerosa!»
Ricordi di altri tempi, quando vivevo ormai già da vari anni da sola in una casetta ai margini del paese. Eppure, ogni volta che sentivo simili parole sulla mia solitudine, non riuscivo a trattenere una risata: «Ma scherzate? Ho una famiglia che più grande non si può!»
Le signore del paese sorridevano e annuivano compiacenti, ma appena mi voltavo, si lanciavano occhiate e si tappavano gli indici alla tempia, come per dire che ero proprio strana: «La sua famiglia, figurati… né marito, né figli, sola come un cane…»
Proprio quei cani erano invece la mia vera famiglia, e sinceramente non mimportava nulla del giudizio della gente secondo cui, gli animali si tengono solo se servono: qualche pollo, una mucca se va bene, un cane per fare la guardia e un gatto che tenga a bada i topi.
Io, invece, avevo cinque gatti e quattro cani, e tutti vivevano con me in casa, mica in cortile come facevano i vicini. Si sa, ormai lo dicevano tutti.
Le chiacchiere correvano tra compaesani, ma sapevano bene che parlare con questa matta era inutile: mi sarei soltanto messa a ridere.
Cinque anni erano passati da quel giorno maledetto in cui avevo perso sia mio marito che mio figlio. Tornavano dalla pesca, e un camion carico li aveva portati via su quella strada maledetta.
Allinizio restai in città, ma presto capii che non ce la facevo più a sostenere il peso dei ricordi in quellappartamento: ogni angolo, ogni odore, ogni strada mi schiacciava. E quegli sguardi di compassione dei vicini… insopportabili.
Così, sei mesi dopo, vendetti la casa in città e, con la mia micia Giuseppina come unica compagna, mi trasferii in un paesino sperduto dellUmbria, scegliendo una casetta alla periferia del borgo. Destate mi dedicavo allorto; in inverno trovai lavoro alla mensa della scuola del capoluogo.
Gli altri animali arrivarono uno dopo laltro, trovati per caso, raccolti per bisogno: chi abbandonato alla stazione, chi arrivava fin davanti alla mensa, speranzoso di un tozzo di pane.
Così si formò la mia strana, rumorosa e affettuosa famiglia: anime ferite, abbandonate, che nel mio cuore trovarono calore e casa, e mi ripagavano con lealtà e amore incondizionato. Di affetto, per fortuna, ce nera sempre abbastanza per tutti.
Del cibo si faceva il possibile. Non era facile, e per quantio giurassi di non accogliere più nessuno, il mio cuore non smetteva di allargare i confini della famiglia.
Ricordo bene quellinverno pazzo, quando marzo si era fatto beffe di noi con false promesse di primavera, per poi ributtarci nel gelo, e il vento graffiava le finestre di notte.
Quella sera correvo come sempre per prendere lultimo autobus delle sette, carica di borse della spesa, una mano piena delle provviste fatte solo pochi minuti prima, laltra con qualche avanzo recuperato in mensa, tutto per la mia «tribù».
Mentre cercavo di non guardare intorno, pensando solo ai miei animali a casa che mi aspettavano, fui fermata da qualcosa di improvviso: a pochi passi dalla fermata, il cuore improvvisamente rallentò. Sotto una panchina, tra la neve che già le aveva coperto il pelo, giaceva una cagnolina magra. Guardava verso di me, il suo sguardo perso, quasi spento. Quanti erano passati, infagottati nei cappotti, senza vederla?
Mi si strinse il cuore. Immediatamente dimenticai promesse e autobus. Lasciai le borse vicino alla panchina e le tesi la mano. Lei sbatté le palpebre lentamente, ma non oppose resistenza.
«Grazie al cielo, sei viva!» sussurrai. «Forza, tesoro, vieni con me»
Non mi ricordo neppure come, barcollando tra le borse e la cagnolina tra le braccia, raggiunsi la sala dattesa della stazione degli autobus. Mi accasciai in un angolo e cominciai a sfregare forte le sue zampe gelide, una per volta, sperando di riportarla al calore della vita.
«Dai forza, piccolina, dobbiamo tornare a casa. Diventerai il nostro quinto cane, così facciamo cifra tonda.»
Le offrii una polpetta presa dalla borsa. Allinizio si voltò dallaltra parte, poi però il profumo la convinse a restare e accettare il mio aiuto.
Quando finalmente uscimmo, lautobus era partito da un pezzo. Aspettai con la cucciola tremolante e la cintura trasformata in guinzaglio sulla provinciale, finché una macchina si fermò. Chiesi scusa, dicendo che la cagnolina si sarebbe seduta sulle mie ginocchia e non avrebbe sporcato. Il conducente rise: «Ma lasciala pure stare sul sedile, ché mica è piccola»
Mentre lauto correva nella notte, guardai i fiocchi che vorticarono nella luce dei fari; stringevo tra le braccia la mia nuova amica, lavevo chiamata Lilla, e lei tremava ancora contro di me.
Il signore mi portò fino davanti a casa, scese e mi aiutò a portare le borse. Spinsi il cancello, ma il peso della neve lo fece cedere del tutto, arrugginito com’era.
«Non si preoccupi,» sospirai, «era ora di sistemarlo.»
Dalla piccola casa, arrivavano già latrati e miagolii. Mi precipitai alla porta, e tutta la «famiglia» mi venne incontro.
«Eccovi qua! Ma mi avete persa? Sono tornata, lo sapete che da voi non posso stare lontano E guardate un po, abbiamo una nuova amica!»
Lilla sbirciava timida da dietro le mie gambe. Gli altri la annusarono con curiosità, mentre il nuovo amico posava le borse.
«Entrate, se vi va; cè posto, anche se la mia famiglia vi sembra un po rumorosa. Posso offrirvi una tazza di tè?»
Luomo declinò gentile: «Meglio di no, è tardi. Date da mangiare ai vostri amici: vi hanno aspettata tanto»
Il giorno seguente, poco prima di mezzogiorno, sentii bussare al cancello. Tirai su la giacca e uscii: era proprio lui, il mio soccorritore della sera prima. Si chiamava Vittorio. Aveva portato degli attrezzi e delle nuove cerniere. Dietro le sue spalle, sorrideva bonario.
«Buongiorno! Ho rotto il vostro cancello ieri sera, così sono passato a sistemarlo Mi chiamo Vittorio, e lei?»
«Mi chiamo Lucia»
La mia tribù lo circondava con curiosità, sperando in qualche carezza, e lui si chinò, ridendo tra i baffi.
«Lucia, non resti al freddo. Appena finisco questo lavoretto, una tazza di tè non me la lascio scappare. In macchina ho anche una torta e qualche leccornia per i vostri amici.»
E così, nei ricordi di quei tempi lontani, sorrido ancora al calore di quella famiglia che ognuno pensava improbabile, e che invece rese il mio cuore grande abbastanza per tutti, umani e animali, e lo mantenne sempre colmo di speranza e gratitudine.




